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Stan Bowles: il più grande talento che non avete mai visto

Andrea Loiacono

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“Bowles era talento allo stato puro!”. E’ così che uno degli attaccanti più forti di sempre, Denis Law, definisce Stan Bowles. Il protagonista della nostra storia nasce la vigilia di Natale del 1948 a Collyhurst, e cresce a Moston, due dei quartieri peggiori di Manchester. Il futuro del giovane Stan sembra segnato, specie se aggiungiamo il fatto che il ragazzo non è per niente un tipo tranquillo, e che già a quindici anni inizia a prendere il vizio delle scommesse. Fortunatamente, però, riesce a stare lontano dal mondo della criminalità organizzata, perché ai furti preferisce passare intere giornate per strada a giocare a calcio con i propri amici, fra i quali Nobby Stiles e Brian Kidd, che diventeranno due colonne dei Red Devils, e il primo, anche campione del Mondo. Per lui però niente United, sono gli Skyblues del City a tesserarlo. Qui per qualche tempo ebbe anche l’opportunità di frequentare George Best, ma di lui disse “Poteva bere dalle 10 del mattino fino a mezzanotte e per me era troppo. Provai due o tre volte, ma all’uscita dal pub sbagliai strada”. Ma il talento della diciannovenne mezz’ala mancina è troppo grande per essere relegato al campionato giovanile, così nel ’67 Joe Mercer lo convoca in una partita di FA Cup, e all’esordio, Stan, realizza una doppietta. L’ottima prestazione convince l’allenatore a farlo esordire qualche giorno dopo in campionato, e viene ripagato nuovamente con una doppietta allo Sheffield United.

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Le premesse sono delle migliori, non fosse altro che il carattere di Bowles, misto al vizio delle scommesse, e a quello dell’alcol, non ne fanno proprio un soggetto facile da gestire, così, dopo tre anni passati in panchina, conditi dalla vittoria di un campionato, una coppa delle coppe, una FA Cup, ma soprattutto da varie scazzottate con il vice allenatore Malcolm Allison, Mercer decide che è arrivato il momento di venderlo. Bowles va al Bury, ma per lui sono solo cinque le presenze e a fine anno rimane svincolato. Sembra giunta la fine della sua carriera a soli ventuno anni, e vista anche la media di sessanta sigarette al giorno, sembra anche inevitabile. Ma c’è una squadra in quarta serie che gli offre una seconda chance, è il Crewe Alexandra, che gli concede un contratto di un anno, viste le sue ambizioni di promozione. Stan ricambia la fiducia con 18 gol, e poco male se la squadra non centra la vittoria del campionato, perché dalla Second Division si sono accorti che Bowles è tornato, e così Ian MacFarlane, allenatore del Carlisle United, fa spendere al proprio presidente l’irrisoria cifra di dodicimila sterline per portarlo da lui. Impatto sulla nuova categoria, devastante. A fine stagione per la mezz’ala il bottino è di 13 gol in 33 presenze, e il Carlisle United arriva al quarto posto. Tutto sembra andare bene, ma quando MacFarlane lascia la panchina dei Cumbrians, e al suo posto arriva Alan Ashman, iniziano ad esserci i primi screzi, perché il neo allenatore non tollera la vita sregolata dell’idolo della tifoseria, così, senza pensarci due volte Bowles chiede di essere ceduto.

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La fortuna di Stan però, è che a Londra, sponda Queens Park Rangers, il presidente Jim Gregory ha appena venduto la stella della squadra, Rodney Marsh, al Manchester City, e cerca un nuovo numero 10 capace di trascinare gli Hoops alla promozione in First Division. Così per poco più di 100 mila sterline, Stan Bowles passa al QPR. La stagione è delle migliori, e il manager Gordon Jago costruisce la squadra capace di essere matematicamente promossa con una giornata d’anticipo, e andare a giocare contro il Sunderland, fresco vincitore della FA Cup, con assoluta tranquillità. Poco prima del fischio d’inizio la coppa appena vinta dai Black Cats viene esposta su un tavolo appena fuori dal tunnel degli spogliatoi, a pochi metri dal campo, ma soprattutto a pochi metri dalla fascia di competenza di Bowles. Quello che succede è a dir poco incredibile, perché ad un certo punto della partita, Stan, riceve palla a metà campo, si gira, e scaglia un bolide verso la coppa, centrandola in pieno e facendola cadere. Lo stadio, dopo qualche secondo di silenzio realizza l’accaduto, e insorge contro il giocatore del QPR, tanto da fargli rischiare il linciaggio a fine partita, evitato con una repentina fuga negli spogliatoi. Sull’episodio dirà “Volevano le mie palle nei loro panini, maledetti cavernicoli del Tyne and Wear. Mi stavo annoiando e così li umiliai ancora: uno di loro fu espulso per un’entrata omicida su di me, poi realizzai una doppietta. Aspettai il portiere sulla riga dopo averlo dribblato e quando lui si buttò alla disperata per smanacciare il pallone fuori, lo toccai appena e realizzai il mio secondo gol.”

“Fu la goccia che fece traboccare il vaso: i tifosi completamente impazziti si riversarono in campo. Mi volevano uccidere, ma fortunatamente riuscii a scappare in tempo negli spogliatoi. Che cazzo, volevo solo divertirmi un po’! Non andai mai più a Sunderland, ogni volta che arrivava la partita mi inventavo un infortunio”.

Così nella stagione 1973-74 c’è il tanto atteso ritorno in First Division, il neopromosso QPR guidato dalle magie di Stan Bowles riesce ad arrivare all’ottavo posto, e a fine stagione per il protagonista della nostra storia arriva anche la prima convocazione in nazionale agli ordini del campione del mondo Sir Alf Ramsey, che lo fa debuttare a Lisbona contro il Portogallo, e poco dopo segnerà anche il suo primo gol con i “Tre Leoni” nella partita contro il Galles.

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Bowles legge una rivista lanciata dagli spalti durante un corner contro il Middlesbrough

La stagione successiva l’allenatore del QPR è il visionario seguace del calcio totale Dave Sexton, che attorno a Bowles e al capitano Gerry Francis costruisce una squadra che sin dall’inizio lotterà per il titolo contro Manchester United e Liverpool. Gli Hoops sono primi fino a tre giornate dal termine, quando perdono 3-2 con il Norwich e vengono sorpassati dai Reds, che manterranno invariato il distacco fino a fine campionato, facendo così iniziare l’epopea di Bob Paisley, ma questa è un’altra storia.

Dopo aver litigato con Ramsey, e snobbato le convocazioni di Mercer, l’allenatore che lo cacciò dal City, torna in nazionale agli ordini di Don Revie, nel ’76 per le qualificazioni al mondiale ’78, contro l’Italia, ma complice l’arcigna marcatura di Claudio Gentile, non brilla, e terminerà così la sua avventura in Nazionale.

Nel giro di soli tre anni però, la favola degli Hoops finisce, e la squadra considerata la più “simpatica” d’Inghilterra retrocede nella stagione 78-79. Si interrompe così la storia fra Bowles e il QPR. La carriera del nostro Stan non è ancora finita, perché l’assistente di Brian Clough, Peter Taylor, lo porta al Nottingham Forrest fresco campione d’Europa. Considerate le effervescenti personalità di Bowles e di Clough, come presumibile, i due hanno un burrascoso rapporto, che dopo un’annata non esaltante per la mezz’ala mancina si interrompe quando, a fine stagione, viene escluso dalla formazione titolare per la seconda finale consecutiva di Champions League, ma non accettando il verdetto della panchina, decide di non partire con la squadra per Madrid dove avrebbe poi affrontato l’Amburgo, e dopo una notte brava, decide di non svegliarsi e di disertare la convocazione, lasciando il Nottingham di Clough con un uomo in meno in panchina. Il divorzio è quindi inevitabile, e così a fine stagione scenderà di categoria, al Leyton Orient, dove rimarrà per un solo anno, alla fine del quale sposerà la sua amante storica, e andrà a giocare in terza serie con il Brentford. Decide così a fine stagione, ormai trentacinquenne di dire basta col calcio giocato, passando senza successo alla panchina, diventando vice-allenatore del Bradford, e per soli venti giorni del QPR. Si sposa quindi una terza volta, fa una piccola sosta in carcere, dopo essere stato “coinvolto” in una truffa, e si ricicla commentatore sportivo, venendo licenziato dopo poco per il suo linguaggio poco consono alla tv. Riuscirà, a fatica, a ripianare i suoi enormi debiti di gioco grazie ai guadagni di una carriera al di sotto delle reali potenzialità, essendo costretto però a chiedere un sussidio di disoccupazione.

Il 20 giugno 2015 gli verrà diagnosticato l’Alzheimer, ma noi preferiamo ricordarlo con i capelli al vento, che corre in mezzo al campo.

 

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Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Lazio, l’amarezza di una sera non cancella il valore di una stagione

Tommaso Nelli

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Sulla spiaggia lascia sempre qualcosa, la mareggiata. Detriti e bellezze, monili e chincaglierie. Da esaminare con attenzione, non appena le onde si placano. Per capire cosa tenere e cosa no. Vale anche per l’immaginario arenile di Formello. Dove se è comprensibile l’amarezza per la mancata qualificazione alla Champions League, sarebbe ora insensato trascurare i tesori depositati dai dieci mesi di una tempesta quasi perfetta.

A cominciare dalla Supercoppa Italiana, quarta della storia e seconda dell’era Lotito, vinta lo scorso agosto, al 93’, contro la Juventus, in un 3-2 cuore e orgoglio. Proprio il confronto con i bianconeri (sette scudetti e quattro coppe Italia consecutive) è la seconda perla del forziere biancoceleste. Perché la Lazio è stata l’unica, fra Italia ed Europa, ad averli battuti due volte (2-1 a Torino, con rigore respinto da Strakosha a Dybala al 97’). Nemmeno il Real Madrid c’è riuscito. Tra i gioielli, anche il miglior attacco della Serie-A (89 reti, 2.34 a partita), Immobile capocannoniere (29 gol), ma, soprattutto, una stagione da protagonista quando il copione iniziale aveva scritturato un ruolo da comparsa. Perché dei 28,9 milioni sborsati durante l’estate 2017, 11,5 erano andati per Pedro Neto e Bruno Jordão, lusitani freschi maggiorenni spediti a maturare in “Primavera”. Il restante budget perlopiù tra Marusic, pescato nella “Jupiler Pro League” (Serie-A belga) ma ben presto titolare, e Lucas Leiva, giunto dal Liverpool tra lo scetticismo generale salvo far dimenticare, in meno di un mese, quel Biglia ceduto per 17 milioni al Milan. Che ne aveva spesi ben 194 per arrivare sesto, a otto punti dai capitolini, senza mai lottare per quella Champions League suo obiettivo dichiarato e per la quale la Lazio ha invece combattuto fino a dieci minuti dalla fine del campionato. Con grinta e con ardore, sconfinando dalla normalità che l’avrebbe voluta alla periferia dell’empireo nell’eccezionalità di poterlo abitare. Una sfida che ha visto un club a dimensione economica locale fare leva sullo spessore umano dei suoi atleti per battersi alla pari contro società alimentate da capitali asiatici e americani. Una sfida che ha restituito al calcio una vena di romanticismo.

E aver generato sentimento e passione è un’altra gemma dell’annata laziale. Merito di una squadra che mai si è risparmiata, andando a volte anche oltre le proprie possibilità, e che ha sempre espresso un calcio spumeggiante. Dove ha brillato Luis Alberto, oggetto misterioso fino a dodici mesi fa, come sagace raccordo tra Immobile e il centrocampo; dove si è esaltato un futuro campione come Milinkovic-Savic; dove è stato lanciato un giovane d’avvenire come Luis Felipe. Alla prima stagione della carriera su tre fronti, Simone Inzaghi ha superato l’esame con ottimi voti. Perché la Lazio ha reso sia in campionato (terminato a pari punti con l’Inter che aveva annunciato aspettative di “Grande Europa” e a “-5” dalla Roma semifinalista di Champions), sia nelle coppe: semifinale di coppa Italia persa al settimo rigore e quarti di finale di Europa League, la migliore italiana di una manifestazione che prosciuga energie perché si gioca il giovedì sera, spesso in luoghi lontani (Kiev) o senza aeroporto (tipo Arnhem o Waregem). Tra i pregi del tecnico piacentino, aver tirato fuori il massimo da tutto il gruppo e averlo tenuto unito, recuperando un Felipe Anderson che in inverno, dopo qualche panchina di troppo, sembrava prossimo alla rottura.

Proprio il brasiliano è la chiave per aprire il baule delle chincaglierie. Dove si trova una rosa con un grosso limite per avere ambizioni in tre competizioni: l’ampia distanza, in termini di qualità, tra i titolari e le alternative.  A parte Felipe Anderson, unico alla pari della formazione maggiormente impiegata, soltanto Caceres, arrivato però a gennaio, Murgia e Lukaku si sono dimostrati all’altezza della situazione. Troppo poco per affrontare 55 partite (1,5 a settimana), impegni con le nazionali esclusi. Lucas Leiva, di fatto, non ha avuto un sostituto, perché il designato, Di Gennaro, causa anche problemi muscolari, ha disputato poco meno di 200 minuti. Anche Strakosha ha rifiatato soltanto in due occasioni. Un’inezia per un portiere del frenetico calcio odierno. Infine, sarebbe occorso anche un sostituto tecnico di Immobile. Perché Caicedo è sì un centravanti, ma di posizione, che non attacca lo spazio in velocità. Nani, invece, una seconda punta.

Dalla qualità alla mentalità. Altro limite. Alla Lazio è mancato il colpo dello scorpione, cioè saper iniettare all’avversario il veleno nel momento decisivo. A Salisburgo, sullo 0-1, fallì il raddoppio con Luis Alberto e poi crollò, subendo 3 gol in 6 minuti. Contro il Milan, in semifinale di coppa Italia, ai rigori, sull’1-0, per due volte non approfittò delle parate di Strakosha sui tiri di Rodriguez e Montolivo. In campionato, ha raccolto appena 2 punti all’Olimpico contro avversari alla sua portata come Spal, Bologna e Genoa, sprecando l’impossibile nel match-ball contro un Crotone poi retrocesso. La Champions League doveva arrivare dalle rive dello Ionio, senza aspettare un’ultima partita nella quale la motivazione del “Grande Traguardo”, ottimo omeopatico contro la stanchezza (vedi successi di fila contro Fiorentina, Samp e Torino), è stata insufficiente per stringere i denti anche nel quarto d’ora finale. Dove, al contrario, la squadra, come a Salisburgo, ha perso lucidità ed è andata in tilt al cospetto di un Inter tutt’altro che irresistibile. Da Strakosha a capitan Lulic, da De Vrij a Inzaghi: perché, sapendo d’Immobile autonomo per massimo 70’, non ha inserito Caicedo invece di chiudere senza punte di ruolo? E perché non la grintosa esperienza di Caceres, bensì Bastos, per Radu?

Nel quarto posto annegato tra gli ultimi flutti, anche più di un errore arbitrale a sfavore. Come il gol di mano di Cutrone nella sconfitta di San Siro o i calci di rigore non dati a Immobile (contro il Torino e a Cagliari) e a Lucas Leiva (contro la Juventus, all’Olimpico, sullo 0-0). Episodi che, più che sulla bontà del Var, portano a chiedersi come tanta solare visibilità sia potuta sfuggire all’occhio umano.

Dal recente passato al prossimo futuro. Dal tramonto di questa stagione la Lazio dovrà conservare il raggio verde funzionale alla nuova alba: ovvero quel felice connubio di solidarietà e spensieratezza tra giocatori e staff tecnico che l’ha spinta fino alle colonne d’Ercole del sogno. Senza di esso in uno spogliatoio sono inutili anche i migliori calciatori al mondo. Quindi scegliere prima la persona del giocatore. Perché, come scrisse Sallustio nel Bellum Iugurthinum, Concordie parvae res crescunt, discordie maximae dilabantur” (Nella concordia le piccole cose crescono, nella discordia le più grandi svaniscono). E dalle parti di Formello gli antichi hanno sempre esercitato un certo fascino.

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Giornata della Diversità: Rifugiati FC, l’Altra Faccia (Sportiva) dell’America

Paolo Valenti

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Per la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo che si celebra oggi, vi raccontiamo la storia di una scuola calcio negli Stati Uniti che ha capito che il mondo non è di un colore solo.

Tempo fa, passeggiando davanti alla libreria di casa, mi è capitato di incrociare lo sguardo sul dorso di un libro che avevo letto una decina d’anni fa: Rifugiati Football Club, scritto dal giornalista Warren St. John, al tempo reporter del New York Times. Georgia on my mind mi è venuto da pensare. Perché? Perché, proprio come l’episodio che ha coinvolto Donald Trump alla Mercedes Benz Arena lo scorso Gennaio, anche la storia vera narrata nel libro è ambientata in questo stato del sud degli Stati Uniti. Non ad Atlanta bensì a Clarkston, cittadina a una quindicina di miglia di distanza dalla capitale, nella quale Luma Mufleh, una donna giordana dal carattere adamantino, fondò la squadra dei Fugees, i rifugiati, nel giugno del 2004.

Da quattordici anni Clarkston era diventata un centro di accoglienza designato dalle organizzazioni internazionali per rifugiati, i quali si ritrovavano lì a dover inventare un futuro dignitoso per le loro vite. Come in ogni sradicamento, l’integrazione era il più grande problema da risolvere. Non solo nel paese di accoglienza ma anche nel contesto di relazione tra rifugiati che, provenienti dai luoghi più disparati, erano espressione di usanze e culture spesso in rotta di collisione. In un tessuto sociale così articolato e fragile, il carattere determinato e l’inclinazione all’impegno di Luma Mufleh trovarono nel calcio un potente strumento di condivisione delle uguaglianze e rispetto delle differenze che convinse i ragazzi a seguire regole spesso difficili da accettare per giovani alla ricerca di identità e speranza nel futuro: rinunciare al fumo e all’alcool, rispettare gli orari e l’allenatore, profondere sempre il massimo impegno. Regole di buon comportamento da seguire anche fuori dal campo di gioco per non perdersi nelle insidie della vita di chi è povero e straniero.


E’ così che ragazzi originari di Etiopia, Sudan, Liberia, Bosnia, Somalia, Congo, Iraq, Afghanistan (paesi che, presumibilmente, rientrano nella presunta definizione “shithole” per cui  Trump si sarebbe nuovamente, maldestramente accaparrato i titoli di apertura dei giornali degli ultimi giorni) hanno trovano una via per raggiungere i loro scopi. Una storia vera che mostra quel volto dell’America che oggi i media non riescono a riportare, travolti dalle continue escursioni nel campo della tracotanza di un Presidente che probabilmente la storia ricorderà come uno degli sbagli più grossi generati dalla democrazia americana. Un racconto che aiuta a svelare il volto più nobile dell’America, fatto di valori positivi e di speranza nel futuro che rende gli Stati Uniti non tanto un luogo geografico quanto, soprattutto, uno spazio nascosto nel cuore di ogni persona. Ed è rasserenante pensare che di questi valori lo sport, il calcio in questo frangente, sia riuscito a farsi strumento di traduzione nel quotidiano. Un calcio lontano anni luce dal carrozzone multimilionario che riempie i palinsesti delle televisioni di tutto il mondo ma che di quel carrozzone rimane pilastro fondamentale senza il quale tutto verrebbe a cadere. Un calcio capace di rispondere coi valori dello sport alle inevitabili difficoltà della convivenza tra popolazioni diverse, in grado di dare una risposta concreta alle sterili dichiarazioni di politici chiusi in una visione ottusa della realtà.

Una storia di sport, quella di Luma Mufleh, che è continuata negli anni diventando storia di speranza per tante giovani vite sopravvissute alla guerra: la sua organizzazione no profit Fugees Family (www.fugeesfamily.org) gestisce tutt’oggi programmi di scuola calcio e assistenza all’istruzione destinati a bambini rifugiati provenienti dalle più disparate nazioni. A dimostrazione che il calcio vero non si gioca a Stamford Bridge o al Santiago Bernabeu ma in ogni angolo del mondo dove è capace di generare felicità e speranza.

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