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Il rogo del Ballarin: il ricordo di chi c’era alla prima tragedia dentro uno Stadio

Simone Meloni

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Maria Teresa Napoleoni e Carla Bisirri. Sono le giovani vittime di una delle giornate più tristi e avvilenti del calcio italiano. Sono le vittime del “rogo dello stadio Ballarin”, il triste epitaffio della morte prematura, consumatosi a San Benedetto del Tronto il 7 giugno 1981, in occasione di Sambenedettese-Matera, gara che consentì ai marchigiani di conquistare l’accesso in Serie B. Esattamente 36 anni fa. Una festa tramutata in tragedia, un popolo allegro che in una frazione di tempo si è trovato con le mani tra i capelli e i volti sconvolti dalle lacrime e dalla paura. Fiamme. Alimentate dal vento. Giovani vite infrante, e le bandiere rossoblu che si ammainano.

Titti è uno storico tifoso presente in quella triste giornata: Venivamo da un periodo molto pesante a livello politico, per la città, che negli anni settanta era stata fortemente segnata dalle lotte di classe, come dal terrorismo – esordisce – tutti noi ragazzi eravamo figli di quella rabbia. La festa per la Samb era un modo di identificarci come piccoli guerrieri, che avevano superato con successo tutte queste vicissitudini. Già un mese prima della partita col Matera – spiega – avevamo cominciato a preparare i festeggiamenti. Ricordo che quel giorno c’erano un centinaio di sacchi dell’immondizia, contenenti le striscioline di carta per la coreografia, messi in ogni angolo della curva. La giornata era caldissima, c’era un forte vento di scirocco (lu arrbì, come lo chiamiamo noi). L’afa avvolgeva la città già alle 11 di mattina, quando entrammo allo stadio per preparare il tutto. Volevamo fare una grande cosa, basti pensare che la mole di carta portata all’interno dello stadio arrivava sino alle ginocchia. Circa 7 quintali

L’ingresso delle squadre e la tragedia. “Ci apprestavamo a festeggiare la squadra con la carta e i fumogeni, nessuno pensava alle scintille. Vedevamo delle piccole fiammette qua e là (forse procurate da una sigaretta, forse da un fumogeno), ma prendemmo la cosa sottogamba – racconta – cercando semplicemente di spegnerle con i piedi. Invece, anche a causa di alcune folate di scirocco, in quindici secondi l’allegria si è tramutata in caos. Sì è creata una sorta di piccola tromba d’aria, con le carte infiammate che spingevano verso l’altro. La gente ha cominciato ad ammassarsi, al centro e nella parte inferiore. È la che le due ragazze sono rimaste intrappolate, senza via di fuga. Travolte da una seconda folata di fuoco. Come se gettassimo dell’alcol in un camino. Le fiamme superavano anche i dieci metri. Sembrava che Dio avesse preso a schiaffi il vento per indirizzarlo là. La gente spingeva ovunque  -continua – non si trovavano le chiavi del cancello per entrare in campo e, inoltre, i manicotti per i pompieri, posti a pochi metri dalla curva, erano privi di acqua. Ci sono stati dei veri e propri eroi, che mettendo a repentaglio la propria vita hanno salvato vite umane, scaraventando ragazzini inermi da una parte all’altra della rete, come fossero sacchi di patate. È stato come una attentato, nessuno si aspettava una simile tragedia in quel contesto. Eppure oggi c’è ancora chi ne porta i segni. Ricordo che il resto del pubblico, ma anche i carabinieri, erano a dir poco attoniti”.

Un evento che creò, per qualche tempo, una frattura tra il tifo organizzato rossoblu e il resto dei sostenitori. “I primi tempi fummo messi sotto torchio dalle autorità e dall’opinione pubblica – afferma – ci sentivamo disprezzati, la gente ci incolpava dell’accaduto e non è stato facile ricucire questa ferita. È stato il senso di appartenenza a far crescere l’Onda d’Urto (storico gruppo guida del tifo rossoblu) e riportarla vicino alla gente. Inoltre, in quegli anni, c’era un grave problema di droga in città, così noi giovani cercavamo di rallegrarci con la Samb, anche se nel primo periodo che seguì il rogo tutto ciò che riguardava il calcio a San Benedetto era visto quasi in modo lugubre, esattamente l’opposto di quello che noi provavamo per la squadra. Io voglio credere – sottolinea – che tragedie come questa o come quelle successe in mare con l’affondamento del Rodi e del Pinguino, abbiamo unito ancor più il popolo sambenedettese”.

E il Ballarin di oggi? Sono sorte diverse associazioni e il nostro corteo nella partita della promozione in Lega Pro contro la Jesina parla chiaro: la storia non si demolisce. Ci sono persone – dice – pronte a difendere quello stadio con le unghie e con i denti, soprattutto chi è nato con quella tragedia. Vorremmo venisse riqualificato, soprattutto perché i ragazzi capiscano cosa sono le radici del popolo rossoblu. Lì c’erano i nostro padri e i nostri nonni”.

Eppure la partita si giocò ugualmente. A quel tempo Remo Croci, oggi giornalista Mediaset ma anche vicepresidente della Fondazione Fratelli Ballarin, era cronista ufficiale della Samb per Radio Ponte Marconi: “Non si ebbe subito la percezione di quanto stava accadendo – racconta – anzi ricordo che all’intervallo lo speaker disse che non c’erano stati feriti e addirittura a fine partita ci furono dei festeggiamenti. Durante la partita sentivamo il viavai delle ambulanze, ma non era chiaro il quadro della situazione. Poi la sera arrivarono le tragiche notizie. Ricordo, alla discesa della squadra in campo, Walter Zenga che costantemente guardava verso la Curva Sud. Subito dopo anche Cavazzini fece la stessa cosa e, a quel punto, l’intera tribuna che allora si chiamava “Prato”. In curva c’erano due spazi liberi e la gente che si ammassava dove non divampavano focolai. Il giocatore Sansone prese un estintore per domare le fiamme, ma il getto d’acqua era troppo debole. Di recente – svela –  ho parlato con Tubertini, l’arbitro di quella partita, e mi ha confermato che nessuno pensava la situazione fosse così drammatica. Una piccola curiosità: quel giorno, aggrappato alle grate, ricordo Roberto Peci – fratello dell’ex esponente delle Brigate Rosse Patrizio Peci – che verrà rapito esattamente tre giorni dopo (e ucciso il 3 agosto 1981 n.d.r.)”.

Paolo, invece, altro tifoso presente quel giorno, ricorda: “Io ebbi la fortuna di spostarmi verso destra – afferma – fu fortuna, perché chi scese verso il basso rimase ustionato. Le persone si toglievano la carta di dosso, gettandola in basso e alimentando involontariamente l’incendio. Molti saltarono direttamente in campo. Per quanto erano divenute roventi le gradinate, mi si fusero le scarpe da tennis e sentivo i miei piedi bruciare. Ho un flash di quel giorno: una ragazza con i capelli lunghi legati che, nel tentativo di scappare, finì in mezzo al fuoco. I capelli le si sciolsero letteralmente. Non ho mai saputo se si trattasse di una delle due vittime. Si svolse tutto velocemente, 10-15 minuti di inferno”.

Sulla panchina della Samb sedeva Nedo Sonetti, ultimo allenatore a condurre i marchigiani in Serie B: “Quando succedono questo genere di cose, il ricordo resta incancellabile – sostiene – ogni attimo di una tragedia che si consuma in un campo di calcio è indelebile. Abbiamo visto le fiamme ma non sapevamo l’entità del fatto. Un dispiacere che però non macchia il bellissimo ricordo che ho di San Benedetto”. Chi oggi allena, ma allora calpestava il manto verde nel ruolo di calciatore, è Luigi Cagni, che racconta: “Se ci fossimo accorti di quello che stava accadendo, non avremmo giocato. La sera – continua – abbiamo visto le immagini da brividi. Quando siamo entrati c’era la classica nebbiolina dei fumogeni, c’era musica, dei bambini con noi e l’arbitro ha fatto giocare regolarmente”.

Una targa al nuovo Riviera delle Palme ricorda Maria Teresa e Carla. La vede chiunque vada allo stadio. Ogni 7 giugno le rovine del Ballarin riprendono forma, per far sì che nessuno dimentichi la tragedia. Il mare è là, a pochi metri. Ed è custode di una popolazione e di una storia fatta di novelle che si perdono in mare e tradizioni tramandate anche attraverso il calcio. Perché le fiamme non hanno bruciato il senso d’appartenenza dei sambenedettesi. Né cancelleranno il ricordo di quella tragica domenica di 35 anni fa.

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Koulibaly, una rincorsa lunga una telefonata

Ettore zanca

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C’è chi dice che il treno delle occasioni passa una volta sola. E se non siamo bravi a prenderlo, la nostra vita non avrà la direzione che speravamo. Ogni scelta è un viale alberato o una discarica a seconda della scelta precedente. E invece c’è chi dice che a dispetto di futuro e coniugazioni varie, il nostro destino è segnato e va contro il nostro sbattergli la porta in faccia.

Oddio, il signore qui sotto il destino lo ha proprio sfidato, rischiando che fosse pure permaloso. Più che la porta in faccia, gli ha sbattuto il telefono in faccia.
Quel viso in foto, da ieri lo avete tutti familiare. Kalidou Koulibaly, senegalese, difensore del Napoli di Sarri. Angelo d’ebano sceso dal cielo ad incornare la palla che ha riaperto una stagione. All’ultimo respiro ha trafitto la Juve in casa sua, riaprendo i giochi per lo scudetto e creando paradisi artificiali di prostrazione e gioia orgasmica a seconda della prospettiva.

Ma fermiamo un attimo tutto. Come ci è arrivato Kalidou su quella palla? Su calcio d’angolo, direte voi. No, non dicevo quello, perchè per arrivare lì, il ragazzo è partito da lontano e ha rischiato di non arrivare. La sua rincorsa parte dal 2014. Si trova a casa e riceve una telefonata. Dall’altro lato una voce dice: “pronto, sono Rafa Benitez, allenatore del Napoli, vorrei sapere se sei interessato a venire a giocare da noi”, la risposta è di quelle che lascerebbero interdetto anche un maestro zen: “piantala con questi scherzi, dai vieni a casa che ti aspetto, smettila, non ci casca nessuno”, e Kalidou, sorridendo, mette giù. La voce richiama, riproponendo lo stesso refrain, dice di essere davvero Benitez e di allenare il Napoli, ma niente, nuovamente “smettila dai, non è bello questo scherzo”, e giù la cornetta.

Kalidou era convinto che a chiamarlo fosse un suo amico che gli faceva continuamente scherzi telefonici, aveva chiuso e si era rimesso seduto a guardare la tv. Dopo cinque minuti riceve un messaggio del suo agente: “sta per chiamarti Benitez, deve parlarti, rispondi al telefono”. A quel punto la disperazione, che dura poco per fortuna, perchè Benitez dimostra che “poscia più che la permalosità, potè insistere” parafrasando Dante. E ritelefona. Stavolta Kalidou si scusa quasi in ginocchio e ascolta l’allenatore del Napoli. Ecco da dove arriva tutta la rincorsa per quel gol. Capite bene che dare un colpo di testa dopo questo correre non poteva che essere una sassata. Ma Kalidou è recidivo però.

 

Qualche tempo dopo un magazziniere del Napoli lo avvicina e gli dice: “Kalidou, mi dai una tua maglia? me l’ha chiesta Maradona”, capirai, stavolta è uno scherzo davvero, Kalidou è generoso però, per cui prende la maglia ma ammonisce: “se volevi la mia maglia potevi chiederla senza tante scuse, poi addirittura che la voglia Maradona, dai…”, appunto, dai. Qualche giorno dopo Kalidou riceve un messaggio, contiene una foto. Diego Maradona con la maglia di Koulibaly, Diego gli ha scritto e lo ringrazia per il dono.

Vai a fidarti di chi dice che siamo artefici del nostro destino. Qui il destino è arrivato sfondando la porta e entrando di prepotenza. Più o meno come ha fatto Kalidou dopo una corsa, con quella sassata di testa nella porta bianconera. Veniva da lontano, nonostante tutto.

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JAKO & IoGiocoPulito: Una partnership per riscoprire i valori ed il sogno sportivo

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Un’azienda importante come JAKO ha scelto anche IoGiocoPulito.it come strumento di comunicazione e partner editoriale per riportare sul mercato italiano un rinnovato messaggio che abbia lo scopo di veicolare l’educazione e la cultura sportiva.

Lo Sport, qualsiasi esso sia, e a qualunque livello venga praticato, non è solo questione di allenamento e abnegazione. Nel futuro delle discipline un ruolo sempre più centrale per l’ottenimento delle performance desiderate viene ricoperto dai materiali utilizzati, dalle tecniche di prevenzione, dalle tecniche di educazione e dalle tecnologie e le scienze connesse.

JAKO è un brand di abbigliamento e non possiamo negare che il fattore determinante per una prestazione di alto livello è spesso rappresentato dall’equipaggiamento dell’atleta;  la seconda pelle con cui uno sportivo deve potersi sentire a proprio agio, supportato dall’utilizzo di uno strumento in grado di migliorare il proprio benessere fisico e quindi anche mentale. Jako, società leader nel mercato tedesco (il suo know how d’eccellenza l’ha portata ad essere uno dei marchi più riconosciuti e apprezzati per quel che riguarda lo Sportswear e il Teamwear in Germania) è tutto questo, ma non solo.

Pronta a sbarcare anche nel mercato italiano, ha il grande merito di non voler puntare ad una comunicazione puramente commerciale o di prodotto, ma di voler in primis favorire la diffusione di quegli stessi principi educativi e tecnici che hanno permesso al calcio teutonico di divenire il primo movimento Europeo per quanto riguarda l’innovazione, la cultura e l’educazione allo sport come strumento di crescita.

“Il nostro obiettivo  è quello di poter dare alle scuole calcio, alle realtà associative di altri sport e discipline, strumenti e contenuti con cui informarsi per formare attraverso i giovani e giovanissimi i campioni del futuro dell’Italia”. Matteo Di Medio – Resp. Redazione IoGiocoPulito.

Non è un caso se JAKO è partner tecnico in Bundesliga di squadre del calibro del Bayer Leverkusen, Hannover 96 e Darmstadt le quali hanno scelto i prodotti dell’azienda tedesca per vestire le proprie squadre.  E non è un caso neanche se, grazie alla propria politica educativa, è leader in Germania anche nel Teamwear cioè nella fornitura di abbigliamento tecnico per l’attività sportiva di squadre, scuole e associazioni.

“Per noi di IoGiocoPulito questa è una grande opportunità per potenziare il lavoro che da anni portiamo avanti con dedizione e perseveranza. Con l’obiettivo di essere sempre trasparenti e puntuali sugli argomenti trattati. JAKO ci da oggi l’occasione di riportare ai nostri lettori qualcosa che nel giornalismo sportivo e nella comunicazione sportiva sembra essere perso in un limbo: il sogno di essere campioni, anche se per pochi minuti, compiendo un gesto atletico, un’impresa personale o collettiva. E noi non tradiremo né la loro, né la Vostra fiducia, quella di più di un milione di lettori.”

Giorgio Mottironi – Resp. Marketing & Sales IoGiocoPulito.

JAKO dunque supporterà l’attività giornalistica di IoGiocoPulito al fine di produrre contenuti che possano rappresentare un valore unico per i nostri lettori e che siano in linea con la nostra mission e con la loro. Avremo l’opportunità di lanciare nuove rubriche, portare i nostri giornalisti a contatto con tutte le realtà eccellenti del nostro panorama calcistico ed internazionale (personaggi e squadre), parlare di tecnica, educazione, dunque per dare maggiore consapevolezza ad appassionati, praticanti ed aspiranti professionisti di quale deve essere un cammino di formazione e crescita nel mondo dello SPORT.

 

JAKO è un’azienda altamente tecnologia, e la sua innovazione si riscontra non solo nel prodotto finale ma anche nella gestione dell’azienda e dei processi, oltre che delle proprie risorse. I vantaggi competitivi che ha raggiunto grazie all’uso di robotizzazione di ultima generazione li investe completamente nella sua mission sociale e nel miglioramento del servizio e nel  trattamento di dipendenti e fornitori.

Oltre alla qualità indiscutibile del prodotto, il servizio al top, la profondità dell’assortimento, la disponibilità dei prodotti 365/24, consegna dei prodotti velocissima, e una professionalità di alto livello sono i segni distintivi e il focus del marchio. 300 articoli e 30.00 varianti colore sono una gamma di prodotti in grado di poter soddisfare le esigenze di uomini, donne e bambini che praticano calcio, running, basket, volley, palestra, tennis, oltre a molti prodotti per il tempo libero.

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Giornata Mondiale del Libro: 10+1 opere sul calcio che devi leggere

Canorro

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A partire dal 1996 il 23 aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro, un’occasione per incentivare la lettura e la riscoperta della carta stampata per le nuove generazioni, specie in un periodo come questo in cui il digitale è entrato prepotentemente nelle nostre vita, mettendo da parte l’esperienza di lettura che solo un libro può regalarci.

Ecco Dieci libri dieci (il numero per eccellenza di ogni fantasista che si rispetti) che negli anni sono diventati indispensabili per coloro che vogliono avere una libreria dedicata al calcio.

Partiamo con un evergreen, la biografia di Zlatan Ibrahimovic edita da Rizzoli (396 pagine, 5.90 euro), scritta dal campione svedese con il giornalista David Lagercrantz. “Io, Ibra”, questo il titolo del volume, contiene centinaia di aneddoti legati a luoghi e personaggi da scoprire. Partendo dall’infanzia, Ibrahimovic racconta i suoi numeri fuori e dentro il campo, gioie e follie di una vita sopra le righe. Interessanti, poi, due biografie dedicate ai fuoriclasse simbolo del Barcellona e del Real Madrid: “Pulce, la vita di Lionel Messi” (736 pagine, 17.90 euro) e “CR7” (406 pagine, 19.99 euro), edite da Piemme e scritte entrambe da Guillem Balague, giornalista spagnolo che collabora con varie tv e quotidiani sportivi. Nei libri si esalta il talento dei fuoriclasse, ma anche il loro cuore e una “testa” fuori dal comune.

Per gli appassionati di Premier League, particolarmente sfiziosa è la storia di sir Alex Ferguson narrata nel volume “La mia vita” (Bompiani, 464 pagine, 15 euro); il più grande mister nella storia del calcio inglese – ha allenato giocatori di livello assoluto come Roy Keane, Ryan Giggs, Eric Cantona, Cristiano Ronaldo e David Beckham, solo per citarne alcuni – si racconta per la prima volta. Ed è lo stesso Ferguson a curare la prefazione di “Pep Guardiola, un altro modo di vincere” (Libreria della Sport, 352 pagine, 17.90 euro), la biografia dedicata ad uno degli allenatori più carismatici e vincenti del mondo. Un racconto, anche qui scritto da Balague, che va in profondità nel tratteggiare l’attuale mister del Manchester City. Lo stesso principio di approfondimento (non banale) ha ispirato Carlo Ancelotti che, insieme al giornalista Alessandro Alciato, ha scritto l’autobiografia “Preferisco la coppa” (Rizzoli, 266 pagine, 5.90 euro).

Attenendosi semplicemente ai risultati, Carletto da Reggiolo ha vinto praticamente tutto. Eppure, la sua carriera non è stata sempre in discesa… E ancora, due volumi interessanti su due ex grandi protagonisti della Juventus: “Andrea Pirlo: penso quindi gioco” (Mondadori, 140 pagine, 10 euro) e “Metodo Conte” (Vallardi, 192 pagine, 9.90 euro), entrambi scritti dall’ottimo Alciato.

Se vuoi provarci fallo fino in fondo” (Rizzoli, 272 pagine, 17 euro) è invece il titolo del libro dedicato dal giornalista Malcom Pagani a mister Claudio Ranieri e al suo Leicester. Dai campetti di Testaccio all’incredibile impresa della vittoria nella Premier League, il racconto di un uomo che ha avverato il sogno di Davide contro Golia. Una lunga, intesa storia, come quella scritta a quattro mani da Marco Tardelli e da sua figlia Sara: “Tutto o niente” (Mondadori, 18 euro, 168 pagine). A distanza di oltre trent’anni dall’urlo di Madrid, Tardelli racconta di una passione totalizzante come il primo amore, che nessuna difficoltà è mai riuscita a fermare: il calcio.

Bonus track: l’ultimo consiglio che vogliamo dare riguarda “Johan Cruyff – La mia Rivoluzione”, l’autobiografia del fenomeno olandese che ci spiega la sua visione del calcio, ma soprattutto della vita.

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