Una vita in panchina da non protagonista, da spettatore più che calciatore. Il portiere di riserva è probabilmente il ruolo più infelice del calcio. E’ il ruolo di chi sta dietro le quinte. E che di tanto in tanto avanza sotto i riflettori per una passerella. Che sia in Coppa Italia, in campionato o in amichevole.

Il ruolo del portiere è l’unico in cui le gerarchie, una volta definite, sono difficilmente ribaltabili. Perchè i portieri di riserva, spesso, sono i portieri non riusciti. Tuttavia non sempre è cosi. Ci sono casi in cui fare la riserva diventa una scelta di vita. Primo portiere, secondo e c’è persino il terzo. Il calcio moderno non si fa mancare nulla. Mi viene in mente il brasiliano Rubinho, vecchia conoscenza di noi tifosi genoani, che ha passato quattro anni nella tribuna dello Juventus Stadium. Umiliante verrebbe da pensare. Ma sono scelte di vita. Scelte incomprensibili ma rispettabili. Come puoi autonegarti la possibilità di scendere in campo? E’ chiaro che se vai alla Juventus e ti chiami Rubinho difficilmente farai strada. Ma il discorso non è tanto la via del successo. Si parla di emozioni, stimoli. Elementi imprescindibili per chi ama il calcio.

Ci sono tante storie di numeri dodici. Storari per esempio ha passato molti anni alle spalle di Buffon, poi prima di chiudere la carriera ha scelto Cagliari per giocare. C’è anche il caso felice di Bizzarri, ex Real Madrid in panchina alla Lazio per tanti anni. E’ stato oscurato al Genoa da Perin, poi il grande rilancio da protagonista nel Chievo Verona e nel Pescara. Esistono davvero tanti racconti. Tutti diversi, ma uniti da un unico grande fattore. Il portiere di riserva non può permettersi di creare problemi di spogliatoio, deve farsi trovare pronto quando chiamato in causa e deve aiutare il titolare. Una figura molto più psicologica che pratica. La riserva non può essere troppo inferiore al titolare,  il rischio di farlo accomodare sarebbe troppo alto. Non dev’essere nemmeno di pari livello, perchè l’eccessiva competizione creerebbe instabilità.

Meglio un’alternativa anziana o giovane? Poco importa forse. Ciò che conta davvero è che il numero dodici non sia troppo ambizioso. Gli eterni secondi, dopotutto, non possono permetterselo.

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