Il calcio nelle zone di guerra è ormai un motivo di speranza. Una ragione per provare a dimenticare le bombe, gli spari, i morti. Questo ad esempio, è quello che sta accadendo in Siria, dove si combatte ormai da più di 5 anni, e dove proprio grazie al calcio, il popolo siriano è tornato a festeggiare per le strade i risultati della sua nazionale (114° nel ranking della FIFA) alle qualificazioni per i prossimi mondiali di calcio. Nonostante la squadra guidata da Fajr Ibrahim proprio a causa della guerra, non possa più dal 2010 disputare una partita in patria.

Ad oggi, i mondiali di Russia continuano ad essere un sogno possibile (sarebbe la prima volta nella storia), anche dopo l’ultimo pareggio contro l’Iran nel terzo turno di qualificazioni. Infatti, attualmente, la squadra siriana è quarta proprio dietro all’Iran (che guida il girone) seguito dalla Corea del Sud e dal sorprendente Uzbekistan. Ma gli avversari per la nazionale siriana non sono soltanto le altre nazionali. Ma anche e soprattutto le divisioni interne dovute alla guerra civile. Che hanno finito per dividere anche la nazionale di calcio. A tal punto di condurre alcuni calciatori siriani ad abbandonare la terra d’origine per fondare la cosiddetta “nazionale d’opposizione”: una compagine composta anche da ex calciatori della nazionale ufficiale, i quali rifugiatisi in Turchia, hanno voluto schierarsi contro i loro ex compagni ritenuti troppo vicini al regime di Assad. Come ad esempio, Firas Al Qatib, considerato in patria, un potenziale campione (autore tra l’altro di uno storico gol contro il Giappone in Coppa d’Asia nel 2011) fino a quando decise di dire addio alla nazionale per protesta contro le “cannonate” dell’esercito di Assad. Anche in Libia, dopo la fine del regime di Gheddafi, si combatte senza sosta dal 2011. E dove, ad oggi, lo schieramento militare delle forze governative è impegnato nell’operazione “struttura solida” contro l’esercito dell’ISIS. E anche qui, mentre le cronache sono concentrate sulla battaglia per la liberazione di Sirte, i “Cavalieri del Mediterraneo” (questo il soprannome della nazionale di calcio) sono impegnati nelle qualificazioni per i mondiali di Russia del 2018. Nonostante il campionato di calcio non si disputi ormai dal 2014 (ultima edizione vinta dal Al-Ahly di Tripoli) e malgrado, per adesso, il piazzamento in ultima posizione (ancora a ferma a zero  punti) nel girone del gruppo A relativo alla zona africana (dietro a Tunisia, Congo e Guinea). Ma soprattutto, nonostante una rosa nella quale ci siano calciatori di tutto rispetto che hanno militato o giocano ancora nei campionati europei. Come il caso del centrocampista del Pescara Benali (che ha detto di giocare a calcio per “onorare la Libia ferita”), oppure di Ahmed Saad ex attaccante di Groningen e Celta Vigo o ancora del compagno di reparto Za’abia che nel 2012 riuscì ad accasarsi a Belgrado sponda Partizan.

Senza dimenticare il trentaduenne “veterano” Eamon Zayed che attualmente gioca nella formazione statunitense degli Indy Eleven. Anche in Libia insomma il calcio è diventato un modo per dimenticare una guerra civile che ha trasformato il Paese nella polveriera dalla quale parte un buon numero di immigrati (tra i quali molti irregolari) che vogliono raggiungere le coste italiane. Mentre il mondo si interroga su quando sia la Libia che la Siria potranno ritornare ad essere due Paesi “normali”, l’elezione di Donald Trump, contrariamente a quello che scrivono (o dimenticano di fare) le più importanti testate giornalistiche mondiali, potrebbe portare (soprattutto in Siria) una ventata di speranza per una pace ritrovata e duratura. Una strada per farlo, sarebbe proprio un accordo con la Russia (che Trump diversamente da Hillary Clinton considera un potenziale interlocutore) per mettere definitivamente la parola fine all’esistenza dell’ISIS. Partendo proprio dalla Siria, un Paese nel quale il Daesh è riuscito a mettere piede stabilendovi, nella città di Raqqa, la propria roccaforte. E che, oggi, soltanto un accordo tra Trump e Putin parrebbe in grado di poter  stabilizzare. Con la Siria di nuovo in mano ad un governo stabile, sarebbero risolti una buona parte dei rischi geopolitici attualmente esistenti. E a quel punto, stabilizzare anche la Libia, diventerebbe più semplice.  E a quel punto, anche il calcio ritornerebbe ad essere quello che è sempre stato: un motivo di svago, prima che una ragione di speranza.

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