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Storia di un biglietto: Venezia-Padova, l’eterna sfida tra “contadini” e “gondolieri”

Simone Meloni

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È una serata di fine novembre. Il vento soffia gelido in Piazzale Roma. Venezia è il solito crocevia di turisti che caoticamente si riversano lungo le sue calli e nella sempiterna Piazza San Marco. Venezia è un luogo magico che sistematicamente viene svestito in maniera maldestra da quello che oggi chiamano “consumismo sfrenato”: l’esagerazione nel fare le foto, l’ossessione di alcuni gitanti nel gettare cibo in terra per i piccioni e – diciamocela tutta – l’atavica ignoranza di quelli che non hanno ben capito quanto cotanto gioiello e patrimonio della cultura mondiale sia pur sempre una città. Con i suoi abitanti e i suoi sentimenti. Poco inclini a esser trattati come un bel souvenir da guardare per poi mandare al macero pochi istanti prima di salire sul treno che riporta verso casa.

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Si potrebbe parlare di Venezia, della sua bellezza e della sua unicità per giorni interi. Ma si farebbe un torto a quello che abitualmente non si vede. E che puntualmente si può assaporare concedendosi una camminata fuori dal normale: da Piazzale Roma allo stadio Pierluigi Penzo. Senza battello ma armati di pazienza e buone scarpe. Poco meno di quattro chilometri tra ponti, canali e la luce della luna che in questa fredda serata novembrina si infrange nell’acqua della Laguna. I nomi delle calli scritti rigorosamente in dialetto e la ferrea divisione in Sestieri (le sei zone in cui è ripartita Venezia) che campeggia un po’ ovunque: Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Santa Croce, San Marco, San Polo. Anche e soprattutto nelle gondole, dove il ferro di prua è caratterizzato da sei denti che rappresentano le zone di cui sopra, oltre alla Giudecca (il dente rivolto all’indietro), il cappello del Doge, il Ponte di Rialto e il Canal Grande. “Cosa significa Fondaco?” chiedo ingenuamente a un autoctono leggendo una targa. Il fondaco, nel Medioevo, altro non era che un magazzino, spesso utilizzato anche come alloggio dai mercanti stranieri. Basti pensare al Fondaco dei Turchi o a quello dei Tedeschi. Insomma, quando si guarda anche il più piccolo aspetto della città di Venezia bisogna prima conoscerne un minimo di storia per decifrarne appieno il significato.

E questo accenno di storia abbraccia perfettamente quasi ogni incontro sportivo tra le province venete. C’è il derby col Padova. Dopo sette anni. C’è di nuovo un Venezia pronto ad ammaliare il proprio pubblico e dare battaglia per conquistare la Serie B, mentre dall’altra parte della barricata il sodalizio biancoscudato si è fatto largo lentamente tra le big di questo torneo e ora impensierisce un po’ tutti. Una mina vagante impazzita. Con una tifoseria entusiasta che non è riuscita a polverizzare tutti i biglietti del settore ospiti solo a causa dell’infelice orario in cui si disputerà questa sfida: lunedì alle 20.45. Un vero colpo basso per chi il giorno dopo deve lavorare e contestualmente fare i conti con gli spostamenti tutt’altro che agevoli tra la terraferma e lo stadio.

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Eppure il grosso dei supporter padovani c’è ed ha scelto il treno per raggiungere il capoluogo. Meno di trenta minuti a bordo di un regionale per regalare una sfida calda e sentita a intere generazioni che, un po’ per un fattore meramente sportivo e un po’ per l’introduzione della tessera del tifoso, non avevano mai respirato l’aria di questa partita. Il Veneto è una delle tante regioni italiane che si porta dietro un antico retaggio di rivalità legate alla storia delle sue città. Aneddoti che permeano nei secoli e vanno spesso a intersecarsi con sgarbi e dispetti perpetrati da una città all’altra. Così Venezia-Padova non si limita a essere il derby tra i “caga in acqua” o “magna alghe” veneziani e i “campagnoli” o “luamari” (letamai) patavini ma l’incontro tra due entità che hanno sempre affermato la propria estraneità l’una dall’altra. Beninteso che le “storiche” esultanze di Roberto Muzzi (che andando in gol con la maglia del Padova in un derby imitò un gondoliere) e Scantamburlo (il quale segnando con la maglia arancioneroverde irrise gli avversari mimando una gallina) restano pagine “epiche” nella cronologia guascona del match. Una bella testimonianza su cosa sia la rivalità tra le due città ce la offre lo scrittore vicentino Ferreto dei Ferreti, attivo principalmente all’inizio del 1300; nella sua Historiae rerum in Italia gestarum vengono infatti descritte diverse ostilità consumatesi per la difesa del territorio e l’approvvigionamento di quello altrui.

Così, come spesso succede, il calcio funge da vera e propria trasposizione storica ai giorni d’oggi. Per buona pace dei benpensanti di turno, determinate dispute sono ancora vive nell’anima degli italiani e sebbene oggi non si combattano più a cavallo o armati di fucile (fortunatamente) godono ancora di una loro malcelata celebrazione durante gli eventi sportivi, le feste patronali e le tante gare contradaiole che si svolgono ancora a pieno regime in tante parti della Penisola.

Via Garibaldi (l’unica a portare il prefisso di “Via” in tutta Venezia) pullula di ragazzi e ragazze intenti ad affollare le “cicchetterie” mentre annodano più stretta la sciarpa arancioneroverde al collo, per coprirsi dal freddo che si fa sempre più incombente. C’è una Venezia vera e genuina da queste parti. Fatta quasi esclusivamente di veneziani. Il sestiere Castello è forse una mosca bianca, dove tutti ancora si conoscono e si aiutano quasi fossimo in un paesino a parte. E dove la vicinanza dell’Arsenale fa tornare indietro nei secoli, immaginando le possenti navi qui fabbricate con cui la Serenissima era solita contrastare vere e proprie potenze come gli Ottomani. Una Venezia che si fa romanticamente spettrale inoltrandosi oltre il Parco della Biennale e passeggiando tra le distese di panni sospesi in aria tra un palazzo e l’altro. Un piccolo anfratto di Sud che rimanda ad altre città di mare della nostra Italia. C’è un po’ di Napoli e un po’ di Genova.

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Dietro un angolo sbuca finalmente lo stadio, sull’isola di Sant’Elena. I tifosi del Padova stanno sbarcando e lanciano all’indirizzo dei “cugini” diverse invettive. Tutto come da copione: il derby è ufficialmente iniziato. Le motonavi della polizia e dei carabinieri fanno la spola esattamente di fronte all’ingresso principale dello stadio, mentre una cospicua fila si è ormai assembrata di fronte agli ingressi. Il Penzo (che deve il suo nome a un aviatore veneziano morto ad inizio secolo durante un’operazione di salvataggio) trasuda storia da ogni sua porticina e da ogni sua gradinata, sebbene negli anni abbia subito numerosi interventi e rifacimento e soltanto la tribuna coperta sia rimasta quella originaria. Resta, ad oggi, uno degli stadi più vecchi ancora “in attività”. Dal 1913 – se si fa eccezione per il momentaneo trasferimento al Baracca di Mestre per lavori di ristrutturazione tra il 1987 e il 1991 – il calcio lagunare ha conosciuto qua tutti i suoi successi (tra cui spicca la Coppa Italia del 1941 vinta contro la Roma) e tutte le sue disgrazie. Il terribile tornado del 1970 ha provato a spazzarlo via e sebbene da decenni si parli di uno stadio da costruire sulla terraferma (negli ultimi anni la zona individuata era quella di Tessera, dove sorge anche l’aeroporto) il Penzo resta a tutti gli effetti la casa dei pallonari veneziani.

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Rimangono indelebili negli occhi degli sportivi locali, oltre alle tribune avvicinate al campo grazie all’eliminazione della pista d’atletica, le curve ampliate in occasione degli ultimi campionati di Serie A disputati (a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila) con Zamparini presidente (nonché fautore dell’unione tra il vecchio FC Venezia e il Mestre Calcio nel 1987, da cui il colore arancioneroverde). Settori popolari in grado di contenere circa 5.000 tifosi che al saltellio degli stessi erano soliti “tremare”, lasciando forse intendere criteri di sicurezza tutt’altro che eccellenti (bisogna sempre pensare, inoltre, ai forti agenti atmosferici di una zona così particolare).

Dalla città dei “gran dotori” sono arrivati in buon numero e per un forestiero è sempre enigmatico assistere alle schermaglie in dialetto. Soprattutto se il dialetto è quello veneto: distante tanti chilometri dal mio, incomprensibile a tratti, armonioso per certi versi e divertente in alcune sue particolari locuzioni. Peraltro Padova è una degna rivale – anche in fatto di storia, cultura e bellezza – di Venezia. I biancoscudati portano con sé la nobiltà del Prato della Valle, di Piazza dei Signori e di Piazza delle Erbe. La solennità e l’autorevolezza della Basilica di Sant’Antonio e del Palazzo della Ragione. “Venezia la bella, Padova sua sorella” dice un proverbio popolare.

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È battaglia in campo. Non si risparmiano i colpi. Il più quotato Venezia va in vantaggio cono uno sfortunato autogol di De Risio ma Dettori, Russo e Neto Pereira ribaltano il risultato regalando un’incommensurabile gioia ai propri tifosi. Se sul rettangolo verde i colpi bassi, i cartellini rossi e le proteste non si placano, sugli spalti la contesa è ancora più bella, effervescente e colorata. Condita dalle coreografie, dai cori, dalle torce e dai fumogeni. Manco a dirlo tutto questo folklore sarebbe in parte vietato dai burocrati che gestiscono il pallone in Italia. Manco a dirlo è la parte più bella e destinata a rimanere impressa negli occhi, nel cuore e nella mente degli oltre settemila che in questa sera hanno gremito i vetusti spalti del Penzo. Così come eterni rimangono gli sfottò e gli striscioni di scherno. Perché se derby dev’essere tutto questo non può mancare. Si è visto in questa serata, quando a distanza di anni si è rigiocato un Venezia-Padova a tutti gli effetti. Senza divieti e senza porte chiuse. Sembra incredibile, ma in un calcio che va eticamente al contrario di una società volta a favorire gli spostamenti e le interazioni, questa è già una grande vittoria.

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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