L’allarme bomba di Hannover, con la cancellazione di Germania- Olanda, quattro giorni dopo il  kamikaze di Parigi, che per fortuna non è riuscito a farsi esplodere dentro lo Stade de France. E se fosse successo in Italia, per esempio allo Stadio Olimpico di Roma? Sarebbe stata una strage.

Non tanto per lo scoppio di un kamikaze con cintura esplosiva – ipotesi improbabile nell’area di sicurezza per le ragioni che dirò – quanto per la scontata ondata di panico tra gli spettatori, ormai stretti tra barriere ed uscite di ridottissime dimensioni. Vedete, il modo per evitare le tragedie è uno solo: prevedere l’imprevedibile, giacché il pensare a ciò che solitamente accade equivale a prevenire quel che può succedere nella normalità o nella quasi quotidianità – un infarto, un infortunio – e non in una situazione di eccezionalità.

Abbiamo tutti ancora negli occhi le immagini del derby sospeso del 2004, quando si sparse la voce di un bambino morto nei disordini accaduti all’esterno dell’impianto. Molti spettatori si riversarono in campo attraverso quel cancellone – all’epoca giallo – voluto dagli stessi tifosi che avevano evidenziato i rischi dell’avere tra gli spalti e il campo un fossato e una vetrata invalicabile. Altri, invece, defluirono verso le uscite collocate nella parte medio alta della curva, all’epoca non divisa da una vetrata. Da una delle quattro uscite – ricorderete anche questo – usciva un denso fumo nero che indusse la maggior parte degli spettatori che non erano usciti dal terreno di gioco a scegliere di fuggire dalle altre.

Il vecchio Stadio Olimpico, quando ancora era di marmo, aveva una uscita centrale assai ampia, che permetteva il deflusso di un grande numero di spettatori contemporanemante. Attualmente, gli spettatori della Curva Sud e della Curva Nord hanno a disposizione solo due uscite – le stesse da cui entrano – perché per via della vetrata divisoria che ha di fatto diviso in due i rispettivi settori è impossibile per i tifosi recarsi da una parte all’altra. Se, quindi, per qualsiasi ragione le due uscite di pertinenza di ciascuna metà curva dovessero essere ostruite dal fumo, dal fuoco o da qualsiasi altra ragione, i tifosi non avrebbero altra strada che quella del riversarsi in campo dalla cancellata centrale, ora di colore grigio e chiusa a chiave.

Tempo fa un signore, in Tribuna Tevere morì di infarto sotto i miei occhi. Si chiamava Stefano Marinoni e così le cronache dell’epoca ricordavano il tragico evento: “Sabato pomeriggio, durante Roma-Livorno Stefano Martinangeli presidente del Roma club Big Star Soccer, ma più comunemente conosciuto da tutti i frequentatori dello stadio come “lo sbandieratore della Tevere” si è sentito male. I soccorsi ci hanno messo un po’ ad arrivare, e Stefano nella notte ci ha lasciati. Ancora una volta l’inadeguatezza delle strutture dello stadio Olimpico e chi le gestisce si sono palesate nella più tragica delle occasioni”.

Il “ci hanno messo un po’ ad arrivare” dipese dal fatto che non si trovavano le chiavi del cancello che, dal campo, avrebbe permesso l’arrivo di rapidi soccorsi: “Chi ce l’ha le chiavi?” – “Boh” – “Ce l’hai te?” – “No, io no” – “E allora chi ce l’ha”. Insomma, avete capito la situazione.

Quindi, il concetto del “se fosse accaduto a Roma quel che è accaduto a Parigi” va affrontato con un distinguo: da un lato la severità dei controlli degli accessi, già dall’area di prefiltraggio, molto lontana dai tornelli dello Stadio Olimpico, mi consente di affermare che è assai difficile pensare che un soggetto dotato di una cintura esplosiva possa farsi esplodere sugli spalti, visti i controlli che deve passare. Al limite può farlo fuori, ed anche abbastanza agevolmente visto che si formano lunghissime e densissime file di tifosi nei pressi del lento preingresso vicino all’obelisco. D’altra parte, però, non è impossibile che un attentato possa essere compiuto, all’interno dello stadio, in modi diversi: ad esempio, la norma che prevede che ogni impianto debba avere un metal detector prevedendo sanzioni per gli inottemperanti è rimasta lettera morta.

Mettiamo quindi che quattro o cinque terroristi riescano ad entrare all’interno dello Stadio Olimpico ed inizino a sparare all’impazzata, creando il panico tra i tifosi. Nelle Curve i fans hanno ormai a disposizione solo due delle quattro uscite che avevano prima, oltre al cancellone centrale – di dimensioni abbastanza ridotte – che consente l’ingresso sulla pista d’atletica. Nella Tribuna Tevere ci sono più vie di uscita all’interno del settore, ma la situazione è drammatica, soprattutto nella parte verso la Curva Nord, nel momento in cui si deve uscire materialmente dallo stadio, in quanto c’è la siepe dello Stadio dei Marmi che impedisce un rapido deflusso, in uno con i frangifolla verdi tubolari collocati all’esterno, come sanno tutti i frequentatori dello stadio.

Anche l’uscita dalla Curva Nord e dai Distinti Nord per imboccare via Boselli non è certo agevole ed è anzi pericolosa: viene infatti solitamente aperto – probabilmente per carenza di personale – un solo cancellone del prefiltraggio esterno: a Roma/Barcellona e a Roma/Juventus, per dare una idea, c’era una consistente e “pressata” fila per uscire, e ciò in una situazione di normalità assoluta. Ovviamente proprio davanti all’uscita c’erano e ci sono venditori ambulanti di bibite fresche, di bombe calde alla crema e di bandiere più o meno taroccate.

Bene, in questa situazione, immaginate ora cosa potrebbe accadere in caso di attentato in una partita di grido, con gli spettatori che non seguono le normali vie di deflusso in condizioni di tranquillità ma presi dal panico e con possibili vie di uscita limitate ed ostruite, in una situazione architettonica che rende il tutto ancora più complicato. Accadrebbe l’esatto contrario di quanto accaduto a Parigi, nel cui stadio, senza barriere divisorie, si è vista la gente defluire senza particolari tensioni verso il campo di gioco.

Evidentemente in Italia, per scongiurare un qualche striscione non opportuno e qualche contestazione troppo veemente si dimentica la lezione che, dopo la tragedia di Hillsborough del 1989, dovrebbe ormai essere chiara a tutti, visto che – per errori peraltro imputabili alla Polizia inglese, come si è saputo venticinque anni dopo – 96 tifosi del Liverpool morirono schiacciati per l’assenza di vie di fuga nella “gabbia” loro destinata quali tifosi ospiti.

Repetita, a volte, non iuvant.

LORENZO CONTUCCI

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