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Calcio

Stop al caro biglietti, a Napoli il calcio è ancora “popolare”

Simone Meloni

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“Il Napoli ha bisogno delle sue curve. Sono il vero dodicesimo in campo. Nella nostra città il tifo è viscerale. Siamo legatissimi a quello che il calcio rappresenta per la città. Per questo l’abbassamento dei prezzi nei settori popolari già a partire dalla gara con la Roma rappresenta una vittoria del buon senso. Così esordisce Carmine Sgambati, presidente della Commissione Sport del Comune di Napoli, riunitasi la scorsa settimana per analizzare la proposta di contenimento del prezzo dei biglietti partita dall’avvocato Emilio Coppola e basata sulla convenzione esistente tra Comune e SSC Napoli per l’utilizzo dello stadio cittadino. Questa stabilisce che il prezzo dei biglietti per i settori popolari non debba superare i 15 Euro. Dall’inizio della stagione calcistica il club ha invece vertiginosamente incrementato il costo dei tagliandi delle due curve (40 Euro con Milan e Benfica, 25 contro Bologna e Chievo) azzerando la naturale forbice esistente con i Distinti (da cui si può godere di una migliore visibilità) dove i prezzi sono rimasti invariati, addirittura, nel caso della Champions League, inferiori a Napoli-Borussia Dortmund della passata stagione. Basti pensare che, dopo la Juventus, i partenopei sono attualmente il secondo club europeo con i biglietti più costosi in Champions League.

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Gli occupanti di tali settori hanno visto questo come un gesto di “rappresaglia” da parte del presidente De Laurentiis, da diverso tempo contestato dal tifo organizzato per la sua gestione complessiva del Napoli. Oltre al grande striscione “Settore Popolare” esposto in Curva B nelle gare succitate, i tifosi hanno perorato l’iniziativa dell’avvocato Coppola, facendo leva su una classe politica (maggioranza e opposizione) che si è dimostrata molto attenta e sensibile alla problematica. De Laurentiis ha spesso parlato della costruzione di un nuovo stadio, da 20/30.000 persone, riservato soltanto ai ceti facoltosi e simile in tutto e per tutto a un cinema. “Lui è un imprenditore – continua Sgambati – e giustamente guarda al business, ma i napoletani sono abituati ad avere presidenti passionali e attaccati alla propria storia. Bisogna trovare una via di mezzo. Per ora la priorità è quella di riportare la gente di ogni estrazione sociale al San Paolo. Inviteremo il presidente in Commissione e il consiglio voterà la convenzione che andrà in direzione sinergica tra tutte le parti, per convogliare le note positive sia della società che dei tifosi”.

Quello della convenzione, come spiega l’avvocato Coppola, è un problema annoso, che ha creato un vero e proprio contenzioso tra Comune e società: “È scaduta da un anno e mezzo – racconta – De Laurentiis non l’ha rinnovata, non provvedendo a pagare il canone di locazione e sostenendo che il suo contributo era già pervenuto quando, con l’uscita della Legge Amato, si fece carico di alcuni lavori di ammodernamento, tra i quali l’istallazione dei tornelli che costò 3 milioni di Euro e che, secondo lui, andavano a compensare i futuri campionati. Di contro, non rinnovando la convenzione si è andati avanti a chiamata individuale, e attualmente il Comune vanta un credito nei confronti della società. Tanto che in più di un’occasione è stato ribadito come il Napoli occupi il San Paolo abusivamente”.

Ma a quanto ammonta l’affitto dello stadio? “650.000 Euro, il più basso tra le grandi città italiane. A Roma il Coni chiede 3 milioni mentre a Milano il comune ne pretende 7. Certo – ammette –  a onore del vero va detto che da noi l’utilizzo è consentito al club solo il giorno della partita e fino a sei ore dopo, a causa della presenza di palestre e impianti sportivi al di sotto del San Paolo. Tuttavia va anche sottolineato come nella precedente convenzione il Napoli non si facesse carico del servizio di viabilità, diversamente da quanto fanno Milan e Inter ad esempio, le quali supportano gli oneri spettanti alla Polizia Municipale”.

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Colpire i settore frequentati solitamente dal “popolo” è stata senza dubbio una scelta che ha acuito ancor più la frattura esistente tra presidenza e tifosi. “Il fulcro di tale convenzione – continua Coppola – è la fruizione dell’impianto sportivo anche da parte della classe popolare e dei tifosi meno abbienti. De Laurentiis è rimasto sicuramente insoddisfatto dal rifiuto del Comune di eseguire i lavori di migliorie nella zona della tribuna autorità e della Sky Box. Si è ritenuto, di contro, più giusto mettere mano ai servizi basilari. Per rimettere in sesto completamente l’impianto di Fuorigrotta servirebbero 4/500 milioni, che ovviamente il Comune non ha. Chiaramente ora bisognerà ridiscutere tutto per trovare un punto d’intesa”.

Il manipolo di tifosi accorsi sotto Palazzo San Giacomo testimonia la sincronia di una Napoli ragioniera, combattiva e lungimirante. “Sgambati – evidenzia – ha convocato la commissione a cui hanno partecipato anche il capo gabinetto del Comune Attilio Auricchio, diversi personaggi della maggioranza e dell’opposizione per l’occasione coesi e l’Assessore Ciro Borriello. Chiaramente anche il Napoli è stato invitato, ma De Laurentiis, trovandosi in Cina, ha declinato con una mail in cui poneva come condizione per la sua partecipazione che il Comune si facesse carico del biglietto aereo. Una nota di colore che però denota come spesso il suo modo di porsi non aiuti a pacificare talune situazioni. Di certo – afferma – una società privata non può disporre a proprio piacimento dello stadio cittadino. Con la nuova convenzione verrà inserita come clausola risolutiva quella dei biglietti calmierati, che per i settore popolari non dovranno superare i 15 Euro. Per quest’anno ovviamente non si potrà fare molto, soprattutto per quanto riguarda gli abbonamenti, che tuttavia attualmente rispondono a una media di 18,50 Euro a partita”.

L’aver mosso le acque ha comunque già portato un primo risultato: “Per la partita con la Roma, che in città è la più sentita assieme a quella contro la Juventus – dice – i tagliandi di curva saranno venduti a 25 Euro. Ovviamente De Laurentiis ha capito che non si poteva continuare su questa linea di scontro, ne è palese dimostrazione la nota diramata alle pay-tv in cui le stesse erano invitate a non inquadrare i settori vuoti per non provocare un’ingente perdita di sponsor. Da ciò si capisce che abbiamo toccato i tasti giusti. Perché se è vero che il pubblico che va allo stadio rappresenta il 7-8 percento del fatturato, è altrettanto vero che lo stesso permette l’esistenza del restante 92 percento. Pensate quanto possa esser difficile per una società di calcio trovare sponsor in uno stadio perennemente vuoto. È un semplice ragionamento che ha trovato l’approvazione anche dalla commissione”. Infine sulla costruzione di un nuovo stadio Coppola è laconico: “Se De Laurentiis vuol costruire un impianto ex novo, deve farlo al di fuori del territorio comunale. Su questo la giunta non transige. Un impianto sportivo non deve rappresentare soltanto l’élite della società, dato che il Napoli è uno dei fiori all’occhiello della città e l’orgoglio di tutti i napoletani”.

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Volere è potere verrebbe da dire (come dimostra questa chiacchierata televisiva tra Sgambati e Coppola) In Italia ci lamentiamo spesso di non avere impianti di proprietà ma strutture fatiscenti anche a causa della noncuranza dei Comuni, cui quasi sempre appartengono. L’esempio di Napoli ci mostra un’altra faccia della medaglia: un lavoro di “interforza” tra istituzioni, club e tifosi, magari anche con delle iniziative provenienti proprio dai primi frequentatori delle gradinate, può portare a una maggiore vivibilità dello stadio. Certo, c’è bisogno di una sinergia tra tutte le componenti, e in primis c’è bisogno della presa di coscienza da parte istituzionale di quanto lo sport debba rimanere comunque uno strumento di aggregazione popolare. Il problema del caroprezzi attanaglia buona parte degli italici tifosi, molti dei quali hanno rinunciato a seguire la propria squadra del cuore allo stadio per non dilapidare parte del proprio salario. A Roma, ad esempio, un nucleo familiare di tre persone, per assistere a un anonimo Roma-Crotone, di mercoledì alle 20,45, avrebbe dovuto spendere 75 Euro. Con tutti i problemi legati alla viabilità e alla poca fruibilità dello stadio Olimpico. Si parla spesso di modelli stranieri, dimenticando quasi sempre di citarne gli aspetti che davvero li rendono vantaggiosi e all’avanguardia. Il celebre “muro giallo” del Dortmund è “acquistabile” a circa 15 Euro, così come i settori popolari di uno squadrone chiamato Bayern Monaco. Il rendere accessibile a tutti un evento pubblico denota il grado di sviluppo culturale di un Paese. Cambiare una situazione di svantaggio è possibile. Contestando civilmente ma facendo valere i propri diritti. È l’accettazione passiva di qualsiasi cosa che, al contrario, distrugge una comunità. Rendendola asettica e poco analitica. Parliamo di calcio, è vero, ma il calcio è parte integrante della nostra società. Lo sport, il tifo e le passioni aiutano a vivere meglio. Per questo debbono essere garantiti a tutti in qualsiasi posto si definisca civile.

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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