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Seve Ballesteros, l’uomo dei miracoli

Francesco Cavallini

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Il 7 Maggio 2011 ci salutava per sempre Severiano Ballesteros, per tutti Seve, golfista spagnolo che ha lasciato la sua impronta sui prati di tutto il mondo e nella nostra memoria. Questa è la sua gloriosa, indimenticabile e triste storia.

Non è una domenica sera qualunque a Medinah. Sta per terminare un weekend storico. Chi è arrivato in Illinois da ogni parte il mondo, ha assistito ad uno spettacolo sportivo forse irripetibile. Ed ora siamo tutti lì, gli sguardi di milioni di persone concentrati su un piccolo fazzoletto di verdissima erba. Martin Kaymer, il tedesco di ghiaccio, scruta il green. Studia la pendenza, valuta la potenza del colpo. QUEL colpo: il putt che vale una Ryder Cup.

Seve c’è. Questo Kaymer lo sa, come lo sanno tutti i tifosi del Team Europe. E siamo tutti molto più tranquilli. La palla parte. È un putt lungo, difficile, Martin ne ha già sbagliato qualcuno e abbiamo maledetto quella pallina, quasi più di quanto abbiamo maledetto Rory Mac, che la stessa mattina, dovendo giocare da terzo nei match singoli, ha ben pensato di sbagliare a mettere la sveglia. Ma scivola la palla sul green della buca diciotto, mentre noi tratteniamo il respiro. E ci teniamo tutti stretti l’un l’altro, Poulter e Rory, G-Mac e il giovane Colsaerts, Sergio Garcia e capitan Olazábal. E tutti abbracciamo Seve.

E poi la pallina improvvisamente sparisce, inghiottita chissà come dal mare d’erba, mentre quel suono metallico riecheggia da Medinah in ogni parte del globo. La Ryder Cup torna a casa con noi. Corrono tutti sul green, ognuno con la sua bandiera. Manca solo Chicco Molinari, lui per regolamento il suo match lo deve finire lo stesso, ma il suo sorriso mentre Tiger Woods putta alla diciassette la dice comunque lunga. E tra gli abbracci di molti e le lacrime di più di qualcuno, una figura sovrasta tutti. Eccolo Seve, con il suo completo blu, con il putt nella mano sinistra e la destra chiusa in un pugno che stringe l’aria con tutta la gioia possibile. Proprio come a St Andrews nel 1984, quando aveva vinto il suo secondo Open. La folla è in delirio, persino gli americani si uniscono al coro. Olè, olè, olè, olè… Seve… Seve… Seve c’è. Non se n’è mai andato.

 

Severiano Ballesteros, per tutti Seve, è spesso considerato la massima espressione golfistica dell’Europa continentale. Figlio delle spiagge di Cantabria, Seve è precoce, come nessuno prima di lui e come pochissimi altri dopo. Professionista a sedici anni quando ancora i ragazzi prodigio non andavano di moda, a diciotto si prende il lusso di guidare il British Open fino al terzo giro, prima di un pessimo 74 finale, che lo relega al secondo posto assieme a un mostro sacro come Jack Nicklaus. Ma è un campione Seve, un predestinato, è evidente a tutti. Ed è altrettanto chiaro che l’Open non può sfuggirgli in eterno.

Il fato però sembra non essere particolarmente d’accordo. Buttare un occhio al leaderboard dell’edizione 1979 è come fare un giro sulle montagne russe. Il percorso al Royal Lytham & St Annes Golf Club è pieno di insidie e quasi nessuno riesce ad azzeccare due giri buoni di fila. Fioccano i 65, ma anche i 74. Esemplare il torneo dello scozzese Bill Longmuir, che dopo le prime diciotto è in testa con un ottimo -6, ma finisce la terza giornata di gara a tre sopra il par e termina l’Open addirittura fuori dai primi dieci. Seve inizia male, ma un ottimo secondo giro gli permette di assistere al primo taglio dalla seconda posizione. Davanti a lui c’è solo Hale Irwin, l’unico in grado di rimanere sotto il par in entrambe le giornate. Ma neanche Irwin riesce a mantenersi costante e a metà quarto giro Seve è al comando.

Due colpi di vantaggio alla buca sedici sono tanti, ma non abbastanza se decidi di sparare il tuo tee shot nel parcheggio a destra del green. Un errore simile affonderebbe chiunque, ma Severiano Ballesteros non è uno qualsiasi. Lui è l’uomo dei miracoli. E quindi, dopo il tempo necessario per spostare le macchine e garantire allo spagnolo lo spazio per colpire, Seve attacca il green. Novanta yard e qualche secondo dopo, la pallina giunge docilmente a sei metri dalla buca. Che non sono troppi, ma abbastanza da far tremare la mano se non hai neanche ventitré anni e rischi di vincere il tuo primo major. Eppure la mano non trema, un tee shot nel parcheggio si trasforma magicamente in un birdie e due buche dopo la Claret Jug prende la residenza sulle rive del golfo di Biscaglia.

Ma il 1979 magico di Seve non termina sui campi del Lancashire. C’è giusto il tempo di riposarsi un po’, prima di volare a White Sulphur Springs, West Virginia. Assieme ad Antonio Garrido, Ballesteros ha l’onore di essere il primo golfista dell’Europa continentale a disputare la Ryder Cup. La nuova formula, inaugurata proprio quell’anno, prevede la creazione di un team del Vecchio continente, che vada a sostituire quello composto da giocatori di Gran Bretagna e Irlanda. È l’inizio di un grande amore, quello tra Seve e la Ryder. Otto partecipazioni in campo e una da capitano non giocatore, condite da cinque vittorie. Naturalmente, come ogni storia d’amore che si rispetti, l’inizio è un po’ complicato. Dai cinque match esce fuori un misero punto, in coppia con Garrido, nei foursome del venerdì pomeriggio. Ma come si suol dire, il ghiaccio è rotto, e di tempo per rifarsi ce ne sarà in abbondanza.

 

Gli anni Ottanta rappresentano infatti l’apice della carriera di Seve. Altri quattro major, tra cui due Masters (1980 e 1983) ed il celeberrimo Open del 1984. A St Andrews, Scozia, lo spagnolo non sale mai sopra i 70 e vanifica gli sforzi di Thomas Langer e soprattutto di Tom Watson, alla ricerca della terza affermazione consecutiva in terra britannica. L’immagine simbolo di quel torneo e di tutta la carriera di Ballesteros è quel pugno al cielo dopo il birdie alla buca diciotto, la gioia indescrivibile di chi, e sono parole sue, sta vivendo “il momento più bello della mia carriera”. Di Open Seve ne vince un altro, nel 1988, consolidando il suo status di numero uno del neonato ranking mondiale, che mantiene per un totale di sessantuno settimane nel corso di oltre tre anni.

Quando si tratta di scrivere la storia il nostro Seve non si fa mai pregare. È quindi naturale che nella vittoria del Team Europe che nel 1985 interrompe quasi trent’anni di predominio degli USA nella Ryder Cup ci sia la sua firma. Ed è altrettanto ovvio che due anni dopo, a Dublin, Ohio, sia proprio Ballesteros a portare a casa ben quattro dei quindici punti con cui l’Europa vince per la prima volta il trofeo in terra statunitense. Ma per noi, l’evento importante è un altro. Tra i convocati di Tony Jacklin c’è un rookie di ventuno anni, nove in meno di Seve, ma spagnolo anche lui. Basco, a voler essere pignoli. Anche Hondarribia, città natale di José María Olazábal, si affaccia sul Golfo di Biscaglia. Sarà il mare, sarà il destino. Quel che è certo è che sui campi dell’Ohio nasce la coppia più forte, numeri alla mano, della storia della Ryder Cup. Sulle prime sono semplicemente “quei due spagnoli”. Ma la Storia del Golf li ricorderà per sempre con un sobriquet forse meno modesto e certamente più appropriato: “the Spanish Armada”.

Un’Armata che totalmente invincibile non è, ma che ha risultati di gran lunga migliori della flotta da guerra di Filippo II da cui prende il nome. Quasi ogni match giocato dalla coppia tra il 1987 e il 1993 porta punti all’Europa. Undici vittorie e due pareggi su quindici incontri. Numeri da capogiro, resi ancor più importanti dai nomi degli sconfitti: Larry Nelson, Tom Watson, Davis Love III, giusto per citarne qualcuno. Foursome, four-balls, per Seve e José non fa differenza. È una partnership unica, naturale, tra due golfisti e due uomini eccezionali. Dentro il campo c’è il talento, e ce n’è tanto, fuori una profonda amicizia, un rapporto che gli anni non fanno altro che rafforzare, solido e leale nonostante la forte competizione tra i due in singolo. Spesso e volentieri, le vittorie del Team Europe arrivano grazie ai punti dell’Armata Spagnola. Quando la marea a stelle e strisce minaccia di portarsi via la Coppa, le due Colonne d’Ercole si ergono a difesa del Vecchio Continente.

Non è quindi un caso che nel settembre 1997 la prima Ryder Cup giocata nell’Europa non insulare si tenga a Sotogrande, Andalusia. E non è certamente casuale la scelta del capitano non giocatore. È Seve a guidare la “sporca dozzina“, pronta a sfidare i giovani ed agguerriti americani, che schierano due rookie destinati a diventare grandi, Tiger Woods e Jim Furyk. Nei dodici c’è, anche se per il rotto della cuffia, anche Olazábal. Un’annata non eccezionale non gli ha permesso di qualificarsi. Una scelta come wild card da parte di Seve è prevedibile, ma naturalmente soggetta a critiche. A regalare a José il pass diretto per Sotogrande ci pensa però un infortunio al connazionale Martín. Senza Seve in campo, il basco sembra un po’ smarrito, ma purtroppo per gli USA, non abbastanza. A fianco dell’amico di sempre, Ballesteros schiera il nostro Costantino Rocca. La connection latina funziona, portando a casa due punti su tre incontri. Gli statunitensi tentano un recupero disperato nei match singoli, ma quando Langer vince il suo scontro con Faxon, Seve può abbracciare tutti i suoi ragazzi e sollevare la Coppa davanti al pubblico di casa.

È una delle sue ultime gioie sportive, assieme all’induzione nella Hall of Fame nel 2000. Troppi infortuni alla schiena, ne risentono sia le prestazioni che il morale. Seguono un primo ritiro mai completamente accettato, un breve ritorno tra 2005 e 2006 e l’addio definitivo l’anno successivo. Nonostante ciò, Ballesteros continua a occuparsi di golf, organizzando tornei e applicando le sue conoscenze al design dei maggiori country club del mondo. A interrompere questo impegno arriva nel 2008 una pessima notizia: le analisi successive a uno svenimento in aeroporto rivelano un tumore cerebrale. La prognosi è negativa. La situazione è molto grave. Ci vorrebbe un miracolo. Eppure l’intervento e le successive chemioterapie permettono a Seve di rimettersi in piedi e lo convincono a creare la Fondazione Seve Ballesteros, che si occupa di raccogliere fondi per la ricerca sul cancro e di aiutare finanziariamente i giovani golfisti di talento che versano in cattive condizioni economiche. Ma si avvicinano i titoli di coda. Il 6 maggio 2011 un comunicato stampa annuncia il rapido deterioramento delle sue condizioni di salute. Il giorno successivo, il grande Seve mette l’ultimo segno sulla sua personalissima scorecard, proprio durante il terzo giro dell’Open di Spagna.

Muore l’uomo, ma non la leggenda. E l’ultimo atto deve ancora arrivare. Torniamo quindi a Medinah, Illinois, più di ventiquattro ore prima del famoso putt di Kaymer. Josè Maria Olazábal scruta il tabellone con aria sconsolata. Justin Rose e Chicco Molinari hanno appena perso il loro four-ball. Gli Stati Uniti sono avanti 10 punti a 4. I suoi ragazzi portano a casa i due match finali del sabato, ma quattro punti restano comunque un’eternità. Nessuno è mai riuscito a recuperare un tale svantaggio all’inizio dei singoli. Ci vorrebbe un’impresa mai vista. Ci vorrebbe un miracolo. Ci vorrebbe Seve… E Seve c’è. Nei cuori di tutti, verrebbe da dire. Giusto, ma sarebbe meglio dire “sul” cuore. Perché il cuore di un golfista è nella sua sacca, ed è proprio sulle sacche dei giocatori europei viene serigrafata la silhouette di Ballesteros che festeggia l’Open del 1984. La domenica mattina, ognuno abbandona il proprio completo personale. Dodici uomini, tutti in bianco e blu, i colori preferiti di Seve. Dodici atleti alla ricerca di un sogno.

Luke Donald, Paul Lawrie e Rory McIlroy lanciano la rimonta. Quando Ian Poulter pareggia i conti, l’esultanza dei tifosi europei rischia di far venire giù le tribune. Perde Nicolas Colsaerts, ma è giovane, avrà tempo per rifarsi. Non delude Justin Rose, che nella sfida con Phil Mickelson riporta il punteggio sull’undici pari. Ancora America avanti, Graeme McDowell si arrende a Zach Johnson. Ma l’Europa è sempre lì, cortesia di Lee Westwood. Testa a testa, punto a punto, buca a buca. Sergio Garcia, toh, uno spagnolo, porta avanti i ragazzi vestiti di blu, battendo alla buca diciotto Jim Furyk. Già, proprio QUEL Jim Furyk. Sui maxischermi sparsi sulle altre buche e su milioni di TV in tutto il mondo sta andando in onda un incredibile momento di sport. E non importa il punto perso da Peter Hanson, non ci interessa che si sia di nuovo in parità. Basta un punto per un pareggio e per mantenere quindi la Coppa. Partendo da 10-6, vale come e più di una vittoria. E quindi rieccoci sul green della diciotto mentre Martin Kaymer osserva la pallina finire in buca. 14-13, l’obiettivo è raggiunto. E mentre tutti già festeggiano, Francesco Molinari mette la ciliegina sulla torta, strappando l’ultimo mezzo punto a Tiger Woods e legittimando il trionfo del Team Europe. Le agenzie giornalistiche sparano immediatamente un titolo, che rimane nella memoria collettiva: è il Miracolo di Medinah.

Piange di gioia Olazábal, abbraccia tutti i suoi ragazzi e li ringrazia, uno ad uno. E tra le lacrime e lo champagne, le bandiere sulle spalle e il delirio del pubblico, è facile immaginare che da qualche parte Severiano Ballesteros stia esultando stringendo il pugno, fiero di quei dodici campioni e consapevole che anche quell’attimo rimarrà, seppur indirettamente, per sempre parte indelebile della sua incredibile Storia. Perché Seve a Medinah c’era. Per tutti, Seve non se n’è mai andato.

 

 

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Gino Bartali, il fascismo e quel Tour de France che “salvò” l’Italia

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 104 anni Gino Bartali, leggenda del ciclismo italiano e mondiale, recentemente dichiarato cittadino onorario di Gerusalemme. La sua vita e la sua carriera attraversarono la storia di un’Italia prima sotto il Regime Fascista e poi intenta a ricostruirsi un’identità e unità nazionale.

Su “Io Gioco Pulitosi era già parlato dello stretto e inscindibile legame che lega il Giro d’Italia alla storia contemporanea del nostro paese attraverso una simbiosi continua, che ha permesso di leggere nella “Corsa Rosa” lo specchio dei sentimenti, delle ambizioni, degli ideali e delle speranze che hanno animato nel corso dei decenni i nostri connazionali. La forte identificazione tra l’Italia e il Giro spiega almeno in parte la forte empatia storicamente provata dagli italiani per i più grandi protagonisti del ciclismo tricolore, divenuti al tempo stesso idoli e figliocci degli appassionati di questo sport. Ciò era ancora più evidente ai tempi in cui tra il pubblico e i campioni non vi erano tutte le barriere, fisiche e metaforiche, che oggigiorno li separano, in cui i tifosi delle due ruote apprezzavano i ciclisti italiani in quanto genuini rappresentanti del caloroso popolo che li seguiva sulle strade del Belpaese.

Certi legami riescono a rompere la loro stretta contingenza temporale e assumono una rilevanza superiore, come testimonia l’assoluta attualità della figura di Gino Bartali, un fuoriclasse del ciclismo eroico della prima metà del Novecento che ha saputo a tempo debito mettere le sue pedalate al servizio di ideali superiori, conquistandosi un rispetto ancora oggi sentito e vissuto in particolar modo nella sua nativa Toscana. A perenne ricordo dell’impresa più grande di Bartali vi sono oggi due alberi e un’onorificenza postuma, che testimoniano l’impegno che Ginettaccio profuse in piena seconda guerra mondiale, in un’Italia sconvolta, invasa, divisa e umiliata, per proteggere centinaia di cittadini ebrei dallo sterminio nazista.

L’onorificenza è la Medaglia d’Oro al Valore Civile attribuita a Bartali nel 2005, cinque anni dopo la sua morte, dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi; gli alberi sono componenti di due distinti “Giardini dei Giusti”, i memoriali viventi degli uomini che salvarono vite durante l’Olocausto e altri genocidi della storia del Novecento, a Padova e a Gerusalemme, nei quali la pianta dedicata a Bartali è stata interrata rispettivamente nel 2011 e nel 2013.

Secondo gli studiosi, sarebbero almeno ottocento le persone a cui il fuoriclasse toscano contribuì a salvare la vita mettendo la sua bicicletta al servizio della rete di sicurezza imbastita dall’arcivescovo di Firenze Elia Angelo Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto, per conto dei quali Bartali trasportò documenti, fotografie e lettere dell’organizzazione clandestina di resistenza all’Olocausto inserendoli nel telaio della sua bicicletta; data la sua notorietà, Bartali non venne mai fermato durante le sue pedalate tra i paesi della Toscana, funzionali alla sua missione nascosta, visto che poteva usare dinnanzi a eventuali sospettosi l’alibi dell’allenamento, e le sue escursioni prolungate in certi casi fino ad Assisi erano autorizzate persino dal comandante del reparto in cui Bartali era stato coscritto dopo l’instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, un battaglione motociclisti della Guardia Nazionale Repubblicana. Nell’epoca del travaglio interiore per milioni di italiani, il gesto di Bartali non fu di certo isolato: migliaia di coraggiosi, in gran parte rimasti anonimi, contribuirono a proteggere potenziali vittime della repressione degli occupanti tedeschi da una fine orribile, tuttavia il caso di Bartali è emblematico se si considerano la celebrità del personaggio e le continue avances portate avanti dal governo fascista, prima della deflagrazione della guerra, per spronarlo a indossare in pianta stabile la camicia nera.

Mussolini e il Regime tentarono infatti di rendere Bartali un loro alfiere nel momento in cui Ginettaccio fu convinto (leggi: costretto) a disertare l’edizione 1938 del Giro d’Italia per competere sulle strade del Tour de France, ove riportò un’affermazione perentoria che più volte fu sfruttata a fini propagandistici dal governo fascista nei suoi tentativi di arruolare Bartali tra le icone sportive dell’Italia littoria, a fianco di Primo Carnera e della nazionale di calcio bicampione del mondo. Questi tentativi furono più volte frustrati dallo stesso Bartali, uomo libero e dai principi solidi che mai si sarebbe prestato a figurante di interessi di parte. La fermezza delle sue convinzioni si rivelò nel momento in cui, chiamato al dovere più importante della sua vita, Bartali non si rifiutò e, anzi, seppe agire da vero cristiano qual era, spinto dalla sua travolgente umanità che sarà tanto apprezzata dagli italiani nel dopoguerra.

Mentre dopo la fine del conflitto Bartali divenne assieme a Coppi l’emblema stesso della ripartenza, la rivalità cavalleresca tra i due campioni fu da alcuni interpreti vista come lo specchio della progressiva polarizzazione dell’Italia tra lo schieramento politico-sociale facente capo alla Democrazia Cristiana e l’opposizione di sinistra gravitante attorno al Partito Comunista, sebbene tanto Bartali quanto Coppi fossero restii a prestarsi nuovamente a diventare strumenti di fazioni ristrette, loro che con le loro imprese ciclistiche stavano aiutando una nazione a trovare nuova coesione.

La dialettica tra forze di coesione e spinte centrifughe che animavano la società italiana negli anni della neonata Repubblica, la spiccata ideologizzazione della vita pubblica e le tensioni latenti tra i fautori di due diverse concezioni del mondo e del progresso umano crearono forti attriti, tensioni manifeste e un’accesa conflittualità in seno alla nazione italiana, che vide il suo apice il 14 luglio 1948, quando un esagitato anticomunista, Antonio Pallante, attentò alla vita del segretario del PCI Palmiro Togliatti, una delle personalità più note del panorama politico internazionale, riducendolo in fin di vita e portando sulle barricate decine di migliaia di manifestanti in diverse città d’Italia. La Spezia, Roma, Napoli, Genova, Taranto furono teatro di cortei spontanei animati da convinti comunisti che incitavano alla rivoluzione e furono repressi dalle forze dell’ordine, lasciando diversi morti sul terreno. L’Italia visse per alcune ore un clima di autentica guerra civile, spaccata in due dai colpi di pistola indirizzati a Togliatti, ma nei due giorni successivi a rasserenare gli animi e distogliere gli italiani dagli ardenti pensieri di rivolta giunsero le notizie trionfali sull’andamento del Tour de France: con due azioni magistrali, centinaia di chilometri di fuga solitaria e dopo il superamento di numerose salite impegnative quali l’Izoard e il Galibier, Gino Bartali aveva ribaltato le sorti del Tour de France, recuperando venti minuti a Louison Bobet e giungendo ad indossare la maglia gialla dieci anni dopo la sua prima passerella a Parigi.

Quel 14 luglio, una telefonata ancora oggi velata dal mistero e dal mito era intercorsa tra Roma e Cannes, mettendo in contatto Bartali con Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, che chiese ad uno degli sportivi più amati d’Italia un contributo alla risoluzione della crisi sociale apertasi d’improvviso in Italia. Bartali sapeva unire, e seppe dimostrarlo nell’ora di massimo bisogno: sebbene meno determinanti degli appelli conciliatori di Togliatti, ripresosi nelle stesse ore dalle operazioni successive all’attentato, è infatti innegabile che le sue gesta e le vittorie sul suolo francese ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla normalità dell’Italia dopo tre giorni roventi; sulle reali parole scambiate da Bartali e De Gasperi si è molto dibattuto, e lo stesso fuoriclasse ha più volte chiosato, cercando di sminuire il suo ruolo nella vicenda in ossequio alla sua proverbiale modestia. Tuttavia, una cosa è certa: il grande statista democristiano sentì più volte il bisogno di ringraziare pubblicamente Ginettaccio, certificando una volta per tutte il suo ruolo di primo piano in una vicenda tra le più scottanti dell’Italia del Novecento.

E mentre a settant’anni di distanza l’Italia continua a essere, seppur con toni e modalità differenti, un paese diviso, una nazione fondamentalmente incompiuta, nel Belpaese c’è carenza e assoluta necessità di uomini come Bartali. Bartali, l’Umile che è stato autenticamente e profondamente italiano, arrivando a unire e creare una generale concordia attorno al suo nome come pochi sportivi, e figure pubbliche in generale, nell’Italia del Novecento. Bartali, il Giusto il cui ricordo oggi vive rigoglioso in due alberi, a Gerusalemme e Padova, a memoria della più grande delle sue vittorie, siglata nel palmarès più prestigioso in cui sia apposto il nome di Ginettaccio: quello dei benefattori del genere umano.

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Troppi neri in squadra? Un motivo per essere licenziato

Emanuele Sabatino

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Nel mondo al contrario in cui viviamo, uno stimato insegnante e vincente allenatore di Football viene cacciato perché la sua squadra è composta da troppi giocatori neri.

La storia è quella dell’insegnante di storia e coach di football e golf Nick Strom del Camden Catholic High School che ha raccontato come il preside della scuola insieme al board abbiamo deciso ti mandarlo via per “divergenze sulla composizione del corpo studentesco”.

Sin dal primo giorno mi è stato detto dall’amministrazione che non erano felici del rapporto tra studenti bianchi e neri all’interno dell’istituto. E questo, sono sicuro, è stato il motivo fondante la mia esclusione. L’argomento razziale è stato tirato in ballo almeno 20 volte dal 2013, anno in cui mi hanno chiesto di allenare la squadra di football. Quando presentavo la lista dei freshmen, la prima cosa che mi chiedevano leggendo il nome era se era nero o bianco. Ho costruito il programma studentesco in base alle abilità dei ragazzi, al loro carattere e ai loro voti”.

Questo non è però bastato a salvargli il posto di lavoro. Il suo record stagionale alla guida della squadra di football parla di un invidiabile 34-6. Parenti e studenti hanno organizzato una protesta fuori la scuola in suo favore. Il preside Whipkey ha stilato una lista di ragioni per cui Strom è stato mandato via: violazione del vestiario, mancanza di rispetto verso il preside, uscita anticipata dalla lezione per preparasi al corso di Golf, uscita anticipata dalla lezione per parlare con altri coach lasciando i ragazzi liberi di vagare per l’istituto. La sua difesa: “Avevo sempre qualcuno che guardava i ragazzi quando mi andavo a preparare per il golf. I bagni sono chiusi a chiave, quindi i ragazzi non disturbavano nessuno ma andavano dritti in biblioteca a studiare per prepararsi alla lezione successiva”.

Cause futili e pretestuose, comuni a quasi tutti gli insegnanti di questo pianeta, che non fanno altro che alimentare il sospetto che il vero motivo per cui coach Strom sia stato mandato via sia unicamente quello razziale. Nel mondo al contrario, dopotutto, succede anche e soprattutto questo.

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Alex Dandi: “MMA? Lo Sport del Futuro”

Francesco Beltrami

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Il 30 giugno ha chiuso definitivamente il canale Fox Sport, che era visibile agli appassionati sulla piattaforma Sky. Oltre ad occuparsi dell’immancabile calcio internazionale, la Volpe Sportiva ha proposto per quattro anni anche molti sport differenti, spesso legati agli USA, e ha dedicato spazi importanti a quelli da combattimento, la boxe, parte integrante della tradizione italiana anche se ora in grande declino e soprattutto le MMA,  “lo sport del futuro” come lo definisce Alex Dandi, poliedrica voce di questa disciplina in questi anni in cui Fox Sport deteneva i diritti per l’Italia di UFC massima espressione della MMA al mondo. Abbiamo rivolto ad Alex qualche domanda sulla sua esperienza di telecronista e sul futuro suo e delle disciplina.

C’è rammarico per la chiusura di Fox Sport? Scelta non certo legata al tuo settore ma a un discorso molto più ampio che coinvolge soprattutto questioni di diritti sul calcio.

 Ovviamente da parte mia, così come tutti quelli che hanno lavorato per questo importante brand sportivo, c’è rammarico per come è finita. Senza entrare nei dettagli del perché sia finita posso solo dire che come semplice telecronista ho potuto solo prendere atto dello stato delle cose. Detto questo, per me sono stati quattro anni intesi ed appaganti. All’inizio ho commentato un po’ di boxe e kickboxing e poi sono ripartito con le telecronache di UFC, che già avevo commentato su Sky Sport nel biennio 2010-2012. È stato un bel viaggio, condiviso con tanti bravi colleghi e professionisti. È finito male ma non ho rimpianti, ho dato il massimo e ci sono state anche delle belle soddisfazioni in termini di ascolti, di interazione sociale e di rapporto con il pubblico.

Cosa ti rimane di questi 4 anni in cui sei diventato un punto di riferimento per tutti gli appassionati italiani di MMA?

Come ho detto ho iniziato nel 2010, quindi a giugno sono passati otto anni dalla mia prima telecronaca di MMA su una tv nazionale. È innegabile però che questi ultimi 4 anni siano stati speciali. Mi rimangono tante emozioni vissute nelle telecronache in diretta ed un esperienza professionale impagabile. Svolgo un tipo di telecronaca anomala, credo anche molto personale, emotiva ma non urlata o da tifoso. Cerco sempre di essere imparziale ed oggettivo, cerco di raccontare delle storie sportive ed umane, senza rinunciare ad un approccio strettamente tecnico. E questo approccio penso sia piaciuto ai telespettatori con cui spesso ho creato un bel filo diretto durante le telecronache, che è poi proseguito sui social e negli incontri dal vivo. Aver creato praticamente dal nulla una community piccola ma unita è ciò che mi rende più felice.

Quanto son state utili le tue telecronache per lo sviluppo delle MMA in Italia?

Questo lo dovrebbero dire altri, non me la sento di giudicarmi da solo. Io so di aver dato il massimo e vengo ripagato da tante persone che mi ringraziano per averli avvicinati a questo sport. È sicuramente una grande soddisfazione. Quando ho iniziato, nel 2010, mi sono dovuto letteralmente inventare un linguaggio tecnico in italiano che descrivesse questo sport adattandosi ai serrati tempi televisivi, per non usare troppi inglesismi o per non utilizzare il linguaggio delle palestre italiane che ritenevo poco televisivo ed a tratti anche fuorviante. Dopo otto anni penso di avercela fatta: oggi la terminologia che ho introdotto, e che ho modificato negli anni, è diventata in molti casi la norma per gli appassionati, merito della forza della tv, che ha ancora un grande potere comunicativo.

Oltre che giornalista sei agente di fighters, promoter, match maker, sei stato DJ, il futuro in che direzione va?

Sicuramente la carriera di dj è definitivamente archiviata fin dal 2012. Da allora è rimasta solo un hobby, ma essendo stato un dj professionista per circa 20 anni, molti mi chiamano ancora dj e la cosa non mi disturba. Sul futuro non v’è certezza diceva uno che la sapeva lunga ma nel presente direi che sono principalmente un agente per atleti professionisti con la mia agenzia Italian Top Fighters Management ed un promoter di eventi di MMA con la promotion Italian Fighting Championship. Entrambi i progetti, sebbene ancora in fase di startup, sono ambiziosi e stanno incominciando a darmi qualche soddisfazione. Il mio lavoro quindi passa da queste due sfide professionali e personali ma fare ancora qualche anno da telecronista, prima di appendere definitivamente cuffie e microfono al chiodo,mi piacerebbe perché sento di avere ancora qualcosa da dire.

Immancabile domanda scomoda… Le MMA in Italia mi sembrano decisamente mal percepite e direi anche mal tollerate, la pubblica opinione le ritiene poco più che una rissa da strada, le federazioni degli sport da combattimento tradizionali le osteggiano per non perdere praticanti, sono ancora fuori dal CONI, i media più importanti ne parlano poco e male. Cosa si può fare per cambiare questa situazione ed è possibile farlo?

Quello che dici è assolutamente corretto e rispecchia la realtà dei fatti. Credo si possa solo fare corretta informazione e divulgazione, a costo di essere noiosi ed andare contro corrente. Ci vorrà molta pazienza ma alla fine il tempo aggiusterà tutto. Verrà il giorno in cui le MMA saranno considerate uno sport come tutti gli altri, anche in Italia, che è palesemente indietro sul riconoscimento di questo movimento sportivo che è da tempo ben più di una moda passeggera, solo che in molti ancora non lo vogliono vedere.

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