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Calcio

Stefano Borghi: “La Liga? Non solo Barca e Real. Paragone Serie A? Infattibile. Juve-Champions, sfida (quasi) alla pari”

Federico Rana

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Abbiamo intervistato Stefano Borghi, giornalista sportivo per Fox Sports e volto storico del calcio spagnolo e sudamericano.

Stefano, a te massimo esperto della Liga, non possiamo che chiedere un commento sulla stagione calcistica in Spagna, infuocata forse ancor più degli anni scorsi.

Guarda, io credo che la Liga ci abbia dimostrato soprattutto 2 cose negli ultimi anni. La prima è che non è vero che è un campionato solo di casa per Barcelona e Real Madrid, ma è un campionato in cui possono inserirsi le altre contendenti, nonostante Barça e Real siano costantemente se non le squadre più forti del mondo sicuramente tra le prime 3-4. Seconda cosa, è diventato il campionato dal livello medio più alto al mondo, e questo lo si vede in questa stagione anche dai punti che fanno le squadre di vertice. Una volta era la Liga dei 100 punti, adesso è una Liga in cui anche Barcelona e Real trovano molti meno punti, perché è un campionato difficile. Quest’anno il Siviglia si è inserito per 2/3 di stagione, è stata una squadra bellissima perché produttiva, adesso mi sembra che per tanti motivi abbia avuto un calo lampante. L’Atletico Madrid ha avuto invece una serie di problemi nella parte centrale di stagione, adesso è in forte crescita, credo possa essere una minaccia in Champions League ed una squadra in grado di far saltare gli equilibri in Liga, però un po’ distante dalle 2 grandi che andranno a giocarsi questo campionato fino alla fine.

Una competitività, una lotta al titolo che potrebbe prolungarsi fino all’ultimo turno, come accaduto anche la stagione scorsa. Cosa che in Italia ormai sembra un’utopia. Anche se, alla fine, spesso sono le stesse squadre a lottare. Cosa c’è di diverso tra Serie A e Liga sotto questo aspetto?

Beh, Real Madrid e Barcelona sono 2 tra le squadre più forti del mondo e 2 tra i club più importanti del mondo dal punto di vista del fatturato. In questo tipo di calcio è normale che il potere economico abbia qualche ascendente sui risultati o quantomeno sulla possibilità di arrivarci. Io credo che il paragone tra Liga e Serie A al momento sia infattibile, perché la distanza è abissale. La mia impressione è che in un calcio europeo che sta allontanando sempre di più le sue squadre principali, la Juventus è rimasta attaccata alla parte di alto livello, mentre il resto della Serie A non dico sia andato alla deriva, però diciamo che sta osservando un gap in costante crescita. Io credo che la situazione sia abbastanza seria, nel senso che la Serie A è distante da Liga, Premier League e Bundesliga sotto tanti punti di vista, ed ho l’impressione che il calcio francese sia arrivata, in quanto a livello medio, vicino alla serie A, se non a qualcosa di superiore. Abbiamo visto il Lione eliminare la Roma, il Monaco fare strada in Champions League, il PSG incontrare una serata storia del Barcelona ma comunque fare 4 gol ad una squadra come il Barça. In Serie A i risultati in campo internazionale li fa solo la Juventus. Anche sulla zona retrocessione, pur essendoci un Osasuna ancora più allo sbando forse del nostro Pescara, sembra esserci più equilibrio.

Spesso è capitato, soprattutto in questa stagione, di sottolineare il divario tra le squadre di testa, e quelle di medio-bassa classifica in Italia. E’ un problema questo che affligge anche il calcio spagnolo?

Il divario c’è, però siamo davanti ad una situazione molto diversa secondo me. A parte il fatto che la borghesia della Liga, la classe medio-alta, è di una qualità certamente superiore. D’altra parte, lo dicono anche i risultati. Prendiamo ad esempio il Napoli. Quest’anno a livello internazionale è andato fuori contro il Real Madrid e ok, ma l’anno scorso è uscito contro il Villarreal in Europa League, e ancora prima è andato fuori ai preliminari di Champions contro l’Athletic Bilbao. Si sta parlando del Napoli, che è la seconda, massimo terza forza del campionato italiano, e comunque una delle protagoniste più attese della vigilia. Il Siviglia, squadra che parte come quinta, quarta della graduatoria iniziale, ha vinto per 3 anni di fila l’Europa League. Per cui, c’è una differenza di livello  globale a mio modo di vedere lampante. Poi quest’anno in Liga c’è una situazione magari un po’ diversa perché le ultime 3, soprattutto l‘ultima, l’Osasuna, sono squadre di livello inferiore rispetto le altre, per cui forse c’è una lotta salvezza forse meno accesa, ma fino agli anni scorsi ci sono state delle bagarre incredibili anche sotto, non ci sono spaccature come nel campionato italiano. Direi che un esempio lo abbiamo avuto qualche giorno fa. Il Real Madrid ha giocato contro il Leganes, alprimo campionato in Primera Division della propria storia. Era un Real rimaneggiato, senza Ronaldo, senza Kroos, con molto turnover, però il Real Madrid era sullo 0-3 dopo la prima mezz’ora, il Leganes ha chiuso il primo tempo 2-3, è riuscito a recuperare 2 gol. In Italia non immagino una partita in cui la Juventus vince 3-0 dopo mezz’ora contro qualsiasi squadra, non solo contro la quartultima, perché il Leganes è quartultimo, e la partita viene riaperta prima dell’intervallo. Perciò c’è una differenza di intensità, di minuti di gioco effettivo, che mi sembra molto chiara. L’intensità abbinata alla qualità che c’è nel calcio spagnolo, non la si può trovare da nessun altra parte secondo me.

Ponendo un confronto tra serie A e Liga, non possiamo non chiederti di un uomo che ha militato in entrambe le competizioni, sia da allenatore sia da giocare. Il suo nome è Diego Simeone. Secondo te è agli sgoccioli la sua esperienza all’Atletico Madrid?

No, credo che continuerà anche l’anno prossimo. Lui ha ridotto il contratto di 2 anni quest’estate, per cui scade nel 2018 e non nel 2020, quindi la sensazione è che l’accordo, o la volontà, sia di vivere anche la prossima stagione all’Atletico Madrid. Anche perché, la prossima stagione sarà storica. Sarà la prima nel nuovo stadio, ci saranno tante cose particolari, per cui io vedo il Cholo Simeone alla guida dell’Atletico per un altro anno. Credo  abbia voglia di prendere altre sfide, perché è nel suo carattere, perché obiettivamente i cicli iniziano e finiscono. 

Una domanda sul Siviglia. Ha cambiato tanto, in primis partendo dall’allenatore. Ti aspettavi una stagione del genere, da un club da molti etichettato come in ricostruzione?

Mi ha incantato il Siviglia, per 2/3 di stagione è stata veramente una delle cose più belle che proponesse il calcio europeo, perché ha cambiato tanto, perché è arrivato un allenatore come Sampaoli, che in Europa forse non tutti conoscevano ma che con il Cile aveva dimostrato di essere un meraviglioso nuovo che avanza, poi c’è l’abilità della società di trovare sempre dei pezzi straordinari da mettere a disposizione del club. Ora c’è una frenata che fa un pochino male, perché vedere il calo di intensità che ha avuto il Siviglia, vedere che Monchi ha annunciato l’addio al termine della stagione, vedere che Sampaoli si è fatto un pochino distrarre da qualche sirena, è un peccato, perché poi le stagioni vanno portate a compimento, se no rimangono cicli delle cosiddette incompiute. Però per tutti l’avvio di stagione del Siviglia è stato veramente ammaliante, per come ha giocato, per il livello di intensità che è riuscito a raggiungere, per le idee che ha portato, e per la trasformazione a cui sono andati incontro certi giocatori. In Liga le squadre di non primissimo piano, anche se definire non di primissimo piano il Siviglia, squadra che ha vinto per 3 volte di fila l’Europa League è forse eccessivo, però anche la quinta, la sesta, la settima della graduatoria, penso a Villarreal, Athletic Bilbao, Real Sociedad, che sta giocando un calcio meraviglioso, l’Eibar, un’altra favola bellissima e che secondo me propone un calcio molto gustoso da vedere. Questo è il campionato spagnolo, non solo Barcelona e Real Madrid.

Arriviamo al tema Champions. La Spagna l’anno scorso è stata la prima nazione nella storia a portare 5 club alla fase a gironi, quest’anno l’occasione è sfumata per la sconfitta del Villarreal nei playoff contro il Monaco. È una dimostrazione di forza, di superiorità rispetto agli altri campionati?

Io lo reputo lampante, non solo nella stagione scorsa la Spagna è stato il primo paese a portare 5 squadre alla fase a gironi di Champions, ma i club spagnoli vincono da 3 anni consecutivi sia in Champions sia in Europa League, le ultime 3 finale di Champions League sono state tra squadre spagnole (eccezion fatta per la Juventus nel 2015) mi sembra che siano dati oltremodo eloquenti.

Ora siamo ai quarti, dove su 8 squadre, 3 sono iberiche. Una di queste è il Real Madrid, che ha eliminato agli ottavi il Napoli di Sarri. Come hai visto questa sfida, dentro e fuori dal campo?

Io credo che il Napoli sia uscito a testa alta, nel senso che è riuscito a far vedere le proprie qualità di gioco. Anche dal punto di vista dell’ambiente è stato bellissimo vedere il San Paolo e i tifosi del Napoli, ci sono state ottime dimostrazioni. Il Real Madrid non ha giocato le 2 migliori partite della sua stagione, ha rispettato molto il Napoli, e tutto il movimento di calcio spagnolo ha avuto molto rispetto per il Napoli. Timore no, ma rispetto nell’approccio alla sfida ce n’è stato tanto e direi che questo è una conquista per il Napoli. Però secondo me, anche se ripeto come il Napoli sia uscito a testa altissima e sul piano del gioco abbia proposto delle cose molto belle, la differenza di valori tra le 2 squadre è chiara ed è piuttosto alta.

Adesso è il turno della Juve, scontrarsi con una grande della Liga. Stasera allo Stadium arriva il Barça…

Non la vedo come una sfida impossibile, come ho detto, la Juventus è l’unica squadra italiana che può dare del tu alle grandi del calcio internazionale. Chiaramente il Barcelona rimane il Barcelona, e dopo quello che ha fatto contro il PSG, è ancora di più il Barcelona. È squadra che mi sembra stare molto bene, nonostante la sconfitta contro il Malaga, il turno prima aveva vinto a mani basse contro il Siviglia. Ha un problema molto chiaro nella difesa, è una squadra che concede occasioni e possibilità di segnare a chiunque. E in più non ci sarà Busquets nella gara di andata a Torino, che è un giocatore determinante. Per cui io sono convinto che per la Juventus non sia uno svantaggio giocare la prima partita in casa, anzi. È vero però che sfidare il Barça vuol dire dover fare per forza un’impresa, vuol dire dover mantenere al 100% e oltre il livello di attenzione e di presenza nella partita, fino al 95’, perché squadre come Real e Barcelona possono batterti in pochi minuti, non è mai finita la partita contro di loro. Detto questo, se non proprio 50-50, io dico 55-45, perché la Juventus è una squadra che arriva ad un quarto di finale di Champions con i gradi di quella che è tra le migliori 8 squadre di Europa. Poi forse la squadra di Allegri negli ultimi tempi non è stata bellissima, bisognerà anche vedere il livello di condizione degli uomini più importanti della Juventus, penso soprattutto a Dybala. La Juventus con Dybala è una cosa, senza è un’altra.  Alla fine queste, come tutti i quarti di finale, sono da non perdere. Tutte le grandi partite sono sempre da godere. Bayern Monaco – Real Madrid è un quarto che vale una finale. Atletico Madrid – Leicester è una partita di sicuro intrigante, Borussia – Monaco è una partita potenzialmente di altissima qualità. I quarti di finale di Champions League sono il massimo del calcio mondiale

Una domanda relativa agli arbitri: come vengono vissuti in Spagna episodi più o meno clamorosi (ci viene in mente il gol non concesso al Barcelona contro il Betis) di errori arbitrali?

Hanno più o meno la risonanza mediatica. Durano un pochino meno, perché in italia spesso, come nel caso del post Juve – Inter, a mio modo di vedere si va veramente troppo per il lungo, parlando di cose di cui, ti do una mia opinione personale, sono interessato ad altri aspetti del calcio. Gli episodi hanno un’incidenza decisiva, ovvio, però una volta registrati si può passare ad altro. In Spagna non è diverso, anzi. Ci sono polemiche furibonde. Durano un filino meno, ma possono andare addirittura oltre, e spesso coinvolgono addetti ai lavori, giocatori, Piquè è uno che sui social è molto attivo da questo punto di vista. Inoltre in Spagna ci sono rivalità ancora più fiere di quelle italiane. Ci sono rivalità non solo sportive ma anche politiche. La rivalità tra Madrid e Barcelona, la rivalità tra la capitale e altri centri, come Bilbao, cose che vanno aldilà dello sport. Le ultime dichiarazioni di Piquè dal ritiro della nazionale, che ha detto che “nel palco del Bernabeu si muovono i fili di questo Paese”, ci fa capire quanto sia sentita la questione. Poi in Spagna si arriva a parafrasare labiali, si parla tantissimo perchè gli arbitri sbagliano abbastanza, così come in Italia, per cui da questo punto di vista le differenze non sono molte.

Vorremmo spostare un attimo la nostra attenzione verso il Sud America, calcio di cui sappiamo essere appassionato. A cosa è dovuto secondo te il divario tra questo calcio e quello europeo, nonostante poi numerosi club, molti anche della serie A, attingano dalla fonte del talento sudamericano?

È molto semplice, è una questione di flussi economico-finanziari. Il divario così grande tra il calcio sudamericano e quello europeo, un divario che tra l’altro continua ad allargarsi, è legato al fatto che il flusso economico è in un solo senso. Invertendo questo flusso, o anche solo bilanciando il tutto, credo che le cose sarebbero molto diverse, e forse in Sudamerica sarebbero anche davanti agli europei. Però le cose stanno così, i sudamericani devono vendere i loro migliori giocatori ancora praticamente bambini agli europei per sopravvivere, e così non c’è la possibilità di progettare. È questa mediamente la motivazione per cui il calcio europeo è costantemente migliore di quello sudamericano. Però perché si va a prendere i giocatori di là, e perché i migliori del mondo, ad eccezione di un paio forse, Ronaldo e Ibrahimovic, sono tutti sudamericani, perché di là si cresce meglio, si insegna calcio meglio, c’è ancora una mentalità per cui si gioca a calcio per strada, si gioca a calcio per fame, mentre in Europa anche i settori giovanili mi sembrano abbastanza professionistici, e soprattutto in Italia, mi sembrano ad un livello preoccupante. Ma non parlo di settori giovanili di squadre professionistiche, parlo di squadre di quartiere, squadre cittadine. Ci sono situazioni molto complicate, perché i ragazzini una volta, ma neanche tanto tempo fa, quando io stesso ero ragazzino si passava il tempo a giocare fuori negli oratori, nelle strade, nei club dei quartieri. Adesso credo che i ragazzini passino più tempo davanti alla Play Station che a giocare a calcio davvero. In Sudamerica invece si gioca a calcio, tutto il giorno, per cui crescono giocatori migliori. Per questo il calcio sudamericano è bello, perché si possono vedere i campioni del domani del calcio europeo, nonostante rimangano molto indietro. Può sembrare un paradosso ma è così. Tecnica al potere, tattica quasi zero, anche preparazione fisica relativa. Poi c’è anche da sottolineare che quando si va a prendere un giocatore sudamericano il più delle volte è da aspettarlo e farlo crescere, non ci si può aspettare che renda subito. Io faccio sempre l’esempio di Dybala. Dybala i primi anni è stato considerato un pacco strapagato, e ho sentito più volte il solito discorso trito e ritrito, tra l’altro assurdo, “nella serie C italiana ci sono giocatori migliori di questi stranieri”. Non è assolutamente vero, la Lega Pro italiana è ad un livello mortificante, e Dybala oggi è, se non il migliori giocatore del calcio italiano, sicuramente tra i primi 2. Bisogna avere la giusta lungimiranza e la giusta pazienza. Poi anche in Sudamerica ci sono stati ultimamente degli esempi di cicli di alto livello, penso al River Plate di Gallardo, quello che nel biennio 2014-2015, che ha vinto Recopa, Copa Libertadores e Copa Sudamericana, ed è arrivato a giocarsi il Mondiale per Club con il super Barcelona di Luis Enrique non alla pari, perché non c’è squadra al mondo alla pari, ma secondo me in maniera assolutamente dignitosa e autorevole. Rimane però il problema che non si può progettare. Una squadra che già riesce a durare un biennio è qualcosa di atipico, perché di solito si vive a cicli di semestri, poi le squadre.

Parlando della concezione del calcio in Sudamerica, di come crescano i campioni da queste parti, non possiamo farti una domanda su Mauro Icardi, ormai tra i top player, in Italia e forse in Europa, che non viene preso in considerazione dal c.t. argentino Bauza?

Icardi di sicuro è un giocatore di caratura internazionale, e con ampi margini di miglioramento. Io non conosco personalmente Bauza, quindi non posso darti una risposta precisa. La mia sensazione è che per Icardi in Argentina ci siano difficoltà ambientali. Sono emerse diverse dichiarazioni a riguardo, anche di esponenti anche piuttosto impattanti del calcio argentino, per cui io ho l’impressione che al momento la situazione possa anche riguardare questo. Poi io credo che l’Argentina sia uno dei più grandi paradossi del calcio dell’ultimo quarto di secolo. Che l’Argentina non abbia vinto niente negli ultimi 20 anni a livello senior è qualcosa di incredibile, visti i giocatori che ha avuto a disposizione. Visto anche il momento, credo che Icardi sia da considerare, poi però lì ci sono dinamiche anche diverse oltretutto. Questo è il momento più nero, difficile e personalmente, visto che sono un amante di quel calcio, anche più deprimente del calcio argentino. Il disastro organizzativo che c’è adesso in Argentina è qualcosa che fa male, dico sinceramente.

– Qualche giocatore di particolare talento che ti senti di consigliare? Dei tuoi ‘consigli per gli acquisti’?

Guarda, avremmo bisogno di una giornata intera. Di talenti ce ne sono tantissimi, poi è ovvio che si deve valutare chi ha bisogno di cosa. Quello che dico sempre è che per chiunque, per noi che lo facciamo di mestiere, dagli addetti ai lavori ai semplici appassionati, guardare tante partite, visto che c’è la possibilità di avere un accesso illimitato all’informazione, vedere le partite, i giocatori, studiarli, farsi la propria idea, è qualcosa di bello per un appassionato di sport. Spesso si tende a fare dei paragoni che sono assurdi, quando un giocatore salta all’occhio viene etichettato come ‘il nuovo qualcuno’, o si cerca sempre di fare paragoni. Questa è una cosa che detesto: 1) perché non ha senso, ogni giocatore è a sé; 2) si mettono delle etichette ingiustificate e troppo pesanti a dei ragazzi che possono avere solo del male da questo. Lascio il gioco a chiunque, sono molto contento di fare il giornalista e non il dirigente calcistico, perché è un lavoro difficilissimo, e a volte anche ingrato. Però questo gioco è per chiunque, guardatevi le partite, divertitevi e pensate a costruite le vostre fantasquadre, o a pensare ‘la mia squadra avrebbe bisogno di questo o di quello’, perché è qualcosa di piacevole.

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

 

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

 

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese.

 Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescenti di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?
E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale perchè puro azzardo Texas legale perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati. 

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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Calcio

Sudafrica 2010: l’Africa (e le vuvuzelas) celebrano la prima volta delle Furie Rosse

Paolo Valenti

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Arrivati all’alba di un nuovo decennio, i mondiali di calcio arrivano dove finora erano stati solo immaginati. E’ il Sudafrica a farsi carico dell’organizzazione di una competizione che dello spirito pionieristico della prima edizione tenutasi nel 1930 in Uruguay in dote porta ormai poco. La FIFA di Blatter ha deciso di portare la coppa del mondo per la prima volta nel continente africano: che la nazione di Nelson Mandela, storica icona vivente della lotta all’apartheid, sia stata scelta come paese ospitante è frutto di decisioni manovrate più dagli strumenti della corruzione che da scelte liberamente sostenute. Come emerso nel 2015 dall’indagine condotta dall’FBI, infatti, il paese votato per organizzare il mondiale fu il Marocco ma il versamento di tangenti per un importo pari a dieci milioni di dollari avrebbe spinto la coppa verso il Sudafrica. Meglio, allora, parlare d’altro.

L’Italia si presenta col fregio di campione in carica come in Messico nell’86. Anche l’approccio al torneo è analogo: Marcello Lippi, tornato in panchina dopo i due anni di parentesi senza infamia e senza lode di Roberto Donadoni, giubilato dopo l’eliminazione agli Europei del 2008 rimediata ai calci di rigore con i futuri campioni della Spagna, affronta la competizione cercando un equilibrio tra chi ha vinto quattro anni prima e le forze nuove suggerite dal campionato. E’ un equilibrio difficile da trovare, soprattutto perché i candidati a rimpiazzare i campioni del mondo, per qualità tecnica e personalità, si rivelano inadeguati. Lippi si trova nella stessa situazione già sperimentata da Enzo Bearzot nel suo terzo mondiale alla guida degli azzurri e vive lo stesso destino del tecnico friulano, con una nota di demerito in più: l’Italia, infatti, non riesce a superare nemmeno il primo turno, ultima di un girone che la vede in affanno con formazioni non irresistibili come Paraguay, Nuova Zelanda e Slovacchia. Era da trentasei anni, da Germania 1974, che gli azzurri non arenavano il loro percorso al primo turno: un’amarezza sportiva sconosciuta a molti appassionati italiani.

Sono altre le nazionali che vanno avanti e si affacciano sull’Olimpo delle semifinali: l’Olanda ci ritorna dopo aver battuto un Brasile in buona parte vittima dell’irrazionale incontinenza agonistica di Felipe Melo, protagonista negativo nelle azioni dei due gol olandesi nonché di una sacrosanta espulsione; la Germania dopo aver strapazzato l’inconsistente Argentina guidata dall’inadeguato coach Diego Armando Maradona; Uruguay e Spagna raggiungono l’obiettivo soffrendo non poco per aver ragione, rispettivamente, della nazionale alfiere del calcio africano, il Ghana, e di un ostico Paraguay. Non basta un superlativo Diego Forlan a negare l’accesso alla finale agli Oranje, mentre la Germania si arrende alfine al calcio latino delle Furie Rosse spagnole, che nell’atto decisivo si impongono grazie alla zampata vincente di uno dei centrocampisti migliori di tutti i tempi. Il gol di Andrès Iniesta porta per la prima volta nella storia la Roja sul tetto del mondo.
I RISULTATI
Leggi tutti i risultati dei Mondiali di Sudafrica 2010

LE CURIOSITA’

Non c’è due senza tre

Nel 2010 in Sudafrica la nazionale olandese raggiunge per la terza volta la finale della coppa del mondo. Gli Oranje, pur poco superstiziosi, dovrebbero fare gli scongiuri visto l’andamento non positivo delle due precedenti esperienze nel 1974 e nel 1978. Nel 2010 il fatto di non dover incontrare i padroni di casa, come era successo in passato, forse rende meno problematico l’approccio alla finale, anche se alla fine il risultato, seppur in extremis, si allinea alla perfezione con le sconfitte maturate in Germania e in Argentina.

Waka Waka (This Time for Africa)

Questo il titolo della canzone ufficiale dei mondiali 2010 cantata da Shakira, la pop singer colombiana attualmente compagna del difensore del Barcellona e della nazionale spagnola Gerard Piquè. Il singolo raccolse un notevole successo nonostante le iniziali polemiche provocate da una parte dell’opinione pubblica sudafricana, che avrebbe preferito che a cantare l’inno del mondiale fosse un autoctono. Waka Waka fu una hit di quel periodo raggiungendo il numero uno delle classifiche in moltissimi paesi, tra i quali l’Italia, vendendo circa dieci milioni di “copie” in tutto il mondo. Nel video della canzone comparivano anche alcuni calciatori, tra i quali Cristiano Ronaldo e Leo Messi. 

Only for Africa

Il processo di selezione del paese ospitante la diciannovesima edizione della coppa del mondo fu aperto solo alle nazioni africane. Era molto forte, infatti, il desiderio della FIFA di portare per la prima volta il mondiale in quel continente. L’assegnazione venne ufficializzata nel 2004 a favore del Sudafrica, la cui candidatura fu preferita a quelle di Egitto e Marocco con meccanismi, come accennato in precedenza, affatto trasparenti.

La prima volta

Diverse le prime volte verificatesi in occasione del mondiale 2010: due riguardano il Sudafrica e due la Spagna. Le Furie Rosse ottengono il loro primo titolo mondiale col quale, oltretutto, diventano anche la prima nazionale europea a vincere la coppa fuori dal continente di appartenenza. Quanto al Sud Africa, oltre al già richiamato esordio come paese ospitante facente parte del continente africano, la selezione di mister Carlo Alberto Parreira è la prima nazionale padrona di casa a venire eliminata al primo turno.

Portare gioia a tutti

E’ più o meno questa la traduzione del termine Jabulani, il nome del pallone ufficiale dei mondiali 2010 che, come il precedente Fevernova del 2002, solleva diverse perplessità tra i giocatori, che ne rilevano l’anomalia delle traiettorie atta, secondo il brasiliano Julio Cesar, a rendere più difficile il compito dei portieri e a favorire l’incremento del numero di gol, tanto da arrivare a definirlo come un pallone da supermercato.

Vuvuzelas

Ancor più che per il Jabulani, le critiche dei calciatori che disputarono il mondiale si levarono a causa dell’utilizzo da parte degli spettatori delle Vuvuzelas, una sorta di trombette di plastica a corno lungo (65 centimetri) che il pubblico si divertiva a “suonare” durante lo svolgimento delle partite, generando un effetto acustico decisamente invasivo che rendeva talvolta difficile la comunicazione in campo tra giocatori. Le Vuvuzelas misero in difficoltà anche le televisioni, per le quali il frastuono di sottofondo generato dalle trombette locali andava in sovrapposizione alla cronaca delle partite affidata a giornalisti e commentatori.

LA FINALE

L’11 luglio è il giorno della finale, una data sempre evocativa per gli italiani che esattamente ventotto anni prima ebbero la fortuna di seguire i mondiali. Siamo, però, nel 2010 e al Soccer City di Johannesburg la partita che determina il vincitore della coppa del mondo se la vanno a giocare Spagna e Olanda: entrambe, in caso di vittoria, porteranno per la prima volta a casa il massimo successo. Per gli iberici è comunque l’esordio in una finale mondiale mentre gli Oranje tornano ad assaporarla dopo le deludenti esperienze di Germania 1974 e Argentina 1978. Anche se, stavolta, l’avversario non è la nazionale del paese ospitante, non c’è da stare troppo tranquilli: la squadra di Vicente Del Bosque gioca un calcio annichilente, basato sul possesso palla infinito di giocatori che, anche nei piedi dei difensori, trovano abili sponde di palleggio funzionali a un giro palla che, alla fine, riesce a trovare un modo per arrivare al gol. L’Olanda pratica un football dalle fondamenta muscolari a sostegno della classe evidente dei protagonisti avanzati: Sneijder sulla tre quarti, Robben su una delle due fasce e Van Persie nell’area avversaria. La partita è dura, spezzettata e l’arbitro, l’inglese Webb, è costretto a mettere più volte mano al taschino per usare i cartellini: a fine gara saranno ben quattordici.

Le occasioni non mancano per entrambe le squadre, talune clamorose come quelle non finalizzate da Fabregas e, soprattutto, Robben. Lo zero a zero non si sblocca nemmeno all’inizio del secondo tempo supplementare, quando il difensore olandese Heitinga viene espulso per doppia ammonizione. L’inerzia della partita sembra declinare verso i calci di rigore quando, a quattro minuti dal fischio finale, un cross verso l’area di Fernando Torres viene respinto dai difensori olandesi sui piedi di Fabregas che, dal limite dell’area, serve prontamente Iniesta: il palleggio in avanti dell’iberico serve a caricare un diagonale sul quale Stekelenburg non trova riparo. E’ il sigillo della vittoria di una squadra che col suo gioco, forse più catalano che spagnolo, avvicina il calcio europeo alle sponde del Sud America.

I PROTAGONISTI

Andres IniestaIl Don del calcio spagnolo degli anni Duemila è un giocatore che, come capita solo ai più grandi, sembra formare un tutt’uno quanto tiene la palla tra i piedi. Sarà per l’altezza (171 centimetri), per una certa rotondità del viso accentuata dall’incipiente calvizie oppure semplicemente perché, nella gestione del pallone, la fluidità dei movimenti corporei è pienamente armonizzata col rotolare della sfera, resta il fatto che Andres Iniesta, nel pur eccelso livello tecnico del centrocampo delle Furie Rosse, è il cantore principe dei campioni del mondo 2010. Capace di prender palla e giostrarla in qualunque zona del campo, Iniesta possiede la capacità inestimabile di unire elementi che spesso faticano a dialogare: la bellezza e la funzionalità, l’orpello e il risultato, l’estetica e la funzionalità. Difficile vederlo sbagliare una scelta, che sia legata al tempo di gioco, al passaggio da fare o al tiro da scoccare. Un vero califfo del centrocampo, in grado di diventare un decisivo supporto avanzato quando l’intelligenza calcistica glielo suggerisce con la naturalezza con cui tratta il pallone, come dimostrato paradigmaticamente nel gol col quale regala al suo Paese un titolo mondiale mai conquistato prima della finale di Johannesburg, con quell’alzarsi la palla per scaricarla in rete che ricorda la preparazione del gesto che milioni di ragazzini eseguono nelle strade e nei cortili di tutto il mondo. La sapienza con la quale alterna la stoccata al ricamo è il frutto di algoritmi istintivi finalizzati sempre all’efficacia della giocata che ne costruiscono la dimensione di calciatore universalmente adattabile a qualunque schema di gioco. Vincerà un altro Europeo nel 2012 e disputerà altri due mondiali, ultimo incluso, prima di mostrare gli ultimi abbagli di una classe illuminante nella terra del Sol Levante.

Diego Forlan – Se l’Uruguay dopo quarant’anni torna a classificarsi tra le prime quattro nazionali del mondo, in buona misura lo deve alle ottime prestazioni del suo attaccante più carismatico, Diego Forlan, che, in assoluto, è anche tra i migliori giocatori di tutto il mondiale. Anzi: il migliore, essendo insignito del Golden Ball award, riconoscimento assegnato al più bravo calciatore della coppa del mondo di cui, a pari merito con Thomas Mueller, Wesley Sneijder e David Villa, vince la classifica dei cannonieri. Nativo di Montevideo e icona dell’Atletico Madrid, con un passato da promettente tennista, Forlan è un attaccante di movimento che, godendo degli spazi che gli aprono compagni del calibro di Cavani e Suarez, riesce a svariare su tutto il fronte offensivo con movimenti che, in relazione alla necessità del momento, riecheggiano quelli del centravanti, dell’ala o del numero dieci. Giocatore di puro talento, si impone a critica e pubblico partendo dalle retrovie di un campionato che attendeva le meraviglie di Messi e Kakà e si ritrova a celebrare gol e assist di un ragazzo biondo capace di una leadership basata sulla ricerca dell’obiettivo comune tramite la valorizzazione del senso di appartenenza al gruppo. Pronto alle triangolazioni come all’uno contro uno, abile nel colpo di testa e nel calciare le punizioni, Forlan in Sudafrica raggiunge l’apice di una carriera che l’anno successivo lo porta anche a vestire la maglia dell’Inter. In Italia inizia una parabola discendente che non gli impedisce di partecipare alla spedizione della Celeste nel successivo campionato mondiale, quando è proprio l’Uruguay di Tabarez a condannare all’uscita anticipata gli azzurri di Prandelli.

 

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