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Stadio della Roma: No della Regione. Scontro M5S-PD lo rallenta. Cosa può succedere?

Simone Nastasi

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C’è una partita nella partita, che si sta giocando sul progetto per il nuovo stadio della Roma a Tor di Valle. Una sfida tutta politica che vede scontrarsi l’uno di fronte all’altro il Movimento 5 Stelle, partito di maggioranza al comune di Roma e il Pd che invece detiene la maggioranza alla Regione Lazio.

Uno scontro senza esclusione di colpi che i due partiti vogliono vincere a tutti i costi per intestarsi il merito dello stadio della Roma di fronte al vastissimo elettorato romanista (oltre 2 milioni di tifosi che possono rappresentare un altrettanto bacino in termini elettorali). Ma è uno scontro che rischia però di fare danni veri, soprattutto all’economia del progetto che può essere ulteriormente rallentato. Infatti, se dopo il sospirato accordo raggiunto la sera del 24 febbraio tra i proponenti da una parte (la Roma e la società Eurnova del costruttore Parnasi) e la sindaca Virginia Raggi dall’altra, sulle modifiche al progetto iniziale per un taglio di almeno il 50% delle cubature, sembrava che tutto potesse filare finalmente liscio fino al disco verde in conferenza dei servizi, dalla Regione Lazio è arrivata la risposta negativa alla richiesta di un’ulteriore proroga di 30 giorni avanzata dai proponenti.

Una decisione che, al netto delle motivazioni ufficiali,  va inquadrata all’interno dello scontro che si sta profilando tra Regione e Campidoglio e in via più generale tra M5S e Pd.  Da via della Pisana hanno infatti risposto di no alla richiesta partita dalla società Eurnova del costruttore Luca Parnasi (proprietaria dei terreni di Tor di Valle sui quali sorgerà lo stadio), di prorogare di un altro mese il termine ultimo per la chiusura della Conferenza dei Servizi. Anche se la stessa Regione, che tornerà a pronunciarsi definitivamente il 5 di aprile, ha concesso tempo fino al 30 marzo “per rivedere il vecchio progetto” e presentare le modifiche necessarie. Perché, nonostante l’annuncio del progetto 2.0, attualmente all’esame della Conferenza dei Servizi, c’è solo il vecchio di progetto, quello sul quale è stata votata la delibera 132 che nel dicembre 2014 ne ha riconosciuto la pubblica utilità. E che al momento, è anche l’unico documento ufficiale per il quale è stata aperta la Conferenza dei Servizi. Che adesso rischia però di chiudersi in modo negativo. Perché allo stato attuale, sul vecchio progetto, non c’è soltanto il parere non favorevole rilasciato dal Comune il 3 febbraio scorso (dopo la richiesta di proroga presentata il giorno prima), ma anche, come riporta l’ANSA, il “dissenso costruttivo” espresso dalla Regione, dovuto sia all’assenza della variante urbanistica richiesta al Comune, che al parere di VIA non favorevole e alla procedura di vincolo aperta dal MIBACT.

Ed è molto difficile che entro il 30 marzo, tutte queste magagne possano essere risolte. Come allo stesso modo è difficile, se non impossibile, che sia dai proponenti (ai quali si chiede un nuovo progetto) che dal Campidoglio (che dovrebbe votare una nuova delibera) vengano presentate entro la fine del mese, le modifiche richieste. Tutti questi presupposti fanno pensare che difficilmente questa CS che si è aperta con il progetto approvato dalla giunta Marino, possa chiudersi con il via libera definitivo. E se dal Comune filtra comunque ottimismo ( secondo il capogruppo M5S Ferrara il progetto non è a rischio), sul fatto che alla fine le modifiche richieste dal Campidoglio al progetto iniziale (taglio delle cubature del 50% con modifiche anche e soprattutto alle opere di pubblica utilità) non arrivino ad incidere troppo sul percorso aperto in Conferenza dei Servizi, quest’ultima decisione della Regione di non sospendere ancora la CS induce a pensarla in senso contrario. Ossia che, anche in ragione delle dichiarazioni dell’assessore regionale all’Urbanistica Michele Civita che ha parlato di “una ridefinizione della pubblica utilità”, ci sia un’elevata probabilità che alla fine la CS si chiuda con un parere negativo.

Che cosa potrebbe succedere allora? In quel caso, dopo che i proponenti abbiano presentato un nuovo progetto nella versione 2.0, la giunta Raggi sulla base dell’accordo raggiunto il 24 febbraio scorso, dovrebbe far approvare una nuova delibera che riconosca di nuovo una pubblica utilità. Ma anche in questo caso i problemi non mancano. Perché al momento in Campidoglio, ci sarebbe più di un consigliere del M5S (sarebbero 7 i consiglieri dissidenti) che malgrado l’accordo sarebbe rimasto contrario al progetto. E per l’approvazione di una nuova delibera servirebbero almeno 25 voti (la Raggi al momento ne conta tra i 19 e i 20). Un intervento “dall’alto” di Beppe Grillo potrebbe però essere risolutivo con il Grande Capo a fare ancora una volta da “garante”. A quel punto con il M5s che avrebbe la maggioranza assoluta in Aula Giulio Cesare i tempi di approvazione sarebbero brevi (si potrebbe risolvere nel giro di un mese). Poi però si dovrebbe aprire una nuova Conferenza dei Servizi, che avrebbe ulteriori 180 giorni di tempo per dare il via libera all’inizio dei lavori. Se tutto procedesse in tempi brevi, con la nuova CS che si aprisse tra maggio e giugno e il via libera arrivasse dopo l’estate, allora, la prima pietra, secondo anche quanto dichiarato dalla Roma, si potrebbe realmente mettere entro il 2017. Altrimenti, il tutto verrebbe rimandato ai primi mesi del 2018.

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6 Commenti

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  1. potito amarena

    marzo 7, 2017 at 9:58 am

    vorrei pagare i 60 euro sostenitore alla posta ammantate una email\

    il pd e f i , gioca scorretti, minando la democrazia

    vogliono dimostrative che nessuna sa amministrate roma o torinob

    io eroe del pc ma diventqto extraparkamentare

  2. Umberto

    marzo 7, 2017 at 10:37 am

    Perché nessuno fa presente che la riduzione riguarda le aree di pubblica utilità o servizi e i grattaceli saranno sostituì da ben 18 palazzi di 8 piani?
    È perché nessuno fa presente che lo stadio non sarà della AS Roma ma di Pallotta?
    Perché nessuno ricorda che adesso i costi infrastrutturali sarebbero a carico del Comune?

  3. Giorgio

    marzo 7, 2017 at 10:57 am

    Si a Tor di Valle è meglio se non si fa sto stadio

    • enrico

      marzo 7, 2017 at 11:53 am

      meglio per chi?

  4. LucianoN41

    marzo 7, 2017 at 12:28 pm

    Ma quanto fastidio danno sti tre grattacieli?
    Solo a Milano (comune 7 volte più piccolo e metà abitanti di Roma) si possono costruire?
    -Sono un gioiello architettonico.
    -Occupano minor spazio di superficie.
    -Danno possibilità di occupazione per migliaia di posti di lavoro ai nostri figli costretti ad emigrare all’estero od al nord.
    -L’IRPEF locale e tasse immobili ricarica le casse comunali.
    -L’incremento di cubatura aumenta l’obligo di opere di compensazione UTILI per la collettività che ora saranno a carico della cittadinanza.

  5. Simone Nastasi

    Simone Nastasi

    marzo 7, 2017 at 1:24 pm

    Per Umberto: i costi infrastrutturali secondo il progetto approvato dalla giunta Marino sarebbero dovuti essere tutti (sottolineo tutti) a carico dei privati. Il Comune in questo progetto non ci avrebbe messo un euro.

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Santiago Ascacibar, un “russo” in Germania per la rinascita dell’Argentina

Massimiliano Guerra

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Uno  dei migliori centrocampisti della scorsa stagione, una delle possibili stella della prossima Bundesliga. Di chi parliamo? Del mediano dello Stoccarda Santiago Ascacíbar. Classe 1997 nato a La Plata, Ascacibar muove i suoi primi passi nell’Estudiantes, sua squadre del cuore. Mediano dal cuore d’acciaio Ascacibar arriva poi allo Stoccarda quasi a sorpresa la scorsa estate, perché tanti club europei avevano messo gli occhi su questo giovane argentino.

 

Ascacibar è diventato così la scorsa estate il 44esimo argentino a giocare nella Bundesliga. Un bel salto nel buio per un giocatore cosi giovane, arrivare in Europa in una realtà diametralmente opposta rispetto a quella in cui ha vissuto sempre. Eppure Ascacibar si è ambientato subito diventando un perno insostituibile del centrocampo dello Stoccarda con il quale ha collezionato 29 presenze (senza mai segnare) portando la sua squadra ad un tranquilla salvezza. El Ruso, per il suo colore di capelli molto chiaro, è il classico  volante argentino, il centrocampista che deve sia impostare che difendere ed è fondamentale nelle tattiche sudamericane. Ovviamente una volta arrivato in Germania ha dovuto adattare il suo gioco alla realtà europea. Un passaggio avvenuto velocemente senza grossi traumi. Ascacibar è un giocatore giovane ma dalla maturità impressionante. Quando lo si vede in campo sembra un veterano, non un giovane ragazzo argentino sbarcato in Europa da meno di un anno. Che il Ruso fosse comunque un giocatore diverso dagli altri lo si vedeva già dai primi passi calcistici: ”Già da bambino era un fanatico dell’allenamento, ossessionato sin da piccolo nel migliorare la sua tecnica e svolgere gli allenamenti giornalieri”, parla così di lui Omar Rulli, suo allenatore nelle giovanili dell’Estudiantes  (inoltre padre di Geronimo, futuro portiere di Estudiantes e Real Sociedad) che convinse la dirigenza del club a puntare su questo ragazzino  che a 9 anni aveva già la grinta e la tenacia dei grandi campioni.

Da quel momento Ascacibar non deluse mai le aspettative e scalò mano a mano tutte le squadre giovanili fino ad arrivare alla prima squadra dove strega letteralmente l’allenatore el pincha Nelson Vivas che lo definisce “Un giovane con la testa da vecchio”. Sì perché Ascacibar non pensa solo al calcio ma mentre arriva nel calcio dei grandi riesce anche a intraprendere gli studi di antropologia all’Università. Un segno questo che fa capire come sia diverso dalla maggior parte dei suoi coetanei che arrivano alle luci della ribalta. L’8 febbraio del 2016 contro il Lanus, Ascabibar fa il suo esordio tra i grandi e si conquista con grande rapidità la maglia da titolare: in tutto, sono 50 le presenze del Ruso in un anno e mezzo, senza neanche segnare un gol. Perchè segnare non è il compito del volante argentino, che è riuscito in 18 mesi a trasformarsi, da giovane delle filiales che era, in leader del centrocampo. La garra del Ruso, si fa notare sia nell’Olimpica argentina (3 presenze a Rio 2016, da giocatore tremendamente sottoetà in un torneo U23), sia nella Nazionale U20, della quale è diventato subito il capitano: nella piccola Albiceleste Ascacibar ha giocato 11 gare, segnando una rete e guidando i suoi compagni sia nel Sudamericano Sub-20 che nel  Mondiale di categoria.

Una crescita repentina che lo ha portato poi in Germania. Lo Stoccarda nella scorsa estate ha sborsato 8,5 milioni di euro per averlo, sfruttando l’indecisione dello Zenit, allora guidato da Roberto Mancini. Un affare per il club tedesco dato che ora il valore dell’argentino è praticamente raddoppiato e tutto fa pensare che nella prossima stagione possa aumentare ancora. A Stoccarda lo sperano tutti.

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Se non fosse ancora chiaro

Ettore zanca

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Bisogna essere precisi. Se si dicono le cose vanno dette con estrema chiarezza.
C’è per ora la querelle (giusto per restare in tema Francia) che i giocatori della nazionale francese che hanno vinto il mondiale siano in gran parte di origine africana.
A nulla è servito dire più volte che tutti i giocatori sono nati in Francia. Per cui sono francesi. A questo punto almeno, cerchiamo di essere dettagliati. Lo hanno vinto gli africani? No, non solo.

Hugo Lloris, portiere, ha origini catalane.
Olivier Giroud, attaccante è per parte italiano, la nonna è nata in Italia.
Alphonse Areola, portiere di riserva ha origini Filippine.
Raphael Varane è originario della Martinica.
E…udite udite, Antoine Griezmann non è francese purosangue. Il nonno, Amaro Lopes è portoghese. Ex calciatore anche lui.
Non vi basta?

Nel 1998, quando Facebook non c’era, la Francia vinse il mondiale con Zidane, origini algerine, Karembeu, Nuova Caledonia, Thuram, Guadalupa, e infine Djorkaeff. Armeno per parte di madre e russo di Calmucchia per parte di padre.
Dimenticavo. Tralasciamo i mondiali italiani vinti con gli oriundi, ovvero coloro che hanno avuto parenti in Italia ma non ci sono nati. 4 nel 1934, 1 nel 1938, altri 4 nel 1962 (dove abbiamo fatto pena) e uno determinante nel 2006.

Non parliamo di Svizzera, che conta tre kosovari e molto altro. Oppure Russia, che ha schierato un brasiliano.

Quindi le strade sono due. O non diciamo più che il mondiale lo ha vinto l’Africa, perché sono francesi e orgogliosi di esserlo, oppure, per la vis polemica che non smette mai, almeno aggiornate la cartina. Il mondiale lo hanno vinto: Africa, Catalogna, Portogallo, Filippine e anche un po’ d’Italia. E che diamine. Almeno siamo campioni del mondo grazie alla nonna di Giroud.

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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