Non c’è solo l’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022 che adesso i paesi del Golfo vorrebbero fosse ritirata. Non ci sono soltanto i milioni che ogni anno attraverso la Qatar Investment Authority vengono dirottati nei vari settori economici del mondo. E non ci sono più soltanto il gas o il petrolio come strumenti di forza economica e commerciale. Piuttosto si potrebbe dire che tutti questi elementi messi assieme, senza dimenticare la posizione strategica vicino allo stretto di Hormuz (proprio davanti alle coste iraniane) e il fatto che a sud ovest di Doha vi sia l’avamposto militare più importante degli Stati Uniti d’America,  hanno trasformato il Qatar in un attore di prima importanza in quello che è il terreno di gioco della politica.

Una crescita che per dirla con Jovanotti ha fatto del Qatar una sorta di ombelico del mondo mediorientale. Nel quale la geopolitica ha sempre il suo ruolo importante: come ha scritto Marco Bottarelli sul Sussidiario.net con, il progressivo avvicinamento del Qatar alla Russia (in seguito al blocco di Mosca del progetto di un gasdotto portato avanti dall’Emirato insieme alla Turchia per trasportare il gas in Europa attraversando lo Stato di Erdogan) con il massiccio investimento di 2.7 miliardi di dollari che il fondo sovrano di Doha ha investito nel 2016 nell’azienda petrolifera russa Rosneft.  Ma nella crescita qatariota anche lo sport ha avuto la sua importanza. A tal punto che il giornalista Marco Bellinazzo del Sole 24 Ore, nel suo ultimo libro “I veri padroni del calcio”, ha raccontato parlando di “nuova Mecca dello sport globale”. Dove gli investimenti milionari degli ultimi anni sono stati parte di una strategia che lo stesso Bellinazzo ha spiegato con il termine (tanto caro allo studioso americano Joseph Nye) di soft power; una penetrazione in diversi settori economici finalizzata a ripulire l’immagine del regno dell’emiro Al Thani, dalle accuse di essere uno dei principali finanziatori del partito dei Fratelli Musulmani e dei terroristi dell’Isis. E che ha visto nello sport, soprattutto il calcio, il veicolo migliore per raggiungere lo scopo. Così allora si spiegherebbero le varie operazioni di marketing come l’organizzazione dei Giochi asiatici nel 2006 o ancora, più recentemente, i mondiali di nuoto in vasca corta nel 2014 e il campionato mondiale di pallamano nel 2015 (per il biennio 2018-19 sono previsti i mondiali di ginnastica e quelli di atletica).

Oppure le  milionarie sponsorizzazioni al Barcellona prima attraverso la Qatar Foundation e poi attraverso la Qatar Airways, la compagnia di bandiera nazionale. Oppure l’acquisto nel 2011 del Paris Saint Germain da parte del Qatar Sport Investment (braccio “sportivo” della Qatar Investment Authority). Un’operazione che negli anni è costata oltre 600 milioni di euro di investimenti i quali hanno però avuto il merito sportivo di riportare il club parigino tra le big d’Europa. Ma se è vero come vuole il detto, che i soldi non sono tutto, alla fine i milioni versati non sono bastati a ripulire l’immagine del Qatar come di Stato nemico dei terroristi. E così  proprio il Barcellona nel settembre del 2016 ha deciso di sciogliere il rapporto commerciale con la Qatar Airways, preferendo l’azienda giapponese Rakuten. E  come se non bastasse, nelle ultime settimane, è iniziato un vero e proprio assedio da parte degli Stati del Golfo guidato dall’Arabia Saudita. La quale, preoccupata per la crescita dell’ex “stato vassallo”, ha ufficialmente dichiarato di voler prendere le distanze da Doha per motivi riguardanti i finanziamenti al terrorismo. Fino a convincere, ed è notizia delle ultime ore, gli altri Stati del Golfo a chiedere alla FIFA di ritirare l’assegnazione dei mondiali del 2022.

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