C’è una partita nella partita, che si sta giocando sul progetto per il nuovo stadio della Roma a Tor di Valle. Una sfida tutta politica che vede scontrarsi l’uno di fronte all’altro il Movimento 5 Stelle, partito di maggioranza al comune di Roma e il Pd che invece detiene la maggioranza alla Regione Lazio.

Uno scontro senza esclusione di colpi che i due partiti vogliono vincere a tutti i costi per intestarsi il merito dello stadio della Roma di fronte al vastissimo elettorato romanista (oltre 2 milioni di tifosi che possono rappresentare un altrettanto bacino in termini elettorali). Ma è uno scontro che rischia però di fare danni veri, soprattutto all’economia del progetto che può essere ulteriormente rallentato. Infatti, se dopo il sospirato accordo raggiunto la sera del 24 febbraio tra i proponenti da una parte (la Roma e la società Eurnova del costruttore Parnasi) e la sindaca Virginia Raggi dall’altra, sulle modifiche al progetto iniziale per un taglio di almeno il 50% delle cubature, sembrava che tutto potesse filare finalmente liscio fino al disco verde in conferenza dei servizi, dalla Regione Lazio è arrivata la risposta negativa alla richiesta di un’ulteriore proroga di 30 giorni avanzata dai proponenti.

Una decisione che, al netto delle motivazioni ufficiali,  va inquadrata all’interno dello scontro che si sta profilando tra Regione e Campidoglio e in via più generale tra M5S e Pd.  Da via della Pisana hanno infatti risposto di no alla richiesta partita dalla società Eurnova del costruttore Luca Parnasi (proprietaria dei terreni di Tor di Valle sui quali sorgerà lo stadio), di prorogare di un altro mese il termine ultimo per la chiusura della Conferenza dei Servizi. Anche se la stessa Regione, che tornerà a pronunciarsi definitivamente il 5 di aprile, ha concesso tempo fino al 30 marzo “per rivedere il vecchio progetto” e presentare le modifiche necessarie. Perché, nonostante l’annuncio del progetto 2.0, attualmente all’esame della Conferenza dei Servizi, c’è solo il vecchio di progetto, quello sul quale è stata votata la delibera 132 che nel dicembre 2014 ne ha riconosciuto la pubblica utilità. E che al momento, è anche l’unico documento ufficiale per il quale è stata aperta la Conferenza dei Servizi. Che adesso rischia però di chiudersi in modo negativo. Perché allo stato attuale, sul vecchio progetto, non c’è soltanto il parere non favorevole rilasciato dal Comune il 3 febbraio scorso (dopo la richiesta di proroga presentata il giorno prima), ma anche, come riporta l’ANSA, il “dissenso costruttivo” espresso dalla Regione, dovuto sia all’assenza della variante urbanistica richiesta al Comune, che al parere di VIA non favorevole e alla procedura di vincolo aperta dal MIBACT.

Ed è molto difficile che entro il 30 marzo, tutte queste magagne possano essere risolte. Come allo stesso modo è difficile, se non impossibile, che sia dai proponenti (ai quali si chiede un nuovo progetto) che dal Campidoglio (che dovrebbe votare una nuova delibera) vengano presentate entro la fine del mese, le modifiche richieste. Tutti questi presupposti fanno pensare che difficilmente questa CS che si è aperta con il progetto approvato dalla giunta Marino, possa chiudersi con il via libera definitivo. E se dal Comune filtra comunque ottimismo ( secondo il capogruppo M5S Ferrara il progetto non è a rischio), sul fatto che alla fine le modifiche richieste dal Campidoglio al progetto iniziale (taglio delle cubature del 50% con modifiche anche e soprattutto alle opere di pubblica utilità) non arrivino ad incidere troppo sul percorso aperto in Conferenza dei Servizi, quest’ultima decisione della Regione di non sospendere ancora la CS induce a pensarla in senso contrario. Ossia che, anche in ragione delle dichiarazioni dell’assessore regionale all’Urbanistica Michele Civita che ha parlato di “una ridefinizione della pubblica utilità”, ci sia un’elevata probabilità che alla fine la CS si chiuda con un parere negativo.

Che cosa potrebbe succedere allora? In quel caso, dopo che i proponenti abbiano presentato un nuovo progetto nella versione 2.0, la giunta Raggi sulla base dell’accordo raggiunto il 24 febbraio scorso, dovrebbe far approvare una nuova delibera che riconosca di nuovo una pubblica utilità. Ma anche in questo caso i problemi non mancano. Perché al momento in Campidoglio, ci sarebbe più di un consigliere del M5S (sarebbero 7 i consiglieri dissidenti) che malgrado l’accordo sarebbe rimasto contrario al progetto. E per l’approvazione di una nuova delibera servirebbero almeno 25 voti (la Raggi al momento ne conta tra i 19 e i 20). Un intervento “dall’alto” di Beppe Grillo potrebbe però essere risolutivo con il Grande Capo a fare ancora una volta da “garante”. A quel punto con il M5s che avrebbe la maggioranza assoluta in Aula Giulio Cesare i tempi di approvazione sarebbero brevi (si potrebbe risolvere nel giro di un mese). Poi però si dovrebbe aprire una nuova Conferenza dei Servizi, che avrebbe ulteriori 180 giorni di tempo per dare il via libera all’inizio dei lavori. Se tutto procedesse in tempi brevi, con la nuova CS che si aprisse tra maggio e giugno e il via libera arrivasse dopo l’estate, allora, la prima pietra, secondo anche quanto dichiarato dalla Roma, si potrebbe realmente mettere entro il 2017. Altrimenti, il tutto verrebbe rimandato ai primi mesi del 2018.

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