Sì, è vero. Il sistema di riconoscimento biometrico non è nuovo ai palcoscenici europei (basti pensare a quanto avviene al Vicente Calderon di Madrid, o alle veementi proteste dei tifosi ungheresi del Ferencvaros, sottoposti a una simile schedatura), ma questo basta per accettarlo senza batter ciglio? Vale l’assioma “lo fanno a loro, lo possono/debbono fare anche a noi”? Sebbene i tifosi siano da tempo schedati e usati come cavie da laboratorio, è giusto non porsi alcun quesito su quanto l’ennesimo giro di vite debba essere giusto e necessario? E soprattutto, se, come ci è stato detto, questo genere di procedura era già attiva nella scorsa stagione, perché i tifosi, sottoscriventi di abbonamenti a scatola chiusa, e già vessati da barriere e militarizzazione dell’Olimpico, vengono informati soltanto oggi? Basta giustificare il tutto con la ragione del “terrorismo” in un luogo che già di suo è divenuto un bunker e prevede tre filtraggi prima di giungere al tornello? Non ci risulta, almeno ufficialmente, che in zone adiacenti obiettivi veramente sensibili (vedasi San Pietro, Musei Vaticani, centri commerciali, metropolitane etc etc) ci siano rilevatori biometrici. Forse si tratta soltanto di un “pre esercizio” da far assimilare alla società per poi essere esportato nella vita di tutti i giorni (come successo per tante cose testate allo stadio), anche in virtù del supino lasciapassare rilasciato dal Garante della Privacy (di cui riportiamo la regolamentazione in merito)? Non a caso, come nella migliore tradizione parlamentare, si è deciso di ufficializzare il tutto in piena estate, malgrado queste modifiche fossero state paventate da mesi (anche sulla base di sondaggi effettuati durante il campionato, alquanto inattendibili aggiungiamo, visto il boicottaggio di buona parte della tifoseria) e fosse stato addirittura indetto un bando, da parte del Coni Servizi, per trovare una società in grado di occuparsi dell’istallazione di simili apparecchiature, come riporta Il Manifesto. Di quale società si tratti ancora non è dato sapersi, e anche questo rischia di essere un elemento rilevante se si ripensa ai tempi della tessera del tifoso, quando si scoprì che con l’emissione di numerose tessere/carte di credito ne giovava nientepopodimeno che l’Abi, la cui vicepresidenza era presieduta da Luigi Abete, fratello di Gianfranco (allora presidente della FIGC).

Come sempre anche l’informazione ha giocato e gioca un ruolo fondamentale. In un’intervista al Capo dell’Osservatorio Daniela Stradiotto, realizzata da Fulvio Bianchi nella sua Spy Calcio, sottolinea come lei “non si senta schedata” (avete mai provato a chiedere all’oste com’è il vino della sua trattoria? Secondo voi dirà mai che sa d’aceto?), battendo ancora sul patetico leitmotiv del voler “riportare le famiglie allo stadio” (del resto quale famiglia non porterebbe il proprio pargolo in un simpatico Roma-Crotone sapendo di dover sborsare minimo 25 Euro per un settore che dista un chilometro dal campo, dover esibire i documenti, passare tre prefiltraggi, venire immortalato in maniera biometrica e, infine, rischiare una sanzione amministrativa se, esultando a un gol di Salah, osa cambiare posto?). “Questo sistema è stato ideato per persone per bene, chi non ha nulla da nascondere non ha problemi. Bisogna avere l’onestà intellettuale di capire ciò”. Ci si rende conto che proprio questo demagogico ragionamento ha avallato molteplici forme di repressione e controllo sociale? È un fare subdolo, che tende a spaccare e mettere contro le persone. Quelle “per bene”, come dice la Stradiotto, hanno tutto il diritto di dissentire da schedature di massa o artifizi che giudicano lontani da una normale regola civile, sia anch’essa in un periodo di emergenza. Chi protesta e si ribella non è per forza di cose un avanzo di galera o un depositario del male. Si ha l’onestà intellettuale di capire ciò? Anche se la ciliegina sulla torta è l’affermazione del buon Bianchi, secondo cui, “grazie alla gestione dello stadio Olimpico negli ultimi anni, si sono sconfitti fenomeni di spaccio e prostituzione minorile all’interno delle curve. Evidentemente in molti, che la curva l’hanno frequentata per anni, non si sono mai accorti di essere in un limbo tra turismo sessuale e centro di smistamento per i narcos sudamericani.

Ma se Atene piange, Spartaco non ride. In un’intervista a Roma Radio il Capo Gabinetto della Questura di Roma (lo stesso che nel Roma-Real Madrid delle interminabili e pericolose file dello scorso anno, affermava che tutto era filato liscio e con la massima sicurezza per i tifosi presenti) sottolinea come lo spettatore sarà al centro dell’attenzione e su questo non ci piove. Poi continua:“Sarà un problema per chi va allo stadio a delinquere”. Ma veramente si può ancora continuare a giustificare lo stillicidio delle più basilari libertà con la “scusa” dei violenti allo stadio Olimpico, mentre si perfezionano metodi di controllo che vanno ben oltre la semplice manifestazione sportiva? A parte tirar fuori coltelli e scontri ormai vecchi di quasi un decennio (come giustificare un’eventuale aggressione della Francia all’Italia per vendicare l’invasione della Gallia da parte di Giulio Cesare), Massucci e chi per lui potrebbe dirci quanti episodi illegali si sono registrati lo scorso anno nella Capitale? “Noi speriamo di abbattere questo tipo barriere con un ritrovamento di civiltà che per ora non abbiamo riscontrato. Non è stato possibile dialogare con le tifoserie”. Sottolinea il Capo Gabinetto. Roma, quindi, è una città calcisticamente incivile. Poco importa se le proteste per le barriere sono state portate avanti in maniera pacifica e se le istituzioni hanno fatto di tutto per ignorarle. Cosa si intende, nella fattispecie, con la parola “civiltà”? Se questa, per Massucci, significa sottostare a ogni tipo di prevaricazione senza dire “A”, ci pare difficile sposarla. “La gente deve capire che vivere lo stadio e una giornata di sport non passa per fumogeni e striscioni”, conclude. Non si capisce perché sia sempre la gente (i tifosi) a dover capire qualcosa e quindi a partire da una posizione errata e di inferiorità intellettuale. Ci può essere mai dialogo a queste condizioni? Il tifo calcistico deve rispettare le regole, e siamo tutti d’accordo, ma possiamo fare un milione di esempi in cui Paesi anche più avanzati del nostro permettono ai propri spettatori di vivere lo sport con tamburi, fumogeni, megafoni e striscioni senza tutte le peripezie repressive e burocratiche dell’Italia. Ma soprattutto su questi ultimi forse si teme un qualcosa di ben specifico: la libertà d’espressione. Finora sancita e garantita dall’articolo 21 della Costituzione.

Infine, in tanti hanno l’impressione che ad operare in questi campi siano soggetti che non hanno mai messo piede in uno stadio nella loro vita. Un po’ in ottemperanza con quello che succede anche ad altri livelli, con politici e ministri chiamati a prendere decisioni in campi che spesso conoscono poco e niente. Una domanda sorge però spontanea: a cosa servono ancora le barriere in virtù di questo ulteriore metodo? E soprattutto, quest’ultimo scatto testimonia quanto tutte le restrizioni poste in essere nei confronti dei tifosi, negli ultimi 15 anni, siano state inutili e pretestuose. Basta confrontare statistiche sull’affluenza negli stadi (diminuita) ed episodi di violenza (ormai veramente rari). Come diceva la Stradiotto? “Serve onestà intellettuale”. Ecco, appunto.

bannerbiometrico

 

Close