Connettiti con noi

Basket

Storie di Finals: Willis Reed

Born in the post

Published

on

13077259_10209457633780362_203713346_n (1)

La storia è una di quelle su cui giornalisti e addetti ai lavori hanno speso fiumi e fiumi di parole e di inchiostro. Una di quelle storie per cui il termine “epico”, oggi molto abusato, rischia di risultare addirittura riduttivo.

Certo, bisogna considerare il fatto che il tutto sia avvenuto in America, terra fertilissima per la nascita di leggende e che da sempre si nutre di un limo speciale in grado di far fiorire miti in tutte le stagioni.

Oltretutto la location di questo film è New York, ovvero un disco volante atterrato sugli Stati Uniti, il che rende il tutto assolutamente ancora più speciale.

Il teatro, o forse dovrei dire tempio, è quello delle grandissime occasioni. Il Madison Square Garden.

Una sorta di moderno Pantheon dello sport. La recita è quella delle finali NBA 1969/1970.

Knicks contro Lakers. Walt Frazier e Willis Reed contro Jerry West e Wilt Chamberlain.

Reed contro Chamberlain.

Il gioco che fa Golden State oggi è per certi versi splendido, ma lasciatemi dire che ho un’enorme nostalgia per il gioco pre tiro da tre. Per le sfide che si decidevano con le battaglia dentro il pitturato.

Per un sano scontro tra i due centri delle rispettive squadre.

E che centri ragazzi.

Chamberlain non credo abbia bisogno di presentazioni. Era un dominatore come non ce ne furono mai, né prima né dopo di lui. Nemmeno Jordan.

Almeno a livello puramente individuale e numerico, perché poi gli anelli in verità andavano sempre a Bill Russell e ai suoi Boston Celtics.

Insuperabili per l’eternità i record della stagione 61/62, quella dei 100 punti in una sola partita. Quella dei 50.4(!!!) punti e 25.7(!!!) rimbalzi di media stagionale.

Un Tiranno(sauro).

Willis Reed arriva dalla miglior stagione della carriera premiata con il titolo di MVP della lega. Ormai è uno dei centri più forti d’America.

I due battagliano a suon di punti, botte e rimbalzi. La serie è bella e tirata. In gara 5 però Reed si infortuna gravemente ad una coscia. E’uno strappo.

Uno strappo muscolare, come ben spiegato nel recente articolo di Leonardo Ciccarelli su Ray Lewis, è un infortunio che, oltre che essere di fatto bloccante per l’attività di uno sportivo, porta a provare un dolore inimmaginabile. Uno di quei dolori che da solo vale molto di più di tutta la bibliografia di Einstein per chiarire quanto sia effettivamente relativo il tempo. Quando si vive questa esperienza l’orologio interiore non viaggia più da 0 a 60 in un minuto. No. Quel minuto viene percepito come una somma di ore, ogni tanto come un giorno intero.

Reed salta gara 6 e Wilt ne approfitta per piazzare ben 45 punti con 27 rimbalzi e portare i Lakers sul 3 a 3. La gara decisiva si gioca al Madison. Chi vince sarà Campione NBA. I Lakers appaiono strafavoriti.

Oggi, soprattutto grazie ai social e all’uso che i giocatori ne fanno, chiunque al mondo può scoprire quasi in diretta cosa farà il tal giocatore nella tal partita. Alcuni twittano direttamente dagli spogliatoi nel pre e nel post partita.

Qui invece siamo alla fine degli anni 60. I mezzi erano quello che erano. Cioè poco o niente. Niente telefonini, niente social, niente internet. I giornalisti e i canali televisivi erano meno e sicuramente meno invadenti di oggi.

Si viveva quasi di sensazioni, e la sensazione prevalente era che Reed a causa del grave infortunio non sarebbe sceso in campo per la sfida decisiva. Insomma, per farla in breve, nessuno tra compagni ed avversari sapeva in che condizioni fosse realmente Willis Reed. Il grande maestro zen Phil Jackson, ai tempi giocatore dei Knicks e presente in quegli spogliatoi disse “I dottori ci tennero all’oscuro sino all’ultimo minuto. Willis non poteva piegare la gamba a causa dell’infortunio muscolare, e saltare era fuori discussione.

Durante il riscaldamento avvenne l’incredibile.

Reed in tuta imbocca il tunnel e si presenta caracollante in campo.

Gli spalti del Madison diventano un enorme cortile con dentro tutti i bambini del mondo dopo la campanella dell’ultimo giorno di scuola della storia dell’umanità.

Tripudio totale.

I giocatori dei Lakers si fermano tutti attoniti e sospendono per un attimo il loro riscaldamento.

Phil Jackson la racconta così:

Poco prima dell’inizio della partita, Willis zoppicò dal tunnel e verso il campo, e la folla andò in delirio. Il futuro Broadcaster Steve Albert, che era raccattapalle in quella partita, disse che stava osservando i Lakers quando Willis apparve sul terreno e che “tutti, uno ad uno, si girarono e smisero di tirare e fissarono Willis. E le loro bocche si spalancarono. La partita era finita prima di iniziare

Reed mise a segno i primi due canestri della squadra con due tiri morbidissimi che abbracciarono il cotone. Poi si dedicò a difendere strenuamente l’area da Wilt Chamberlain, costringendolo a diversi errori e forzature.

Delirio dentro e fuori dal campo.

Sul web ci sono diversi video che documentano i primi minuti di quella partita. Vi invito caldamente a visionarli.

Reed zoppicante che rientra nella sua metà campo dopo aver segnato è da brividi veri.

Più tardi in un’ intervista dichiarerà: “Non avevo voglia di dovermi guardare allo specchio vent’anni dopo e dirmi di non aver avuto il coraggio di giocare”

Questi sono i gesti che portano lo sport nell’empireo delle umane vicende. Queste sono le storie di Basket che fanno il Basket. Questi sono i gesti che cambiano le cose.

Troppo spesso si parla del suo cugino “vizioso”, ma vi assicuro che il concetto di “circolo virtuoso” è esistito, può esistere e spero esisterà sempre.

La potenza vivifica di un esempio. La forza evocativa e coinvolgente del coraggio e dell’onore. Reed era il cuore, l’anima e la spina dorsale dei Knicks. Reed quella sera prese in mano compagni, squadra, avversari, tifosi, il Madison Square Garden, il ponte di Verrazzano, la Statua della Libertà e tutto il resto della città, dal Bronx fino a Manhattan.

Poi all’intervallo raccolse il suo cuore esausto e lo riportò negli spogliatoi. Non rientrò più in campo, ma ormai la storia era già stata scritta.

Walt Frazier disse che dopo aver visto Reed uscire durante il riscaldamento pensò “Qualcosa mi dice che stasera li avremo”. Intendeva i Lakers. La trasposizione in campo di quel pensiero fu sublime. 36 punti e 19 assist per il play di New York. 113 a 99 per i Knicks. Titolo. Il primo titolo della loro storia.

Quella sera Willis Reed dimostrò al mondo cosa significhi essere un vero capitano, cosa significhi essere un vero leader.

O forse semplicemente dimostrò cosa significhi essere un Uomo.

Un uomo che si è limitato ad esprimere un concetto forse banale ma di un’estrema profondità.

Reed ha detto a tutti“Io ci sono”

Perché, per dirla alla Heidegger, in fin dei conti il vero e unico senso ultimo dell’Essere è sempre e comunque un EsserCI.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

banneriguodala

bannerdame

bannerpetrovic

bannerkat

bannerseattle

bannerduncan

bannerbryant

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Basket

Tim Duncan: Il suono del silenzio

Born in the post

Published

on

Nel Gennaio 2016 “The Sound of Silence “, canzone dal grandioso potere evocativo che ha fatto la storia della musica, ha compiuto i 50 anni dall’uscita nella sua versione definitiva.
Negli anni non si contano neanche più il numero di cover e imitazioni varie del pezzo.
La più bella secondo me rimane quella realizzata durante l’arco di tutta la sua carriera da Tim Duncan, nato giusto 10 anni e qualche mese più tardi del magnifico singolo di Simon e Garfunkel.
Un uomo che nel silenzio ha costruito tutti i suoi successi e del silenzio si è rivestito corpo e anima come fosse una seconda pelle.
Detto, ridetto e ripetuto. E lo ridico ancora.
Provare a decriptare il basket restando nel recinto del parquet è un esercizio sterile, se non completamente inutile.
E non lo dico solo io.
Un tale che ne sa infinitamente più di me e di tutti voi lo ha ribadito a più riprese.
Se pensiamo che il basket sia solo basket non abbiamo capito niente di basket“.
E nemmeno della vita, ma questo lo aggiungo io.

Oggi Duncan compie 42 anni.

Ha vinto 5 anelli, 2 MVP, 3 premi di miglior giocatore delle finali e giocato 15 All Star Game.

Cercare di capire cosa si celi dietro i suoi silenzi e la sua enigmatica maschera facciale è impresa veramente ardua.
Capire quella sorta di autismo cestistico scolpito sul suo volto è un enigma che dura da 20 anni.
Per capire Duncan non basta più solo uscire dal rettangolo di gioco come spiegavo prima.
Per capire Duncan forse servirebbe Umberto Eco.
Bisogna sconfinare nella semiotica, la disciplina che studia i segni e il loro percorso verso la significazione, cioè il modo in cui questi acquisiscano un senso e vadano a costituire un concreto processo di comunicazione.
Capire Duncan potrebbe essere la chiave di lettura per capire il segreto dei San Antonio Spurs.
Per poi arrivare a capire cosa leghi lui, Popovich, Ginobili e Tony Parker.

Come facevano a comunicare tra loro spesso senza nemmeno aprire la bocca.
C’è un qualcosa nell’alchimia che questi quattro uomini hanno creato che trascende i confini dello sport. E’ un legame , inconosciuto, inconoscibile ed esclusivo che forse nasconde dentro di sé il senso stesso della vita.

Beh.. forse quello no ma di certo c’è il segreto del loro successo sportivo.

La faccia di Duncan è quella di Anton Chigurh , il killer spietato di “Non è un paese per vecchi“.

E’ la faccia spaventosa di Javier Bardem nel film dei Cohen.

Che si appresti a saltare per la palla a due di una partita di pre-season o che stia per tirare il libero della vittoria in gara 7 delle Finals, state certi che vedrete sempre la stessa espressione.
E la sconfitta o il successo saranno conditi con l’ingrediente di sempre.
Il Silenzio.

Arrivare per 19 volte consecutive alla post-season significa creare una falla nell’intera struttura dello sport americano.
Tutte le leghe sono pensate, organizzate e governate per poter produrre ed esprimere ciclicamente un cambiamento al vertice.
Il salary cap, che impedisce alle squadre forti di aggiungere “troppi” giocatori forti a quelli di cui già dispone, e il draft annuale, dove le squadre con le classifiche peggiori hanno le possibilità maggiori di accaparrarsi i giovani più validi ne sono le dimostrazioni più lampanti.
Che poi il fine ultimo di questa struttura magari non sia proprio quello di una maggiore circolazione dei talenti, nè di un ampliamento geografico delle passioni, ma di una maggiore e capillare raccolta di denari è un altro discorso.
San Antonio è andato oltre tutto questo.

Gli avversari si sono effettivamente rinnovati e interscambiati.

Golden State è un esempio di come un’ottima gestione manageriale e delle scelte al draft possa portarti dalle stalle alle stelle.

Loro no.

Loro son sempre stati sulle stelle.

Loro sono sempre stati lì a lottare per il titolo.

Duncan ha giocato 1392 partite in stagione regolare.
Ne ha vinte più di mille.
Questo significa che ha “terminato” l’avversario di turno praticamente sempre.
Un sicario determinato, silente e senza cuore. Proprio come Anton Chirurg.
In attacco ha messo a referto più di 26 mila punti.
Ma mai una volta che abbia urlato “Yeah”, o agitato i pugni, o sventolato un dito verso pubblico o avversari.
In difesa ha messo a referto più di 3 mila stoppate.
Ma mai una volta che abbia abbaiato contro l’avversario frasi come “Not in my house” o lo abbia schernito a gesti.
Lui no.
Lui agli avversari ha sempre lasciato solo e soltanto il suono del silenzio.

The Sound of Silence

E’ stato un dominatore del pitturato come non se ne vedevano dai tempi di Bill Russell.

Ha fermato tutti gli avversari che hanno osato entrare nella sua casa.
Li ha lasciati lì nella loro indeterminatezza più totale. Piccoli e indifesi contro un colosso senza volto. Dominati come da un Dio dell’Antico Testamento che ti piega al proprio volere.

Sempre.
Ho in mente alcuni frammenti dei duelli epici che fece con Kevin Garnett.

Uno contro uno. Faccia a faccia, con Garnett che dà sfogo al suo trash talking più feroce.

Roba che indurrebbe Gesù Cristo in persona a schiodarsi dalla croce per prenderlo a schiaffi.

Duncan non lo guarda mai, non risponde, muove le braccia, prende la sua posizione, manda un bacio al fidato tabellone e mette i due punti.

Poi torna nella sua metà campo come niente fosse. Come se il rognoso avversario neanche esistesse.

Lasciando al malandrino provocatore solo il suono del silenzio.

Ma anche a mettere insieme tutti i suoi numeri strabilianti, tutte le sue azioni di gioco da Bibbia del basket non si cava un ragno dal buco. Perchè questa non è un’equazione, o un documentario. Qui siamo ben sopra il livello della matematica o dell’indagine giornalistica, ed è inutile cercare di capire Duncan restando in questi campi. Se voi ci avete capito qualcosa scrivetemelo pure nei commenti.
Io son sincero, non ci ho capito niente.

A 34 anni aveva già vinto quello che doveva vincere o forse di più.

Non ho capito perché non ha mollato a 35 anni dopo un’eliminazione al primo turno.

Non ho capito perché non ha mollato a 36 anni dopo che l’impietoso gap fisico atletico contro gli Oklahoma di Durant gli aveva precluso un’altra finale.

Non ho capito perché non ha mollato a 37 anni dopo una finale persa anche per colpa sua.

Non ho capito perché non ha mollato a 38 con il quinto anello al dito.

Non ho capito perché non ha mollato a 39 dopo un’eliminazione bruciante al primo turno.

E allora tanto vale andare idealmente tutti insieme a non capire in Cile.
Sull’isola di Rapa Nui per la precisione.
Lì possiamo accovacciarci ad ammirare la migliore rappresentazione plastica di Tim Duncan mai realizzata.
I Moai.
I giganteschi monoliti in tufo vulcanico che custodiscono l’isola.
Impassibili e dominanti proprio come Tim Duncan.
E proprio come Tim Duncan custodi di un segreto inconoscibile su cui ci si interroga da più di un millennio senza lo straccio di una risposta convincente.
Accontentiamoci quindi di averli potuti ammirare e, ripensandoci, godiamoceli in religioso silenzio, consci di essere  stati davanti a qualcosa di più grande sia di noi che del luogo fisico che li ospita.
Godiamoci magari il suono stesso del silenzio, come piace a Tim, e sempre in silenzio, se mai fosse possibile, facciamogli i più sinceri auguri per i suoi primi 42 anni.

Se c’è un uomo che ha veramente giocato sempre pulito è lui.

The Sound of Silence.

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in the post

Comments

comments

Continua a leggere

Basket

Chi è davvero Ersan Ilyasova?

Lorenzo Martini

Published

on

La stagione NBA si è ormai conclusa. Niente più partite alle 3 di notte, niente più gare di playoff al cardiopalma, non ci resta che aspettare ottobre, per la prossima Regular Season. E tra i tantissimi protagonisti di questo finale di stagione un ruolo importante se l’è ritagliato un giocatore tutt’altro che famoso, poco incline a far parlare di sé, ma dal passato ricco di misteri. Stiamo parlando di Ersan Ilyasova, ala grande turca che in uscita dalla panchina ha dato un contributo fondamentale ai suoi Sixers. Ma perché il suo passato sarebbe così enigmatico?

 Tutto ha inizio nell’agosto del 2002. Il giovane talento uzbeko Arsen Ilyasov, classe ’84, entra in territorio turco grazie ad un visto di quindici giorni. Su di lui è fortissimo l’interesse del Trabzonspor, che vede in quel diciottenne uzbeko un prospetto da non lasciarsi sfuggire. Ma dopo i quindici giorni di permesso, succede qualcosa d’incredibile: il ragazzo sparisce nel nulla, senza lasciare traccia.

Poche settimane dopo, il 19 settembre tale Semsettin Bulut, cittadino turco residente a Eskiseir, si presenta all’anagrafe con l’intento di effettuare la registrazione di suo figlio, nato il 15 maggio 1987. Il tutto sembra assurdo, perché vorrebbe dire che il ragazzo ha vissuto per 15 anni senza un documento che ne attestasse l’esistenza, come fosse un fantasma sul territorio turco. Eppure dopo qualche giorno l’ufficio accetta la registrazione, rilasciando i documenti d’identità che certificano la cittadinanza turca del giovane, il cui nome è proprio Ersan Ilyasova. Per giunta, dopo qualche gisettimana il Trabzonspor tessera il quindicenne, grazie all’avallo della federazione turca.

E il giovane Ersan si distingue fin da subito per il suo talento cristallino, tant’è che in breve viene convocato in nazionale turca U18 e poi in U20. Ma tutto quel talento non può non farsi notare, tant’è che la federazione uzbeka si accorge dell’incredibile somiglianza di Ersan con lo scomparso Arsen Ilyasov.

Ha così inizio uno scontro senza precedenti tra le due Federazioni. Quella uzbeka denuncia la questione con una lettera ufficiale alla FIBA, mentre quella turca nega tutta la vicenda e chiede di poter iniziare delle indagini. La FIBA dal canto suo si ritrova tra due fuochi: non sa se affidare queste indagini alla Turchia, all’Uzbekistan o a un organo super partes.

Il caso è ancor più intricato se si tiene conto del divario di ben tre anni tra le date di nascita di Arsen Ilyasov e Ersan Ilyasova. Se infatti venisse appurato che sono la stessa persona, tutti i riconoscimenti ottenuti dal secondo in U18 e U20 andrebbero rivisti o addirittura cancellati. Non una cosa da poco, tenendo conto che Ilyasova nel 2006 verrà anche insignito del premio MVP ai mondiali U20, dopo aver trascinato la sua nazionale ad uno storico argento.

Ma in questi casi a spuntarla è sempre la Federazione con più rilevanza internazionale. E così la federazione turca, fresca vincitrice dell’argento agli Europei del 2001, viene messa a capo delle indagini. Ma a causa di procrastinamenti mai veramente giustificati, l’inchiesta ha inizio con ben due settimane di ritardo e si conclude con un nulla di fatto: non viene trovato nemmeno un documento che attesti la nazionalità uzbeka di tale Arsen Ilyasov. Il tutto malgrado uno sbalorditivo articolo di Fanatik, rivista turca che era entrata in possesso di documenti scottanti e che gettava più di qualche ombra su tutta la vicenda.

Che sia stato tutto insabbiato? Difficile credere il contrario, eppure le indagini vengono ufficialmente chiuse. Alla FIBA non resta che riconoscere Ilyasova come un atleta turco. Il giocatore si dichiarerà poi eleggibile al Draft del 2005, e la vicenda cadrà pian piano nel dimenticatoio.

Ora, a 13 anni di distanza, è davvero impossibile capire come siano andate realmente le cose. Una vicenda semplicemente frutto di un paio di strambe coincidenze? O la macchinazione di un piano perfetto, di una montatura creata ad arte? Che siate più o meno complottisti , non lo sapremo mai.

Comments

comments

Continua a leggere

Basket

Scary Terry Rozier, l’underdog che ce l’ha fatta

Lorenzo Martini

Published

on

Le Finals sono ormai finite, con Golden State che si è aggiudicata l’anello, ma che ha dovuto comunque fare i conti con un Lebron in grande spolvero alla guida dei suoi Cavs. Ma a differenza degli scorsi anni, l’approdo alle Finals delle due squadre è stato tutt’altro che semplice. Se a Ovest i Warriors sono stati vicinissimi al baratro contro degli straordinari Houston Rockets, a Est Cleveland solo all’ultimo l’ha spuntata contro Boston.

Sui Celtics si è parlato molto in questi mesi. Una squadra privata delle sue due stelle per quasi tutto l’anno – prima Hayward a inizio Regular Season, poi Irving – che ha sfiorato l’impresa contro i vicecampioni in carica, grazie all’acume tattico di Brad Stevens, all’incredibile maturità di Tatum, alla solidità di Horford, al meraviglioso gioco corale. E tra i tanti giocatori che hanno dato il loro contributo, ce n’è uno che si è distinto particolarmente per la sua metamorfosi. Un signor nessuno protagonista di una stagione clamorosa. Un certo Terry Rozier, la cui storia è davvero illuminante.

Se volete ambientare una scena drammatica e densa di criminalità, la Youngstown, cittadina in Ohio, dei primi anni ‘90 è il luogo perfetto per voi. Sparatorie, gang criminali, spaccio, trovate di tutto. Se invece dovete crescere vostro figlio, non è proprio il luogo ideale. Ma la situazione in cui si trova Gina Tucker è ancor più difficile: dopo soli due mesi dalla nascita del suo Terry jr, il marito viene condannato a otto anni di reclusione per rapina e la giovane donna è costretta a crescere suo figlio da sola. Abbandona gli studi e trova lavoro in un KFC, ma vive nel terrore che qualcuno possa fare del male ai suoi cari a tal punto da nascondere ben 3 pistole in casa. E dal canto suo il piccolo Terry è fin troppo vispo: salta per casa come un indemoniato, lancia sassi nelle case dei vicini, è talmente curioso che si teme il giorno in cui per caso troverà quelle armi nascoste e causerà una disgrazia.

Proprio per questo mamma Gina decide di affidarlo alla madre, Amanda, che vive a Shaker Heights, un sobborgo di Cleveland. Tra l’altro Amanda già tiene in custodia Tre’Dasia, altra figlia di Gina avuta con un altro uomo, costretta sulla sedia a rotelle a causa di seri danni cerebrali. Ma la convivenza tra Terry e la nonna non è delle più felici: il bambino è sempre più scapestrato e a volte fa piangere nonna Amanda, mal sopportando l’assenza della madre, dopo un’ infanzia trascorsa senza una figura paterna.

Finchè però il padre non esce di galera. Malgrado le sbarre papà e figlio hanno sempre mantenuto un rapporto bellissimo, che inizia a consolidarsi quando i due possono finalmente passare del tempo insieme. Terry jr insegna al padre a giocare ai videogames, l’altro ricambia trasmettendogli la passione per la boxe e portandolo al playground, a giocare a basket coi più grandi. Ma è un periodo idilliaco di breve durata: dopo un’estate sempre insieme, il padre viene nuovamente condannato a 13 anni di galera, poiché complice in una rapina in cui perde tragicamente la vita un diciassettenne.

Questo nuovo distacco dal padre rende Terry sempre più violento, gli scatti d’ira sono all’ordine del giorno. La madre decide allora di iscriverlo in una scuola ad hoc per ragazzi con disturbi caratteriali. Ed è qui che mostra un potenziale cestistico impressionante: grazie ad una crescita fisica esponenziale,diventa un mix di tecnica e velocità difficile da contenere, unita ad una rabbia latente che lo motiva profondamente.

Dopo qualche anno, un giorno Terry torna a Youngstown per la festa del ringraziamento, felice di ripercorrere le strade della sua infanzia. Ma la città non lo accoglie a braccia aperte. Si dà il caso infatti che quello stesso giorno in un locale un losco personaggio litighi pesantemente con suo zio, al punto da minacciare di morte tutti i suoi cari. E’ l‘inizio di una notte di puro terrore: Terry, in casa con altri bambini, deve nascondersi tra le mura domestiche mentre la nonna è in guardia pronta a farli scappare. Per fortuna non succederà nulla fino all’arrivo dell’alba, ma l’episodio fa capire al ragazzo che quella non deve essere la sua vita.

E così si butta a capofitto nel basket. Diventa il miglior giocatore della sua scuola, è immarcabile. Peccato però che, dopo l’High School, non riesca ad accedere alla Louisville University e deve accontentarsi dell’Hargrave Military Academy. Qui le condizioni di vita sono durissime: sveglia alle 5.45, coprifuoco alle 22, lavoro nella mensa. Sono mesi difficili per Rozier, che spesso si ritrova di notte nel suo letto a piangere.

Ma l’anno dopo finalmente accede a Louisville. E vi accede profondamente cambiato, più maturo e più consapevole dei suoi mezzi. Il resto è solo il giusto riconoscimento per i suoi sacrifici: 2 anni a Louisville da assoluto protagonista, conditi con una Final eight, l’approdo in NBA nel 2015 con la sedicesima scelta, indossando la canotta della franchigia più titolata di sempre, 2 anni ai Celtics tra alti e bassi, in attesa dell’occasione della vita, infine la consacrazione. Per capire di che pasta sia fatto basta vedere la prima da titolare, il 31 gennaio scorso: tripla doppia da 17 punti, 11 rimbalzi e 10 rimbalzi e una voglia di spaccare il mondo impressionante.

Con l’infortunio di Irving Scary Terry si carica la squadra sulle spalle. Gli avversari nemmeno lo conoscono, ma già lo temono. Che sia portar palla nei momenti clou, tirare un tripla quando la palla scotta o prendere un rimbalzo, lui non si tira fa pregare. Può sbagliare, ma di certo non si tira indietro. E sono in tanti a tifare per lui, da mamma Gina e nonna Amanda sugli spalti, al padre in carcere, con la cella tappezzata di foto del figlio.

La stagione non si è conclusa come sperava, ma non importa. Terry è un ragazzo del ’94, con la testa sulle spalle e un potenziale spaventoso. Non è più un underdog, ora tutti sanno di cosa è capace. E se continua a migliorarsi in questo modo, a credere sempre di più in se stesso, ne vedremo delle belle. E se c’è un avversario da temere, quello è Scary Terry.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending