In campo ci sono quelli che corrono e quelli che pensano. Così andava ripetendo sempre il centrocampista brasiliano Sampaio de Souza Vieira de Oliveira conosciuto nel mondo semplicemente come Socrates. Quando giocava a calcio, e vestiva (anche se per una sola stagione) la maglia della Fiorentina. Lui, evidentemente, apparteneva alla seconda categoria.

A quelli che vanno in campo e anziché correre preferiscono pensare. A dove calciare il pallone certo. E a chi passarlo e quando. Ma di corrergli dietro, al pallone, non ne vogliono sapere. E allora, lasciano il compito agli altri. Che si chiamino Eraldo Pecci oppure Giancarlo Antognoni (entrambi suoi compagni dell’avventura in viola) non importa. L’importante è che il compito di pensare sia lasciato a lui. Il ruolo del “filosofo in campo” insomma.

D’altronde Socrates, l’etichetta del filosofo l’ha avuta fin dalla nascita. Il padre infatti, che era un appassionato di filosofia, volle chiamarlo così, con il nome dell’illustre pensatore, dopo aver letto La Repubblica di Platone. Ma ciò nonostante lui, Socrates, alla filosofia preferì la medicina che studiò fino alla laurea. Da quel giorno per molti diventò “il dottore”. Anche se, malgrado il titolo di studio, continuava sempre a sentirsi un “filosofo in campo”. Un vero pensatore del pallone.

Fuori dal rettangolo verde, invece, più che alla filosofia si dedicava ai vizi della miglior specie: fumava (diceva almeno un pacchetto di sigarette al giorno) e beveva (si dichiarava un amante della birra) tanto. Anni più tardi, per colpa dell’alcool soffrirà di problemi all’intestino che sfoceranno anche in una grave forma di cirrosi epatica che si rivelerà mortale. Alla Fiorentina nonostante i 6 gol realizzati nel corso della stagione non lasciò un ricordo indelebile. Più in generale, anche se Pelè lo ha inserito tra i 100 calciatori più bravi di tutti i tempi, di lui come giocatore si ricorda poco.


Sono altri i calciatori brasiliani dei quali, anche a distanza di tempo, si preferisce avere un ricordo più nitido per ciò che fecero in campo. Di Socrates invece, ancora oggi si ricorda ciò che fece fuori, bella vita a parte. Quel suo carattere ribelle che lo faceva sentire, come amava proclamarsi, “uomo di sinistra e anticapitalista”. A tal punto di essere definito, da un giornalista italiano ai tempi della Fiorentina, il dottor Che Guevara.

Si professava di sinistra ma sempre democratico. Anzi, negli anni in cui anche Brasile (come in molti Stati del Sudamerica) regnava la dittatura, Socrates lottava (anzi giocava) per la democrazia. E nel corso della sua decennale esperienza al Corinthians inventò quella che è passata alla storia come la democrazia corinthiana. Una nuovo modo di gestire una squadra. Totalmente in mano ai calciatori stessi che appunto “si autogestivano”.

Come rifiuto a qualsiasi forma di potere imposto, per tre anni, i calciatori del Corinthians si allenarono da soli, senza subire il comando di qualcuno. Anche se lo staff tecnico c’era, a prendere le decisioni dovevano essere soltanto loro. Attraverso un sistema a votazione. Democratico appunto. Oggi, del sistema di autogestione inventato da Socrates non è rimasto alcunché. Nessuna squadra lo ha più adottato. Finita la dittatura, è finita anche la democrazia corinthiana. E Socrates? Un giorno, di molti anni prima aveva detto che avrebbe voluto morire di domenica, dopo aver visto il Corinthians conquistare il titolo. Morirà il 14 dicembre 2011. Una domenica. Proprio il giorno in cui il “suo” Corinthians conquisterà il titolo nazionale. Anche stavolta, il “dottore”, aveva pensato giusto.

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