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Siria: il sogno del Mondiale di calcio per dimenticare la guerra

Simone Nastasi

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Nella Siria devastata dalla guerra il calcio allontana le paure e restituisce un po’ di speranza. Il popolo siriano, almeno la parte che segue la nazionale di calcio, dopo anni di bombe e di morti, può così ritornare a respirare un clima di festa. La Siria, come mai prima d’ora nella storia, prosegue infatti il sogno di arrivare ai mondiali di calcio in programma nel 2018 in Russia. Con un merito tutto speciale: quello di aver disputato in trasferta, lontano dai confini nazionali, tutte le partite disputate sino ad ora valide per la qualificazione ai mondiali. Infatti, come ha riportato anche il sito El Arabyia, persino lo stadio Abbasyn di Damasco che per anni è rimasto il tempio della nazionale di calcio, è stato trasformato oggi in una base militare. Nonostante la guerra quindi la Siria continua a sognare. Malgrado anche la sconfitta di misura rimediata nell’ultima attesissima partita contro il Qatar che non toglie agli uomini di Ayman Akeem la speranza di raggiungere lo storico piazzamento.

Dopo che soltanto qualche giorno prima la Siria aveva battuto la Cina provocando la dura reazione dei supporter cinesi i quali, avevano invocato nientemeno che le dimissioni di Cai Zhenhua, il presidente della federazione cinese. La Siria resta ora quarta nel gruppo A del girone asiatico, dietro all’Iran, al sorprendente Uzbekistan e la Corea del Sud. E’ stata proprio la vittoria dell’Iran (anch’essa di misura contro la Corea del Sud) a tenere vive le speranze dei siriani. Che adesso possono veramente sperare di rientrare in uno dei 4 posti disponibili per la zona asiatica. E sarebbe la prima volta per una squadra che attualmente è al 114esimo posto nel ranking FIFA e non hai mai superato neanche il primo turno di Coppa d’Asia. L’unico successo (se tale può essere chiamato) è stato il titolo, conseguito nel 2012, di campioni della Federazione calcistica dell’Asia Occidentale.

Ma il segreto della Siria, che sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia, sembra essere lo spirito con il quale i suoi giocatori scendono in campo. Significative, da questo punto di vista, sono le parole del capitano Abdulrazak al Hussein dichiarate al The Guardian nel settembre scorso: “Siamo una famiglia – ha detto il trentenne centrocampista – e non importa se un giocatore è cristiano o mussulmano o di qualsiasi altra confessione. Siamo una squadra e giochiamo per il nostro Paese”. I ragazzi di Akeem sembrano anche più forti delle critiche che piovono loro addosso. In particolare quella di essere la “squadra del regime”, troppo vicina a Bashar Assad. Il quale, secondo molti osservatori esterni, avrebbe addirittura voluto che le scelte relative alla guida tecnica e alle convocazioni stesse, fossero fatte dai suoi stretti collaboratori. E come scrive il sito rivistaundici.com anche secondo lo scrittore James Dorsey, esperto di calcio mediorientale e autore del libro The Turbulent World of Middle East , sono in molti a pensare che la squadra di calcio allenata da Akeem sia in realtà “un giocattolo” utilizzato da Assad soprattutto per fini di propaganda. Tra questi, ci sono anche coloro i quali, dopo essere scappati dalla guerra e rifugiatisi in Turchia, nella città di Mersin, hanno deciso di fondare la “nazionale alternativa”. Della quale fanno parte anche alcuni ex giocatori della premier siriana che si sono rifiutati di scendere in campo con la nazionale ufficiale. Purtroppo in Siria la guerra ha distrutto anche il calcio. Secondo l’opinionista Mohamed Nasser,  da quando sono iniziate le ostilità, sarebbero oltre 200 i calciatori che hanno smesso di giocare a calcio oppure abbandonato la propria terra. Tra questi, l’esempio più significativo è senza dubbio la storia di Firas Al Khatib, considerato una delle stelle del calcio siriano. Del quale si ricorda ancora, il gol che mise a segno contro il Giappone nella partita valida per la coppa d’Asia disputata nel 2011. Al Khatib, dopo aver dichiarato che non avrebbe mai più giocato in nazionale “fino a quando un solo cannone farà fuoco sulle zone della Siria”, è andato a giocare in Qatar. E oggi, dagli uomini di Assad è considerato a tutti gli effetti un traditore.

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Bruno Neri, il calciatore partigiano simbolo della disobbedienza al Regime Fascista

Simone Nastasi

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Per la Festa della Liberazione, vi raccontiamo la storia di un giocatore simbolo della Resistenza al Regime Nazifascista, Bruno Neri, il calciatore partigiano.

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

 

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Calcio

Johan Cruijff, la dittatura argentina e il rifiuto ai Mondiali del ’78

Maria Scopece

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Avrebbe compiuto oggi 71 anni Johan Cruijff, il Profeta del Goal, massimo interprete del calcio totale olandese. Nella sua infinita carriera, ci fu un episodio che ancora oggi è avvolto nel mistero: il suo rifiuto a partecipare ai Mondiali del 1978 in Argentina. C’è chi parlò di boicottaggio, ma la verità sembra essere un’altra.

Il 24 marzo di 42 anni fa si insediava in Argentina uno dei regimi più sanguinari della storia del Sud America. Un colpo di stato guidato dal tenente generale Jorge Rafael Videla spodestò Isabel Peròn e instaurò una dittatura militare che produsse qualcosa come 30mila desaparecidos, una triste pagina sulla quale, ancora oggi, non è stata fatta piena luce.

La dittatura di Videla (conosciuto anche come “Hitler della Pampa”) durò dal 1976 al 1981, cinque anni sanguinari che videro però anche un momento di gloria. Fu il 1978 quando l’Argentina si trovò ad ospitare i mondiali di calcio e a vincerli in una storica finale contro l’Olanda. Gli Orange, dati da tutti per favoriti, erano a caccia della definitiva consacrazione perché, nonostante il bel gioco, non avevano ancora alzato alcun trofeo. Non l’alzarono nemmeno quella notte perché l’Argentina s’impose ai tempi supplementari per 3 reti ad uno. Per molti, tra commentatori e tifosi, la responsabilità di quella sconfitta e della mancata consacrazione di una generazione di calciatori, che non arriverà nemmeno successivamente, fu di Johan Cruijff che decise di non partecipare ai campionati mondiali.

Molte furono le ipotesi in merito a questo “gran rifiuto”. C’era chi parlava di questioni economiche e contrasti tra sponsor, chi delle pressioni della moglie Danny Coster e  chi, ricordando il suo “no” nel 1973 al Real Madrid, allora ritenuta la squadra del dittatore Francisco Franco, e il suo approdo sull’indipendentista sponda blaugrana a questioni di natura politica.

A dirimere la faccenda ci ha pensato lo stesso Cruijff, 30 anni dopo. In un’intervista a Radio Catalunya nel 2008 il campione orange rivelò che a farlo desistere fu un tentativo di rapimento, non andato a buon fine, a danno della sua famiglia. “Non andai in Olanda perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio.” – racconta Cruijff  – “Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona“. Dal racconto di Cruijff il rapimento si concluse in un nulla di fatto perché lui riuscì a liberarsi e i ladri – rapitori si diedero alla fuga. Se l’epilogo del crimine è fumoso, con molta chiarezza il campione orange ha raccontato che in seguito la sua vita cambiò in maniera radicale, i suoi figli furono sempre scortati dalla polizia e lui stesso si faceva accompagnare sempre da guardie del corpo anche agli allenamenti. Qualche anno dopo Cruijff lasciò l’Europa e concluse la carriera da calciatore negli Usa.

Inevitabilmente dopo le sue rivelazioni si fecero molte ipotesi sulle identità dei banditi. Senza lasciare la traccia politica si pensò a balordi mandati da Videla in persona o a franchisti dell’ultima ora. La faccenda non fu mai chiarita.

Cruijff, con tutte le sue complessità e contraddizioni, ha scritto per sempre il suo nome accanto a quelli di una generazione splendida, per certi versi perdente, ma forse per questo eroica.

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Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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