Connettiti con noi

Sport & Integrazione

Sicurezza nello Sport: Problema risolto?

Federica Ragno

Published

on

Piermario Morosini con la maglia del Livorno. Il campione della pallavolo Vigor Bovolenta a 37 anni. E poi tanti ragazzi: Giorgio, Giovanni, Luca. Sono tutti atleti il cui cuore si è fermato per sempre. La loro vita sarebbe potuta ripartire se solo l’impianto dove facevano sport fosse stato dotato di un defibrillatore semiautomatico e di personale adeguatamente formato per usarlo. Si sarebbe così creata la catena della sopravvivenza.

Già, perché dal momento in cui il cuore decide di “impazzire” scatta un conto alla rovescia. In caso di morte cardiaca improvvisa, il tempo limite per salvare la vittima è di cinque minuti. L’unica possibilità di sopravvivenza è costituita dal defibrillatore. Cinque minuti. Cinque. Dopo, i danni rischiano di diventare irreversibili. O letali. Ecco allora che, più che avere un’ambulanza a bordo campo, conta che a bordo campo siano presenti il defibrillatore e il personale formato. C’è chi può testimoniarlo.

L’ultimo in ordine di tempo è Alessandro, ala della Assigeco Casalpusterlengo, serie A2 Est, pallacanestro senza fari e lustrini: il ragazzo si è accasciato al suolo durante la finale del torneo di basket Candusso-Grazioli che la sua squadra stava disputando contro la Centrale del Latte Brescia. Si è salvato grazie al defibrillatore e ai tempestivi soccorsi.

Qualche anno fa, altro caso e altro salvataggio. Lo speaker dello stadio Olimpico deve la vita al defibrillatore e al pronto intervento del personale medico di una delle squadre presenti. Dal 20 gennaio 2016 tutto questo diventerà, o almeno così sarebbe dovuto essere, realtà. Nel 2013, il 20 luglio per l’esattezza, è entrato in vigore il decreto Balduzzi che prevede l’obbligo per le società di dotarsi, durante le partite e durante gli allenamenti, di un defibrillatore e di personale adeguatamente formato. Il decreto prevedeva che entro 6 mesi le società professionistiche si sarebbero dovute adeguare. Termine che saliva a 30 mesi per quelle dilettantistiche, escluse quelle che svolgono attività a ridotto impegno cardiocircolatorio quali bocce (escluso bocce in volo!), biliardo, golf, pesca sportiva di superficie, caccia sportiva, sport di tiro, giochi da tavolo e sport assimilati.

Ci siamo, il 20 gennaio è arrivato. È triste pensare che serva una legge per imporre qualcosa che dovrebbe essere semplicemente figlia della cultura della sicurezza e del buonsenso. Ma purtroppo è così. Finché non c’è un obbligo, sono in pochi coloro che si adeguano. Ma c’è di più. C’è di peggio. Perché questo è il Paese delle deroghe e delle proroghe che già da più parti si invocano e infatti è probabile uno slittamento all’1 luglio 2016. Uno dei motivi? Mancano i fondi per adeguarsi. Sapete quanto costa un defibrillatore? Intorno ai mille euro. Una cifra sostenibile per qualsiasi società.

Inoltre, c’è anche chi ritiene che si possano rischiare migliaia di contenziosi fra associazioni sportive e gestori degli impianti dove vengono praticate le attività, poiché la normativa Balduzzi non chiarisce se debba essere l’associazione o il gestore dell’impianto a farsi carico di formazione e installazione. In realtà non è così.

Gli oneri sono a carico delle società, ma queste possono associarsi se operano nello stesso impianto sportivo, oppure possono accordarsi con i gestori degli impianti perché siano questi a farsene carico. I corsi di formazione sono spesso gratuiti o quasi. Quindi non è tanto un problema di risorse. Serve solo la volontà. Oltre al defibrillatore occorre avere anche del personale adeguatamente formato: BLSD, così si chiamano tecnicamente questi corsi. Quattro lettere che salvano la vita. BLSD sta per Basic Life Support – Defibrillation, ovvero il sostegno di base alle funzioni vitali e la defibrillazione. Si tratta di un corso, in genere, di una giornata in cui viene rilasciato un attestato che certifica la vostra capacità di usare il defibrillatore.

Un altro luogo comune sul tema è la paura di usarlo e le responsabilità a cui si va incontro. In realtà, i defibrillatori semiautomatici di nuova generazione diagnosticano automaticamente la fibrillazione cardiaca ed erogano la scarica elettrica solo se riconoscono la fibrillazione ventricolare. Non è pertanto l’operatore ma il defibrillatore ad effettuare la diagnosi. E di conseguenza non sussiste l’abusivo esercizio della professione sanitaria, punito dall’art. 348 del codice penale.

A oggi, non tutte le Regioni si sono adeguate. Secondo i dati di qualche mese fa, all’appello del Ministero della Salute sull’applicazione del decreto ne mancavano ancora quattro: Lazio, Campania, Puglia e Umbria. È anche questa una delle ragioni per cui si potrebbe arrivare alla proroga di ulteriori 6 mesi. Sono stati presentati emendamenti al decreto Milleproroghe per spostare l’obbligo di dotazione di defibrillatori semi-automatici al 1 luglio 2016, così – si legge nel testo – “da consentire al Governo di risolvere le controversie e implementare quanto già previsto dalla legge”.

La normativa presenta una lacuna nel momento in cui non prevede sanzioni in caso di mancata osservanza dell’obbligo. Ma ci domandiamo: quale sanzione peggiore ci può essere della morte di un ragazzo mentre pratica il suo sport preferito? Il vero salto di qualità si farà quando si comprenderà che, al di là degli obblighi di legge e delle sanzioni, esiste la cultura del gioco in sicurezza, di cui il defibrillatore è solo uno dei tanti aspetti. È un po’ come andare in motorino con il casco: lo si dovrebbe fare per la propria salute e non per il rischio di incorrere in una multa. Il defibrillatore salva la vita. E chi salva una vita, salva il mondo intero.

social banner

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri Sport

Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

Published

on

Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Come la Fifa cerca di rifarsi la reputazione…e trattenere gli Sponsor

Emanuele Sabatino

Published

on

La Fifa, la massima federazione internazionale calcistica ha un problema di reputazione. Nel 2015 l’allora presidente Sepp Blatter fu accusato e poi condannato per curruzione dopo l’assegnazione del mondiale in corso alla Russia ed il prossimo del 2022 al Qatar. Un duro boomerang pubblico vista la povertà di questi due paesi in fatto di diritti umani.

Come parziale risarcimento delle sue azioni la FIFA ha stabilito una richiesta di un minimo in fatto di diritti umani da parte dei paesi che ospitano e ospiteranno il mondiale, inclusa la zero tolleranza in fatto di discriminazioni basati sull’orientamento sessuale.

Il primo test di questa nuova politica è partito insieme all’inizio del mondiale di Russia 2018, un paese apertamente ostile alle persone LGBT. Con l’arrivo di tantissimi visitatori e tifosi, la Coppa del Mondo dovrebbe essere una festa di sport con l’intento di celebrare l’umanità.

La FIFA aveva il bisogno di mettere in chiaro cosa aspettarsi dalla Russia circa il rispetto delle sue regole durante il torneo e che stabilire una politica di totale concessione dei diritti umani deve essere il primo necessario e vitale step.

Giugno è anche il mese del quinto anniversario della legge “propaganda” e discriminante contro i gay adottata mesi prima i giochi Olimpici di Sochi del 2014. Questa legge penalizza le persone LGBT e crea un clima di tensione nei confronti di quest’ultimi spesso sfociato in episodi di violenza tant’è che molte guide hanno suggerito ai tifosi omosessuali giunti in Russia di non tenersi per mano per non rischiare ripercussioni.

Nel 2017 la Cecenia fu teatro di una bieca e terribile purga anti-gay. Le forze dell’ordine cecene accerchiarono un gruppo di persone sospettate di essere gay e bisessuali che vennero torturate ed alcuni di loro rapiti. Scioccanti le parole del leader militare ceceno Ramzan Kadyrov: “Qui non abbiamo nessun gay. Per la purificazione del nostro sangue, dovessimo trovarne qualcuno, lo prenderemo”.

Invece di prendere una posizione forte, la FIFA ha chiuso un occhio sull’omofobia tant’è che la capitale della Cecenia, Grozny, è stata inserita come uno dei siti di allenamento per il Mondiale.

Il Qatar che ha una legge che punisce le persone gay con una condanna da uno a tre anni di prigione, sarà il nuovo paese ospitante il Mondiale nel 2022. Questa legge anti-gay contrasta ovviamente le regole FIFA che al contrario proibiscono assolutamente ogni forma di discriminazione pena la sospensione e l’espulsione.

La FIFA ha dichiarato che sarà tempestivo il suo intervento qualora venisse verificata la violazione di ogni tipo di diritto umano e la discriminazione di ogni genere anche quella sull’orientamento sessuale. Tra il dire ed il fare però c’è di mezzo il mare.

Ospitare il Mondiale significa anche concedere un po’ della propria sovranità alla FIFA che storicamente ha messo bocca su delle leggi locali come nel caso del Mondiale in Sudafrica dove furono create dozzine di corti istantanee per perseguire i reati commessi durante il torneo o come in Brasile dove venne cambiata la legge che impediva di vendere la birra dentro lo stadio. Questo tipo di pressioni dovrebbero essere usate per cambiare cose molto più importanti come i diritti umani.

La FIFA ha dichiarato pubblicamente, prima dell’inizio del Mondiale, che si sarebbe aspettata dalla Russia un’atmosfera di benvenuto per i tifosi LGBT sottolineando che, in caso di violenze su questi ultimi, il paese sarebbe stato l’unico responsabile. L’intenzione è quella di mandare anche un fortissimo segnale al Qatar prossimo paese organizzatore nel caso non dovesse riformare le sue regole anti-gay. D’altronde quattro anni per farlo sono tempo a sufficienza.

Se la massima federazione calcistica non dovesse riuscire a forzare la sua linea rischierebbe anche di perdere tantissimi sponsor come Coca Cola, Adidas, McDonald’s, Visa ecc. tutte multinazionali che hanno nel loro statuto l’assoluto divieto di ogni tipo di discriminazione e che devono salvaguardare la loro reputazione e che quindi non possono legarsi ad eventi in paesi con idee contrarie. Ad esempio McDonald’s ha già annunciato che per paura dell’immobilismo della FIFA su questo tema nei prossimi Mondiali in Qatar non prenderà parte come sponsor dell’evento.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Quanto è difficile essere LGBT a Russia 2018

Emanuele Sabatino

Published

on

Nonostante l’opera di prevenzione della polizia inglese e di quella Russa nell’impedire ai tifosi più esagitati di entrambe le tifoserie di prendere parte al Mondiale di Russia 2018, rimane alto il rischio per il contatto tra le due tifoserie rivali e soprattutto per l’incolumità dei tifosi inglesi appartenenti alla comunità LGBT

Gli hooligans russi, infatti, stanno mandando continue minacce di morte ai tifosi inglesi gay e transgender presenti sul territorio russo. La minacce più diffuse vertono sull’accoltellare i gay e cacciarli dal loro paese.

Alcune minacce sono ritenute così pericolose che l’associazione “Pride in Football” legata ai gruppi LGBT ha dovuto denunciarle alla polizia.

Joe White, leader di questa associazione ha dichiarato: “Ci hanno fatto arrivare il messaggio che qualora dovessero trovarci ci accolteranno a morte”. L’indagine è tutt’ora aperta.

Non è un mistero che la Russia, dal punto di vista dell’orientamento sessuale ma non solo, sia uno dei paesi più intolleranti ed infatti nel 2017 si è posizionata al 48° posto su 49 paesi europei a proposito dei diritti della comunità LGBT. Proprio per questo sui giornali inglesi è stata pubblicata una guida indirizzata ai tifosi inglesi omosessuali sul come comportarsi in Russia onde evitare spiacevoli sorprese ed episodi di violenza.

Questa guida suggerisce di evitare di tenersi la mano o di baciarsi in pubblico, oltre al fatto di non portare e sventolare bandiere arcobaleno. Contrario a questa guida è però Joe White poiché a suo dire questa suggerisce il nascondersi ed invece la comunità LGBT non nasconderà affatto la propria natura.

I rapporti tra i due paesi sono al minimo storico sia a livello di tifoserie dopo che nel 2016, in occasione degli Europei, ci fu quella che venne definita “la battaglia di Marsiglia” con tantissimi feriti da ambo i lati e sia dal punto di vista diplomatico con il caso dell’avvelenamento dell’ufficiale russo Sergei Skripal e di sua figlia Yulia a Salisbury.

La speranza generalizzata è che essendo il Mondiale osservato e sotto gli occhi di tutti sia in un’occasione per promuovere i diritti delle comunità LGBT anche in un paese restio come la Russia ed in scondo luogo un repellente per gli hooligans dal creare episodi di caos e violenza.

Anche se quello che è accaduto prima dell’inizio di Russia 2018 non fa certo ben sperare.

Uno spazio per i tifosi gay e per quelli appartenenti alle minoranze etniche sito a San Pietroburgo durante il Mondiale è stato, infatti, costretto ad essere rilocato all’ultimo minuto.

Il proprietario del palazzo che avrebbe ospitato questo “spazio sicuro” avrebbe comunicato agli organizzatori il suo ritiro da questo evento a pochi giorni dall’inizio del torneo.

Piara Powar, direttore del FARE, network internazionale anti-discriminazione che stava supervisionando il progetto, ha dichiarato in un comunicato che il trasloco forzato è un qualcosa di familiare, un metodo con il quale le autorità cittadine fanno spesso chiudere le attività che non sono conformi alla loro politica, un attacco politico che dimostra ancora una volta la forza del potere conservativo in Russia.

Nonostante questo, anche se in ritardo, l’organizzazione è riuscita a trovare un’altra location sempre all’interno della città ed aprire le porte alla comunità di tifosi LGBT e delle minoranze etniche. Al momento ancora nessuna protesta, minaccia o attacco politico sono giunti né agli organizzatori né alla nuova sede.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending