Oggi, in un mondo parallelo, va di scena una sfida accesissima, che vede contrapposti i Golden State Warriors e i Chicago Bulls. No, non stiamo parlando dei Bulls targati Derrick Rose e Jimmy Butler – che, tra l’altro, non hanno nemmeno raggiunto i playoff NBA quest’anno -, ma della famigerata squadra del 95-96. Quella capitanata da sua maestà Michael Jordan,  da Scottie Pippen, dal “Verme” Dennis Rodman. Insomma, la squadra del 72 a 10, detentrice del record di vittorie in Regular Season…ah, no! Quest’anno ci hanno pensato proprio i Warriors di Curry, Green e Thompson ad infrangere quel record, raggiungendo le 73 vittorie stagionali.

Proprio per questo, il confronto tra le due compagini sembra inevitabile. Anche se qui non si tratta semplicemente di una partita di basket: a scontrarsi ci sono due visioni del  gioco diametralmente opposte, due Weltanschauung cestisticamente agli antipodi. Da un lato i Bulls di Phil Jackson, capaci di fondere il  celebre Triangle Offense con una difesa impenetrabile, rebus indecifrabile per ogni attacco. Dall’altro i Warriors di Steve Kerr, maestri del run and gun, delle spaziature e del chirurgico tiro da 3, marchio di fabbrica dei ragazzi della Baia.

Come paragonare due stili terribilmente vincenti, ma così diversi tra loro? L’unica risposta potrebbe giungere solo dal campo. Ma in tutto questo lo scorrere del tempo non ci è affatto d’aiuto, perciò non possiamo che lasciarci trasportare dalla fantasia.

Malgrado l’ansia che una sfida simile comporta, nel pre-game le due superstar non si lasciano coinvolgere dalle emozioni, ma si abbandonano ai loro classici rituali. Stephen fa la sua comparsa sul parquet sparando una tripla dal tunnel d’ingresso, per poi mettersi a far magie con 2 palloni come nulla fosse. Michael sotto la divisa dei Bulls porta come sempre i pantaloncini di North Carolina, e a pochi attimi dall’inizio del match si avvicina a bordo campo, inizia a strofinarsi le mani con la polvere di gesso e impiastriccia di proposito i cronisti lì seduti.

Bando alla ciance, si scende in campo. Tutti i giocatori sono pronti, si può cominciare. La palla a due la vince Longley, visti i centimetri con cui sovrasta Bogut.

Da qui ha inizio la sfida del secolo.

Se da un lato i Warriors cercano di allargare il campo il più possibile e di colpire in contropiede, dall’altro i Bulls provano a rallentare il gioco, affidandosi soprattutto alle magie di Jordan in attacco. I Warriors sono molto dinamici, Green smista assist a gogo, Thompson e Curry ne approfittano e insaccano parecchie triple. Ma i Bulls non sono gli ultimi arrivati, la difesa perimetrale di Pippen e Harper crea parecchi grattacapi all’attacco di Golden State.

Sotto le plance il “Verme” è un fattore devastante, Bogut cerca di arginarlo come può, gli spintoni e i gomiti alzati si sprecano. E’ basket, è un gioco di contatto, è un gioco duro.

Per i titolari è tempo di rifiatare, ecco che scende in campo la panchina. Kerr – quello in maglia Bulls, intendiamoci – è come al solito un cecchino, Kukoc da 4 fa soffrire anche un difensore del calibro di Draymond Green. Ma alle giocate del croato risponde l’intramontabile Iguodala, che non solo si fa sentire in difesa, ma in attacco inventa grandi giocate. A supportarlo ci pensano Livingston in cabina di regia e Ezeli sotto canestro, pronto a fare a “sportellate” contro Wennington.

Il primo tempo si chiude in perfetta parità. Neanche il tempo di dare un’occhiata alle stellari statistiche che già siamo pronti a gustarci il secondo tempo. Golden State tenta l’allungo decisivo, Curry è il mattatore assoluto: crea scompiglio tra le maglie avversarie, segna a ripetizione e offre a Barnes e Bogut degli assist d’oro.

Ma His Airness non ci sta. Malgrado Thompson lo bracchi come un mastino, lui risponde a Curry segnando decine di canestri, il suo fadeaway non è mai stato così inarrestabile. E Pippen gli dà una grossa mano, trovando punti importanti. La partita è ancora in bilico.

Quando si assiste a match del genere si perde la concezione del tempo. E così, senza neanche rendercene conto,  mancano appena trenta secondi alla sirena. Chicago è avanti di una lunghezza, palla in mano ai Warriors. I Bulls difendono col coltello tra i denti, ma Golden State fa girare la palla alla perfezione. Però tutt’a un tratto qualcosa s’inceppa, Pippen ne approfitta con una prodezza difensiva e ruba il pallone, per poi mandare MJ a canestro da solo.

Mancano pochissimi secondi, la partita sembra chiusa. Ma ecco che Curry prende palla, supera la metà campo e spara una tripla dai 10 metri sullo scadere. La distanza è abissale, la tensione è enorme, il tiro non è perfetto. La palla tocca prima il ferro, poi inizia a ruotare sopra al canestro. La palla gira, gira, gira.

Si fermerà ed entrerà nel canestro o uscirà? E’ come una trottola, ma non una qualsiasi. Quella palla è come la trottola del finale di Inception, dal cui movimento dipendono la realtà e la dimensione onirica della vita di Di Caprio.

Da quel pallone si capirà se il match è rimandato all’overtime oppure no. Da quel pallone si saprà se i Warriors sono davvero all’altezza dei Bulls. E come in Inception, sta a voi decidere se quel maledetto pallone entrerà o uscirà. Sta a voi decidere se la sfida continua.

FOTO: www.sportmockery.com

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