È una serata di fine novembre. Il vento soffia gelido in Piazzale Roma. Venezia è il solito crocevia di turisti che caoticamente si riversano lungo le sue calli e nella sempiterna Piazza San Marco. Venezia è un luogo magico che sistematicamente viene svestito in maniera maldestra da quello che oggi chiamano “consumismo sfrenato”: l’esagerazione nel fare le foto, l’ossessione di alcuni gitanti nel gettare cibo in terra per i piccioni e – diciamocela tutta – l’atavica ignoranza di quelli che non hanno ben capito quanto cotanto gioiello e patrimonio della cultura mondiale sia pur sempre una città. Con i suoi abitanti e i suoi sentimenti. Poco inclini a esser trattati come un bel souvenir da guardare per poi mandare al macero pochi istanti prima di salire sul treno che riporta verso casa.

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Si potrebbe parlare di Venezia, della sua bellezza e della sua unicità per giorni interi. Ma si farebbe un torto a quello che abitualmente non si vede. E che puntualmente si può assaporare concedendosi una camminata fuori dal normale: da Piazzale Roma allo stadio Pierluigi Penzo. Senza battello ma armati di pazienza e buone scarpe. Poco meno di quattro chilometri tra ponti, canali e la luce della luna che in questa fredda serata novembrina si infrange nell’acqua della Laguna. I nomi delle calli scritti rigorosamente in dialetto e la ferrea divisione in Sestieri (le sei zone in cui è ripartita Venezia) che campeggia un po’ ovunque: Cannaregio, Castello, Dorsoduro, Santa Croce, San Marco, San Polo. Anche e soprattutto nelle gondole, dove il ferro di prua è caratterizzato da sei denti che rappresentano le zone di cui sopra, oltre alla Giudecca (il dente rivolto all’indietro), il cappello del Doge, il Ponte di Rialto e il Canal Grande. “Cosa significa Fondaco?” chiedo ingenuamente a un autoctono leggendo una targa. Il fondaco, nel Medioevo, altro non era che un magazzino, spesso utilizzato anche come alloggio dai mercanti stranieri. Basti pensare al Fondaco dei Turchi o a quello dei Tedeschi. Insomma, quando si guarda anche il più piccolo aspetto della città di Venezia bisogna prima conoscerne un minimo di storia per decifrarne appieno il significato.

E questo accenno di storia abbraccia perfettamente quasi ogni incontro sportivo tra le province venete. C’è il derby col Padova. Dopo sette anni. C’è di nuovo un Venezia pronto ad ammaliare il proprio pubblico e dare battaglia per conquistare la Serie B, mentre dall’altra parte della barricata il sodalizio biancoscudato si è fatto largo lentamente tra le big di questo torneo e ora impensierisce un po’ tutti. Una mina vagante impazzita. Con una tifoseria entusiasta che non è riuscita a polverizzare tutti i biglietti del settore ospiti solo a causa dell’infelice orario in cui si disputerà questa sfida: lunedì alle 20.45. Un vero colpo basso per chi il giorno dopo deve lavorare e contestualmente fare i conti con gli spostamenti tutt’altro che agevoli tra la terraferma e lo stadio.

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Eppure il grosso dei supporter padovani c’è ed ha scelto il treno per raggiungere il capoluogo. Meno di trenta minuti a bordo di un regionale per regalare una sfida calda e sentita a intere generazioni che, un po’ per un fattore meramente sportivo e un po’ per l’introduzione della tessera del tifoso, non avevano mai respirato l’aria di questa partita. Il Veneto è una delle tante regioni italiane che si porta dietro un antico retaggio di rivalità legate alla storia delle sue città. Aneddoti che permeano nei secoli e vanno spesso a intersecarsi con sgarbi e dispetti perpetrati da una città all’altra. Così Venezia-Padova non si limita a essere il derby tra i “caga in acqua” o “magna alghe” veneziani e i “campagnoli” o “luamari” (letamai) patavini ma l’incontro tra due entità che hanno sempre affermato la propria estraneità l’una dall’altra. Beninteso che le “storiche” esultanze di Roberto Muzzi (che andando in gol con la maglia del Padova in un derby imitò un gondoliere) e Scantamburlo (il quale segnando con la maglia arancioneroverde irrise gli avversari mimando una gallina) restano pagine “epiche” nella cronologia guascona del match. Una bella testimonianza su cosa sia la rivalità tra le due città ce la offre lo scrittore vicentino Ferreto dei Ferreti, attivo principalmente all’inizio del 1300; nella sua Historiae rerum in Italia gestarum vengono infatti descritte diverse ostilità consumatesi per la difesa del territorio e l’approvvigionamento di quello altrui.

Così, come spesso succede, il calcio funge da vera e propria trasposizione storica ai giorni d’oggi. Per buona pace dei benpensanti di turno, determinate dispute sono ancora vive nell’anima degli italiani e sebbene oggi non si combattano più a cavallo o armati di fucile (fortunatamente) godono ancora di una loro malcelata celebrazione durante gli eventi sportivi, le feste patronali e le tante gare contradaiole che si svolgono ancora a pieno regime in tante parti della Penisola.

Via Garibaldi (l’unica a portare il prefisso di “Via” in tutta Venezia) pullula di ragazzi e ragazze intenti ad affollare le “cicchetterie” mentre annodano più stretta la sciarpa arancioneroverde al collo, per coprirsi dal freddo che si fa sempre più incombente. C’è una Venezia vera e genuina da queste parti. Fatta quasi esclusivamente di veneziani. Il sestiere Castello è forse una mosca bianca, dove tutti ancora si conoscono e si aiutano quasi fossimo in un paesino a parte. E dove la vicinanza dell’Arsenale fa tornare indietro nei secoli, immaginando le possenti navi qui fabbricate con cui la Serenissima era solita contrastare vere e proprie potenze come gli Ottomani. Una Venezia che si fa romanticamente spettrale inoltrandosi oltre il Parco della Biennale e passeggiando tra le distese di panni sospesi in aria tra un palazzo e l’altro. Un piccolo anfratto di Sud che rimanda ad altre città di mare della nostra Italia. C’è un po’ di Napoli e un po’ di Genova.

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Dietro un angolo sbuca finalmente lo stadio, sull’isola di Sant’Elena. I tifosi del Padova stanno sbarcando e lanciano all’indirizzo dei “cugini” diverse invettive. Tutto come da copione: il derby è ufficialmente iniziato. Le motonavi della polizia e dei carabinieri fanno la spola esattamente di fronte all’ingresso principale dello stadio, mentre una cospicua fila si è ormai assembrata di fronte agli ingressi. Il Penzo (che deve il suo nome a un aviatore veneziano morto ad inizio secolo durante un’operazione di salvataggio) trasuda storia da ogni sua porticina e da ogni sua gradinata, sebbene negli anni abbia subito numerosi interventi e rifacimento e soltanto la tribuna coperta sia rimasta quella originaria. Resta, ad oggi, uno degli stadi più vecchi ancora “in attività”. Dal 1913 – se si fa eccezione per il momentaneo trasferimento al Baracca di Mestre per lavori di ristrutturazione tra il 1987 e il 1991 – il calcio lagunare ha conosciuto qua tutti i suoi successi (tra cui spicca la Coppa Italia del 1941 vinta contro la Roma) e tutte le sue disgrazie. Il terribile tornado del 1970 ha provato a spazzarlo via e sebbene da decenni si parli di uno stadio da costruire sulla terraferma (negli ultimi anni la zona individuata era quella di Tessera, dove sorge anche l’aeroporto) il Penzo resta a tutti gli effetti la casa dei pallonari veneziani.

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Rimangono indelebili negli occhi degli sportivi locali, oltre alle tribune avvicinate al campo grazie all’eliminazione della pista d’atletica, le curve ampliate in occasione degli ultimi campionati di Serie A disputati (a cavallo tra gli anni novanta e i primi duemila) con Zamparini presidente (nonché fautore dell’unione tra il vecchio FC Venezia e il Mestre Calcio nel 1987, da cui il colore arancioneroverde). Settori popolari in grado di contenere circa 5.000 tifosi che al saltellio degli stessi erano soliti “tremare”, lasciando forse intendere criteri di sicurezza tutt’altro che eccellenti (bisogna sempre pensare, inoltre, ai forti agenti atmosferici di una zona così particolare).

Dalla città dei “gran dotori” sono arrivati in buon numero e per un forestiero è sempre enigmatico assistere alle schermaglie in dialetto. Soprattutto se il dialetto è quello veneto: distante tanti chilometri dal mio, incomprensibile a tratti, armonioso per certi versi e divertente in alcune sue particolari locuzioni. Peraltro Padova è una degna rivale – anche in fatto di storia, cultura e bellezza – di Venezia. I biancoscudati portano con sé la nobiltà del Prato della Valle, di Piazza dei Signori e di Piazza delle Erbe. La solennità e l’autorevolezza della Basilica di Sant’Antonio e del Palazzo della Ragione. “Venezia la bella, Padova sua sorella” dice un proverbio popolare.

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È battaglia in campo. Non si risparmiano i colpi. Il più quotato Venezia va in vantaggio cono uno sfortunato autogol di De Risio ma Dettori, Russo e Neto Pereira ribaltano il risultato regalando un’incommensurabile gioia ai propri tifosi. Se sul rettangolo verde i colpi bassi, i cartellini rossi e le proteste non si placano, sugli spalti la contesa è ancora più bella, effervescente e colorata. Condita dalle coreografie, dai cori, dalle torce e dai fumogeni. Manco a dirlo tutto questo folklore sarebbe in parte vietato dai burocrati che gestiscono il pallone in Italia. Manco a dirlo è la parte più bella e destinata a rimanere impressa negli occhi, nel cuore e nella mente degli oltre settemila che in questa sera hanno gremito i vetusti spalti del Penzo. Così come eterni rimangono gli sfottò e gli striscioni di scherno. Perché se derby dev’essere tutto questo non può mancare. Si è visto in questa serata, quando a distanza di anni si è rigiocato un Venezia-Padova a tutti gli effetti. Senza divieti e senza porte chiuse. Sembra incredibile, ma in un calcio che va eticamente al contrario di una società volta a favorire gli spostamenti e le interazioni, questa è già una grande vittoria.

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