Quando parliamo di malattie collegate all’attività sportiva, ci vengono subito in mente i danni derivanti dall’uso scorretto di sostanze dopanti. In alcuni casi, invece, è l’attività stessa a causare patologie gravi per gli atleti che hanno terminato la loro carriera.

E’ il caso della CTE ( Chronic Traumatic Encephalopathy), malattia neuro degenerativa molto simile alla tristemente nota SLA. Basta farsi un giro nel dipartimento di neurologia della Boston University e analizzare i 90 cervelli donati post mortem da ex giocatori di Football Americano per avere un quadro davvero allarmante. Il cervello di questi atleti, che hanno sofferto di depressione, perdita di memoria e sbalzi di umore, si presenta con estese macchie marroni e buchi.

Come ha dichiarato la responsabile dell’analisi, la dottoressa Ann McKee, vi è certamente una correlazione tra i danni cerebrali ( 90 sui 94 casi studiati) e uno degli sport più amati d’America. Infatti, sebbene le protezioni, tra tutte il casco, il deterioramento sarebbe dovuto dagli improvvisi placcaggi ad alta velocità. L’evidenza, negli anni, è sempre stata smentita dalla Nfl che, però, ha dovuto far fronte alle battaglie portate avanti da molti esponenti come il professore nigeriano Bennet Omalu ( protagonista del film “Concussion”) e recentemente sborsare un miliardo di dollari a seguito di una causa intentata da un gruppo di ex giocatori che hanno disturbi fisici per l’attività svolta.

Il Commissioner della Lega, Roger Goodell dichiara che non avrebbe problemi a far giocare il proprio figlio a football, mentre il Presidente Obama non è dello stesso avviso. Finalmente è arrivata un’ammissione di responsabilità: ieri, il vice presidente del dipartimento sicurezza e salute della Lega, Jeff Miller, di fronte ad una commissione del Congresso, a domanda esplicita sull’esistenza di una relazione tra CTE e Football americano, ha risposto: “Certamente Si!

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