“Scusate il ritardo”. E’ il post-it di una vita, affisso sulla carriera di Gianluca Lapadula. 26 anni, fisico da cavallino rampante, sorriso sbarazzino alla James Dean, e un’esistenza a tratti “spericolata”, che l’ha condotto fino al Diavolo. Quello che conta però nel dio pallone, il Milan che anche grazie ai suoi centri è tornato a vedere la vetta vicina come raramente era accaduto nell’ultimo quinquennio. La scorsa settimana a Empoli Gianluca ha dimostrato che il colpo di tacco che aveva deciso tre settimane prima la trasferta di Palermo non era stato certo un caso: come non sarà solo ironia della sorte se questo attaccante dalle radici peruviane e dal bagaglio calcistico azzurro si esalta su campi non certo di primo pelo. Al “Castellani” Lapa-gol ha dato mostra del suo repertorio: rapace a centro area quando serve, abile a svariare e colpire con il mancino quando gli spazi si aprono. Tutti felici, poker calato e tanti saluti a Bacca, che intanto tribolava sugli spalti di Siviglia.

E pensare che l’impatto con la realtà rossonera non era stato affatto semplice: dopo l’infortunio estivo, con annessa trasferta statunitense saltata e un inizio di campionato fatto più che altro di spezzoni, Gianluca rischiava di diventare un “oggetto misterioso”. Sensazione quasi confermata il 16 settembre, quando Vincenzo Montella lo ha lanciato titolare contro la Sampdoria più che altro per mandare un messaggio a Bacca. 0-0, sostituzione e ingresso del colombiano a decidere la partita. Seguono altre tre partite, in cui Lapadula si vede  sopravanzato anche da Luiz Adriano. “Non è adatto alla serie A”, “forse ha fatto il salto più lungo della gamba”, “Vedrete, a gennaio tornerà a Pescara”, dove con 27 reti si era meritato il paradiso rossonero.  Lui lavorava in silenzio, con l’agente Gianluca Libertazzi sempre al suo fianco: è abituato a lottare, il “Lapa”. Gli era successo due stagioni fa, quando i suoi 21 centri trascinarono il Teramo ad una grande promozione in Serie B, prima che la Giustizia Sportiva cancellasse il risultato maturato sul campo. Cadetteria comunque conquistata, con la chiamata del Pescara: 10 sulle spalle e…andiamo a comandare. E a conquistare la serie A. In estate sembrava dovesse andare al Sassuolo, oppure Napoli o Juventus. Addirittura al Leicester di Ranieri. Invece ha sposato la causa del Milan tutto italiano. Forse una piccola rivincita anche nei confronti della Vecchia Signora, che l’aveva allontanato dalle giovanili (“Hanno fatto bene” ammise lui) perché non rendeva a scuola.

Sua mamma è nata a Lima, alture peruviane: sarà per questo che a Lapadula sembra non mancare mai l’ossigeno. Polmoni inesauribili, che sopperiscono a una tecnica non sopraffina, gli hanno permesso di scalare posizioni agli occhi di Montella. Dove, nonostante si trovi in una società dalla storia gloriosa, non è certo un baby. Scorriamo l’organico: nella squadra-tipo 8/11 sono italiani, di cui ben cinque Under 23 (Gianluigi Donnarumma, Alessio Romagnoli, Manuel Locatelli, M’Baye Niang e Suso). Montella ha amalgamato in pochissimo tempo un gruppo di calciatori che solo l’emergenza societaria e un mercato di austerità ha potuto far incontrare a Milanello. D’altronde, in  una visita al Portello dell’estate 2014, Silvio Berlusconi lo aveva chiesto: “Un Milan forte, giovane e italiano”. Detto, fatto, in attesa del closing per il passaggio societario. Il risultato che si gode è un Milan secondo in classifica dopo tre anni di anonimato.

Passaggio, ma di consegne, che Lapadula invece sogna: accantonare Bacca non è certo semplice, ma dalla sua ha la fame, il pubblico di San Siro che gli riserva ovazioni ogni volta che mette piede in campo e una media-goal invidiabile: una rete ogni 83 minuti. A Milanello, inoltre, lo adorano tutti. I compagni di squadra raccontano di un professionista esemplare e di un ragazzo che si fa ben volere da tutti: le foto che Lapa posta su Instagram lo confermano. Abbracciato a Kucka in occasione di un incontro con i tifosi, di corsa con il gruppo sotto la Curva per festeggiare una vittoria. Umile, semplice, e soprattutto generoso.  In campo e fuori. Si gode il momento, ma guardia già alla prossima tappa: Crotone. Profumo di provincia, quello che sin qui gli ha tirato fuori il killer instinct. E sulle critiche? Nicchia: “Un mese fa quasi tutta Italia mi considerava un flop di mercato– raccontava – In quel momento, però, ho acquisito ancora più voglia di dimostrare quanto valgo. Ringrazio i miei compagni e il mister perché non mi hanno mai fatto mancare nulla e mi hanno dato modo di esprimermi. Adesso mi sto togliendo delle soddisfazioni. Posso fare ancora di più”.

Infatti, ancora di più: perché quella maglia numero 9, dopo Pippo Inzaghi, non ha ancora trovato un legittimo erede fino a diventare un tabù da sfatare. E, forse, il prescelto non poteva che essere Gianluca Lapadula, arrivato in Serie A a 26 anni, dopo una carriera in cui nessuno gli ha regalato nulla, e abituato alle rincorse.

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