Piermario Morosini con la maglia del Livorno. Il campione della pallavolo Vigor Bovolenta a 37 anni. E poi tanti ragazzi: Giorgio, Giovanni, Luca. Sono tutti atleti il cui cuore si è fermato per sempre. La loro vita sarebbe potuta ripartire se solo l’impianto dove facevano sport fosse stato dotato di un defibrillatore semiautomatico e di personale adeguatamente formato per usarlo. Si sarebbe così creata la catena della sopravvivenza.

Già, perché dal momento in cui il cuore decide di “impazzire” scatta un conto alla rovescia. In caso di morte cardiaca improvvisa, il tempo limite per salvare la vittima è di cinque minuti. L’unica possibilità di sopravvivenza è costituita dal defibrillatore. Cinque minuti. Cinque. Dopo, i danni rischiano di diventare irreversibili. O letali. Ecco allora che, più che avere un’ambulanza a bordo campo, conta che a bordo campo siano presenti il defibrillatore e il personale formato. C’è chi può testimoniarlo.

L’ultimo in ordine di tempo è Alessandro, ala della Assigeco Casalpusterlengo, serie A2 Est, pallacanestro senza fari e lustrini: il ragazzo si è accasciato al suolo durante la finale del torneo di basket Candusso-Grazioli che la sua squadra stava disputando contro la Centrale del Latte Brescia. Si è salvato grazie al defibrillatore e ai tempestivi soccorsi.

Qualche anno fa, altro caso e altro salvataggio. Lo speaker dello stadio Olimpico deve la vita al defibrillatore e al pronto intervento del personale medico di una delle squadre presenti. Dal 20 gennaio 2016 tutto questo diventerà, o almeno così sarebbe dovuto essere, realtà. Nel 2013, il 20 luglio per l’esattezza, è entrato in vigore il decreto Balduzzi che prevede l’obbligo per le società di dotarsi, durante le partite e durante gli allenamenti, di un defibrillatore e di personale adeguatamente formato. Il decreto prevedeva che entro 6 mesi le società professionistiche si sarebbero dovute adeguare. Termine che saliva a 30 mesi per quelle dilettantistiche, escluse quelle che svolgono attività a ridotto impegno cardiocircolatorio quali bocce (escluso bocce in volo!), biliardo, golf, pesca sportiva di superficie, caccia sportiva, sport di tiro, giochi da tavolo e sport assimilati.

Ci siamo, il 20 gennaio è arrivato. È triste pensare che serva una legge per imporre qualcosa che dovrebbe essere semplicemente figlia della cultura della sicurezza e del buonsenso. Ma purtroppo è così. Finché non c’è un obbligo, sono in pochi coloro che si adeguano. Ma c’è di più. C’è di peggio. Perché questo è il Paese delle deroghe e delle proroghe che già da più parti si invocano e infatti è probabile uno slittamento all’1 luglio 2016. Uno dei motivi? Mancano i fondi per adeguarsi. Sapete quanto costa un defibrillatore? Intorno ai mille euro. Una cifra sostenibile per qualsiasi società.

Inoltre, c’è anche chi ritiene che si possano rischiare migliaia di contenziosi fra associazioni sportive e gestori degli impianti dove vengono praticate le attività, poiché la normativa Balduzzi non chiarisce se debba essere l’associazione o il gestore dell’impianto a farsi carico di formazione e installazione. In realtà non è così.

Gli oneri sono a carico delle società, ma queste possono associarsi se operano nello stesso impianto sportivo, oppure possono accordarsi con i gestori degli impianti perché siano questi a farsene carico. I corsi di formazione sono spesso gratuiti o quasi. Quindi non è tanto un problema di risorse. Serve solo la volontà. Oltre al defibrillatore occorre avere anche del personale adeguatamente formato: BLSD, così si chiamano tecnicamente questi corsi. Quattro lettere che salvano la vita. BLSD sta per Basic Life Support – Defibrillation, ovvero il sostegno di base alle funzioni vitali e la defibrillazione. Si tratta di un corso, in genere, di una giornata in cui viene rilasciato un attestato che certifica la vostra capacità di usare il defibrillatore.

Un altro luogo comune sul tema è la paura di usarlo e le responsabilità a cui si va incontro. In realtà, i defibrillatori semiautomatici di nuova generazione diagnosticano automaticamente la fibrillazione cardiaca ed erogano la scarica elettrica solo se riconoscono la fibrillazione ventricolare. Non è pertanto l’operatore ma il defibrillatore ad effettuare la diagnosi. E di conseguenza non sussiste l’abusivo esercizio della professione sanitaria, punito dall’art. 348 del codice penale.

A oggi, non tutte le Regioni si sono adeguate. Secondo i dati di qualche mese fa, all’appello del Ministero della Salute sull’applicazione del decreto ne mancavano ancora quattro: Lazio, Campania, Puglia e Umbria. È anche questa una delle ragioni per cui si potrebbe arrivare alla proroga di ulteriori 6 mesi. Sono stati presentati emendamenti al decreto Milleproroghe per spostare l’obbligo di dotazione di defibrillatori semi-automatici al 1 luglio 2016, così – si legge nel testo – “da consentire al Governo di risolvere le controversie e implementare quanto già previsto dalla legge”.

La normativa presenta una lacuna nel momento in cui non prevede sanzioni in caso di mancata osservanza dell’obbligo. Ma ci domandiamo: quale sanzione peggiore ci può essere della morte di un ragazzo mentre pratica il suo sport preferito? Il vero salto di qualità si farà quando si comprenderà che, al di là degli obblighi di legge e delle sanzioni, esiste la cultura del gioco in sicurezza, di cui il defibrillatore è solo uno dei tanti aspetti. È un po’ come andare in motorino con il casco: lo si dovrebbe fare per la propria salute e non per il rischio di incorrere in una multa. Il defibrillatore salva la vita. E chi salva una vita, salva il mondo intero.

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