Per Sebastian Giovinco sono trentuno le candeline da spegnere sulla torta oggi. Anche per lui, la Formica Atomica, il tempo fa il suo corso nonostante un viso che sembra quello di un perenne ragazzino sorridente che ha solo voglia di giocare (molto bene) a calcio. Quando la Major League Soccer ricomincerà, Giovinco potrà fregiarsi del titolo di campione in carica, conquistato lo scorso dicembre nella vittoriosa finale contro i Seattle Sounders: il momento fino ad oggi più alto della sua carriera. Un percorso iniziato negli anni novanta quasi per caso, perché Sebastian ha una storia da raccontare che non è quella tipica di tanti suoi colleghi: lui non è uno di quelli che dormiva col pallone nel letto già a due anni. Ci ha messo un po’ di più per scoprire il talento che aveva ricevuto in dono: da quando, verso i sette anni, un gruppetto di amici più grandi gli chiese di unirsi a loro per fare numero, capì che al calcio avrebbe dedicato molto del suo tempo.


Un destino per lui chiaro sin dall’inizio, perché in fondo ha sempre dovuto farsi largo tra compagni più grandi di lui a suon di giocate che loro non riuscivano nemmeno a immaginare. Una situazione che Sebastian ha dovuto fronteggiare durante tutta la sua carriera, in un calcio sempre più difficile per ragazzi che, quand’anche dotati di talento, non abbiano una struttura fisica quasi da olimpionici. Se non arrivi a un metro e sessantacinque di altezza non puoi fare il professionista a meno che non possiedi tre qualità che possono sovvertire gli equilibri: talento, passione e forza d’animo. Qualità che Giovinco ha trovato in se stesso e imparato a coltivare anche oltre le evidenze di un percorso professionale caratterizzato da un’altalena di risultati che avrebbe potuto trascinarlo nell’anonimato di quei giocatori che si vedono vivacchiare nelle squadre di provincia, incapaci di dare una svolta alla loro carriera o di smettere definitivamente, in fondo contenti di ascoltare le chiacchiere dei calciofili da bar: con quei piedi sarebbe da Nazionale, peccato per il fisico. Sebastian non si è mai arreso alla mediocrità e i suoi sogni ha cominciato a inseguirli da quando giocava nelle giovanili della Juventus, nella cui Primavera, tra il 2005 e il 2007, ha praticamente vinto tutto: campionato, torneo di Viareggio, coppa Italia e supercoppa. Sembra un destino segnato dal bianconero il suo ma il rapporto con la Vecchia Signora è lungo e travagliato, non privo di difficoltà. Va ad Empoli per farsi le ossa, torna due anni a Torino, riparte alla volta di Parma per rientrare alla base nel 2012 per recitare un ruolo di rilievo nella Juventus di Antonio Conte e provare a colmare il vuoto lasciato dalla bandiera Del Piero. Non è facile per lui che, per quanto atomica, rimane pur sempre una formica al cospetto di giganti che corrono, spingono, sollevano pesi e digeriscono pressing a tutto campo. Dopo una prima stagione tutto sommato soddisfacente, nel 2013-14 racimola poche presenze in campionato e due soli gol.

E’ il preludio all’addio, la chiusura di un rapporto che non ha mai funzionato a pieno regime, che spinge il calciatore ad ampliare i suoi orizzonti e a cercare nuove opportunità altrove. Da sempre, nell’immaginario collettivo, l’America è la patria dei sogni e Giovinco prova a rincorrerli qualche chilometro più a nord, a ridosso delle cascate del Niagara, sulle rive di un lago che sembra il mare. Toronto lo accoglie a braccia aperte, forte di una squadra che per imporsi nella MLS ha già acquistato giocatori del calibro di Michael Bradley, capitano della nazionale USA proveniente dalla Roma, e di una comunità italiana tra le più numerose del nord America. A loro Sebastian deve regalare tutta la sua fantasia, quella magia calcistica tipicamente italiana e quella voglia di vincere propriamente juventina che in campionato può fare la differenza.

Ci vogliono due anni per coronare un sogno sportivo che la Formica Atomica festeggia con un entusiasmo sorprendente: i video celebrativi della vittoria contro i Seattle Sounders fanno il giro del web, testimoniando una pienezza di gioia che deriva da una realizzazione personale frutto anche di una completa integrazione nel tessuto sociale di Toronto che, per Giovinco, è ormai una seconda casa. In una lettera a cuore aperto scritta poche settimane prima della vittoria in MLS, Sebastian si rammaricava per non essere ancora riuscito a visitare le cascate del Niagara. Ora, se non lo ha già fatto, la Formica Atomica potrà andarci: non da semplice turista venuto da lontano ma da orgoglioso rappresentante di una comunità che gli ha dato, e a cui ha potuto regalare, un sogno.

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