“Ed egli imparò a volare. Scoprì che erano la noia e la paura e la rabbia a render così breve la vita di un gabbiano”. Volteggiano nell’aria come aquiloni. Corrono, si arrampicano, scalano, saltano dai resti di un edificio all’altro di questo non luogo dove il rumore delle bombe sovrasta quello del mare, il cielo è nuvole di fumo, e il futuro una disillusione precoce. Se proprio bisogna essere instabili, tanto vale fluttuare, librarsi in aria per staccare i piedi da quel suolo dissestato. Eppure qui, a Gaza, nella terra dove non si è liberi di essere nessuno, molti ragazzi hanno trovato la loro libertà nel parkour, la disciplina metropolitana portata alla luce da David Belle nei primi anni ’90 ma le cui radici risalgono a più di un secolo prima, quando l’ufficiale della marina francese Georges Hébert, dopo un viaggio in Africa in cui rimase impressionato dalla strabiliante abilità nel muoversi dei popoli indigeni, formulò il “metodo naturale”, un sistema di allenamento improntato sullo sviluppo fisico attraverso un ritorno ragionato alle condizioni di vita. Lo rinominò parcours de combattant, e Belle, insieme con Hubert Koundè, inserendo una vigorosa “k” al posto della “c” ed eliminando una “s” già muta lo trasformò in una vera e propria disciplina, nell’abilità di completare un percorso superando gli ostacoli con la maggior efficienza di movimento possibile, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante.

La forza del web, l’unica in grado di oltrepassare il Blocco della Striscia, ha portato il parkour fino a qui. Un soffio che ha accarezzato la testa e il cuore dei giovani gazawi che hanno abbracciato all’istante l’art du déplacement (l’arte dello spostamento), in un luogo dal quale spostarsi è impossibile. E così non resta che diventare un tutt’uno con la terra, l’aria, e lo spazio circostante.

Gaza è un vicolo cieco. Viviamo qui perché non abbiamo altra scelta. È l’unica vita che abbiamo, e cerchiamo di farla funzionare”, ha raccontato il giovane Fares a un giornalista. Lui, come la maggior parte di coetanei e compagni traceur (così vengono chiamati i praticanti del parkour), vive grazie agli assegni governativi e agli aiuti dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati (UNRWA). Per loro superare ostacoli non è solo una disciplina, è diventato uno stile di vita. Ogni barriera si trasforma in appiglio per superarla, ogni scatto è una corsa verso i propri sogni, ogni salto è un volo verso la libertà. Salti immortali. Aveva proprio ragione Seneca: “le difficoltà rafforzano la mente, la fatica rafforza il corpo”. Addestrarsi e allenarsi per non arrendersi, per combattere ogni giorno la realtà che la storia di un conflitto secolare ha reso immutabile.

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Gli spazi per “tracciare” sono pochi. Le idee per farlo, tante. Il cimitero di Khan Yunis, le rovine delle abitazioni, gli insediamenti in principio abitati dagli israeliani e ora abbandonati perché trovare materiali edili per ricostruire è difficile. Ma qui, allenarsi “in pace” è complicato, perché questi luoghi fantasma vengono usati anche come campi di addestramento dalla Resistenza, e spesso i militanti di Hamas fermano i ragazzi del parkour per il timore che i droni israeliani li vedano e registrino addestramenti per possibili azioni di guerriglia.

La guerra, sempre la stramaledetta guerra. “Era un F16 israeliano, ha bombardato un terreno disabitato a circa 500 metri da dove ci trovavamo. Eravamo terrorizzati, ma abbiamo continuato ad allenarci” racconta un membro del collettivo Gaza Parkour Team, fondato nel 2005 da Muhammed Aljkhbeir e da Abdullah Anshasi. Parole che sono anche immagini, visibili nel video che il collettivo ha girato come risposta alla provocazione dell’artista Banksy, andato a Gaza per rappresentare la sua arte polemica proponendo la Striscia come meta turistica: “il mondo si sta perdendo tutto il bello della vita”. Nel video, i ragazzi del team si improvvisano ironicamente come guide turistiche: “quasi la metà di noi non ha un lavoro, quindi abbiamo tempo per farvi fare un giro”.

Un tour itinerante della città distrutta, capriole e acrobazie varie tra le rovine, fino a quando non arrivano su un spiaggia deserta e in un attimo, sullo sfondo, il fuoco delle bombe si solleva da terra avvolto in un fungo nero. La guerra è lì, a pochi passi. La morte è a un battito di ciglia, forse di ali. Quelle che questi gabbiani non vogliono tarpare, perché ciascuno di loro è, in verità, “un’infinita idea di libertà, senza limiti”.

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