Due. Come le Coppe Campioni, le Supercoppe Europee e le Intercontinentali. Questo il palmares internazionale di Arrigo Sacchi. Tecnico vincente del Milan dei tre fenomeni olandesi. Un allenatore il cui diktat era, ed è, quello di “vincere, convincere e divertire”. Perchè, per lui, nel calcio non conta solo vincere.

E punta il dito contro la Juventus, squadra in grado di primeggiare in Italia nelle ultime quattro stagioni con i fari puntati verso la corsa al quinto titolo, battagliando con il Napoli. Non basta a Sacchi per evidenziare la grandezza della squadra di mister Allegri. Le sue parole mostrano i limiti della Vecchia Signora e del calcio italiano spesso da lei rappresentato. Una compagine capace, a suo dire, di ottenere vittorie e trofei solo in territorio nazionale, dimostrando una debolezza palese in campo internazionale pari a quella del norvegese Rosenborg, mattatore nel campionato scandinavo.

Non è la prima volta che Sacchi entra a gamba tesa sulla situazione del calcio italiano rispetto ai palcoscenici europei, non gradisce un calcio fatto di fisico e sostanza che, come rammentano i risultati, porta le compagini nostrane a faticare ogni qualvolta che mettiamo piede fuori dalla penisola. Quello che forse Arrigo ha dimenticato è che la Juventus ha disputato meno di un anno fa la finale di Champions League, giocandola alla pari, con il Barcellona, squadra tra le più forti di sempre, soccombendo solo all’ultimo. Altra cosa dimenticata dal ex ct azzurro dei Mondiali 1994, persi in finale, questa volta contro uno dei “Brasili” meno belli della storia verde oro, è che andando a vedere le regine di Europa che si contendono puntualmente la Coppa dalle Grandi Orecchie, scopriamo che i ricavi e le risorse economiche di queste raddoppiano, triplicano e via dicendo quelli delle squadre italiane, compresa il colosso nazionale Juventus. Questione di bilanci e fair play finanziario. Quello che non esisteva ai tempi del suo Milan dove un ancora giovane e appassionato Berlusconi metteva le sue ingenti somme di denaro al servizio dell’amore rossonero.

E ancora: se vale il principio per cui l’essere umano sia in grado di adattarsi a qualsiasi ambiente e farlo proprio, allora Sacchi dovrà spiegare anche perché con quel suo Milan, in Italia, sia riuscito a conquistare un solo scudetto, allenando sostanzialmente la stessa squadra che pochi anni dopo, con Fabio Capello, fece filotto con quattro trofei nazionali, vincendo anche una Coppa Campioni (Sacchi ne vinse una sola in più).

E allora, per carità, è sempre giusto migliorarsi e puntare a traguardi sempre più prestigiosi, perseguendo il bel gioco e la fantasia, ma è anche legittimo, in certi casi, riflettere su quello che si sta dicendo, evitando anche, come in questa situazione, gaffe frutto di scarsa memoria. Perchè, se è vero che la Juve equivale al Rosenborg, allora il Milan di Sacchi, quando fece ritorno nel 1996, doveva essere davvero poca cosa (ma così non era, basta guardare la rosa) per farsi eliminare dalla Coppa Campioni dai deboli norvegesi.

Caro Arrigo, come disse qualcuno (che poteva permetterselo): “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?”

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