Ogni tanto occorre fermarsi a riflettere sul proprio passato. Da bambino sono stato sfigatissimo, sempre ammalato, sempre in attesa di sapere quando sarei stato abbastanza sviluppato per subire il primo di una serie di interventi chirurgici per correggere un problema con cui ero nato. Altissimo, magrissimo, sempre l’ultimo in ogni attività sportiva, da cui tra l’altro i miei genitori cercavano di allontanarmi in ogni modo, perché loro avevano stabilito che io avrei studiato molto e mi sarei dedicato a cose serie senza perdite di tempo. Mio nonno Atlante però nel 1972, avevo 7 anni, mi aveva fatto vedere le Olimpiadi di Monaco in televisione, nel salotto di casa sua e nella vetrina del negozio di elettrodomestici del paese dove davano le prime sperimentali trasmissioni a colori della Rai, e io mi ero innamorato.

Ciò nonostante non ero certo migliorato nella pratica sportiva, sempre l’ultimo ad essere scelto quando si facevano le squadre all’oratorio, forse anche un po’ bullizzato come si direbbe oggi, anche se io non ne ho la sensazione e non ne conservo ricordo. Iniziai a usare la testa: nel cortile delle elementari già organizzavo gli eventi per i compagni, inventai la serie A2 prima che lo facesse la Federazione Pallacanestro, nel senso che volendo per una volta vincere una corsa organizzai un’andata e ritorno del cortile e chiesi ai compagni di iscriversi alla gara di quelli che corrono forte se ritenevano di essere tali o a quella di quelli che correvano piano. Ovviamente si iscrissero tutti alla batteria dei forti tranne io e Franco, l’unico che andava più piano di me, alto e scoordinato come me, che battei agevolmente, si trova sempre qualcuno più sfigato. E lo fu davvero tanto Franco: divenne un ragazzone grande e forte, matricola di ingegneria, e se ne andò ventenne per un tumore.

Rinunciai allo sport attivo e mi dedicai anima e corpo all’organizzazione: a scuola e all’oratorio. Alle medie il professore di ginnastica mi portava con se a qualunque evento  l’istituto partecipasse, dalla campestre ai distrettuali di pallamano, come giovanissimo dirigente. I distrettuali di pallamano li vincevamo sempre, il professore ragionava come me, c’erano due scuole nel distretto che praticavano la pallamano e uno più sfigato si trova sempre…

Negli anni che seguirono mi occupai di un po’ di tutto, prima nel Tennis, dirigente accompagnatore, direttore di torneo, vicepresidente del circolo del mio paese a 23 anni, poi nella Pallacanestro, anche in questo campo dirigente accompagnatore, scout, addetto stampa, all’occasione ufficiale di campo. Successivamente ho fondato una squadra di  freccette elettroniche, un circolo di carrom, una sorta di biliardo indiano che si gioca con le dita. Nel frattempo ho iniziato a scrivere di sport sul giornale locale e ad occuparmi di cavalli. Poi a 34 anni, improvvisamente e senza un perché concreto, ma tanti emotivi, a cavallo ho imparato ad andare e a saltare ostacoli, mi sono fratturato qualche osso, tornando in chirurgia dopo le quattro devastanti esperienza di quando ero bambino. A 39 ho imparato a nuotare, a 47 ho vinto un Trofeo Nazionale, una sorta di Coppa Italia, insomma un gradino meno di un titolo italiano, nella auto storiche. Una sorta di vita al contrario. Senza nel frattempo smettere di scrivere.

A 42 mi ero anche sposato, fidanzato per la prima volta a 41, giusto per non smentire il mio modo inverso di far le cose, e quando ne avevo già compiuti 45 è arrivata Maria, 19 dicembre 2010. Poco più di due anni dopo si è aperto il capitolo autismo, quello di Maria, come dicevo sopra uno più sfigato lo trovi sempre… E qui la mia capacità di far le cose al tempo sbagliato è diventata ancora più utile perché mi ha consentito di capire come ragiona e come agisce lei con molta più facilità di chi  segue  linee rette. Si è aperto un altro  mondo ancora, fatto di associazioni, terapie, neuropsichiatri infantili,  insegnanti di sostegno. E anche ho avuto modo di scoprire che forse tante delle mie difficoltà, stranezze, non so pelare una mela, né andare in bicicletta, o soffiare il naso ad esempio, sono legate alle sindrome di Asperger che si rapporta molto da vicino con la sindrome dello spettro autistico, ma non ho approfondito: un decennio abbondante di psicoterapia tradizionale mi aveva consentito nel frattempo di raggiungere comunque un mio equilibrio diverso. Differente è il discorso per Maria, che sta si avendo tutte le terapie possibili, ma che ora mi obbliga a fermarmi non più per interrogarmi sul mio passato ma sul suo futuro.

Close