Non solo calcio. La città di Torino, nella nuova stagione sportiva, giocherà nella massima serie anche nella pallanuoto. L’impresa è stata firmata a conclusione della scorsa stagione dalla Torino ’81, grazie a una regular season chiusa in crescendo al secondo posto in classifica e la trafila vincente dei play off con l’ultima impresa compiuta nella vasca della Pallanuoto Roma fino ai rigori.

Un traguardo storico per la formazione torinese, che premia il lavoro certosino di una società che per anni ha fatto enormi sacrifici per garantirsi un posto nella pallanuoto che conta. Artefice numero uno dell’impresa, trascinatore e icona della pallanuoto in città, è coach Simone Aversa. Per lui, da atleta prima e da coach dopo, la pallanuoto è uno stile di vita.

Ecco le sue parole in esclusiva per IoGiocoPulito

La Torino 81 in Serie A1, un traguardo storico che racconta centinaia di storie. Quanti ricordi?

“La Torino ’81 in A1! Tantissimi ricordi, anni e anni di allenamenti, trasferte, rinunce, vittorie e sconfitte. È un risultato che arriva da lontanissimo e tutte le persone che hanno fatto la storia di questa società anche in minima parte, hanno contribuito al raggiungimento del risultato di quest’anno!”

È un’impresa che ha inorgoglito tutto il movimento dello sport di Torino, da chi sono arrivati i complimenti che più le hanno fatto piacere?

“I complimenti fanno piacere a prescindere da chi te li fa, basta che siano sinceri! Non mi piace fare classifiche di preferenza. Chi ci segue dall’inizio conosce il percorso che abbiamo fatto e complimentandosi con noi ha di fatto riconosciuto i nostri meriti!”

Atleta, capitano, poi coach. Quanto c’è di Simone Aversa in questa impresa?

“Il fil rouge tra i ruoli ricoperti che mi riconosco è la costanza nell’allenamento, la voglia di migliorarmi, avere un obiettivo da raggiungere. Ho sempre saputo dove volessi arrivare, prima da atleta, ora da coach! Se sono riuscito a trasmettere questo mio modo di essere ai miei compagni di squadra o ai miei giocatori oggi, significa che ho fatto un bel lavoro e che sono stato bravo!”.

Riavvolgiamo per un attimo la pellicola. Quali sono stati i momenti più difficili in questi anni di costruzione e quando si è giunti alla consapevolezza che l’impresa era realizzabile?

“Gli anni piú difficili, quando eravamo senza impianti, ci siamo allenati per anni in piscine non adeguate ad orari improbabili. Poi una lenta ripresa, una crescita costante di tanti ragazzi torinesi ma anche di studenti fuori sede, adottati dalla nostra grande famiglia ed ormai “torinesi” di adozione. La consapevolezza di avere una squadra completa ce l’avevo giá ad ottobre, poi il costante e continuo miglioramento durante la stagione che ci ha fatto raggiungere il 2° posto. Sulle ali dell’entusiasmo abbiamo raggiunto la finale con la Roma, superando il Salerno in semifinale. A quel punto ho avuto la sensazione che l’impresa fosse fattibile, abbiamo ricevuto una spinta da tantissima gente che tifava per noi, il nostro livello prestazionale è salito ancora, la consapevolezza della nostra forza pure, e la nostra “storia di 35 anni” ha fatto il resto.”

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