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Azzardo e piaghe sociali

Se fosse successo allo Stadio Olimpico…

Lorenzo Contucci

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L’allarme bomba di Hannover, con la cancellazione di Germania- Olanda, quattro giorni dopo il  kamikaze di Parigi, che per fortuna non è riuscito a farsi esplodere dentro lo Stade de France. E se fosse successo in Italia, per esempio allo Stadio Olimpico di Roma? Sarebbe stata una strage.

Non tanto per lo scoppio di un kamikaze con cintura esplosiva – ipotesi improbabile nell’area di sicurezza per le ragioni che dirò – quanto per la scontata ondata di panico tra gli spettatori, ormai stretti tra barriere ed uscite di ridottissime dimensioni. Vedete, il modo per evitare le tragedie è uno solo: prevedere l’imprevedibile, giacché il pensare a ciò che solitamente accade equivale a prevenire quel che può succedere nella normalità o nella quasi quotidianità – un infarto, un infortunio – e non in una situazione di eccezionalità.

Abbiamo tutti ancora negli occhi le immagini del derby sospeso del 2004, quando si sparse la voce di un bambino morto nei disordini accaduti all’esterno dell’impianto. Molti spettatori si riversarono in campo attraverso quel cancellone – all’epoca giallo – voluto dagli stessi tifosi che avevano evidenziato i rischi dell’avere tra gli spalti e il campo un fossato e una vetrata invalicabile. Altri, invece, defluirono verso le uscite collocate nella parte medio alta della curva, all’epoca non divisa da una vetrata. Da una delle quattro uscite – ricorderete anche questo – usciva un denso fumo nero che indusse la maggior parte degli spettatori che non erano usciti dal terreno di gioco a scegliere di fuggire dalle altre.

Il vecchio Stadio Olimpico, quando ancora era di marmo, aveva una uscita centrale assai ampia, che permetteva il deflusso di un grande numero di spettatori contemporanemante. Attualmente, gli spettatori della Curva Sud e della Curva Nord hanno a disposizione solo due uscite – le stesse da cui entrano – perché per via della vetrata divisoria che ha di fatto diviso in due i rispettivi settori è impossibile per i tifosi recarsi da una parte all’altra. Se, quindi, per qualsiasi ragione le due uscite di pertinenza di ciascuna metà curva dovessero essere ostruite dal fumo, dal fuoco o da qualsiasi altra ragione, i tifosi non avrebbero altra strada che quella del riversarsi in campo dalla cancellata centrale, ora di colore grigio e chiusa a chiave.

Tempo fa un signore, in Tribuna Tevere morì di infarto sotto i miei occhi. Si chiamava Stefano Marinoni e così le cronache dell’epoca ricordavano il tragico evento: “Sabato pomeriggio, durante Roma-Livorno Stefano Martinangeli presidente del Roma club Big Star Soccer, ma più comunemente conosciuto da tutti i frequentatori dello stadio come “lo sbandieratore della Tevere” si è sentito male. I soccorsi ci hanno messo un po’ ad arrivare, e Stefano nella notte ci ha lasciati. Ancora una volta l’inadeguatezza delle strutture dello stadio Olimpico e chi le gestisce si sono palesate nella più tragica delle occasioni”.

Il “ci hanno messo un po’ ad arrivare” dipese dal fatto che non si trovavano le chiavi del cancello che, dal campo, avrebbe permesso l’arrivo di rapidi soccorsi: “Chi ce l’ha le chiavi?” – “Boh” – “Ce l’hai te?” – “No, io no” – “E allora chi ce l’ha”. Insomma, avete capito la situazione.

Quindi, il concetto del “se fosse accaduto a Roma quel che è accaduto a Parigi” va affrontato con un distinguo: da un lato la severità dei controlli degli accessi, già dall’area di prefiltraggio, molto lontana dai tornelli dello Stadio Olimpico, mi consente di affermare che è assai difficile pensare che un soggetto dotato di una cintura esplosiva possa farsi esplodere sugli spalti, visti i controlli che deve passare. Al limite può farlo fuori, ed anche abbastanza agevolmente visto che si formano lunghissime e densissime file di tifosi nei pressi del lento preingresso vicino all’obelisco. D’altra parte, però, non è impossibile che un attentato possa essere compiuto, all’interno dello stadio, in modi diversi: ad esempio, la norma che prevede che ogni impianto debba avere un metal detector prevedendo sanzioni per gli inottemperanti è rimasta lettera morta.

Mettiamo quindi che quattro o cinque terroristi riescano ad entrare all’interno dello Stadio Olimpico ed inizino a sparare all’impazzata, creando il panico tra i tifosi. Nelle Curve i fans hanno ormai a disposizione solo due delle quattro uscite che avevano prima, oltre al cancellone centrale – di dimensioni abbastanza ridotte – che consente l’ingresso sulla pista d’atletica. Nella Tribuna Tevere ci sono più vie di uscita all’interno del settore, ma la situazione è drammatica, soprattutto nella parte verso la Curva Nord, nel momento in cui si deve uscire materialmente dallo stadio, in quanto c’è la siepe dello Stadio dei Marmi che impedisce un rapido deflusso, in uno con i frangifolla verdi tubolari collocati all’esterno, come sanno tutti i frequentatori dello stadio.

Anche l’uscita dalla Curva Nord e dai Distinti Nord per imboccare via Boselli non è certo agevole ed è anzi pericolosa: viene infatti solitamente aperto – probabilmente per carenza di personale – un solo cancellone del prefiltraggio esterno: a Roma/Barcellona e a Roma/Juventus, per dare una idea, c’era una consistente e “pressata” fila per uscire, e ciò in una situazione di normalità assoluta. Ovviamente proprio davanti all’uscita c’erano e ci sono venditori ambulanti di bibite fresche, di bombe calde alla crema e di bandiere più o meno taroccate.

Bene, in questa situazione, immaginate ora cosa potrebbe accadere in caso di attentato in una partita di grido, con gli spettatori che non seguono le normali vie di deflusso in condizioni di tranquillità ma presi dal panico e con possibili vie di uscita limitate ed ostruite, in una situazione architettonica che rende il tutto ancora più complicato. Accadrebbe l’esatto contrario di quanto accaduto a Parigi, nel cui stadio, senza barriere divisorie, si è vista la gente defluire senza particolari tensioni verso il campo di gioco.

Evidentemente in Italia, per scongiurare un qualche striscione non opportuno e qualche contestazione troppo veemente si dimentica la lezione che, dopo la tragedia di Hillsborough del 1989, dovrebbe ormai essere chiara a tutti, visto che – per errori peraltro imputabili alla Polizia inglese, come si è saputo venticinque anni dopo – 96 tifosi del Liverpool morirono schiacciati per l’assenza di vie di fuga nella “gabbia” loro destinata quali tifosi ospiti.

Repetita, a volte, non iuvant.

LORENZO CONTUCCI

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10 Commenti

10 Comments

  1. vincenzo

    novembre 18, 2015 at 12:51 pm

    Putroppo questà è la triste realtà del nostro paese. Stadi fatiscenti e società che mettono davanti alla sicurezza del pubblico interessi commerciali.

  2. Andrea Meneghetti

    novembre 18, 2015 at 3:58 pm

    Contucci e’ la luce.

  3. MARCO

    novembre 18, 2015 at 4:04 pm

    Complimenti a Lorenzo per aver cosi lucidamente descritto la realtà dell’Olimpico che è il simbolo della triste situazione degli stadi italiani. ci si concentra sulla questione violenza senza andare alla radice del problema. i tifosi ormai in italia non sono i ben venuti, trattati come i peggiori clienti del peggior negozio. gli stadi saranno sempre più vuoti e questo porterà a dire ad un prefetto qualunque che il problema sicurezza è risolto

  4. Ettore Muti

    novembre 18, 2015 at 4:25 pm

    Analisi ineccepibile. Ma si sa, in Italia, ed a Roma in particolare (vetrina d’oro per tutti i funzionari pubblici che aspirino a rapide progressioni di carriera), le “normative” (e virgolette evidenziano che spesso non di leggi si tratta ma di mere circolari elaborate dai medesimi soggetti di cui sopra) e le folli applicazioni delle stesse sono attuate da soggetti che nello stadio non hanno mai messo piede.
    Da qui le follie che l’articolo ben espone e le follie ancor più evidenti che sempre gli stessi soggetti inventano per giustificare quelle applicazioni..

  5. Maurizio

    novembre 18, 2015 at 7:41 pm

    ineccepibile: ma arriverà alle orecchie giuste ??????????

  6. Luca

    novembre 18, 2015 at 8:40 pm

    Tante cose sono ineccepibili e ha in gran parte ragione. Ció che trovo vergognoso e irriguardoso nei confronti delle persone alle quali l’attentato è costato caro, è che l’autore stia “cavalcando l’onda” della tragedia per perorare la propria causa di tifoso. Questo vanifica tutto il resto, peccato.

  7. Walter

    novembre 18, 2015 at 10:03 pm

    Nn mi sembra che stia cavalcando l’onda né che c’entrino le persone dell’atentato visto che il numero di morti maggiori è avvenuto al Bataclan e non allo stadio… è una analisi concreta mica ha detto cosa fare ha sottolineato le criticità

  8. GG

    novembre 19, 2015 at 2:17 pm

    la “causa da tifoso” sarebbe stata se avesse voluto parlare della Roma o della sua squadra del cuore.
    Ma sta parlando di ORDINE PUBBLICO. E sicurezza.
    ESATTAMENTE QUELLA che PROPRIO all’indomani dell’attentato di Parigi è da analizzare con maggior scrupolosità.
    Altro che “causa da tifoso”. E’ “causa da cittadino che conosce molto bene uno degli obiettivi più sensibili in assoluto per la possibilità di massimizzare le vittime col minimo sforzo”

  9. Giampy Mele

    novembre 19, 2015 at 7:52 pm

    Rispondo al caro sig. Luca che vede nell’articolo in questione un vile tentativo di perorare la causa della Curva Sud contraria alle barriere divisorie imposte dal Prefetto di turno: lei sig. Luca troverà pure vergognoso anzi lo ritiene di fatto una chiara strumentalizzazione, peccato che, a prescindere dalle intenzioni dell’autore, rappresenta la incontrovertibile e reale situazione in cui di fatto versa lo Stadio Olimpico, in barba proprio alla sicurezza con cui si riempiono la bocca Funzionari e politici di turno!!!

  10. Pingback: Terrorismo, stadi sicuri si può | Io Gioco Pulito

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

La parte gialla del governo giallo-verde ha dovuto battere un colpo, c’è davvero timore per questo decreto nel mondo del Gambling o si ha la sensazione che siamo di fronte alla classica legge italiana dove una volta fatta, si trova subito l’inganno e soprattutto non c’è controllo?

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese

Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescente di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?

Certamente le scommesse virtuali, introdotte dalla regolazione italiana nel 2014, hanno caratteristiche diverse dalle scommesse sportive. Tuttavia per ripetitività e istantaneità (l’altro carattere che induce alla ludopatia) sono ancora molto meno aggressive di altri prodotti di gioco come le slot e le videolotteries. Però non vorrei neanche mettermi a fare una classifica tra “giochi buoni” e “giochi cattivi”: tutti i giochi sono buoni se fatti con moderazione, tutti i giochi sono cattivi se fatti in modo estremo. Il problema reale è rendere l’offerta più controllata ed avere la capacità di intervenire quando fenomeni di ludopatia emergono nei comportamenti concreti dei giocatori. La rete retail deve meglio attrezzarsi in questo senso, il gioco online, già estremamente controllato e limitato, ha al suo interno tutti i dati perchè possa esserci un monitoraggio continuo. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che tutte queste iniziative possono essere fatte insieme agli operatori legali, mentre in reti illegali e parallele nessuna di queste azioni è possibile. Ogni volta che si agisce nel settore del gioco bisogna ricordarsi che esiste una rete illegale nella quale, di sicuro, non accade nulla che possa tutelare il giocatore. Creare spazi, indirettamente, in cui queste reti possono trovare sviluppo significa abbassare le tutele complessive per i giocatori che si vogliono proteggere

E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale in forma cash perchè puro azzardo, Texas legale in forma torneo, perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati?

Personalmente, la distinzione tra giochi buoni e cattivi non la comprendo. Io credo che sia opportuno responsabilizzare chi offre gioco e chi gioca. Limitare in modo eccessivo ciò che non piace può generare oggi effetti opposti inattesi. Io credo che sia opportuno aumentare le tutele ai giocatori e la qualità della rete retail in termini di attenzione al giocatore. Se poi si vuole ridurre la pubblicità per ridurre l’induzione al gioco posso essere d’accordo. E’ l’idea di usare la regolamentazione di settore per reprimere qualcosa che non piace (per motivi morali, sanitari o altro) che mi sembra sbagliata. Questo intento punitivo, associato ad una retorica piena di imprecisioni sul settore, mi sembra davvero un approccio molto deludente ad un problema che io per primo dico che esiste. Tuttavia parlarne tirando fuori i dati sulla tassazione calcolata sulla raccolta per dire che la pressione fiscale sul gioco è bassa (come ancora vedo fare anche da illustri opinionisti) mi pare più che una notizia giornalistica interessante un segno di sciatteria nell’analisi. E mi chiedo quanto il settore del gioco ha sbagliato negli scorsi anni per meritarsi adesso tanta approssimazione nel modo in cui viene rappresentato…

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Azzardo e piaghe sociali

L’ Ormone della Crescita e le Ombre del Doping sulla Russia

Emanuele Sabatino

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Battuta la Spagna ai rigori e ottenuto il pass per i quarti di finale dove se la vedranno oggi contro la Croazia, il massimo momento di euforia della nazionale russa è minato da un caso particolarmente spinoso che sta tenendo banco in queste ore.

Quando si parla di Russia e soprattutto di trionfi russi, ecco che arriva il sospetto di doping. Stavolta però sembrerebbe esserci di mezzo una confessione che potrebbe inguaiare la nazionale ospitante il Mondiale. Secondo i media locali ci sarebbe un virgolettato, attribuito al padre di Denis Cheryshev, Dmitri, anche lui ex calciatore russo, che affermerebbe che il figlio abbia fatto uso dell’Ormone della Crescita prima dell’inizio del Mondiale.

L’uso di questa sostanza senza prescrizione medica è proibito e si rischia fino a quattro anni di squalifica. Alla fine della gara contro la Spagna l’attaccante russo ha risposto stizzito alle domande incalzanti dei cronisti: “Non so dove i giornalisti abbiano preso quella frase. Forse non hanno capito cosa stesse dicendo mio padre. Non ho preso nessuna sostanza proibita”.

A far eco alle parole della stella russa anche il direttore generale dell’Agenzia Anti-doping  nazionale Margarita Pakhnotskaya che al Sunday Telegraph ha affermato che l’agenzia indagherà a fondo sulla questione e soprattutto sulla provenienza di queste parole attribuite a Dmitri Cheryshev.

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Azzardo: lo strumento di tutela teorico che mette in ginocchio il calcio italiano

Emanuele Sabatino

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La parte gialla del governo giallo-verde batte il primo colpo. Il Consiglio dei Ministri su proposta del Premier Giuseppe Conte e sulla spinta del Ministro Luigi di Maio ha approvato il “Decreto Dignità” con l’intento di rivoluzionare il mondo del lavoro ma non solo. Tra i cambiamenti in programma, infatti, anche il divieto per il settore Gambling e giochi a premi, fatte salve le lotterie, di fare pubblicità su ogni mezzo di comunicazione (televisione, radio e internet) e nelle manifestazioni sportive (niente nome ai campionati e niente sponsor sulle maglie).

IL PARAGONE CON LA LEGGE N.165 del 1962 CONTRO IL FUMO

Il Governo attuale ritiene giustamente la ludopatia la degenerazione di un vizio nocivo, quello del gioco,  proprio come quello del fumo che già dal 1962 con la legge numero 165 ha visto il settore regolato impedendo alle aziende produttrici di tabacco di fare pubblicità e da sponsor.

IL MONDO DELLO SPORT PROTESTA

La tendenza degli ultimi anni vede un mercato completamente saturo di spot di società legate al gioco d’azzardo con addirittura le quote delle partite prima e durante i maggiori eventi sportivi. Addirittura allo stadio, mentre la partita è in corso, sui cartelloni compaiono le quote sul prossimo goal. Assurdo. D’altronde più i bookmakers diventano ricchi e più investono in pubblicità.

I presidenti delle squadre, calcio soprattutto, lasciano trapelare il loro malumore perché questo settore così ricco si era molto legato ad esse facendo respirare i bilanci di queste ultime. Con il Decreto Dignità che entrerà in vigore il 1° Gennaio 2019, le squadre di Serie A perderanno in tutto circa 120 mln di euro in sponsor. L’unica consolazione è che tutti gli accordi stipulati in precedenza saranno fatti salvi col rischio di vedere in futuro qualche “impiccio”. Vedremo accordi  stipulati prima dell’entrata in vigore che si scopriranno decennali?

 

COSA RISCHIA CHI TRASGREDISCE?

Un’ammenda del 5% del valore della sponsorizzazione e in ogni caso non inferiore, per ogni violazione, ad un importo minimo di 50.000 euro.

L’INGHILTERRA CI SEGUE?

L’Inghilterra è la patria delle scommesse e lì il binomio squadra-bookmakers è molto solido e molto remunerativo. La metà delle squadre di Premier League ha il nome di un book sulla maglia e i soldi delle sponsorizzazioni derivanti dal gambling sono parti al 17% del totale. Anche nella terra della Regina però le cose potrebbero cambiare.

E’ in programma infatti una riforma simile al Decreto Dignità tant’è che le grandi squadre inglesi stanno dando il mandato alle grandi aziende di marketing di procacciare sponsor di settori diversi per non farsi eventualmente trovare impreparate.

 

 

BASTA A COMBATTERE LA LUDOPATIA?

Molti hanno detto, forse in preda al panico, che questo decreto porterà di nuovo al “toto nero”. Sbagliato perché il palinsesto dei bookmakers non cambia affatto e si potrà continuare a giocare tranquillamente. Proprio questo però è il problema, la falla in una legge che dovrebbe essere a tutela del giocatore. Il fatto che non ci sarà più pubblicità basterà a combattere la ludopatia? Ad una persona già ludopatica, che quindi ha già un problema, fa differenza se c’è la pubblicità o meno delle quote, o va nell’agenzia sotto casa come sempre fatto? Questo decreto combatterà il nascere di nuovi ludopatici? Quanto l’iniziazione alla pratica dello scommettere che poi degenera in ludopatia è attribuibile agli spot e quanto invece al nucleo familiare o agli amici? Domande che dovrebbero far pensare il legislatore e riflettere sulla ratio legis di questo decreto.

A nostro avviso la pubblicità non è il primo male del gambling e principale causa della ludopatia. Secondo noi questa è attribuibile allo sconfinato palinsesto e agli infiniti mercati proposti dal bookmaker. Un esempio: con la schedina non si diventava ludopatici, con le scommesse si. Prima si poteva scommettere 1X2, Under/Over, Goal/No Goal, ora di tutto.

La reazione dello scommettitore medio davanti al bookmakers quando vede un nuovo tipo di scommessa è sempre lo stesso: “No, puoi giocare anche questo!”, “Che quota sballata, sono soldi regalati, ti pare che non fanno…”

E quando ti trovi poi a sperare che Messi finisca in fuorigioco perché hai scommesso che l’Argentina farà più di 2 offsides nella partita, sia se vinci sia se perdi, sia se giochi 2 euro sia se ne giochi 1000, sei già ludopatico e forse non è colpa della pubblicità ma del palinsesto che anche dopo il Decreto Dignità rimarrà lì, intatto, intonso, sempre pronto ad ammaliarti e soprattutto ammalarti.

 

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