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Quando Simone Moro ci raccontò l’impresa del Nanga Parbat tra nuvole e spiritualità

Ezio Azzollini

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Compie oggi 50 anni Simone Moro, la leggenda dell’Alpinismo italiano. Per celebrarlo vi riproponiamo l’intervista in cui ci raccontò l’impresa del Nanga Parbat, un scalata dai grandi significati, non solo sportivi.

Dietro l’impresa, dietro la pagina leggendaria che lo ha consegnato, definitivamente, alla storia dell’alpinismo, ci sono attenzione e sensibilità fuori dal comune: per il gruppo, per l’arte nobile dell’alpinismo, per i Paesi che ne sopravvivono. E, soprattutto, per la montagna, che continuamente cerca, e che quasi mai lo respinge.

A un anno dalla clamorosa prima scalata invernale in vetta al Nanga Parbat Simone Moro, unico uomo nella storia ad essere salito per primo in inverno su quattro ottomila (e tale destinato a rimanere per sempre) ci dedicò una lunga chiacchierata. Nella quale, oltre che raccontare l’incredibile storia della salita di due anni fa sul gigante pachistano (la seconda montagna della Terra per indice di mortalità tra chi ha provato a violarla), toccò i grandi temi dell’umanità, della spiritualità, della socialità, evocati dalla storica scalata del febbraio del 2016 con lo spagnolo Alex Txicon, il pakistano Ali Sadpara e la bolzanina Tamara Lunger, da anni sua compagna di cordata.

Un’impresa straordinaria e, come ci spiega l’alpinista bergamasco, in condizioni straordinarie: a Io Gioco Pulito il racconto di Simone Moro del suo Nanga Parbat.

Prima di partire per il Nanga Parbat dicesti soltanto: “Torneremo con o senza vetta, ma sicuramente con una storia da raccontare”. Un anno dopo, che titolo daresti a questa storia?

«Il titolo che darei è “la grande squadra”. Un alpinista conosciuto per ci  che ha fatto e per la sua individualità, che senza ombra di dubbio tributa il merito alla sua squadra, già riporta l’attenzione su un concetto che ultimamente sta un po’ evaporando, quello di cordata: dietro anche a delle grandi personalità, come potevano essere quelle di Messner, Bonatti o Cassin, per certe scalate bisogna essere in grado di tributare i meriti a chi è stato con te.

In tutte le conferenze che sto facendo in Europa, parlo sempre di questa squadra fantastica, eterogenea, con un basco, una sudtirolese, un pachistano e un italiano, che hanno saputo lavorare così bene assieme, e che ricordano questa spedizione per quanto bella, più che per quanto dura, è stata».

Tra gli aspetti più romanzeschi dell’impresa sul Nanga, c’è proprio il decisivo incontro sulla montagna con Txicon e Sadpara…

«Ci siamo scelti, alla fine, non per convenienza, anzi. Per Alex e Ali poteva essere apparentemente sconveniente invitarci dopo che loro avevano già fatto un po’ di lavoro sulla via di salita, ma invece sono stati intelligenti, perché hanno capito che si portavano in casa due persone in più, con cui avevano un rapporto personale ottimo, e che portavano con sé esperienza e forza,  Quindi la storia che mi piace raccontare parla di come oggi si possa anche oggi lavorare assieme con culture, tradizioni e lingue diverse, ma se l’obiettivo è comune i risultati si raggiungono meglio in squadra che non da soli».

Certo, l’incontro e la deviazione rispetto alla strada che avevate previsto, la via Messner sul versante Diamir, ha rappresentato anche un imprevisto. Soli, a migliaia di metri d’altezza, come si gestisce correttamente il contrattempo, il cambio di prospettiva? Quanto è importante prendere la decisione giusta, e in fretta?

«Nelle situazioni difficili o critiche, lo diciamo anche in un momento in cui nel Centro Italia è successo quel che vediamo, una non-decisione è assolutamente la peggior cosa, è molto meglio prendere una decisione magari non ottimale, piuttosto che non prenderla. L’attendismo o, uso un termine forte, la troppa democratizzazione in un momento di emergenza, pu  rivelarsi più grande sciocchezza che si possa fare. A volte è necessario imporsi, è necessario che ci sia qualcuno credibile, carismatico, esperto, che si prenda la responsabilità della decisione, senza guardare troppo che tutti siano d’accordo. Mentre stai li e pensi a quanto costa, a quale possa essere il tornaconto, o la critica, sei già morto. Quindi quando ho capito che non si poteva continuare sulla via Messner, s’è presa subito la decisione, e sono stato strafelice che Tamara sia talmente sintonizzata con me che non ho dovuto discutere un solo secondo, perché è stata anche la sua decisione. E non ci sono stati problemi ad andare da Alex e dire che la via scelta da loro era la migliore: poi scoprire che loro sono i primi ad invitarti, ha fatto sì che non ci fossero imbarazzi. Sono abituato a prendere decisione in situazioni limite, non perché sia più bravo degli altri, ma perché sono più vecchio degli altri. Ho avuto la fortuna di vivere e sopravvivere a tante situazioni, e ho sviluppato un istinto che mi ha permesso primo di portare a casa la pelle, e poi di portare a casa una serie di successi che, piaccia o non piaccia, sono lì e sono risultati storici. E la storia rimane per sempre. Parliamo di pietre miliari che rimarranno tali, raggiunte con persone diverse, delle quali non ho mai dimenticato i nomi».

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Uno immagina l’essere su una montagna di ottomila metri come la situazione più solitaria in cui ci si possa trovare. Ma allo stesso tempo, oltre che con te stesso, ti mette in contatto con chi è con te, in modo del tutto particolare, e con regole in gioco del tutto particolari. Cosa succede nella testa, quando si è lì in alto?

«Anche se si è in gruppo, si è fondamentalmente soli, perché la capacità fisica e muscolare di dare una mano a qualcuno, nel caso ti chiedesse aiuto, è minima o nulla. Non hai le forze fisiche di prendere qualcuno in spalla e portarlo a casa, e quando è stato possibile farlo nella storia dell’alpinismo, come è successo a me nel 2001, sono salvataggi che si ricordano per decenni, con tanto di medaglia al valore civile. Quindi anche con dieci persone, sei solo con te stesso. Ma al tempo stesso, il non essere da solo ti permette di avere consigli, suggerimenti, o di rinforzare alcune decisioni da intraprendere, è più un aiuto psicologico ed esperienziale che fisico. Vivere questa dicotomia è molto formativo, perché ti fa capire che sei responsabile di te stesso, ma anche  che le tue decisioni possono mettere in pericolo gli altri, perché se tu non capisci che forse non ce la fai, e magari rallenti il gruppo perché vuoi stare assieme, metti tutti nelle grane e lasci la responsabilità di tentare un salvataggio estremo a chi era con te, quando tu in coscienza potevi capirlo e rinunciare».

Questo ci porta direttamente alla storia nella storia, quella di Tamara Lunger…

«Si è comportata nel modo completamente opposto. Lei, a 70 metri dal raggiungere un momento epocale dell’alpinismo – perché sarebbe stata la prima donna della storia a fare un’invernale su un ottomila – si ferma e torna indietro per non rischiare la sua vita, e indirettamente per non mettere noi nella condizione di rischiare per darle una mano: ha salvato non solo la sua, di pelle, ma ha dato una mano anche a noi, perché quando è arrivato il buio lei era già nella tenda, e accendendo la lampada ci ha dato la possibilità di trovarla immediatamente».

Più tardi lei ha detto di aver pensato: “Mi fermo qui, altrimenti non torno”. Oltre il trionfo sulla vetta, c’è anche quello della risolutezza, della razionalità, e della vita?

«Io non ricordo che, a memoria d’uomo, ci sia stata una rinuncia così virtuosa, a così poco dalla vetta. Ricordo magari qualcuno che a dieci metri dalla vetta aveva detto di essere stato in cima, e poi era stato scoperto, ma è diverso millantare un risultato non sapendo in realtà compiere gli ultimi metri. Ma una persona che apertamente dice “Ragazzi, io, anche se sono a una distanza tale da salutarvi con una mano, mi fermo e torno indietro perché non ne ho più, e se vado avanti arriver  sicuramente in cima, ma non potr  essere sicura di tornare a casa”, per me rappresenta la grandezza. Una rinuncia così è storica: non posso che essere fiero che per lei venga prima il valore della vita, e poi il risultato. È una cosa che lei sicuramente ha dentro. Non esiste una sola fotografia con me, Ali e Alex al campo base. Una foto, anche dopo la vetta, in tre non c’è, non l’abbiamo voluta fare: esistono solo foto di noi quattro, perché per me, Alex e Alì Tamara è stata in vetta con noi. Ha una forza, una grandezza che la rende forse ancora più virtuosa di noi, anche tenendo presente che ha dovuto fronteggiare una serie di indisposizioni fisiche, tutte cose che non ci aveva detto, proprio per non mettere in apprensione nessuno. Ci ha dato anche un grosso insegnamento, e sono orgoglioso di lei come compagno di cordata, più che come maestro».

Hai detto una volta che nell’alpinismo il muscolo più importante è il cuore: anche il Nanga Parbat di Tamara ne è stato l’esempio perfetto…

«Certo, intendo non solo l’organo che pulsa, ma quello che sottende il sentimento, i valori. Il cuore è sempre collegato alla mente: Tamara ha dimostrato di avere un gran cuore. L’essere riuscita ad arrivare fin lì, senza acclimatamento, con malesseri fisici, con la nausea, su una montagne del genere, ti fa capire quanto è forte Tamara. Non è diventata campionessa mondiale di scialpinismo Under 23 perché è stata fortunata, ma perché ha un motore che nella mia carriera ho visto poter vantare a pochi uomini. Pochi che ho incontrato nella mia vita sono forti quanto Tamara».

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L’acclimatamento, così determinante nelle scalate agli ottomila, ha rappresentato un’impresa nell’impresa. Quanto è costato avere tempi così corti?

«Un’altra cosa che va ricordata di questa scalata, che non ricordo essere successa nella storia dell’alpinismo, è che sia stata raggiunta una montagna di ottomila metri, senza ossigeno, con una sola notte a seimila metri, in inverno. Io e Tamara abbiamo scalato il Nanga Parbat con un acclimatamento che fa ridere, e l’abbiamo fatto senza usare chimica, senza usare l’ossigeno, senza barare, ma usando solo la nostra forza. La vera grandezza di questa scalata, oltre ad essere stata la prima invernale sul Nanga Parbat, è che è stata fatta in un modo mai fatto prima: dormire una notte a seimila, per un ottomila, vuol dire zero».

Ti sei espresso più volte criticamente nei confronti della commercializzazione e della deriva turistica che sta assumendo l’alpinismo: sull’Everest fioccano le spedizioni commerciali, a suon di migliaia di euro, per turisti benestanti quanto impreparati. Credi che la vostra impresa possa essere d’ispirazione per chi si avvicina a questa disciplina nella maniera culturalmente più autentica?

«Rispetto ad altri, forse ho un’opinione un po’ più moderata sulle spedizioni commerciali. Certo non le esorto, ma so benissimo che sono il pane con cui mangia gran parte del Nepal: se non ci fosse un indotto turistico, anche e soprattutto a causa delle spedizioni commerciali, e venissero vietate per una questione etica, sarebbe come chiedere di restituire un panino a uno che sta morendo di fame. Quello che per  vorrei è che non si facesse confusione tra un turismo d’alta quota, che se fatto con quell’intenzione e dichiarato tale non ha nulla di male, e l’alpinismo vero. Chi sale con una spedizione commerciale avrà fatto un grande sforzo, avrà una soddisfazione personale, ma quello non è l’alpinismo esplorativo, non è avventura, non va confuso con altre cose.

Riguardo all’ispirazione, il Nanga Parbat è la prima montagna che è stata tentata dopo il famoso attentato terroristico del 2013, e quindi il mio tentativo del 2014 sul versante Rupal in invernale, che non riuscì, fu la prima volta che tornavamo facendo capire che non era un posto pericoloso. Dopo la salita invernale del 2016, mi hanno detto che c’è già il pieno di prenotazioni di spedizioni alpinistiche, vere, non commerciali, di alpinisti che vogliono scalare il Nanga Parbat: è stato un bello spot per l’alpinismo, per come piace a noi pensarlo».

 

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L’indipendenza basca e il ciclismo: Iban Mayo e la macchia arancione

Lorenzo Siggillino

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Compie oggi 41 anni Iban Mayo, il ciclista basco che durante il Tour de France 2003 con la vittoria sull’Alpe D’Huez divenne simbolo identitario di un popolo che ha sempre lottato per l’indipendenza.

L’indipendenza basca è un capitolo della geopolitica che ha legami con l’origine sconosciuta di una lingua misteriosa. Si lega alla cultura della sinistra estrema, al genere musicale del Rock Radical Vasco, al terrorismo dell’Euskadi Ta Askatasuna, al secolo ETA. È una storia scritta anche nello sport, basta ricordare l’Athletic Club Bilbao. L’indipendenza basca ha toccato anche il ciclismo, grazie alla favola Euskaltel Euskadi (la squadra arancione formata solo da baschi, finanziata dal governo regionale, schierata a favore dell’indipendenza da Madrid). Proprio l’Euskaltel trasformò un meraviglioso scalatore in un leader popolare, un capotribù, il simbolo di un orgoglio: era un ragazzo di Igorre, Iban Mayo Diez.

Il momento in cui Iban Mayo entra nel cuore della sua gente è chiaro a tutti: 13 luglio 2003. Pensare solo a tutta la fatica che aveva fatto il destino per portare Mayo lì, in quel giorno d’estate del Tour de France: è da non credere. Iban Mayo Diez, o anche Iban Mayo e basta, nasce ad Igorre (15 km da Bilbao) e si avvicina al ciclismo per pura fortuna: i dirigenti sportivi di una scuola ciclistica avevano organizzato un giro della cittadina e avrebbero regalato un panino a tutti i ragazzi che lo avessero terminato. Iban si iscrive, vince la merenda e non lascia più la bicicletta, inizia così la sua avventura costellata di tanti successi già da junior. Nel 1997 il passaggio ai professionisti era vicino, ma durante il servizio militare per la Croce Rossa basca Mayo ha un incidente d’auto nel quale si frattura entrambe le caviglie e un braccio. Sedia a rotelle per tre mesi, con molti medici che esprimevano pessimismo riguardo il suo approdo nel professionismo: “Pensa a tornare a camminare Iban, poi per pedalare c’è tempo…”. Riesce a rientrare nel 1999, imponendosi in 13 gare, con il titolo di miglior giovane spagnolo dell’anno. Arriva nei professionisti nel 2000 con l’Euskaltel, con un soprannome già stabilmente incollato addosso: in Spagna lo chiamano tutti il Gallo. Da lì una crescita continua: nel 2001 vince il Midi Libre, nel 2002 arriva quinto nella generale della Vuelta a Espana. Fino ad arrivare al 13 luglio 2003 alla frazione 8 del Tour de France, con traguardo in cima alla montagna più famosa del ciclismo: l’Alpe d’Huez.

È l’arrivo in salita dei giganti: 14 km al 7,9% di pendenza media con 21 tornanti, ognuno dedicato ad uno o due dei vincitori su questa storica vetta. La prima curva che si incontra salendo è la 21, che celebra Fausto Coppi (successo nel ’52). I tornanti 3 e 2 sono quelli di Marco Pantani (che aveva fatto doppietta – ’95 e ’97), al numero 11 c’è Hinault, al 7 e al 6 si ricorda Gianni Bugno. Qui sopra c’è l’Olimpo del ciclismo. Mayo è al Tour per aiutare il suo capitano Zubeldia a fare classifica, mentre la maglia gialla è affare tra Armstrong e Ullrich. Sull’Alpe d’Huez Iban ha un gamba stratosferica: stacca tutti e vince in solitaria, rifilando 2 minuti ad Armstrong e 3 ad Ullrich. L’Euskaltel era in crescita ma per far scoppiare il movimento c’era bisogno di qualcuno che fosse in grado di lottare con i più forti e quello era Iban Mayo. Il Gallo ottiene il successo più prestigioso della storia della squadra, finisce sesto in classifica generale e il capitano Zubeldia arriva quinto: il tifo nei Paesi Baschi esplode letteralmente. Mayo diventa l’eroe che aveva riscattato l’orgoglio della sua gente.

Il Gallo con quella vittoria, oltre ai cuori, conquista anche un posto sui tornanti, viene messo al numero 20, mentre al 10 c’era l’unico altro spagnolo che fino a quel momento era riuscito ad imporsi sull’Alpe d’Huez: Federico Echave, o Etxabe, sì un altro basco! Inoltre quel successo rappresentava un manifesto del movimento, indicando la via che molti Euskaltel dopo Mayo avrebbero seguito: rispettare la maglia, attaccare senza paura e mettere il cuore dove non arrivano le gambe. Dal 2004 in avanti non c’è più una salita del Tour de France senza la macchia arancione dei sostenitori della squadra, non c’è più una montagna senza le bandiere dei Paesi Baschi. I tifosi baschi sull’Alpe d’Huez si moltiplicarono e quello diventò per loro il luogo giusto dove aspettare un’altra impresa, cogliendo l’occasione per ribadire la propria identità.

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Gino Bartali, il fascismo e quel Tour de France che “salvò” l’Italia

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 104 anni Gino Bartali, leggenda del ciclismo italiano e mondiale, recentemente dichiarato cittadino onorario di Gerusalemme. La sua vita e la sua carriera attraversarono la storia di un’Italia prima sotto il Regime Fascista e poi intenta a ricostruirsi un’identità e unità nazionale.

Su “Io Gioco Pulitosi era già parlato dello stretto e inscindibile legame che lega il Giro d’Italia alla storia contemporanea del nostro paese attraverso una simbiosi continua, che ha permesso di leggere nella “Corsa Rosa” lo specchio dei sentimenti, delle ambizioni, degli ideali e delle speranze che hanno animato nel corso dei decenni i nostri connazionali. La forte identificazione tra l’Italia e il Giro spiega almeno in parte la forte empatia storicamente provata dagli italiani per i più grandi protagonisti del ciclismo tricolore, divenuti al tempo stesso idoli e figliocci degli appassionati di questo sport. Ciò era ancora più evidente ai tempi in cui tra il pubblico e i campioni non vi erano tutte le barriere, fisiche e metaforiche, che oggigiorno li separano, in cui i tifosi delle due ruote apprezzavano i ciclisti italiani in quanto genuini rappresentanti del caloroso popolo che li seguiva sulle strade del Belpaese.

Certi legami riescono a rompere la loro stretta contingenza temporale e assumono una rilevanza superiore, come testimonia l’assoluta attualità della figura di Gino Bartali, un fuoriclasse del ciclismo eroico della prima metà del Novecento che ha saputo a tempo debito mettere le sue pedalate al servizio di ideali superiori, conquistandosi un rispetto ancora oggi sentito e vissuto in particolar modo nella sua nativa Toscana. A perenne ricordo dell’impresa più grande di Bartali vi sono oggi due alberi e un’onorificenza postuma, che testimoniano l’impegno che Ginettaccio profuse in piena seconda guerra mondiale, in un’Italia sconvolta, invasa, divisa e umiliata, per proteggere centinaia di cittadini ebrei dallo sterminio nazista.

L’onorificenza è la Medaglia d’Oro al Valore Civile attribuita a Bartali nel 2005, cinque anni dopo la sua morte, dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; gli alberi sono componenti di due distinti “Giardini dei Giusti”, i memoriali viventi degli uomini che salvarono vite durante l’Olocausto e altri genocidi della storia del Novecento, a Padova e a Gerusalemme, nei quali la pianta dedicata a Bartali è stata interrata rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Secondo gli studiosi, sarebbero almeno ottocento le persone a cui il fuoriclasse toscano contribuì a salvare la vita mettendo la sua bicicletta al servizio della rete di sicurezza imbastita dall’arcivescovo di Firenze Elia Angelo Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto, per conto dei quali Bartali trasportò documenti, fotografie e lettere dell’organizzazione clandestina di resistenza all’Olocausto inserendoli nel telaio della sua bicicletta; data la sua notorietà, Bartali non venne mai fermato durante le sue pedalate tra i paesi della Toscana, funzionali alla sua missione nascosta, visto che poteva usare dinnanzi a eventuali sospettosi l’alibi dell’allenamento, e le sue escursioni prolungate in certi casi fino ad Assisi erano autorizzate persino dal comandante del reparto in cui Bartali era stato coscritto dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, un battaglione motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana. Nell’epoca del travaglio interiore per milioni di italiani, il gesto di Bartali non fu di certo isolato: migliaia di coraggiosi, in gran parte rimasti anonimi, contribuirono a proteggere potenziali vittime della repressione degli occupanti tedeschi da una fine orribile, tuttavia il caso di Bartali è emblematico se si considerano la celebrità del personaggio e le continue avances portate avanti dal governo fascista, prima della deflagrazione della guerra, per spronarlo a indossare in pianta stabile la camicia nera.

Mussolini e il Regime tentarono infatti di rendere Bartali un loro alfiere nel momento in cui Ginettaccio fu convinto (leggi: costretto) a disertare l’edizione 1938 del Giro d’Italia per competere sulle strade del Tour de France, ove riportò un’affermazione perentoria che più volte fu sfruttata a fini propagandistici dal governo fascista nei suoi tentativi di arruolare Bartali tra le icone sportive dell’Italia littoria, a fianco di Primo Carnera e della nazionale di calcio bicampione del mondo. Questi tentativi furono più volte frustrati dallo stesso Bartali, uomo libero e dai principi solidi che mai si sarebbe prestato a figurante di interessi di parte. La fermezza delle sue convinzioni si rivelò nel momento in cui, chiamato al dovere più importante della sua vita, Bartali non si rifiutò e, anzi, seppe agire da vero cristiano qual era, spinto dalla sua travolgente umanità che sarà tanto apprezzata dagli italiani nel dopoguerra.

Mentre dopo la fine del conflitto Bartali divenne assieme a Coppi l’emblema stesso della ripartenza, la rivalità cavalleresca tra i due campioni fu da alcuni interpreti vista come lo specchio della progressiva polarizzazione dell’Italia tra lo schieramento politico-sociale facente capo alla Democrazia Cristiana e l’opposizione di sinistra gravitante attorno al Partito Comunista, sebbene tanto Bartali quanto Coppi fossero restii a prestarsi nuovamente a diventare strumenti di fazioni ristrette, loro che con le loro imprese ciclistiche stavano aiutando una nazione a trovare nuova coesione.

La dialettica tra forze di coesione e spinte centrifughe che animavano la società italiana negli anni della neonata Repubblica, la spiccata ideologizzazione della vita pubblica e le tensioni latenti tra i fautori di due diverse concezioni del mondo e del progresso umano crearono forti attriti, tensioni manifeste e un’accesa conflittualità in seno alla nazione italiana, che vide il suo apice il 14 luglio 1948, quando un esagitato anticomunista, Antonio Pallante, attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, una delle personalità più note del panorama politico internazionale, riducendolo in fin di vita e portando sulle barricate decine di migliaia di manifestanti in diverse città d’Italia. La Spezia, Roma, Napoli, Genova, Taranto furono teatro di cortei spontanei animati da convinti comunisti che incitavano alla rivoluzione e furono repressi dalle forze dell’ordine, lasciando diversi morti sul terreno. L’Italia visse per alcune ore un clima di autentica guerra civile, spaccata in due dai colpi di pistola indirizzati a Togliatti, ma nei due giorni successivi a rasserenare gli animi e distogliere gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta giunsero le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France: con due azioni magistrali, centinaia di chilometri di fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier, Gino Bartali aveva ribaltato le sorti del Tour de France, recuperando venti minuti a Louison Bobet e giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi.

Quel 14 luglio, una telefonata ancora oggi velata dal mistero e dal mito era intercorsa tra Roma e Cannes, mettendo in contatto Bartali con Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, che chiese ad uno degli sportivi più amati d’Italia un contributo alla risoluzione della crisi sociale apertasi d’improvviso in Italia. Bartali sapeva unire, e seppe dimostrarlo nell’ora di massimo bisogno: sebbene meno determinanti degli appelli conciliatori di Togliatti, ripresosi nelle stesse ore dalle operazioni successive all’attentato, è infatti innegabile che le sue gesta e le vittorie sul suolo francese ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla normalità dell’Italia dopo tre giorni roventi; sulle reali parole scambiate da Bartali e De Gasperi si è molto dibattuto, e lo stesso fuoriclasse ha più volte chiosato, cercando di sminuire il suo ruolo nella vicenda in ossequio alla sua proverbiale modestia. Tuttavia, una cosa è certa: il grande statista democristiano sentì più volte il bisogno di ringraziare pubblicamente Ginettaccio, certificando una volta per tutte il suo ruolo di primo piano in una vicenda tra le più scottanti dell’Italia del Novecento.

E mentre a settant’anni di distanza l’Italia continua a essere, seppur con toni e modalità differenti, un paese diviso, una nazione fondamentalmente incompiuta, nel Belpaese c’è carenza e assoluta necessità di uomini come Bartali. Bartali, l’Umile che è stato autenticamente e profondamente italiano, arrivando a unire e creare una generale concordia attorno al suo nome come pochi sportivi, e figure pubbliche in generale, nell’Italia del Novecento. Bartali, il Giusto il cui ricordo oggi vive rigoglioso in due alberi, a Gerusalemme e Padova, a memoria della più grande delle sue vittorie, siglata nel palmarès più prestigioso in cui sia apposto il nome di Ginettaccio: quello dei benefattori del genere umano.

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Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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