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Giochi di palazzo

Stadio Olimpico: biometria, disinformazione e propaganda

Simone Meloni

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Sì, è vero. Il sistema di riconoscimento biometrico non è nuovo ai palcoscenici europei (basti pensare a quanto avviene al Vicente Calderon di Madrid, o alle veementi proteste dei tifosi ungheresi del Ferencvaros, sottoposti a una simile schedatura), ma questo basta per accettarlo senza batter ciglio? Vale l’assioma “lo fanno a loro, lo possono/debbono fare anche a noi”? Sebbene i tifosi siano da tempo schedati e usati come cavie da laboratorio, è giusto non porsi alcun quesito su quanto l’ennesimo giro di vite debba essere giusto e necessario? E soprattutto, se, come ci è stato detto, questo genere di procedura era già attiva nella scorsa stagione, perché i tifosi, sottoscriventi di abbonamenti a scatola chiusa, e già vessati da barriere e militarizzazione dell’Olimpico, vengono informati soltanto oggi? Basta giustificare il tutto con la ragione del “terrorismo” in un luogo che già di suo è divenuto un bunker e prevede tre filtraggi prima di giungere al tornello? Non ci risulta, almeno ufficialmente, che in zone adiacenti obiettivi veramente sensibili (vedasi San Pietro, Musei Vaticani, centri commerciali, metropolitane etc etc) ci siano rilevatori biometrici. Forse si tratta soltanto di un “pre esercizio” da far assimilare alla società per poi essere esportato nella vita di tutti i giorni (come successo per tante cose testate allo stadio), anche in virtù del supino lasciapassare rilasciato dal Garante della Privacy (di cui riportiamo la regolamentazione in merito)? Non a caso, come nella migliore tradizione parlamentare, si è deciso di ufficializzare il tutto in piena estate, malgrado queste modifiche fossero state paventate da mesi (anche sulla base di sondaggi effettuati durante il campionato, alquanto inattendibili aggiungiamo, visto il boicottaggio di buona parte della tifoseria) e fosse stato addirittura indetto un bando, da parte del Coni Servizi, per trovare una società in grado di occuparsi dell’istallazione di simili apparecchiature, come riporta Il Manifesto. Di quale società si tratti ancora non è dato sapersi, e anche questo rischia di essere un elemento rilevante se si ripensa ai tempi della tessera del tifoso, quando si scoprì che con l’emissione di numerose tessere/carte di credito ne giovava nientepopodimeno che l’Abi, la cui vicepresidenza era presieduta da Luigi Abete, fratello di Gianfranco (allora presidente della FIGC).

Come sempre anche l’informazione ha giocato e gioca un ruolo fondamentale. In un’intervista al Capo dell’Osservatorio Daniela Stradiotto, realizzata da Fulvio Bianchi nella sua Spy Calcio, sottolinea come lei “non si senta schedata” (avete mai provato a chiedere all’oste com’è il vino della sua trattoria? Secondo voi dirà mai che sa d’aceto?), battendo ancora sul patetico leitmotiv del voler “riportare le famiglie allo stadio” (del resto quale famiglia non porterebbe il proprio pargolo in un simpatico Roma-Crotone sapendo di dover sborsare minimo 25 Euro per un settore che dista un chilometro dal campo, dover esibire i documenti, passare tre prefiltraggi, venire immortalato in maniera biometrica e, infine, rischiare una sanzione amministrativa se, esultando a un gol di Salah, osa cambiare posto?). “Questo sistema è stato ideato per persone per bene, chi non ha nulla da nascondere non ha problemi. Bisogna avere l’onestà intellettuale di capire ciò”. Ci si rende conto che proprio questo demagogico ragionamento ha avallato molteplici forme di repressione e controllo sociale? È un fare subdolo, che tende a spaccare e mettere contro le persone. Quelle “per bene”, come dice la Stradiotto, hanno tutto il diritto di dissentire da schedature di massa o artifizi che giudicano lontani da una normale regola civile, sia anch’essa in un periodo di emergenza. Chi protesta e si ribella non è per forza di cose un avanzo di galera o un depositario del male. Si ha l’onestà intellettuale di capire ciò? Anche se la ciliegina sulla torta è l’affermazione del buon Bianchi, secondo cui, “grazie alla gestione dello stadio Olimpico negli ultimi anni, si sono sconfitti fenomeni di spaccio e prostituzione minorile all’interno delle curve. Evidentemente in molti, che la curva l’hanno frequentata per anni, non si sono mai accorti di essere in un limbo tra turismo sessuale e centro di smistamento per i narcos sudamericani.

Ma se Atene piange, Spartaco non ride. In un’intervista a Roma Radio il Capo Gabinetto della Questura di Roma (lo stesso che nel Roma-Real Madrid delle interminabili e pericolose file dello scorso anno, affermava che tutto era filato liscio e con la massima sicurezza per i tifosi presenti) sottolinea come lo spettatore sarà al centro dell’attenzione e su questo non ci piove. Poi continua:“Sarà un problema per chi va allo stadio a delinquere”. Ma veramente si può ancora continuare a giustificare lo stillicidio delle più basilari libertà con la “scusa” dei violenti allo stadio Olimpico, mentre si perfezionano metodi di controllo che vanno ben oltre la semplice manifestazione sportiva? A parte tirar fuori coltelli e scontri ormai vecchi di quasi un decennio (come giustificare un’eventuale aggressione della Francia all’Italia per vendicare l’invasione della Gallia da parte di Giulio Cesare), Massucci e chi per lui potrebbe dirci quanti episodi illegali si sono registrati lo scorso anno nella Capitale? “Noi speriamo di abbattere questo tipo barriere con un ritrovamento di civiltà che per ora non abbiamo riscontrato. Non è stato possibile dialogare con le tifoserie”. Sottolinea il Capo Gabinetto. Roma, quindi, è una città calcisticamente incivile. Poco importa se le proteste per le barriere sono state portate avanti in maniera pacifica e se le istituzioni hanno fatto di tutto per ignorarle. Cosa si intende, nella fattispecie, con la parola “civiltà”? Se questa, per Massucci, significa sottostare a ogni tipo di prevaricazione senza dire “A”, ci pare difficile sposarla. “La gente deve capire che vivere lo stadio e una giornata di sport non passa per fumogeni e striscioni”, conclude. Non si capisce perché sia sempre la gente (i tifosi) a dover capire qualcosa e quindi a partire da una posizione errata e di inferiorità intellettuale. Ci può essere mai dialogo a queste condizioni? Il tifo calcistico deve rispettare le regole, e siamo tutti d’accordo, ma possiamo fare un milione di esempi in cui Paesi anche più avanzati del nostro permettono ai propri spettatori di vivere lo sport con tamburi, fumogeni, megafoni e striscioni senza tutte le peripezie repressive e burocratiche dell’Italia. Ma soprattutto su questi ultimi forse si teme un qualcosa di ben specifico: la libertà d’espressione. Finora sancita e garantita dall’articolo 21 della Costituzione.

Infine, in tanti hanno l’impressione che ad operare in questi campi siano soggetti che non hanno mai messo piede in uno stadio nella loro vita. Un po’ in ottemperanza con quello che succede anche ad altri livelli, con politici e ministri chiamati a prendere decisioni in campi che spesso conoscono poco e niente. Una domanda sorge però spontanea: a cosa servono ancora le barriere in virtù di questo ulteriore metodo? E soprattutto, quest’ultimo scatto testimonia quanto tutte le restrizioni poste in essere nei confronti dei tifosi, negli ultimi 15 anni, siano state inutili e pretestuose. Basta confrontare statistiche sull’affluenza negli stadi (diminuita) ed episodi di violenza (ormai veramente rari). Come diceva la Stradiotto? “Serve onestà intellettuale”. Ecco, appunto.

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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