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Calcio

Storia di un biglietto: Atalanta-Roma, la partita che vogliono far morire

Simone Meloni

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“Cucs, visti da qua siete ancora più terroni”. Alle menti proibizioniste e bigotte che popolano il football al giorno d’oggi potrebbe sembrare l’ennesima idea sgarbata di quelle bestie manigolde con la sciarpa al collo. Ai più addentrati e amanti del mondo curvaiolo invece risuonerà soave come un concerto di Mozart. La stagione 1987/1988 vede l’Atalanta (retrocessa l’anno prima in Serie B) prender parte alla Coppa delle Coppe, in virtù della finale di Coppa Italia persa l’anno precedente con il Napoli Campione d’Italia. Arriverà fino alla semifinale dove il sogno verrà infranto dai belgi del Mechelen, futuri vincitori. E questo striscione, esposto all’esordio contro i gallesi del Merthyr Tydfil, sarà uno dei simboli di quella competizione.

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Il Cucs (Commando Ultrà Curva Sud) in quegli anni è il cuore del tifo romanista. Uno dei gruppi che in Italia fanno scuola. Chi oggi ha qualche capello bianco e sa dilettare i propri interlocutori con storie dell’epoca, vi racconterà menadito del gemellaggio esistente tra le due fazioni a inizio anni ottanta. Perché, malgrado ciò che la morale comune vuol far passare, le curve degli stadi sono stati (e in parte lo sono tutt’oggi) dei veri e propri poli in grado di aggregare e assembrare persone di ogni estrazione sociale, politica e geografica. Posti così profondi e variegati da creare interazioni impensabili, favorite comunque da una società paradossalmente più aperta e vogliosa di scoprire ciò che la circondava. “Avevamo poco, ma avevamo tutto”, mi raccontò una decina di anni fa un signore sulla quarantina, in un anonimo Roma-Messina. Aveva probabilmente ragione. Lui ricordava con simpatia un altro striscione, della Sud, sempre negli anni ’80. “Atalantino Idiota Del Settentrione”, con le iniziali a formare l’acronimo AIDS. Oggi sarebbero scattate multe e chiusure dei settori, allora veniva interpretato per ciò che era: uno striscione fine a se stesso, peraltro inserito perfettamente in un contesto di profonda tensione sociopolitica tra Nord e Sud. Ci vorrebbe meno moralismo e più elasticità mentale alle volte. Ma si sa, nel 2016 i click chiamano e i lettori non comprano giornali che non sanno riportare titoloni e articoloni sensazionalistici pure per descrivere il più stupido degli eventi.

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Atalanta-Roma non è una partita qualunque. Nerazzurro e giallorosso sono bande cromatiche che già di loro si contrastano aspramente. E noi che siamo malati quelle maglie ce le figuriamo sempre nella fanghiglia della Brumana o sotto un diluvio all’Olimpico, in un contrasto cruento tra Nela e Stromberg. Sarebbe stato bello affrontare il suo aspetto antropologico l’indomani della sfida di campionato dello scorso novembre. Ma abbiamo dovuto analizzare e smontare in fretta e furia buona parte delle inesattezze riportate a corollario delle tensioni registrate al termine della gara. Un peccato, perché come sempre in Italia si vuole drammatizzare, terrorizzare e distogliere l’attenzione invece che fare cronaca, prevenire, riflettere e raccontare storie che hanno reso la gioventù di tante persone migliore e ricca di aneddoti. Narrare, per il sottoscritto, rappresenta l’aspetto più interessante e formativo della propria professione. Perché dà l’opportunità di conoscere e abbattere paletti che, giocoforza, le nostre menti erigono di concerto con le storture offerte dal circo mediatico e dall’opinione pubblica.

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Eppure Atalanta-Roma non è mai una gara qualunque. Perché nella mediocrità in cui l’italico calcio si è ormai adagiato, rappresenta quella scintilla in grado di farti tornare ventenne almeno per novanta minuti. Al netto di divieti, limitazioni e montatura mediatica. Sia chiaro. Il mio esordio all’Atleti Azzurri d’Italia ebbe un sapore particolare. Stagione 2004/2005. Quella dei cinque allenatori, per i romanisti. Quella di una folle ricorsa alla salvezza nel girone di ritorno, per gli atalantini. Uno scontro di fine stagione che va in scena il 22 maggio. Due modi così diversi di approcciarsi al calcio. Eppure così simili. La metropoli turbolenta, passionale, non vincente ma fascinosa contro la provincia sanguigna, riservata, schiva ma dal cuore grande. Sarà anche per questo che romani e bergamaschi non si amano. In ognuno di loro c’è un pizzico di meridionalità e settentrionalità. Gli opposti che si attraggono e allo stesso tempo si respingono.

La sera prima si gioca Empoli-Genoa. Quel Genoa che a fine stagione verrà promosso in A ma sarà successivamente retrocesso in C per lo scandalo della “valigetta” di Preziosi nell’ultima sfida col Venezia. Si parte prima alla volta del Castellani, per puro spirito voyerista, e poi, a notte inoltrata, Firenze Campo Marte mi aspetta come fondamentale nodo di scambio. Là transita il treno dei tifosi diretto a Milano. Là comincia la trasferta che attendevo da una settimana. Diciassette anni e tanta voglia di vedere, fare e conoscere. Come fosse oggi ricordo la frenesia con cui il mercoledì saltai scuola per andare a prendere il biglietto. 10 Euro erano sufficienti all’epoca. Nessun documento e nessuna tessera. Semplicemente “un biglietto per il settore ospiti, grazie”. E poi l’ansia successiva. L’attesa quasi spasmodica. Il pensiero che andava sempre e comunque a Bergamo. Perché il calcio è una religione e come tale l’avvicinarsi della liturgia rappresenta il momento più importante della settimana.

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E i chilometri che passavano di stazione in stazione, con quell’odore di ferraglia che ogni tanto si impadroniva dei vagoni, annunciava che stavamo arrivando. Bergamo per noi era come andare in un altro Paese. Per chi era abituato a quelle trasferte e le aveva vissute due decadi prima non c’era quasi emozione. Ma per me il solo fatto di poter entrare in una città che ci era ostile in tutte le sue componenti e che calcisticamente voleva farci ogni tipo di sgambetto era una vera e propria palpitazione. Ho sempre rispettato gli atalantini. Una tifoseria fiera, tosta e verace. Un popolo dal quale molti dovrebbero prendere spunto. Molti di quelli che si chiedono come si faccia a tifare un club che non vince mai. Molti di quelli che non capiscono quanto il pallone sia identità territoriale, campanilismo e sfottò. E cosa c’è di male? Come quei vecchi che dai balconi e dalle strade ci lanciavano ogni tipo di offesa. Come quello stadio stracolmo in ogni ordine di posto. Deluso a fine partita, per la retrocessione sancita dallo 0-1 maturato sul terreno di gioco, ma fieri dei propri colori. Il pubblico di Bergamo, come quello di Roma, è stato spesso demonizzato. Dipinto a priori. Come quello di Roma a volte ha esagerato, compiuto degli eccessi, tuttavia ne ha sempre pagato le conseguenze. Il pubblico orobico è il cuore dell’Atalanta.  È ruvido, inospitale e profondamente attaccato a tutto quello che riguarda la Dea. Andrebbe ricordato che se la violenza è un fenomeno da condannare sempre e comunque, il folklore è un patrimonio dei nostri stadi. Sebbene negli ultimi anni si sia fatto di tutto per cancellarlo e annullarlo.

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Il gol di Cassano, l’esultanza, gli sfottò, l’acre odore delle torce e dei fumogeni e il ritorno in treno con tanti ragazzi che negli occhi avevano la mia stessa emozione. Il tifo incessante degli atalantini, la tensione del settore ospiti che si tagliava a fette e l’unisono di quei 700 cuori (all’epoca il settore ospiti era ancora confinato nell’angoletto tra Curva Sud e Tribuna Centrale) impegnati a sostenere una squadra sgangherata, che però non avevano abbandonato, anzi si erano stretti ancor più attorno ad essa. Ricordo tutto di quella giornata. Persino la nottata passata a Piazza del Popolo per ingannare il tempo nell’attesa del ritorno a casa dei miei. Per questo tornare a vedere un Atalanta-Roma dopo undici anni, stavolta dalla tribuna stampa, ha rappresentato un qualcosa di diverso. Emozionante lo stesso. Ma profondamente differente da raccontare. Con l’età che avanza la razionalità ha la meglio su molti sentimenti. E soprattutto l’idiosincrasia verso qualsiasi tipo di divieto e repressione aumenta la ragione nell’assistere a questo genere di sfide. Sappiamo che non dureranno a vita. Sappiamo, noi calciofili d’essai, che siamo destinati a vedere morire i nostri punti cardine. Perché siamo fuori luogo. Demodé direbbero quelli bravi. Perché se proviamo a dire che un Atalanta-Roma con i fumogeni, i cori ostili e le esultanze velenose è la quintessenza del calcio qualcuno è pronto a etichettarci come “ultrà ripuliti” o “fiancheggiatori dei violenti”. Perché, se da romani, ridiamo di gusto alla coreografia di qualche stagione fa della Nord, quella che con tanti piccoli carri armati e la frase “Vamos Tanque” sbeffeggiava le polemiche nate in estate per il celebre carrarmato guidato da Migliaccio che “investiva” delle macchine romaniste e bresciane, siamo dei “beceri che foraggiano i teppisti”. Suvvia, perché in questo Paese non si riesce mai a scernere la goliardia, magari anche esasperata, dalla vera violenza o dai comportamenti davvero da bollare?

Forse perché tutto ciò costituisce una grande forma di Eco (in maiuscolo non a caso). Forse perché chiudere settori popolari qualche giorno prima, punendo senza motivo chi stava per organizzare la coreografia significativa e riaprirli poi per il sacrosanto risentimento popolare (è successo lo scorso anno in occasione di Atalanta-Chievo quando la Nord aveva organizzato una giornata in memoria di Yara Gambirasio) fa parte di quel disegno volto a criminalizzare e indebolire ogni forma di aggregazione. Soprattutto se viene da uno stadio. Soprattutto se, come a Bergamo, riesce a creare eventi ludici che coinvolgono l’intera città (Festa della Dea). Allora si preferisce colpire nel mucchio. Si preferisce mettere delle barriere in mezzo a una curva, rendere uno stadio pari a un lager e vietare qualsiasi forma di tifo pena sanzione pecuniaria, accusando i tifosi di ogni amenità possibile. Perché Atalanta-Roma deve morire.

“L’Atalanta è magia, la Nord è follia!”. Brigate Nerazzurre

“La Roma è una fede, gli ultrà i suoi profeti”. CUCS Roma

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5 Commenti

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  1. Gaspare

    gennaio 5, 2017 at 12:09 pm

    “La sera prima si gioca Empoli-Genoa. Quel Genoa che a fine stagione verrà promosso in A ma sarà successivamente retrocesso in C per lo scandalo della “valigetta” di Preziosi nell’ultima sfida col Venezia.”

    No, aspetta.
    Hai già segnalato che era la stagione 2004/2005. Hai segnalato il giorno ed il mese.
    Stai parlando di Atalanta e Roma.
    Mi spieghi cosa diamine c’entra, in questo resoconto, quel periodo inerente a Empoli-Genoa ?
    Poi, capisco che eri diciassettenne allora e lo sei anche adesso.
    Purtroppo tu (come la maggior parte) non conosce a fondo la storia.
    Non è un vostro delitto il non informarvi. Ormai in quest’ Italia con un’altissima percentuale di analfabetismo che si mescola alla stessa percentuale di persone che camminano con uno smartphone in mano a scrivere pensieri grammaticalmente scorretti e pensieri inopinatamente stupidi, non mi stupisco neanche più che chi opera nel campo dell’informazione, ormai scriva per sentito dire e senza neanche la volontà di approfondire gli argomenti.
    Se tu l’avessi fatto, probabilmente manco avresti scritto quel periodo che è completamente avulso da ogni attinenza col testo che hai scritto ed al tempo stesso, questo tuo teso, lo hai sminuito e lo fai apparire solo come un inutile e banale articolo da blogger.

    Saluti

    • Gaspare

      gennaio 5, 2017 at 12:10 pm

      EDIT: “Purtroppo tu (come la maggior parte) non conosce a fondo la storia.”

      CORREZIONE: Purtroppo tu (come la maggior parte delle persone), non conosci a fondo la storia.

      Saluti

  2. Giovannino Malagò

    gennaio 5, 2017 at 3:37 pm

    Caro Gaspare (nome che peraltro ricordo con gaudio vicino a quello di Zuzzurro come ottimo comico) spero tu stia scherzando. In caso tu dica sul serio ti devi porre qualche quesito sulla tua comprensione (e soprattutto contestualizzazione) della lingua italiana. L’autore comincia il racconto della sua trasferta facendo presente che la sera prima si trovava al Castellani di Empoli, davvero non si capisce cosa ci sia di complicato nel capirlo.

  3. dolcissimo

    gennaio 6, 2017 at 12:14 pm

    calcio vintage che a noi cinquantenni lascia il dolce in bocca, la trasferta all’olimpico per noi veri atalantini e una delle cose che devi fare (slaggare?) nella vita,vedervi tutti cantare il vostro inno vendittiano (bellissimo)e sentire i vostri cori all’unisono fa un po tremare le chiappe mentre noi 4 pulmann di giovani ben compattati vi insultiamo e uno dei ricordi + belli del mio calcio che nn ce’ piu.E vero probabilmente non vinceremo mai nulla ma la storia di Davide contro Golia affascina ancora dopo 2000 anni.La partita che racconti nn l’ho vista perche temevo la fine del sogno A (ancora odio il brufoloso per quello)bel pezzo Simone ciao

  4. Manuel71

    gennaio 6, 2017 at 10:19 pm

    Bell’articolo. Era anche la mia prima a Bergamo quella e l’emozione fu tanta benché già adulto da un bel pezzo. Ma solo chi ha vissuto un certo calcio romantico può capire. E purtroppo chi dirige la baracca oggi non è romantico e nemmeno competente. Quel calcio (popolare e romantico a volte rozzo e violento) deve sparire per i tifosotti 2.0. E si perderá davvero molto.

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

.
.Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese.

 Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?
.

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescenti di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?
.
E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale perchè puro azzardo Texas legale perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati. 

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Coppa del Mondo: in Russia c’era anche l’Italia. Quella della musica

Tommaso Nelli

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C’è un’Italia che ha comunque partecipato al Mondiale in Russia. È quella della musica che, grazie al compositore Ettore Grenci, può dire anche di essersi tolta delle belle soddisfazioni. Il singolo realizzato dall’artista di origini napoletane, “United by love”, una delle canzoni di accompagnamento della rassegna iridata, nel giro di pochi giorni ha superato i 9 milioni di visualizzazioni sul canale YouTube della Warner Mùsica.
Interpretato dall’uruguagia Natalia Oreiro, star internazionale della musica pop latina, il brano, le cui parole sono di Silvia Molina (moglie dello stesso Grenci) è cantato in tre lingue – russo, inglese e dialetto castigliano – ed è un inno alla pace, all’amore e alla fratellanza.

Per Grenci, che ha realizzato l’opera con il produttore discografico Diego Córdoba e che ha dedicato al padre scomparso da poco, si tratta di un altro risultato di prestigio all’interno di una carriera che lo ha visto collaborare, fra gli altri, con altri personaggi di spicco del panorama musicale mondiale, fra i quali Demi Lovato, Marc Anthony e Ricky Martin.
Proprio quest’ultimo, rimanendo in tema di canzoni mondiali, fu l’interprete de ‘La copa de la vida’, colonna sonora dell’edizione di ‘Francia’ 98′, culminata col successo in finale dei padroni di casa per 3-0 sul Brasile di Ronaldo.
A differenza del successo dell’asso portoricano, quello di Grenci non è stato il singolo ufficiale della rassegna russa, riconoscimento andato a “Live it up” di Nick Jam (con la partecipazione di Era Istrefi e Will Smith), bensì uno di quelli di accompagnamento.

Un riconoscimento più che considerevole se si pensa che, dal 1962 a oggi (cioè da quando è previsto che la Coppa del Mondo abbia un suo motivo canoro), questo onore, per gli artisti italiani, era spettato soltanto al “Nessun Dorma”, con voce dell’indimenticato Luciano Pavarotti, durante “Italia’ 90”. In quell’occasione altri due artisti nostrani, Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, dettero forma a “Un’estate italiana”, canzone ufficiale della manifestazione che stampò indelebili nelle menti dei tifosi le gesta degli azzurri di Azeglio Vicini e di Totò Schillaci. E pensando anche al maestro Ennio Morricone, compositore della “Marcha del Mundial” argentino del 1978 assieme alla “Orquesta Filarmonica de Buenos Aires”, Grenci è quindi in ottima e illustre compagnia nella galleria dove s’incontrano la musica e il calcio ai suoi massimi livelli.
E l’auspicio è che le ottime intenzioni emanate da “United by love” arrivino anche alle orecchie e soprattutto al cuore della Nazionale di Roberto Mancini, spingendola a leggere nell’assenza da questo Mondiale una grande occasione per risollevare la testa e ambire a un deciso riscatto internazionale sul piano dell’immagine e dei risultati.

Non ci resta che ascoltarla..

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