Non c’è niente come il calcio. È una finestra sulla società, uno strumento troppo utile, scriveva Simon Kuper in “Calcio e Potere”, “per la comprensione del mondo perché se ne possa fare a meno”. Eppure, il calcio moderno standardizzato e globalizzato rimane il primo motore del soft power, della costruzione dell’identità nazionale. E i soldi, in questo strano percorso, non sono tutto.

L’esempio, sottolinea nel suo blog il giornalista James M Dorsey, arriva dalla nazione che più di tutte ha fatto innamorare nell’estate europea, l’Islanda “È tutto più facile quando la gente sa che la tua nazione esiste, e il calcio senza dubbio ha aiutato” ha spiegato al Guardian Ua Matthiasdottir, responsabile dell’acquisizione diritti per la principale casa editrice islandese, la Forlagio che pubblica anche i gialli di  Ragnar Jonasson, venduti in 15 Paesi. Già a partire dalla maglia disegnata dall’italiano Filippo Affanni, votata dall’Equipe come la più bella degli Europei , è il campo a fare la differenza nella percezione che il mondo ha iniziato ad avere dell’Islanda.

Così l’haka-ru, il canto ritmato con l’applauso, è arrivato fino agli Stati Uniti, adottato dai tifosi dei Minnesota Vikings (franchigia NFL). È anche una delle esultanze di Fifa 17, dove però non c’è la nazionale islandese perché la federazione ha rifiutato l’offerta di 15 mila dollari, considerata troppo bassa, per concedere la licenza. Il successo dell’Islanda, capace di sorprendere anche l’Inghilterra, ha fatto impennare le vendite dello skyr, il tipico formaggio fermentato già diffuso in Svizzera e Scandinavia e introdotto in Gran Bretagna dallo scorso febbraio. La lunga coda dei successi sportivi si fa sentire anche sulla Wow Air, la compagnia aerea di Skúli Mogensen, uno degli imprenditori di maggior successo dell’isola che si è costruito fortuna e reputazione nei settori più vari (dai software per cellulari al riciclaggio del carbone). “La squadra ha dimostrato un incredibile spirito, carattere, unione, qualcosa che oggi, nell’epoca delle grandi corporations, la gente apprezza” ha spiegato Morgensen. “Hanno dimostrato che le persone normali possono ottenere grandi risultati se uniscono le proprie forze. Così è aumentato anche l’interesse degli investitori internazionali verso l’Islanda”.

Ma si sa, il cielo vive in uno spazio e in un tempo tutto suo, finché si è in volo non valgono territori e fusi orari. Non a caso, a dispetto di un modello decisamente opposto e di una reputazione nazionale in cerca d’autore, Qatar Airways è riuscita lì dove gli sceicchi hanno fallito con la scelta di ospitare i Mondiali del 2022 : secondo un sondaggio recente, il 96% degli intervistati valuta la compagnia da positiva a molto positiva, e di sicuro l’accordo di sponsorizzazione con il Barcellona non è certo secondario.

Un accordo sopravvissuto alla petizione, firmata da 50 mila tifosi, che chiedevano al Barcellona di interrompere il legame per via delle violazioni ai diritti umani dei lavoratori in Qatar, come il sistema dello sponsor, il kafala. In base a questo principio i migranti non possono cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso dei datori di lavoro. Secondo il rapporto “Il lato oscuro del gioco più bello del mondo: lo sfruttamento del lavoro migrante per costruire un impianto dei Mondiali di calcio del 2022 in Qatar”, pubblicato il 31 marzo da Amnesty International, lo stadio Khalifa, uno degli impianti che ospiterà il Mondiale, è stato costruito interamente grazie allo sfruttamento di operai stranieri. “Lo sfruttamento del lavoro migrante è una macchia sulla coscienza del calcio mondiale. Per giocatori e tifosi, uno stadio dei Mondiali è un luogo da sogno. Per alcuni dei lavoratori che hanno parlato con noi, è come vivere dentro a un incubo” ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Casi come questo hanno fatto crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica sui lati oscuri del soft power qatariota, come il milione di dollari in tangenti per ottenere l’organizzazione della Coppa del Mondo e le discriminazioni di genere. Il Paese, però, sotto la guida di Hamad bin Khalifa Al Thani che ha governato dal 1995 al 2013, ha vissuto una lunga fase di modernizzazione grazie all’enorme ricchezza che poggia sul gas naturale (è il quarto produttore mondiale dopo Stati Uniti, Russia e Iran) e sul petrolio. Per amministrare l’enorme surplus di miliardi, nel 2005 è stata creata la Qatar Investments Authority, di cui fa parte il Qatar Sports Investments (QSI), che ha comprato il Paris Saint-Germain.

Ospitare grandi eventi sportivi è uno strumento incredibile per costruire una società coesa, per questo è una parte essenziale della Strategia Nazionale di Sviluppo”, ha scritto lo sceicco  Saoud bin Abdulrahman al-Thani, segretario generale del comitato olimpico del Qatar. “E più di tutto, lo sport ispira”. Così, attraverso i grandi eventi sportivi come i Mondiali di ciclismo appena disputati a Doha, il Qatar persegue un obiettivo doppio. Cerca di incentivare il turismo, uno dei passaggi chiave della 2030 National Vision, e soprattutto di cambiare il modo in cui il resto del mondo vede il Qatar. Lo sport, nelle intenzioni delle autorità, deve aiutare a veicolare un’immagine di pace e sicurezza, a distanziare il Qatar dalle problematiche del Medio Oriente. La maggiore attenzione globale non si combina però con la consapevolezza inevitabilmente globale di uno Stato piccolo, anche se economicamente rilevante, che vorrebbe guadagnarsi attraverso lo sport un posto nel mondo.

Il piano della famiglia Al Thani, al potere dalla prima metà del Novecento, ricalca dunque la strada percorsa con successo in Germania con i Mondiali del 2006 e con qualche incertezza in più in Sudafrica quattro anni dopo. Ma i petrodollari, stavolta, potrebbero non bastare.

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