Ryan Anderson è un giocatore degli Houston Rockets, al nono anno nella Lega. Ala grande di 2.08 metri, è il classico lungo tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA: malgrado il suo ruolo e i centimetri, è un ottimo tiratore da tre – soprattutto in situazione di catch and shoot –, e riesce così ad aprire perfettamente il campo e a costringere il lungo avversario ad allontanarsi dal canestro, allargando  le maglie della difesa e facilitando le penetrazioni al ferro. Una manna dal cielo per le spaziature offensive.

Quest’anno ai Rockets è diventato una pedina chiave, trovandosi a meraviglia sia con il sistema di gioco di coach Mike D’Antoni, sia con il novello playmaker della squadra, il Barba, James Harden. Le cifre parlando chiaro: 14 punti e 5.2 rimbalzi a partita, il tutto con oltre il 40% dal campo da 3.

Eppure, malgrado il suo status e la sua importanza negli schemi, Ryan sembra tutto tranne che una star NBA. Taciturno, sempre composto, mai sopra le righe. Difficilmente fa parlare di sé, difficilmente in campo si fa notare per qualche atteggiamento particolare. Un giocatore quasi invisibile, se non fosse per la sua esultanza. Quelle braccia al cielo, le dita che indicano un punto imprecisato lassù. Perché un’esultanza simile?

Quelle braccia al cielo sono un omaggio, in ricordo di una persona a lui cara che non c’è più. Gia Allemand, la sua ragazza, che nell’agosto 2013 si è suicidata, impiccandosi nella loro casa.

Gia, modella, attrice e ballerina professionista, aveva 29 anni quando si è tolta la vita. Da tempo combatteva contro la depressione. Quella sera dell’11 agosto fu Ryan stesso a trovarla in casa, a terra, priva di sensi. La corsa all’University Hospital di New Orleans fu immediata, ma inutile: i danni cerebrali erano troppo estesi, la situazione era ormai irreversibile.

 Anni dopo, è stato Ryan stesso a raccontare quegli istanti  così toccanti. In totale stato di shock, Ryan decise di chiamare una persona su cui poter contare, di cui si fidava ciecamente: il suo coach ai Pelicans, Monty Williams. Fu proprio lui a sostenerlo in quei momenti così strazianti, accompagnandolo nel percorso da casa all’ospedale, la sua spalla a sorreggere la testa di Anderson, in lacrime.

A 4 anni di distanza Ryan non sa ancora spiegarsi il perché del gesto di Gia. E’ riuscito però a trovare una tranquillità interiore che per molto tempo aveva smarrito. Una tranquillità raggiunta dopo un lungo e complesso percorso, in cui per fortuna l’hanno supportato in molti, dai suoi compagni di squadra ai terapisti. Una tranquillità per mesi messa a repentaglio dai sensi di colpa, dai dubbi, dalle domande prive di risposta. Il tutto contornato dal soffocante interesse dei mass media, il cui modo di tratteggiare la vita di Gia è stato, a detta di Ryan stesso, oltremodo disgustoso. Una mera ricerca dello scoop, priva di uno straccio di sensibilità.

Oggi Ryan sembra una persona nuova, diversa. Il suicidio di Gia lo ha toccato profondamente, ma ha saputo rialzarsi. E lui stesso ha deciso di combattere il dolore a modo suo. Come? Fondando, insieme alla famiglia di Gia, la Gia Allemand Foundation, un’associazione no profit il cui scopo consiste nel supportare giovani donne in balia della depressione, di disturbi psicologici e di problemi comportamentali.

Al di là delle triple messe a segno sul parquet, Ryan ha dimostrato di essere molto più di un semplice cestista professionista. Perché come lui stesso ha ripetuto più volte nelle sue interviste, per le persone comuni diventare un giocatore NBA significa tutto, è l’apice della propria esistenza; ma in realtà, ci sono aspetti nella propria vita ben più rilevanti, a cui è necessario dedicarsi completamente. Ed in questo modo, con la fondazione che porta il nome di Gia, Ryan ha deciso di dedicarsi alle problematiche altrui, quelle stesse problematiche che lo avevano riguardato così da vicino.  Ed è forse proprio questo a renderlo migliore di una semplice star.

Close