Non è una domenica sera qualunque a Medinah. Sta per terminare un weekend storico. Chi è arrivato in Illinois da ogni parte il mondo, ha assistito ad uno spettacolo sportivo forse irripetibile. Ed ora siamo tutti lì, gli sguardi di milioni di persone concentrati su un piccolo fazzoletto di verdissima erba. Martin Kaymer, il tedesco di ghiaccio, scruta il green. Studia la pendenza, valuta la potenza del colpo. QUEL colpo: il putt che vale una Ryder Cup.

Seve c’è. Questo Kaymer lo sa, come lo sanno tutti i tifosi del Team Europe. E siamo tutti molto più tranquilli. La palla parte. È un putt lungo, difficile, Martin ne ha già sbagliato qualcuno e abbiamo maledetto quella pallina, quasi più di quanto abbiamo maledetto Rory Mac, che la stessa mattina, dovendo giocare da terzo nei match singoli, ha ben pensato di sbagliare a mettere la sveglia. Ma scivola la palla sul green della buca diciotto, mentre noi tratteniamo il respiro. E ci teniamo tutti stretti l’un l’altro, Poulter e Rory, G-Mac e il giovane Colsaerts, Sergio Garcia e capitan Olazábal. E tutti abbracciamo Seve.

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E poi la pallina improvvisamente sparisce, inghiottita chissà come dal mare d’erba, mentre quel suono metallico riecheggia da Medinah in ogni parte del globo. La Ryder Cup torna a casa con noi. Corrono tutti sul green, ognuno con la sua bandiera. Manca solo Chicco Molinari, lui per regolamento il suo match lo deve finire lo stesso, ma il suo sorriso mentre Tiger Woods putta alla diciassette la dice comunque lunga. E tra gli abbracci di molti e le lacrime di più di qualcuno, una figura sovrasta tutti. Eccolo Seve, con il suo completo blu, con il putt nella mano sinistra e la destra chiusa in un pugno che stringe l’aria con tutta la gioia possibile. Proprio come a St Andrews nel 1984, quando aveva vinto il suo secondo Open. La folla è in delirio, persino gli americani si uniscono al coro. Olè, olè, olè, olè… Seve… Seve… Seve c’è. Non se n’è mai andato.

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Severiano Ballesteros, per tutti Seve, è spesso considerato la massima espressione golfistica dell’Europa continentale. Figlio delle spiagge di Cantabria, Seve è precoce, come nessuno prima di lui e come pochissimi altri dopo. Professionista a sedici anni quando ancora i ragazzi prodigio non andavano di moda, a diciotto si prende il lusso di guidare il British Open fino al terzo giro, prima di un pessimo 74 finale, che lo relega al secondo posto assieme a un mostro sacro come Jack Nicklaus. Ma è un campione Seve, un predestinato, è evidente a tutti. Ed è altrettanto chiaro che l’Open non può sfuggirgli in eterno.

Il fato però sembra non essere particolarmente d’accordo. Buttare un occhio al leaderboard dell’edizione 1979 è come fare un giro sulle montagne russe. Il percorso al Royal Lytham & St Annes Golf Club è pieno di insidie e quasi nessuno riesce ad azzeccare due giri buoni di fila. Fioccano i 65, ma anche i 74. Esemplare il torneo dello scozzese Bill Longmuir, che dopo le prime diciotto è in testa con un ottimo -6, ma finisce la terza giornata di gara a tre sopra il par e termina l’Open addirittura fuori dai primi dieci. Seve inizia male, ma un ottimo secondo giro gli permette di assistere al primo taglio dalla seconda posizione. Davanti a lui c’è solo Hale Irwin, l’unico in grado di rimanere sotto il par in entrambe le giornate. Ma neanche Irwin riesce a mantenersi costante e a metà quarto giro Seve è al comando.

Due colpi di vantaggio alla buca sedici sono tanti, ma non abbastanza se decidi di sparare il tuo tee shot nel parcheggio a destra del green. Un errore simile affonderebbe chiunque, ma Severiano Ballesteros non è uno qualsiasi. Lui è l’uomo dei miracoli. E quindi, dopo il tempo necessario per spostare le macchine e garantire allo spagnolo lo spazio per colpire, Seve attacca il green. Novanta yard e qualche secondo dopo, la pallina giunge docilmente a sei metri dalla buca. Che non sono troppi, ma abbastanza da far tremare la mano se non hai neanche ventitré anni e rischi di vincere il tuo primo major. Eppure la mano non trema, un tee shot nel parcheggio si trasforma magicamente in un birdie e due buche dopo la Claret Jug prende la residenza sulle rive del golfo di Biscaglia.

Ma il 1979 magico di Seve non termina sui campi del Lancashire. C’è giusto il tempo di riposarsi un po’, prima di volare a White Sulphur Springs, West Virginia. Assieme ad Antonio Garrido, Ballesteros ha l’onore di essere il primo golfista dell’Europa continentale a disputare la Ryder Cup. La nuova formula, inaugurata proprio quell’anno, prevede la creazione di un team del Vecchio continente, che vada a sostituire quello composto da giocatori di Gran Bretagna e Irlanda. È l’inizio di un grande amore, quello tra Seve e la Ryder. Otto partecipazioni in campo e una da capitano non giocatore, condite da cinque vittorie. Naturalmente, come ogni storia d’amore che si rispetti, l’inizio è un po’ complicato. Dai cinque match esce fuori un misero punto, in coppia con Garrido, nei foursome del venerdì pomeriggio. Ma come si suol dire, il ghiaccio è rotto, e di tempo per rifarsi ce ne sarà in abbondanza.

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Gli anni Ottanta rappresentano infatti l’apice della carriera di Seve. Altri quattro major, tra cui due Masters (1980 e 1983) ed il celeberrimo Open del 1984. A St Andrews, Scozia, lo spagnolo non sale mai sopra i 70 e vanifica gli sforzi di Thomas Langer e soprattutto di Tom Watson, alla ricerca della terza affermazione consecutiva in terra britannica. L’immagine simbolo di quel torneo e di tutta la carriera di Ballesteros è quel pugno al cielo dopo il birdie alla buca diciotto, la gioia indescrivibile di chi, e sono parole sue, sta vivendo “il momento più bello della mia carriera”. Di Open Seve ne vince un altro, nel 1988, consolidando il suo status di numero uno del neonato ranking mondiale, che mantiene per un totale di sessantuno settimane nel corso di oltre tre anni.

Quando si tratta di scrivere la storia il nostro Seve non si fa mai pregare. È quindi naturale che nella vittoria del Team Europe che nel 1985 interrompe quasi trent’anni di predominio degli USA nella Ryder Cup ci sia la sua firma. Ed è altrettanto ovvio che due anni dopo, a Dublin, Ohio, sia proprio Ballesteros a portare a casa ben quattro dei quindici punti con cui l’Europa vince per la prima volta il trofeo in terra statunitense. Ma per noi, l’evento importante è un altro. Tra i convocati di Tony Jacklin c’è un rookie di ventuno anni, nove in meno di Seve, ma spagnolo anche lui. Basco, a voler essere pignoli. Anche Hondarribia, città natale di José María Olazábal, si affaccia sul Golfo di Biscaglia. Sarà il mare, sarà il destino. Quel che è certo è che sui campi dell’Ohio nasce la coppia più forte, numeri alla mano, della storia della Ryder Cup. Sulle prime sono semplicemente “quei due spagnoli”. Ma la Storia del Golf li ricorderà per sempre con un sobriquet forse meno modesto e certamente più appropriato: “the Spanish Armada”.

Un’Armata che totalmente invincibile non è, ma che ha risultati di gran lunga migliori della flotta da guerra di Filippo II da cui prende il nome. Quasi ogni match giocato dalla coppia tra il 1987 e il 1993 porta punti all’Europa. Undici vittorie e due pareggi su quindici incontri. Numeri da capogiro, resi ancor più importanti dai nomi degli sconfitti: Larry Nelson, Tom Watson, Davis Love III, giusto per citarne qualcuno. Foursome, four-balls, per Seve e José non fa differenza. È una partnership unica, naturale, tra due golfisti e due uomini eccezionali. Dentro il campo c’è il talento, e ce n’è tanto, fuori una profonda amicizia, un rapporto che gli anni non fanno altro che rafforzare, solido e leale nonostante la forte competizione tra i due in singolo. Spesso e volentieri, le vittorie del Team Europe arrivano grazie ai punti dell’Armata Spagnola. Quando la marea a stelle e strisce minaccia di portarsi via la Coppa, le due Colonne d’Ercole si ergono a difesa del Vecchio Continente.

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Non è quindi un caso che nel settembre 1997 la prima Ryder Cup giocata nell’Europa non insulare si tenga a Sotogrande, Andalusia. E non è certamente casuale la scelta del capitano non giocatore. È Seve a guidare la “sporca dozzina“, pronta a sfidare i giovani ed agguerriti americani, che schierano due rookie destinati a diventare grandi, Tiger Woods e Jim Furyk. Nei dodici c’è, anche se per il rotto della cuffia, anche Olazábal. Un’annata non eccezionale non gli ha permesso di qualificarsi. Una scelta come wild card da parte di Seve è prevedibile, ma naturalmente soggetta a critiche. A regalare a José il pass diretto per Sotogrande ci pensa però un infortunio al connazionale Martín. Senza Seve in campo, il basco sembra un po’ smarrito, ma purtroppo per gli USA, non abbastanza. A fianco dell’amico di sempre, Ballesteros schiera il nostro Costantino Rocca. La connection latina funziona, portando a casa due punti su tre incontri. Gli statunitensi tentano un recupero disperato nei match singoli, ma quando Langer vince il suo scontro con Faxon, Seve può abbracciare tutti i suoi ragazzi e sollevare la Coppa davanti al pubblico di casa.

È una delle sue ultime gioie sportive, assieme all’induzione nella Hall of Fame nel 2000. Troppi infortuni alla schiena, ne risentono sia le prestazioni che il morale. Seguono un primo ritiro mai completamente accettato, un breve ritorno tra 2005 e 2006 e l’addio definitivo l’anno successivo. Nonostante ciò, Ballesteros continua a occuparsi di golf, organizzando tornei e applicando le sue conoscenze al design dei maggiori country club del mondo. A interrompere questo impegno arriva nel 2008 una pessima notizia: le analisi successive a uno svenimento in aeroporto rivelano un tumore cerebrale. La prognosi è negativa. La situazione è molto grave. Ci vorrebbe un miracolo. Eppure l’intervento e le successive chemioterapie permettono a Seve di rimettersi in piedi e lo convincono a creare la Fondazione Seve Ballesteros, che si occupa di raccogliere fondi per la ricerca sul cancro e di aiutare finanziariamente i giovani golfisti di talento che versano in cattive condizioni economiche. Ma si avvicinano i titoli di coda. Il 6 maggio 2011 un comunicato stampa annuncia il rapido deterioramento delle sue condizioni di salute. Il giorno successivo, il grande Seve mette l’ultimo segno sulla sua personalissima scorecard, proprio durante il terzo giro dell’Open di Spagna.

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Muore l’uomo, ma non la leggenda. E l’ultimo atto deve ancora arrivare. Torniamo quindi a Medinah, Illinois, più di ventiquattro ore prima del famoso putt di Kaymer. Josè Maria Olazábal scruta il tabellone con aria sconsolata. Justin Rose e Chicco Molinari hanno appena perso il loro four-ball. Gli Stati Uniti sono avanti 10 punti a 4. I suoi ragazzi portano a casa i due match finali del sabato, ma quattro punti restano comunque un’eternità. Nessuno è mai riuscito a recuperare un tale svantaggio all’inizio dei singoli. Ci vorrebbe un’impresa mai vista. Ci vorrebbe un miracolo. Ci vorrebbe Seve… E Seve c’è. Nei cuori di tutti, verrebbe da dire. Giusto, ma sarebbe meglio dire “sul” cuore. Perché il cuore di un golfista è nella sua sacca, ed è proprio sulle sacche dei giocatori europei viene serigrafata la silhouette di Ballesteros che festeggia l’Open del 1984. La domenica mattina, ognuno abbandona il proprio completo personale. Dodici uomini, tutti in bianco e blu, i colori preferiti di Seve. Dodici atleti alla ricerca di un sogno.

Luke Donald, Paul Lawrie e Rory McIlroy lanciano la rimonta. Quando Ian Poulter pareggia i conti, l’esultanza dei tifosi europei rischia di far venire giù le tribune. Perde Nicolas Colsaerts, ma è giovane, avrà tempo per rifarsi. Non delude Justin Rose, che nella sfida con Phil Mickelson riporta il punteggio sull’undici pari. Ancora America avanti, Graeme McDowell si arrende a Zach Johnson. Ma l’Europa è sempre lì, cortesia di Lee Westwood. Testa a testa, punto a punto, buca a buca. Sergio Garcia, toh, uno spagnolo, porta avanti i ragazzi vestiti di blu, battendo alla buca diciotto Jim Furyk. Già, proprio QUEL Jim Furyk. Sui maxischermi sparsi sulle altre buche e su milioni di TV in tutto il mondo sta andando in onda un incredibile momento di sport. E non importa il punto perso da Peter Hanson, non ci interessa che si sia di nuovo in parità. Basta un punto per un pareggio e per mantenere quindi la Coppa. Partendo da 10-6, vale come e più di una vittoria. E quindi rieccoci sul green della diciotto mentre Martin Kaymer osserva la pallina finire in buca. 14-13, l’obiettivo è raggiunto. E mentre tutti già festeggiano, Francesco Molinari mette la ciliegina sulla torta, strappando l’ultimo mezzo punto a Tiger Woods e legittimando il trionfo del Team Europe. Le agenzie giornalistiche sparano immediatamente un titolo, che rimane nella memoria collettiva: è il Miracolo di Medinah.

Piange di gioia Olazábal, abbraccia tutti i suoi ragazzi e li ringrazia, uno ad uno. E tra le lacrime e lo champagne, le bandiere sulle spalle e il delirio del pubblico, è facile immaginare che da qualche parte Severiano Ballesteros stia esultando stringendo il pugno, fiero di quei dodici campioni e consapevole che anche quell’attimo rimarrà, seppur indirettamente, per sempre parte indelebile della sua incredibile Storia. Perché Seve a Medinah c’era. Per tutti, Seve non se n’è mai andato.

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