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La storia è una di quelle su cui giornalisti e addetti ai lavori hanno speso fiumi e fiumi di parole e di inchiostro. Una di quelle storie per cui il termine “epico”, oggi molto abusato, rischia di risultare addirittura riduttivo.

Certo, bisogna considerare il fatto che il tutto sia avvenuto in America, terra fertilissima per la nascita di leggende e che da sempre si nutre di un limo speciale in grado di far fiorire miti in tutte le stagioni.

Oltretutto la location di questo film è New York, ovvero un disco volante atterrato sugli Stati Uniti, il che rende il tutto assolutamente ancora più speciale.

Il teatro, o forse dovrei dire tempio, è quello delle grandissime occasioni. Il Madison Square Garden.

Una sorta di moderno Pantheon dello sport. La recita è quella delle finali NBA 1969/1970.

Knicks contro Lakers. Walt Frazier e Willis Reed contro Jerry West e Wilt Chamberlain.

Reed contro Chamberlain.

Il gioco che fa Golden State oggi è per certi versi splendido, ma lasciatemi dire che ho un’enorme nostalgia per il gioco pre tiro da tre. Per le sfide che si decidevano con le battaglia dentro il pitturato.

Per un sano scontro tra i due centri delle rispettive squadre.

E che centri ragazzi.

Chamberlain non credo abbia bisogno di presentazioni. Era un dominatore come non ce ne furono mai, né prima né dopo di lui. Nemmeno Jordan.

Almeno a livello puramente individuale e numerico, perché poi gli anelli in verità andavano sempre a Bill Russell e ai suoi Boston Celtics.

Insuperabili per l’eternità i record della stagione 61/62, quella dei 100 punti in una sola partita. Quella dei 50.4(!!!) punti e 25.7(!!!) rimbalzi di media stagionale.

Un Tiranno(sauro).

Willis Reed arriva dalla miglior stagione della carriera premiata con il titolo di MVP della lega. Ormai è uno dei centri più forti d’America.

I due battagliano a suon di punti, botte e rimbalzi. La serie è bella e tirata. In gara 5 però Reed si infortuna gravemente ad una coscia. E’uno strappo.

Uno strappo muscolare, come ben spiegato nel recente articolo di Leonardo Ciccarelli su Ray Lewis, è un infortunio che, oltre che essere di fatto bloccante per l’attività di uno sportivo, porta a provare un dolore inimmaginabile. Uno di quei dolori che da solo vale molto di più di tutta la bibliografia di Einstein per chiarire quanto sia effettivamente relativo il tempo. Quando si vive questa esperienza l’orologio interiore non viaggia più da 0 a 60 in un minuto. No. Quel minuto viene percepito come una somma di ore, ogni tanto come un giorno intero.

Reed salta gara 6 e Wilt ne approfitta per piazzare ben 45 punti con 27 rimbalzi e portare i Lakers sul 3 a 3. La gara decisiva si gioca al Madison. Chi vince sarà Campione NBA. I Lakers appaiono strafavoriti.

Oggi, soprattutto grazie ai social e all’uso che i giocatori ne fanno, chiunque al mondo può scoprire quasi in diretta cosa farà il tal giocatore nella tal partita. Alcuni twittano direttamente dagli spogliatoi nel pre e nel post partita.

Qui invece siamo alla fine degli anni 60. I mezzi erano quello che erano. Cioè poco o niente. Niente telefonini, niente social, niente internet. I giornalisti e i canali televisivi erano meno e sicuramente meno invadenti di oggi.

Si viveva quasi di sensazioni, e la sensazione prevalente era che Reed a causa del grave infortunio non sarebbe sceso in campo per la sfida decisiva. Insomma, per farla in breve, nessuno tra compagni ed avversari sapeva in che condizioni fosse realmente Willis Reed. Il grande maestro zen Phil Jackson, ai tempi giocatore dei Knicks e presente in quegli spogliatoi disse “I dottori ci tennero all’oscuro sino all’ultimo minuto. Willis non poteva piegare la gamba a causa dell’infortunio muscolare, e saltare era fuori discussione.

Durante il riscaldamento avvenne l’incredibile.

Reed in tuta imbocca il tunnel e si presenta caracollante in campo.

Gli spalti del Madison diventano un enorme cortile con dentro tutti i bambini del mondo dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola della storia dell’umanità.

Tripudio totale.

I giocatori dei Lakers si fermano tutti attoniti e sospendono per un attimo il loro riscaldamento.

Phil Jackson la racconta così:

Poco prima dell’inizio della partita, Willis zoppicò dal tunnel e verso il campo, e la folla andò in delirio. Il futuro Broadcaster Steve Albert, che era raccattapalle in quella partita, disse che stava osservando i Lakers quando Willis apparve sul terreno e che “tutti, uno ad uno, si girarono e smisero di tirare e fissarono Willis. E le loro bocche si spalancarono. La partita era finita prima di iniziare

Reed mise a segno i primi due canestri della squadra con due tiri morbidissimi che abbracciarono il cotone. Poi si dedicò a difendere strenuamente l’area da Wilt Chamberlain, costringendolo a diversi errori e forzature.

Delirio dentro e fuori dal campo.

Sul web ci sono diversi video che documentano i primi minuti di quella partita. Vi invito caldamente a visionarli.

Reed zoppicante che rientra nella sua metà campo dopo aver segnato è da brividi veri.

Più tardi in un’ intervista dichiarerà: “Non avevo voglia di dovermi guardare allo specchio vent’anni dopo e dirmi di non aver avuto il coraggio di giocare”

Questi sono i gesti che portano lo sport nell’empireo delle umane vicende. Queste sono le storie di Basket che fanno il Basket. Questi sono i gesti che cambiano le cose.

Troppo spesso si parla del suo cugino “vizioso”, ma vi assicuro che il concetto di “circolo virtuoso” è esistito, può esistere e spero esisterà sempre.

La potenza vivifica di un esempio. La forza evocativa e coinvolgente del coraggio e dell’onore. Reed era il cuore, l’anima e la spina dorsale dei Knicks. Reed quella sera prese in mano compagni, squadra, avversari, tifosi, il Madison Square Garden, il ponte di Verrazzano, la Statua della Libertà e tutto il resto della città, dal Bronx fino a Manhattan.

Poi all’intervallo raccolse il suo cuore esausto e lo riportò negli spogliatoi. Non rientrò più in campo, ma ormai la storia era già stata scritta.

Walt Frazier disse che dopo aver visto Reed uscire durante il riscaldamento pensò “Qualcosa mi dice che stasera li avremo”. Intendeva i Lakers. La trasposizione in campo di quel pensiero fu sublime. 36 punti e 19 assist per il play di New York. 113 a 99 per i Knicks. Titolo. Il primo titolo della loro storia.

Quella sera Willis Reed dimostrò al mondo cosa significhi essere un vero capitano, cosa significhi essere un vero leader.

O forse semplicemente dimostrò cosa significhi essere un Uomo.

Un uomo che si è limitato ad esprimere un concetto forse banale ma di un’estrema profondità.

Reed ha detto a tutti“Io ci sono”

Perché, per dirla alla Heidegger, in fin dei conti il vero e unico senso ultimo dell’Essere è sempre e comunque un EsserCI.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

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