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Se una bistecca ti salva la carriera: il Clenbuterolo e il nuovo modo di fregare l’Antidoping

Emanuele Sabatino

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Dopati per colpa di una bistecca? La scusa dei positivi al Clenbuterolo manda in confusione l’anti-doping.

L’ Agenzia mondiale Anti-doping (WADA) ha ammesso di non essere in grado di stabilire se il mancato superamento dei test anti-doping a causa della presenza di Clenbuterolo sia da attribuire ad un abuso volontario di farmaci o all’aver ingerito involontariamente della carne contaminata.

L’agenzia ha voluto però specificare che il fallimento dei test in quei paesi considerati ad alto rischio contaminazione della carne, come Cina e Messico, non è un lascia passare all’abuso della sostanza. Il direttore esecutivo della massima agenzia mondiale in tema di anti-doping, Oliver Rabin, ha dichiarato che un’indagine individuale andrà eseguita per ogni singolo caso.

In questo senso un aiuto per capire meglio l’origine della positività al Clenbuterolo può darla l’analisi del cuoio capelluto che, anche se non è una prova assoluta, indica con più accuratezza l’esposizione alla sostanza. Sempre secondo Rabin, la ricerca scientifica potrà dare in futuro lo strumento per poter distinguere con certezza l’origine della presenza di questa sostanza proibita.

Uno degli ultimi casi è stato quello del Boxer Canelo Alvarez che ha fallito due test antidoping per colpa del Clenbuterolo mentre stava svolgendo un training camp a Guadalajara ed ha dato la colpa alla carne contaminata. La WADA non ha fermato l’atleta perché in questo caso, secondo i ricercatori, la presenza del Clenbuterolo combaciava con il range di quantità a seguito dell’assunzione di carne contaminata.

Altro esempio eclatante di positività al Clenbuterolo fu quello del ciclista Alberto Contador a cui vennero tolti il Tour de France 2010 ed il Giro d’Italia del 2011. In seguito la Corte d’Arbitraggio Sportiva sentenziò che anche in questo caso la colpa era da attribuire ad un’ingestione accidentale di carne contaminata.

Sempre nel 2011 più di 100 calciatori che parteciparono al mondiale U-17 in Messico vennero trovati positivi al clenbuterolo. Stesso discorso per alcuni sprinters Giamaicani durante le Olimpiadi del 2008 a Pechino. In quest’ultimo caso il comitato Olimpico internazionale si espresse asserendo che il livello di positività non era così elevato da far prendere provvedimenti.

Sempre Rabin, che non vuole parlare di singoli casi ha espresso le difficoltà particolari legale al Clenbuterolo ed ai provvedimenti da prendere: “Il Clenbuterolo essendo, a differenza di altre sostanze, non metabolizzato direttamente dal corpo umano è difficile da analizzare perché non ci sono linee guida e parametri “normali” di presenza dello stesso nel sangue.”

E’ vero che in alcuni Stati come Messico e Cina c’è un altissimo rischio di carne contaminata ad altissima concentrazione di Clenbuterolo però, come abbiamo parlato in un altro articolo su questa sostanza, gli incredibili effetti di questa sostanza per la preservazione della massa magra e l’aiuto a perdere quella grassa è sotto gli occhi di tutti e l’attenuante della carne, spesso sembra molto più solo una scusa una volta che si viene beccati.

Che cos’è il Clenbuterolo? Leggi il nostro approfondimento.

foto: www.int.laborundmore.com

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“Indro al Giro”: Cronache sportive dell’Italia strapaesana

Andrea Muratore

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Avrebbe compiuto oggi 109 anni Indro Montanelli, uno ddei giornalisti più stimanti della Storia italiana. tra i suoi lavori più apprezzati non possiamo dimenticare il racconto del Giro d’Italia, narrato in maniera unica e specchio autentico del Belpaese di quegli anni.

Più che una collezione di articoli d’annata, un’antologia di racconti, una raccolta di istantanee dal passato che ci consentono di gettare uno sguardo sull’Italia rinascente attraverso la narrazione del suo più caratteristico evento sportivo. È difficile definire con precisione “Indro al Giro”, libro curato dal giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Andrea Schianchi che raccoglie al suo interno le corrispondenze redatte da Indro Montanelli nel corso della sua esperienza da inviato del “Corriere della Sera” alle edizioni 1947 e 1948 del Giro d’Italia. Il libro getta un ponte sul passato, consente di leggere attraverso le parole del grande giornalista di Fucecchio le emozioni, i sentimenti e le aspettative di un’Italia che viveva i difficili anni della ricostruzione, materiale e morale, dopo i lutti del secondo conflitto mondiale e riconosceva nel Giro uno straordinario fattore di unità nazionale.

In tal modo lo interpretò anche lo stesso Montanelli che, relegato alla cronaca sportiva e tenuto in quegli anni distante dall’attualità politica a causa dell’antica adesione al fascismo, ebbe modo di offrire attraverso le sue corrispondenze la sua opinione non solo sull’andamento della corsa ma anche, e soprattutto, sulla realtà a lui contemporanea. Come sottolinea lo stesso Schianchi nella sua introduzione: “Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia […] non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto spirito del personaggio, sono controcorrente”. Risulta ordinario per i lettori del libro imbattersi in numerosi paragoni tra gli eventi e i protagonisti della “Corsa Rosa” e i personaggi e gli accadimenti della storia italiana ed internazionale del tempo, in digressioni personali di Montanelli riferibili a esperienze della sua esistenza ed in ritratti a tutto tondo dei corridori, analizzati sul piano umano ancor prima che su quello atletico.

Indirettamente, Montanelli trova sempre il modo di esprimere il proprio parere sulle grandi questioni che appassionavano la vita pubblica del paese, esprimendo ad esempio il proprio apprezzamento per Saragat definendo il Giro una “festa socialdemocratica”, ovvero una “perenne domenica”, o sottolineando la grande considerazione nei confronti del leader democristiano Alcide De Gasperi attraverso il paragone con Gino Bartali, l’atleta da lui maggiormente ammirato, come si evince dai diversi apprezzamenti rivoltigli in diversi degli articoli raccolti nel libro.

Leggendo “Indro al Giro” si può gettare uno sguardo diretto sul volto strapaesano dell’Italia, componente essenziale e troppo spesso disconosciuta della realtà nazionale, che nelle edizioni 1947-1948 del Giro ebbe modo di palesarsi non solo nei paesi trepidanti per l’arrivo dei corridori ma anche tra i suoi protagonisti stessi. Accanto a personaggi degni di un capolavoro neorealista come il caporalmaggiore dei bersaglieri Carlo Regina, assiduo pedalatore che seguì l’intero dispiegarsi della carovana rosa nel Giro 1948, o il giovane che Montanelli descrive nell’atto di salutare il passaggio della corsa sul Passo della Porretta levando al cielo un gigantesco pollo allo spiedo, trovano il loro spazio nell’antologia strapaesana anche uomini come il “gregario anarchico” Menon, preso particolarmente in simpatia da Montanelli, o il battagliero triestino Cottur, alfiere della città-simbolo per eccellenza delle divisioni del dopoguerra italiano.

Da Trento a Napoli, il viaggio di Montanelli al seguito della “Corsa Rosa” offrì dunque gli spunti necessari al futuro fondatore del “Giornale Nuovo” per conoscere e comprendere appieno la realtà italiana a lui contemporanea, e rappresentò una palestra formativa di assoluta eccellenza per la crescita di colui che è universalmente riconosciuto come il più grande giornalista italiano del Novecento. “Indro al Giro” consente di conoscere questo periodo per lui cruciale e di pedalare simbolicamente nel passato d’Italia, viaggiando nell’Italia di Coppi e di Bartali attraverso le cronache di un narratore senza eguali, le cui corrispondenze raccolte hanno dato vita a uno dei libri più originali del 2016, imperdibile per tutti coloro che sono appassionati al genere della letteratura sportiva.

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Studio o Scommetto? L’Italia preferisce il Gioco d’Azzardo all’Istruzione

Emanuele Sabatino

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Una crescita esponenziale e senza controllo dettata da diversi fattori due su tutti l’invasiva e onnipresente pubblicità e le condizioni economiche sempre più difficili delle famiglie italiane. Nel 1998, 20 anni fa, gli italiani spendevano al cambio lira-euro 12,5 miliardi nel gioco d’azzardo. Nel 2007 si passò a 27 mld e nel 2017 a 101.85 miliardi secondo i dati ufficiali riportati dall’inchiesta del Corriere della Sera di qualche giorno fa.

In 10 anni la spesa pro capite annua è più che raddoppiata: da 721 euro a 1697 per una spesa mensile media di 141€, una rata di una macchina praticamente. Al nord si scommette un po’ di meno mentre al centro-sud si va ben oltre la media. La città che spende di più è però Prato con una spesa a testa di 3796 euro all’anno.

La disinformazione e il problema distribuzione

Chi crea i giochi a premi si difende dietro al fatto che il 75% dei soldi spesi torna indietro ma le falle di questa affermazione sono due: tornano indietro ma mal distribuiti perché tutti giocano ma solo uno o pochi fa jackpot milionari. E oltre alla matematica e statistica di vincita sconosciuta ai più, c’è anche il fattore psicologico. Se compro un gratta e vinci da cinque euro e vinco cinque euro, invece di ritenermi fortunato perché la statistica a me avversa non mi ha fatto perdere, compro un altro gratta e vinci e stavolta i cinque euro vanno perduti.

Meno risparmio e priorità sbagliate

Italiani popolo di risparmiatori, sì,  ma meno rispetto al passato. In un anno si è passati dal 8.5% del 2016 al 7.8% di oggi. Gli italiani al giorno d’oggi spendono 100 euro per la formazione e 300 per l’azzardo. Tre volte i soldi investiti in fortuna rispetto a quelli per la costruzione del futuro. L’esatto contrario rispetto alla Germania.

Almeno il 25% del gioco in mano alle mafie

Dei 101,85 miliardi spesi in azzardo solo il 75% sono attraverso “giochi legali”, il restante 25% è in mano a bookmakers esteri che non hanno licenza AAMS in Italia e alla criminalità. Tra l’altro bisognerebbe anche riflettere sul fatto che aprire così tanto il gioco d’azzardo non abbia affatto respinto il gioco illegale anzi paradossalmente è stata l’offerta di azzardo a incrementare la domanda. Non il contrario.

La proposta grillina dai due volti

Il Movimento Cinque Stelle più volte ha promesso di ridurre se non abolire il gioco d’azzardo in Italia. Una proposta lecita ma che ha bisogno di tanto tempo e si scontrerà contro la resistenza della popolazione ormai assuefatta e con quelle lobby del gioco così potenti e così integrate nei palazzi del potere. Intanto si potrebbe limitarne la possibilità di mandare in onda pubblicità a tutte le ore, così come fecero anni fa con le sigarette a cui è stato vietato di fare pubblicità e sponsorizzare squadre sportive. Dall’altra parte però il leader del M5S Luigi di Maio ha più volte asserito che per il famigerato reddito di cittadinanza prenderà le coperture finanziarie da una maggiore tassazione di questo settore.

 

 

 

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Marijuana Day: dal Doping alla Legalizzazione, la Cannabis è pronta per lo Sport?

Emanuele Sabatino

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Con la California che ha ufficializzato la legalizzazione per uso ricreativo della Marijuana, la pianta più famosa del mondo potrebbe trasformarsi da doping in antidolorifico. E nello sport ci stanno già pensando da tempo.

Pochi mesi fa era giunta la notizia che nessuno si poteva aspettare. La National Football League vorrebbe alleggerire la sua posizione sulla marijuana come sostanza dopante e anzi avviare delle ricerche per vederla utilizzata, ovviamente sotto prescrizione medica, al posto degli antidolorifici tradizionali.

 La NFL ha scritto alla associazione dei giocatori offrendo loro di lavorare in tandem per uno studio sull’utilizzo della marijuana come strumento antidolorifico per i giocatori. Un lettera che è un chiaro segnale di svolta ed un’indicazione della volontà della lega di operare in comunione con l’associazione verso l’utilizzo della marijuana attualmente proibita nello sport.

La NFL Player Association (NFLPA) sta conducendo i suoi studi privati sulla marijuana come antidolorifico e ancora deve rispondere sulla possibilità di collaborare con la lega per questi propositi. “Stiamo guardando avanti per lavorare con la NFLPA sui problemi che riguardano la salute e la sicurezza degli atleti”, ha detto Joe Lockhart, vice presidente esecutivo alla comunicazione della NFL.

La lettera di collaborazione da parte della Lega arriva dopo le dichiarazioni di De Maurice Smith, direttore esecutivo dell’associazione dei giocatori, che aveva anticipato la volontà di utilizzare la marijuana come antidolorifico e soprattutto di cambiare il regolamento antidoping alleggerendo la squalifica per chi fosse stato “beccato” positivo alla marijuana.

Un primo passo in questo senso venne fatto già nel  2014 quando lega e associazione giocatori furono in accordo sul  modificare la dose minima di THC nelle urine o nel sangue per risultare positivi al controllo antidoping. Si passò da 15 nanogrammi di THC per millilitro di sangue o urine, la soglia più bassa nello sport professionistico, a 35 nanogrammi per millilitro.

Vedendolo così sembrerebbe un passo in avanti di uno degli sport più popolari del pianeta verso la legalizzazione della marijuana almeno per scopi terapeutici, ma la realtà molto probabilmente è un’altra: la lega vuole utilizzare quest’esca, modificando la disciplina antidoping, per avere un asso nella manica in più al momento della nuova contrattazione con l’associazione dei giocatori nel 2020. Un semplice e banale  “Do ut Des”.

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