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Giochi di palazzo

Stadio Olimpico: Gabrielli esulta, ma la “sua” task force è un’invenzione?

Simone Meloni

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Finalmente lo stadio Olimpico pieno? Avete visto, anche con le barriere. Sono felice che sia così. È la dimostrazione che allo stadio si può andare tranquillamente”. Parola di Franco Gabrielli, ex Prefetto di Roma. L’attuale capo della Polizia ha così commentato lo svolgimento della finale di Coppa Italia tra Milan e Juve, puntando ancora una volta il dito nei confronti delle tifoserie capitoline, ree, secondo lo stesso, di rivendicare il “possesso” dello stadio Olimpico con metodi illegali e pretestuosi. Durante la finale, che ha assegnato l’undicesima coccarda tricolore alla Juventus, le due tifoserie si sono rese protagoniste di coreografie e tifo. Con tanto di non rispetto dei posti, stazionamento libero su ballatoi e vie di fuga, utilizzo di artifizi pirotecnici e striscioni affissi laddove, in quest’annata, gli esponenti delle tifoserie romanista e laziale sono stati minacciati, se non propriamente sanzionati, in caso di eguale comportamento.

Inoltre, ci duole ricordare come a Gabrielli sfugga quanto avvenuto in nottata, con l’assalto di un pullman milanista a un noto locale capitolino (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/22/juve-milan-spedizione-punitiva-di-un-gruppo-di-ultras-rossoneri-due-accoltellati-arrestato-un-tifoso/2753763/). Un qualcosa avvenuto senza un logico motivo e che cozza con la “nuova” visione di Roma, una città ormai militarizzata in nome della “safety” tanto richiesta dagli organi di controllo. Da capo della Polizia, dovrebbe probabilmente fornire maggiori spiegazioni in merito. Ci ha invece parlato di quanto il tifo allo stadio sia stato esemplare, omettendo come per juventini e milanisti si trattasse di un’occasione “unica”, non trovandosi di fronte al vero status da check-point di guerra quale l’Olimpico è stato ridotto per tutto il resto dell’anno.

Per fortuna la cosa nel prossimo campionato non mi riguarderà più direttamente. Mi sconvolge un po’ che nessuno si ricordi com’era prima la situazione. Ho fatto vedere a Pallotta le immagini della Curva Sud prima delle barriere chiedendogli se negli Usa aveva mai visto una cosa del genere. Mi ha detto no”. Oltre a chiedersi come mai se “la cosa non lo riguarderà più direttamente dal prossimo campionato” una domanda sorge spontanea : quali immagini Gabrielli ha mostrato al Presidente Pallotta? Si sente parlare di Curva Sud come di “mostro a tre teste”, citando il Questore di Roma Nicolò D’Angelo, eppure il modo di fare tifo a Roma non si è mai discostato da quello da sempre esistito nel nostro Paese. Anche nelle sue pagine di cronaca nera. Di sicuro possiamo convenire su un punto; prima delle barriere c’era una differenza sostanziale: la gente frequentava lo stadio. Oggi lo diserta. E questo ci sembra un dato di fatto inconfutabile.

A proposito di confronti con l’estero, invitiamo Gabrielli (che di calcio estero, a quanto sembra, è un esperto) a riguardare le immagini della Finale di Coppa di Scozia tra Hibernian e Rangers, con pesanti scontri e invasione di campo nel finale di gara (http://www.ansa.it/sito/notizie/sport/calcio/2016/05/21/hibernian-vince-coppa-scozia-incidenti_af1c7fb4-e81f-44c6-b903-ab1b70c8972b.html), oppure a mostrare al presidente Pallotta davvero tutte le immagini. Anche quelle del suo Paese, dove il movimento ultras sta prendendo sempre più piede, ricalcando proprio gli atteggiamenti aggregativi e folkloristici che luoghi come la Curva Sud hanno da sempre rappresentato. Ovviamente stando in piedi, usando torce e fumogeni, strumenti di tifo e tutto quello che determinate istituzioni vorrebbero eliminare (in questo video la tifoseria organizzata del Portlandhttps://www.youtube.com/watch?v=zF8bGFb859s).

Ma ciò che necessita una pronta risposta da parte di Gabrielli e delle istituzioni che da mesi tentano di giustificare le misure repressive adottate allo stadio Olimpico, è l’analisi del documento a cui le stesse fanno riferimento per fortificare le proprie tesi. Vale a dire quella Task force per la sicurezza delle manifestazioni sportive (http://www.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/nuove_misure_sicurezza_sport.pdf) risalente alla stagione 2014/2015. L’ex prefetto ha ribadito in più occasioni di “non aver fatto altro che applicare una direttiva del Ministero”.  Questa, tuttavia, da pagina 21 parla molto chiaro. Non si fa cenno all’innalzamento di barriere, semmai all’abbattimento delle stesse (sulla base di un percorso già intrapreso in diversi stadi italiani). Per quanto riguarda la riduzione dei settori, se ne parla per quelli che superano le 10.000 unità di capienza (cosa che non riguardava la Sud centrale, la quale contava 7.500 posti prima delle barriere ed era già divisa in due dalla scala gialla centrale voluta dall’ex Prefetto Achille Serra, proprio come richiesto dalla normativa). Nel documento si fa riferimento a “bandoni in materiale incombustibile che impediscono lo stazionamento e il transito delle persone e, nel contempo, arricchiscono l’estetica dello stadio anche a fini commerciali (sponsor)”, e non certo a veri e propri divisori, come quelli istallati all’Olimpico. Inoltre alle pagine 22, 23, 24 si parla chiaramente di “abbattimento di ogni tipo di barriera, anche per rendere più fruibile l’impianto”.

In relazione alla segmentazione dei settori si legge che “deve corrispondere una revisione del piano di afflusso e deflusso”, cosa che a Roma non è avvenuta in alcun modo. Anzi, vanno ricordate situazioni grottesche come quelle di Roma-Siviglia o Roma-Real Madrid, con file pericolosissime per l’incolumità personale (http://iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it/roma-real-in-fila-come-bestie-ma-per-il-prefetto-non-ce-pericolo/), oppure come la gestione dei varchi di prefiltraggio, fino a qualche mese fa, fosse stata modificata in peggio. Costringendo i titolari di una Curva Sud, ad esempio, ad entrare soltanto dai varchi adibiti per la stessa. Una rigidità che, in un impianto grande e dispersivo come l’Olimpico, concorreva soltanto a creare disagi (ed è stata infatti rivista).

Infine, sempre secondo il documento di cui sopra, anche i club dovrebbero essere consultati. “Tale segmentazione è avviata in via sperimentale, di concerto con le Leghe, negli impianti individuati in base all’interesse manifestato dal club, gestori/licenziatari degli impianti stessi o negli stadi indicati dalle Leghe stesse”. Vista la solerzia con la quale D’Angelo e Gabrielli, in questi mesi, hanno spesso punzecchiato la Roma per la sua poca collaborazione e le sue posizioni avverse alle loro decisioni, ci sentiamo di dire che anche questo punto è stato bellamente ignorato.

Di fatto ci troviamo di fronte all’interpretazione “personale” di un documento che dice tutt’altro e che, paradossalmente, andrebbe più d’accordo con la protesta dei tifosi capitolini che con la politica attuata nell’ultimo anno sportivo.

Diciamo che quanto meno ci sarebbero tutti gli elementi perché il Codacons, o qualcun altro, chieda di vederci chiaro. Affinché si riesca a venir a capo di questa situazione serve la collaborazione di tutti.

Da che mondo è mondo, esiste il tifo ed esistono i suoi eccessi, che altrove sono puniti senza la demonizzazione di intere tifoserie o interi luoghi d’aggregazione.

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  1. P.

    maggio 24, 2016 at 7:29 pm

    Ottimo articolo esplicativo di certe decisioni ad usum carrierae

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Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

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E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

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Calcio

La Casa de Julen

Lorenzo Semino

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Il piano di Lopetegui e della Federazione per mettere a segno un colpo mondiale si complica improvvisamente: la resistenza è appena cominciata o la casa di carta si sgretolerà al primo colpo di vento? Fernando Hierro e Sergio Ramos potrebbero avere la risposta.

Mai mettere i piedi in testa alla federazione spagnola, parola di Rubiales.

L’avventura del successore designato di Del Bosque con le Furie Rosse si è fermata a metà strada, dopo una lunga passeggiata di salute verso il primo posto nel girone di qualificazione al Mondiale ormai in arrivo.

LE SEI E VENTISEI – Alle 17.26 il Real Madrid comunicava l’arrivo di Julen Lopetegui sulla panchina dei Galacticos a partire dalla prossima stagione. A Krasnodar le lancette segnavano le sei e ventisei, il ticchettio costante ed incessante non avrebbe mai fatto presagire un epilogo del genere. Antonio Conte, già sicuro del posto al Chelsea al termine del campionato europeo, nell’estate del 2016 portò l’Italia sul tetto del mondo per qualche giorno proprio con la vittoria sulla Spagna. L’ex tecnico del Porto non prenderà invece mai parte al “suo” Mondiale in seguito al clamoroso esonero, comunicato dalla Federcalcio spagnola a distanza di poche ore dall’annuncio del suo approdo al Santiago Bernabeu. Tutta colpa del colpo di testa di Zidane o a sancire la fine del patriarcato sono state modalità, tempistica e la mancata comunicazione da parte dello stesso Lopetegui a Rubiales? Scherzi a parte, senza dubbio la seconda opzione.

Fernando Hierro si trova in mano una rosa senza scrupoli, disegnata da un tecnico dalle idee chiare e senza mezze misure. Forse troppo? Nato e cresciuto fra i grandi club di Spagna, la versione cartacea di FourFourTwo faceva notare in tempi non sospetti come la grande esperienza di Lopetegui (anche nelle vesti di commentatore tecnico) sarebbe stato l’asso nella manica per non farsi domare nemmeno dai media ispanofoni. Media che ora rischiano di farlo davvero a pezzetti. Squadra troppo forte per essere vera? Dipende, perché nella selezione delle 23 Furie Rosse non sempre Lopetegui ha tenuto conto di numeri e fama mondiale. La chiamata di Rodrigo Moreno Machado al posto di Alvaro Morata ne è un esempio, il benservito a Marcos Alonso per far spazio a un terzino destro come Odriozola la prova del nove.

CASA DE PAPEL –Vediamo le conseguenze solamente quando sono di fronte alle nostre narici” è una fra le tante massime pronunciate dal personaggio Tokyo nella serie televisiva più discussa del 2018 e del paese. Spicca la saggezza di Mosca, città che El Profesòr Julen non vedrà da vicino nelle vesti di allenatore della Spagna, per un gesto ritenuto come poco assennato.

Sergio Ramos, nel frattempo, pone le basi per un patriarcato ergendosi a capopopolo. Nel giorno in cui la Spagna si prepara ad accogliere Aquarius, Lopetegui salta giù dal carro proprio come Tokyo in sella alla sua Enduro e la Nazionale si getta in mare, pronta a rispondere solamente a sé stessa, il capitano del Real Madrid manda un messaggio in mondovisione dalle mura di Krasnodar: “Siamo la Nazionale, rappresentiamo uno stemma, due colori, una tifoseria, un paese intero. La responsabilità ed il nostro impegno sono tutti con voi e per voi. Ieri, oggi e domani: uniti”. Di questi tempi, aggiungerei: “Noi siamo la resistenza”.

Non ditelo a Fernando Hierro, che potrebbe avere in tasca l’origami vincente per mettere a segno il colpo perfetto. Mentre si scatena la bufera, comincia un vero patriarcato.

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Calcio

PSG vs FPF: un rapporto complicato

Emanuele Sabatino

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Il Paris Saint-Germain rischia seriamente di essere sanzionato dalla Uefa per aver infranto le regole del Financial Fair Play dovuto alle grandi spese della scorsa finestra di mercato estiva.

Il board della Uefa ha dichiarato che indagherà sulle finanze dei campioni di Francia dopo l’acquisizione di Neymar, record mondiale per un trasferimento, dal Barcellona e di Mbappe’ dal Monaco.

Le punizioni però non sono del tutto chiare: quella più leggera sarebbe una cospicua multa da pagare, le altre, sempre probabili, vanno dalla restrizione della rosa fino alla vendita forzata di alcuni giocatori per rientrare nei limiti dei regolamenti posti dalla UEFA. Altra ipotesi è quella del blocco del mercato come accaduto anche ad altre compagini.

Il presidente del club Nasser Al-Khelaifi ha aspramente criticato la decisione della UEFA di investigare affermando con forza che le finanze del club sono assolutamente in ordine e rispettose del FFP.

Il fulcro del problema che viene contestato alla squadra campione di Francia è quello di spendere soldi che non ha ma il magnate del Qatar ha ribadito all’Equipe che tutti i soldi spesi provengono da fonti lecite e legittime:

Per me onestamente sarebbe alquanto sorprendente, anormale e scandaloso essere sanzionato. Abbiamo sempre seguito le regole. E’ vero che la UEFA è stata molto dura durante i nostri colloqui e qualche volta ingiusta. Noi abbiamo fatto nulla di sbagliato. Loro sanno da dove vengono i nostri soldi. Non abbiamo debiti e abbiamo dato loro tutte le garanzie del caso”.

A rincarare la tesi ci ha pensato ieri Javier Tebas, numero uno della Liga Spagnola che ha sostenuto l’Uefa nell’apertura dell’indagine nei confronti del club transalpino, augurandosi che venga escluso dalle competizioni europee per “aver barato economicamente e le squadre eliminate da loro sono state vittime delle loro trappole”. Il suo attacco non riguarda solo il PSG ma anche il Manchester City, anch’esso in mano agli emiri e sempre nel mirino degli ispettori Uefa per le spese folli sul mercato.

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