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Silvio Piola, il più grande marcatore italiano che non vinse mai lo scudetto

Nicola Raucci

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silvio piola

Le pagine della storia del football, si sa, sono ricche di increspature, di grandi nomi che non sono riusciti a porre la propria firma sui trofei più ambiti. Silvio Piola è uno di questi. Massimo marcatore del calcio italiano di ogni tempo, 274 reti in Serie A (290 contando le 16 reti in Divisione Nazionale 1945-1946) e detentore di diversi record, non ebbe mai la gioia di vincere uno scudetto.

Nato a Robbio nel 1913, esordì in Seria A a 16 anni con la Pro Vercelli, il 16 febbraio 1930, contro il Bologna. La partita finì 2-2 e fu autore di un assist. In estate, segnò le prime due reti in amichevole contro il Red Star FC di Parigi. Tra i titolari per la stagione 1930-1931, siglò il suo primo goal ufficiale il 2 novembre 1930, contro la Lazio. Concluse la sua prima stagione con 13 reti all’attivo.

Nel 1931 stabilì tre record tuttora imbattuti, realizzando una doppietta e una tripletta a 17 anni e poi un poker a 18 anni, precisamente il 22 novembre 1931, in Alessandria-Pro Vercelli 4- 5. Questa partita gli valse l’onore delle cronache in quanto era la prima volta che un giocatore segnava 4 reti in un’unica gara fuori casa.

Nei campionati 1931-1932 e 1932-1933 mise a referto rispettivamente 12 e 11 reti, ottenendo le prime convocazioni in Nazionale B (esordio con doppietta a Novara il 2 aprile 1933 in Italia B- Svizzera B 5-0) e l’interessamento di diverse squadre di alta classifica. Nell’estate del 1933 la Pro Vercelli, oramai non più compagine di vertice, rifiutò di cederlo, arrivando allo scontro con il calciatore. Il compromesso si ottenne solo garantendo a Piola la cessione per l’anno successivo all’Ambrosiana-Inter, dove avrebbe fatto coppia con Meazza.

Il 29 ottobre 1933 segnò 6 reti nella vittoria della Pro contro la Fiorentina (7-2), concludendo quella stagione con 15 centri totali. Lasciata la società piemontese, l’attaccante andò alla Lazio per oltre 200mila lire, nonostante fosse fortemente restio ad accettare tale destinazione. La trattativa fu fortemente condizionata dai gerarchi del regime fascista che ne influenzarono l’esito scoraggiando le altre pretendenti, tra cui Ambrosiana-Inter, Torino e Napoli.

Esordì il 30 settembre con un goal in Lazio-Livorno 6-1. Nelle prime due stagioni l’ambiziosa Lazio deluse le aspettative, ottenendo solo un quinto e un settimo posto, nonostante le 21 reti (1934-1935) e le 19 reti (1935-1936) di Piola, che non fu convocato per i Mondiali del 1934. Il debutto in Nazionale maggiore avvenne nella partita valevole per la Coppa Internazionale 1933- 1935 del 24 marzo 1935 al Prater di Vienna contro il Wunderteam austriaco. Chiamato all’ultimo per sostituire l’infortunato Meazza, siglò le due reti decisive per la prima vittoria italiana in Austria.

Grazie ad ulteriori innesti di rilievo (Riccardi, Busani, Camolese e Costa) la Lazio entrò nel novero delle candidate allo scudetto 1936-1937. Pur laureandosi campione d’inverno chiuse il campionato seconda, dietro al Bologna. Silvio Piola, capitano della formazione capitolina, vinse per la prima volta il titolo di capocannoniere con 21 reti. Contribuì inoltre con 10 goal al secondo posto dei biancocelesti in Coppa dell’Europa Centrale, sconfitti in finale dagli ungheresi del Ferencvárosi TC sia a Budapest (4-2) sia a Roma (4-5).

Dalla stagione 1937-1938 la Lazio perse competitività e Silvio Piola, uno dei migliori giocatori nel vincente Mondiale del 1938 (5 reti) con la Nazionale italiana, andò incontro ad un drastico calo di rendimento in Seria A dovuto anche al suo arretramento a mezzala. L’attaccante passò così dai 15 goal della stagione 1937-1938 alle 9 reti sia nel campionato 1938-1939 che nel 1939-1940.

Il disastroso andamento del campionato 1940-1941 vide i biancocelesti invischiati in piena lotta retrocessione. L’apporto di Silvio Piola, con le sue 10 reti, tra cui la doppietta nell’epico derby del 16 marzo 1941 finito 2-0, fu decisivo ai fini della salvezza. Ripresa la vena realizzativa con 18 centri nella stagione 1941-1942, concluse la sua esperienza capitolina vincendo la classifica cannonieri per la seconda volta nel 1942-1943 (21 reti in 22 incontri).

Durante gli anni bui della Seconda guerra mondiale Silvio Piola tornò in Piemonte tra le file del Torino FIAT disputando il Campionato Alta Italia. Giocò insieme a Gabetto, Loik e Mazzola, con all’attivo 27 reti in 23 partite. Tuttavia, il titolo andò a sorpresa ai VV.FF. Spezia che vinsero lo scontro diretto 2-1. Chiesta alla Lazio la cessione definitiva, l’attaccante venne acquistato dalla Juventus con la quale disputò la Divisione Nazionale 1945-1946 e la Seria A 1946-1947. I bianconeri ottennero un terzo e un secondo posto dietro al Grande Torino e Piola perse le sue ultime possibilità di vincere il campionato.

Nel 1947 l’ormai trentaquattrenne attaccante si trasferì al Novara in Serie B, portando immediatamente la squadra alla promozione. Militò negli azzurri piemontesi per altre sei stagioni in Serie A, segnando complessivamente 70 reti. L’ultimo goal risale al 7 febbraio 1954, contro il Milan, mentre l’ultima partita disputata è Novara-Atalanta 0-4 del 7 marzo 1954.

Fu la fine della lunga carriera di un giocatore straordinario in grado di segnare con costanza disarmante in ogni modo, di destro, di sinistro, di testa, in fantastiche acrobazie, ma che ebbe sempre quel grande rimpianto di non aver mai vinto il tanto desiderato scudetto.

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Calcio

Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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