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Pugilato

Rubin Carter. Il grido dell’innocenza

Francesco Gallo

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Rubin Carter nacque a Clifton, nel New Jersey, il 6 maggio del 1937, lo stesso giorno in cui, a pochi chilometri di distanza, lo Zeppelin LZ 129 Hindenburg si riduceva in cenere nel giro di pochi secondi. La sua famiglia, che dopo poco tempo si trasferì a Paterson, una città poco distante, era composta da sette figli, tra fratelli e sorelle.

A differenza dei fratelli più grandi, Rubin fu un ragazzo difficile da controllare, peraltro afflitto da una rilevante balbuzie che, ovviamente, gli procurava lo scherno da parte dei suoi coetanei. L’ambiente in cui crebbe Rubin fu abbastanza agiato, almeno per quanto poteva esserlo per una famiglia di neri negli anni tra la Grande Depressione e la Seconda Guerra mondiale. Paterson era una città famosa per le proprie fabbriche di seta, per la nutrita comunità di immigrati italiani — ne faceva parte anche l’anarchico Gaetano Bresci, che nel 1901 vi era partito per andare ad assassinare il re d’Italia Umberto I —, per le pistole che nel 1835 Samuel Colt aveva cominciato a produrre proprio lì, e in futuro lo sarebbe stata anche come città inaugurale del viaggio On the road di Jack Kerouac.

Ma a quattordici anni, Rubin, conobbe per la prima volta i rigori della legge e finì in riformatorio per aggressione aggravata verso alcune persone. Era stata, questa, una sentenza giusta, ma che venne rifiutata dal giovanissimo Rubin Carter il quale pensò bene di fuggire dal carcere minorile e arruolarsi nell’esercito.

Era il 1954, un anno dopo la fine della Guerra di Corea, e Rubin completò il suo addestramento a Fort Jackson, nella Carolina del Sud. Fu in quel periodo che cominciò ad avvicinarsi alla boxe, un buon metodo per canalizzare tutta la sua rabbia, le sue energie. Sul ring dell’esercito riuscì a combattere per ben 56 volte, riportò 51 vittorie di cui più della metà per k.o. Ma non appena tornò a casa sua, nel New Jersey, ad attenderlo trovò la giustizia: avrebbe dovuto scontare gli ultimi dieci mesi della pena per la fuga dal riformatorio.

Rubin, detto “The Hurricane”

Finita questa seconda condanna, il 22 settembre del 1961 Rubin Carter divenne professionista e nel suo primo incontro riuscì a sconfiggere Pike Reed. A quell’incontro seguirono undici k.o. vincenti in quattordici match. Carter si presentava sul ring con la testa rasata, baffi lunghi e sguardo aggressivo. Aveva una presenza estremamente minacciosa, era dotato di due mani enormi che chiuse nei guantoni facevano tanto male ai suoi avversari. Fu così che si meritò il soprannome di “Hurricane”, perché tutto ciò che gli capitava davanti lui distruggeva, proprio come un uragano. E dunque, nel 1963, dopo aver spazzato via tutti i suoi contendenti, venne inserito tra i primi dieci probabili sfidanti al titolo mondiale dei pesi medi.

In questa fase, il suo incontro migliore fu quello in cui affrontò Emile Griffith, il 20 dicembre 1963. Griffith è stato uno dei più grandi pugili di sempre. Non era propriamente un medio naturale, era piuttosto un peso welter che boxava bene, con rapidità, molto resistente e dotato di una vitalità straordinaria. Pur essendo piccolo, imponeva la propria boxe agli avversari, passando spesso sotto la loro guardia. Era un campione di tutto rispetto, le cui battaglie con Nino Benvenuti furono indimenticabili. Ma nell’incontro alla Civic Arena di Pittsburgh contro Carter, Griffith volò al tappeto al primo round per ben due volte. E l’arbitro decretò il k.o. tecnico.

Dopo quella grande vittoria, Carter si esaltò e sulle ali dell’entusiasmo vinse altri due splendidi incontri, tra cui uno con Jimmy Ellis il quale, due anni dopo, passò nella categoria dei massimi e fu lui il primo a raccogliere la corona mondiale lasciata vacante da Muhammad Ali dopo la squalifica per il rifiuto di arruolarsi nell’esercito diretto in Vietnam.

Carter si posizionò così al terzo posto di quella speciale classifica, e il 14 dicembre 1964 salì sul ring contro Joey Giardello, il campione italoamericano dei medi — il cui vero nome era Carmine Orlando Tilelli — il quale però sconfisse Rubin Carter nonostante avesse rischiato fino all’ultimo un tremendo k.o. A Filadelfia, davanti a seimila persone, Carter era partito subito fortissimo, replicando la strategia vincente con cui aveva sorpreso Griffith un anno prima. Ma i giudici, con verdetto unanime, attribuirono la vittoria ai punti al suo avversario.

Dopo quella inaspettata e indigesta sconfitta, cominciò per Carter una parabola discendente. Uscì sconfitto più volte dai numerosi incontri successivi e finì parecchie volte al tappeto, soprattutto nel drammatico match con Dick Tiger durante il quale andò k.o. per ben tre volte di fila. A tal proposito disse: «è stata la peggiore sconfitta della mia vita, dentro e fuori dal ring». Si sbagliava.

 L’ergastolo

La sua vita cambia per sempre il 17 giugno del 1966. Sono le due e mezza del mattino. Due uomini afroamericani entrano nel Lafayette Bar and Grill di Paterson e aprono il fuoco. Altri due uomini restano uccisi, sono Fred Nauyoks e il barista Jim Oliver. Una donna, Hazel Tanis, morirà un mese dopo per le ferite subite. Una quarta persona sopravvive, ma perderà la vista. La scena del crimine di Paterson viene raggiunta da Alfred Bello, un criminale che stava compiendo una rapina a pochi metri dal fattaccio, e da una donna che abitava al piano di sopra. La donna, Patricia Graham, chiama la polizia e denuncia due uomini neri in fuga su una macchina bianca.

Una volante, più tardi, ne ferma una che corrisponde alla descrizione. Dentro c’è Rubin Carter. Nel veicolo trovano anche una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12, lo stesso utilizzato per assassinare i malcapitati nel locale. Rubin Carter e il suo amico John Artis vengono portati in ospedale per il riconoscimento, ma l’uomo ferito dice che non sono stati loro a sparare. Tuttavia, lo stesso sergente che dodici anni prima aveva riportato il giovane Carter in prigione, il quale non nasconde il desiderio di sbattere nuovamente dietro le sbarre il pugile nero, pare abbia già manipolato due testimoni per convincerli a giurare il falso in tribunale. Al processo, infatti, i due accuseranno Carter e l’amico di essere loro gli spietati killer. Carter e Artis vengono così arrestati, incriminati, processati e condannati a tre ergastoli da una  giuria all white, tutta composta da bianchi.

Per Carter si profila un’intera vita all’interno del carcere. Così dopo le immancabili difficoltà iniziali, decide di cambiare radicalmente la sua strategia all’interno del carcere. Comincia una sorta di resistenza passiva alla Gandhi. Si trasforma in una specie di monaco, un’asceta, imponendosi un rigore e una disciplina necessari non più alla battaglia tra le corde del ring, ma a contenere l’odio crescente per l’ingiustizia subita. Legge moltissimo, ristudia il caso, impara a memoria i libri di Jiddu Krishnamurti che gli insegnano la strada del distacco dalle cose materiali, anche quello dalla sua famiglia.

Poi decide di scrivere un libro in cella, la sua verità in un’autobiografia. Il titolo è Il sedicesimo round. Il suo testo provocherà all’esterno reazioni energiche le quali daranno il via alla nascita di un movimento di opinione che spingono i movimenti per i diritti civili dei neri a scendere in piazza per la revisione del caso. Accanto a loro anche Muhammad Ali, alcuni dei giornalisti più in vista dell’epoca e ovviamente Bob Dylan, che per Carter cesella una canzone che ancora oggi è leggenda: Hurricane.

 Giustizia è fatta 

La Corte suprema nel 1976 concesse a Carter un secondo processo. Uno dei  testimoni, l’italoamericano Bello, nel frattempo aveva ritrattato e riconfermato la propria deposizione un paio di volte. Stavolta, però, la giuria non era composta da solo giurati bianchi, ma ci furono al suo interno anche due afroamericani. Ciò nonostante, la condanna ai tre ergastoli venne riconfermata. Ma quando sembrava davvero finita, accadde il miracolo. Quattro anni dopo, in un improvvisato mercatino canadese di libri usati, un giovane ragazzo afroamericano, che aveva lasciato gli Stati Uniti per sfuggire al ghetto e che ora viveva nel Paese dell’acero in compagnia dei suoi tutori, pescò nel mucchio di testi di seconda mano la biografia di Rubin Carter. Dopo averla pagata solo venticinque centesimi, cominciò a leggerla e, pagina dopo pagina, si appassionò notevolmente alla vicenda dell’ex pugile. Decise, così, di metterne a conoscenza anche i suoi tutori, che di mestiere facevano gli avvocati, e la sera l’intratteneva leggendo alcuni passi cruciali ad alta voce. Alla fine, tutta questa famiglia allargata decise di andare a conoscere di persona Rubin Carter e poi di prendere in mano la sua situazione giudiziaria per cercare di far riaprire il caso.

Carter, allora, combatterà ancora un altro round, il sedicesimo, quello più importante della sua vita. Non senza difficoltà burocratiche, minacce di morte e sabotaggi, il caso a distanza di dieci anni venne riaperto. Nel 1985 il giudice Sarokin sostenne che Rubin Carter non aveva avuto un processo equo, che l’accusa nei suoi confronti era fondata su motivazioni razziali, e che dunque Carter era da ritenersi prosciolto dalle accuse.

Dal ring al cinema      

Quasi quindici anni dopo la scarcerazione di Carter, nel 1999 il regista canadese Norman Jewison decise di portare sul grande schermo l’incredibile, controversa e sfortunata storia del pugile. La sceneggiatura si basava sulla biografia dello stesso Carter dal titolo: Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472.

Il film è interpretato da Denzel Washington che per entrare nei panni del peso medio ingiustamente incarcerato, per mesi si era preparato con cura sottoponendosi a lunghe sessioni di allenamento. Tuttavia, nonostante la somiglianza con il vero Carter, dichiarò: «Non ho cercato di imitare il suo stile, sono più alto e più pesante di lui, ho una morfologia diversa. Come tutta la mia generazione sono stato influenzato da Muhammad Ali. Con le dovute proporzioni, se fossi diventato professionista il mio stile sarebbe stato vicino a quello di Ali. Pugile danzatore». Carter, spesso presente sul set, aiutò molto sia l’attore sia il regista soprattutto per le scene di combattimento che furono realizzate da Jewison in maniera realistica.

Era sempre stato un uomo violento, un uomo ribelle, ma fu anche un uomo che riuscendo a fare giustizia si conquistò la tanto agognata libertà.

 

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Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Francesco Gallo

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Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Apprezzato dal Presidente Harry Truman, omaggiato da Al Capone e fotografato mirabilmente da un giovanissimo Stanley Kubrick. La vita del boxeur Thomas Rocco Barbella, meglio conosciuto come Rocky Graziano, è una delle più belle e affascinanti della storia del pugilato.

Figlio unico di un famiglia di origini abruzzesi e siciliane, il piccolo Rocco crebbe nei bassifondi di Manhattan, ovverosia in quelle pericolose strade dell’East-Side di New York che all’inizio degli anni Trenta rappresentavano il borough più vivace, colorato e chiassoso della zona, un vero e proprio mosaico di popolazioni. C’erano tutti: irlandesi, tedeschi, cinesi e, ovviamente, tanti, tantissimi italiani che all’epoca venivano ancora offensivamente apostrofati come «dago» (dalla parola inglese dagger, pugnale, per la loro innata propensione a risolvere con una coltellata qualunque controversia) oppure come «wop», da cui la pronuncia italiana “guappo” poiché spesso privi di documenti di riconoscimento (w.o.p. = With Out Passport).

Rocco, che però già tutti avevano preso a chiamare Rocky, visse un’adolescenza in continua fuga dalla polizia, lontano dalla scuola e molto vicino, invece, ad alcuni suoi coetanei con i quali si rendeva protagonista di piccoli o grandi furtarelli, risse per strada ed estorsioni nei confronti di malcapitati. Tra questi ce n’era uno in particolare con il quale, presto, avrebbe condiviso anche le gioie sul ring: Giacobbe, che però tutti chiamavano Jake. Jake La Motta. Il futuro “Toro del Bronx”. 

Continuamente dentro e fuori le prigioni minorili, un bel giorno il destino della sua vita cambiò durante una rissa in carcere. Mentre colpiva con tutta la sua forza un altro detenuto, la sua proverbiale violenza venne notata da una delle guardie (un ex procuratore di pugili), che gli disse qualcosa come: «Cosa ne dici di infilare quella dinamite in un guantone?». E da quel giorno nulla fu più come prima.

Da Rocco Barbella a Rocky Graziano

Un po’ a causa dei suoi turbolenti sospesi con la giustizia (gravava su di lui anche un’accusa di renitenza alla leva), un po’ per il conflittuale rapporto con il padre, agli inizi degli anni Quaranta, per salire la priva volta sul quadrato come pugile dilettante, si cambiò il nome in Rocky Graziano. Combatté il suo primo incontro da protagonista già nella primavera del 1942, contro un altro italoamericano, un “paisà” di nome Mike Mastandrea. Ma quella che lui avrebbe considerato la sua prima vera prova del fuoco, arrivò il 9 marzo del ’45 con Billy Arnold, un pugile afroamericano che deteneva un invidiabile record di trenta vittorie consecutive per k.o.

Sovvertendo alla sua maniera tutti i pronostici, la vittoria di Rocky arrivò dopo soli sei round. Il che non mancò di suscitare grande entusiasmo tra la folla del Madison Square Garden di New York. Tra i tanti spettatori entusiasti ce n’era uno in particolare che alla fine dell’incontro volle conoscere di persona Rocky. Si chiamava Harry Truman e dopo solo un mese sarebbe diventato il trentatreesimo Presidente degli Stati Uniti.

Tuttavia, quella non fu l’unica visita “di riguardo” che Rocky ebbe durante la sua pittoresca carriera di pugile. Un giorno, come ha raccontato nella sua biografia dal titolo Somebody down here likes me, too, alla fine di un altro match vincente, nel suo spogliatoio si presentò niente meno che Al Capone. Dapprima spaventato, il campione dei pesi medi fu subito rassicurato dal gangster che volle invece fargli addirittura dono di un preziosissimo anello di cinque carati. «Sono orgoglioso di te» gli disse “Scarface”, all’epoca in libertà vigilata dal carcere di Alcatraz. E quella fu una delle ultime volte che si fece vedere in giro, prima di finire i suoi giorni da ammalato in una clinica di Miami.

 La trilogia con Tony Zale

A portare alla ribalta pugilistica l’ex poco di buono dei bassifondi di Manhattan, fino alla possibilità di giocarsi il titolo mondiale dei pesi medi, furono senz’altro le sue incredibili doti di lottatore animate da un infaticabile dinamismo e da un’eccezionale voglia di vincere.

Fin dal primo colpo di gong, Rocky Graziano si lanciava sull’avversario come se dovesse addirittura difendere la propria vita. Nessuno ha conservato un ricordo della sua tecnica sopraffina, anche perché ne era sprovvisto, ma il suo inimitabile stile di combattimento, mosso da un insanabile astio nei confronti degli avversari, era di un’innegabile potenza distruttiva. Sul ring dava l’impressione di essere un animale tenuto troppo tempo in gabbia e che, una volta fuori, era pronto ad assalire il primo che gli passava davanti. Graziano non boxava con i suoi avversari, li sommergeva sotto un diluvio di colpi micidiali di una potenza terrificante. Nei corpo a corpo si avventava a testa bassa, del tutto incurante se, combattendo in tal modo, avrebbe fatto esplodere l’arcata sopracciliare o uno zigomo a colui che in quel momento osava pararglisi davanti. Quanto poi a proteggersi, Rocky certo se ne preoccupava, ma non più di tanto. Avventarsi era il suo primo ed unico pensiero, tant’è che tutti lo chiamavano “The Rock”. Anche per questo, il boxeur italoamericano è ancora oggi considerato uno dei più famosi e illustri rappresentanti dei pesi medi, la categoria reputata insieme a quella dei massimi la regina della boxe.

Nel 1946 ebbe finalmente l’occasione di combattere per il titolo. Il suo avversario era il grande e temibile Tony Zale, pugile di origine polacca il cui vero nome era Antoni Florian Załęski. I due, insieme, diedero vita a una delle più famose trilogie della storia del pugilato. Tre grandissimi incontri, combattuti nel giro di due anni, che hanno fatto epoca.

Il polacco era un picchiatore e un incassatore senza pari, proverbiale per il suo sangue freddo e la sua impassibilità che mostrava sul ring e che gli era valsa il soprannome di “uomo d’acciaio”. Era talmente considerato un maestro dell’arte della boxe che a fine carriera sarebbe diventato anche un buon allenatore.

Tra i primi pugili che avviò al ring ce ne fu uno in particolare che si sarebbe distinto rispetto agli altri. Era un azero fuggito dall’Iran nel 1941 dopo che nel suo Paese l’atmosfera si era fatta molto tesa in seguito all’invasione anglo-sovietica, una gigantesca operazione militare finalizzata a creare un canale sicuro di rifornimenti e aiuti militari ai russi che nel frattempo stavano tentando di contenere l’avanzata nazista. Si chiamava Emmanuel B. Aghassian, era figlio di un armeno a sua volta scappato dal terribile genocidio di qualche anno prima, e in quel momento non poteva immaginare che a pochi chilometri da casa sua due anni dopo si sarebbero decise le sorti del pianeta con la celebre Conferenza di Teheran. Emmanuel sotto la guida di Zale vince il Golden Gloves (il guanto d’oro), ma parteciperà senza successo a due edizione delle Olimpiadi, quelle di Londra del 1948 e quelle di Helsinki del 1952. Prima di allora, però, una volta giunto a Chicago, aveva falsificato il proprio documento cambiando il proprio nome in Mike Agassi. Si era dunque presentato con questo pseudonimo alle sfortunate gare dei Giochi e lo mantenne anche dopo aver abbandonato la boxe per andare a lavorare al Caesars Palace di Las Vegas. Nella capitale mondiale dell’intrattenimento ci si sposerà, anche, e dal suo matrimonio nasceranno quattro figli che in seguito avrebbe cercato in tutti i modi di avviare allo sport. Ci riuscirà solamente con uno, il più piccolo, a cui avrebbe dato due nomi. Il secondo era Kirk — come Kirk Kerkorian, il magnate proprietario dei maggiori casinò di Las Vegas verso cui fu sempre riconoscente — e il primo era Andre. Non con i guantoni, ma con una racchetta da tennis in mano, presto avrebbe vinto tutto ciò che era possibile vincere; e tutto il mondo lo avrebbe conosciuto semplicemente come Andre Agassi.

Il primo incontro tra Rocky Graziano e Tony Zale, quello combattuto il 27 settembre 1946 allo Yankee Stadium di New York, raggelò tutti gli spettatori. La violenza dello scontro superò ogni limite concepibile e se Zale seppe trionfare su Graziano per k.o. al sesto round, secondo il parere di tutti, fu soltanto grazie a un colpo fortunato, quello che nella boxe viene chiamato lucky punch.

Zale, nonostante fosse dotato di una tecnica superiore a quella del proprio avversario, fu in qualche modo costretto ad adeguarsi alla boxe di Graziano contro cui l’unica possibilità era quella di battersi come se si lottasse per sopravvivere. Dunque talvolta poteva capitare di avere fortuna in quella gragnola di pugni. Questo però non capitava sempre.

Il 16 luglio 1947, infatti, quando Zale affrontò nuovamente Graziano a Chicago, fu lui, dopo un’orribile mischia, a subire questa volta il k.o. al sesto round. Lo spettacolo fu allucinante. I due pugili imbrattati di sangue, feriti al volto, sembravano prossimi all’agonia: fu certamente un grande momento della leggenda del pugilato. Rocky si mostrò formidabile, quasi terrificante. E nello scontro, Zale perse il titolo di campione del mondo dei pesi medi.

I due risalirono nuovamente sul ring, ancora una volta per contendersi il titolo, il 10 giugno 1948. Il terzo e ultimo match lo vinse Zale, ma durò solo tre round, come accade di solito negli incontri tra due dilettanti. Tuttavia, lo scontro raggiunse i vertici del parossismo. Ogni colpo, praticamente, avrebbe dovuto provocare un k.o.

Dopo questa sfida, Tony Zale si ritirò in seguito alla sua ultima sconfitta con Marcel Cerdan. Invece Graziano proseguì la sua carriera per altri quattro anni. Alla fine, su 83 combattimenti ne vinse 52 per k.o. e non subì che tre sconfitte, l’ultima delle quali contro Ray Sugar Robinson, il 16 aprile del 1952.

Una vita da film, la sua. E infatti nel 1956 la Metro-Goldwyn-Mayer decise di affidare la regìa per la riduzione sul grande schermo della sua storia a Robert Wise — che sei anni prima aveva già avuto modo di dirigere un altro film di successo sulla boxe, Stasera ho vinto anch’io — e con un cast d’eccezione: Paul Newman, Anna Maria Pierangeli, Sal Mineo e Steve McQueen. Il titolo sarebbe stato Lassù qualcuno mi ama, preso a prestito dalla battuta finale del film che Newman/Graziano rivolge alla moglie mentre tutti lo acclamano per il titolo appena conquistato, perché: «…Quello che ho vinto non possono togliermelo sul ring. Sono stato fortunato, lassù qualcuno mi ama!».

 

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Leone Jacovacci, il pugile soldato più forte del Razzismo

Marco Nicolini

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Leone Jacovacci, il pugile soldato più forte del Razzismo

Il 21 Marzo si celebra la Giornata Mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali. Un problema che riguarda tutti, anche gli sportivi. Vi raccontiamo la storia di chi, quasi 100 anni fa, dovette fare i conti con la stupidità del razzismo. 

Leone Jacovacci nacque dalla lunga scintilla d’amore accesasi tra un agronomo italiano e una ragazza africana nella Repubblica Indipendente del Congo, dove Leopoldo II, re del Belgio, stava approntando uno sterminio immane della popolazione indigena.

Era il 1902, secondo i documenti ufficiali, ma è plausibile che il reale anno di nascita di Leone sia il 1900, a causa del ritardo nel censimento anagrafico molto frequente in quell’epoca e a quella latitudine.

Nel 1905 i genitori presero la decisione di far crescere il figlioletto in Italia, lontano da un Congo sempre più preda degli umori da sterminio del monarca belga; e così Leone fu spedito a vivere con i nonni paterni, nel frattempo trasferitisi a Viterbo per salvaguardare il bimbo meticcio dagli sguardi sprezzanti della Roma borghese del tempo.

Con grandi difficoltà d’integrazione, non favorita da compagni di classe e insegnanti, Leone giunse alla licenza elementare, vide morire la nonna e ritornare in patria il padre; la madre morì in Africa, senza che egli la potesse più riabbracciare.

Nel 1916, stanco di un paese che non lo accettava e, forse, sentendo il richiamo esotico dell’esplorazione, Leone prese il mare a Napoli, come mozzo di bordo.

Nel 1919, mentre vagabondava per Londra, un organizzatore d’incontri da luna park, notata la scultoria prestanza fisica, gli propose un combattimento da disputarsi nella serata, che prevedeva lo scontro tra un bianco e un nero.

Leone accettò senza essere mai salito sul ring prima d’allora.

Così ebbe inizio la carriera da pugile di Leone Jacovacci il quale, nel frattempo, aveva cambiato il proprio nome in John Douglas Walker, soldato afro-britannico, prima, e in Jack Walker, pugile afro-americano, poi.

Con le prime generalità si era arruolato nell’esercito britannico, nel 1917, combattendo sul fronte russo, mentre con il secondo nome aveva appena dato inizio alla sua storia di campione del ring.

Confinato in incontri periferici dall’impossibilità per i neri di combattere ad alto livello, Leone diede nuovamente ascolto al proprio spirito nomade, decidendo di attraversare la Manica per raccogliere la sfida dei ring francesi.

Nel paese transalpino conobbe fama e agiatezza grazie ai tanti trionfi; la sua falsa identità, però, pesava come un macigno sul suo incerto futuro.

Nel 1925 stupì il mondo del pugilato con la propria confessione: il pugile afro-americano Jack Walker era in realtà Leone Jacovacci, di padre romano e madre congolese, cresciuto a Viterbo ed educato in un collegio capitolino.

Il suo accento trasteverino era, comunque, già stato carpito da molti spettatori del bordo ring, durante gli incontri sostenuti a Milano, a quel tempo capitale europea della boxe.

Se il pubblico accolse favorevolmente un nuovo grande campione, i burocrati, come oggi peggior espressione del paese, fecero forte ostruzionismo al suo tesseramento da pugile italiano.

Il 16 ottobre del 1927, il campione milanese Mario Bosisio, che aveva raccolto la sfida di Jacovacci per il titolo italiano, vinse ai punti una sfida che, a detta di moltissimi spettatori e giornalisti, aveva perduto: il colore della pelle precludeva a Leone un traguardo meritato e raggiunto a tutti gli effetti.

Sei mesi più tardi, questa volta a Roma, Leone Jacovacci dominava la rivincita con Bosisio, che in palio aveva anche il titolo europeo dei medi.

Il braccio alzato del pugile italiano di colore, che non figura in alcuna foto ufficiale dell’incontro, fu uno smacco ai serpeggianti sentimenti razzisti dell’Italia coloniale.

La Gazzetta dello Sport, il giorno successivo, paventò dubbi sull’opportunità per l’Italia di essere rappresentata da un meticcio, ferendo profondamente l’atleta che aveva meritatamente vinto sul ring.

Per altri due anni, i grandi successi di Leone furono stravolti dai verdetti di giudici accecati dalle direttive di un’Europa tendente all’ingiustizia e all’iniquità.

In anticipo sulle leggi razziali, Leone si trasferì nuovamente in Francia, terminando la propria straordinaria carriera dopo 155 incontri.

Fino alla fine aveva risposto alle chiamate al combattimento di tutta Europa, ma il distacco della retina rendeva un supplizio ogni match.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Leone Jacovacci tornò a chiamarsi John Douglas Walker e raggiunse l’Inghilterra allo scopo di arruolarsi nel vecchio battaglione per dare il proprio contributo contro il dilagare del nazismo.

Con la sconfitta dei tedeschi entrò da fante britannico in Italia, a Milano, adoperandosi per l’aiuto dei molti profughi creatisi col caos bellico.

Con spirito di sostentamento, nei duri anni del dopoguerra, si dedicò al wrestling per i teatri meneghini, facendo sempre onore, sebbene più che sessantenne, alla propria grande combattività.

Senza tante cerimonie, il campione d’Italia e d’Europa dei pesi medi cadde nel dimenticatoio.

Silente e solitario portiere di uno stabile di via Ghibellina, a Milano, arrivò al crepuscolo della propria vita in povertà e gravemente malato di cuore.

Con gli occhi fissi sulla strada, poteva apparire, ai più, come un malinconico anziano dall’aspetto tropicale.

Nessuno può sapere se dietro il suo sguardo immobile ci fossero i ricordi dei combattimenti col 53mo Battaglione Bedfordshire, o i feroci scontri con i migliori pugili d’Europa, o i mari solcati, o la fame patita. Oppure le tante ingiustizie sopportate.

A più di ottant’anni d’età, il grande spirito battagliero di Leone Jacovacci si spense nel silenzio che spesso accompagna gli uomini più straordinari.

Di lui restano poche immagini, nessuna proprietà, ma ne è palpabile l’esempio di uomo caparbio, mai arresosi alle prevaricazioni di una società dura e immatura.

Leggi le altre storie di NICOLINI RACCONTA DI PUGILI

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Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”

Marco Nicolini

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Vissuto per quasi tutto il ventesimo secolo, Paulino Uzcudun fu il più grande peso massimo della storia di Spagna.

Nato nel 1899 nel Paese Basco, la regione ai piedi dei Pirenei, divisa tra Francia e Spagna, dalla forte connotazione indipendentista, Paulino fece onore alle proprie origini divenendo un fortissimo “Aizkolari”, ossia un atleta di sport rurali baschi che si dedica al taglio netto del legname con l’ascia, una specialità che richiede grandissima forza e tecnica affinata.

La sua carriera da pugile cominciò a Parigi, a ventuno anni, dove era arrivato senza parlare una parola di francese e nemmeno di spagnolo, poiché a casa sua si comunicava solo in “euskera”, la lingua basca.

Nella stessa luminosa metropoli, quattro anni più tardi, Paulino avrebbe conquistato il titolo di Spagna, ai danni del catalano Jose “Kamaloff” Teixidor, nei fatti lanciandosi, con la sua tipica lena di combattente basco, alla conquista del titolo EBU, ottenuto nel maggio del ’26 ai danni del nostro grande Erminio Spalla, davanti al pubblico amico della Monumental Plaza de Toros di Barcellona.

Iniziò così il suo fiorente periodo oltreoceano, con grandi trionfi nell’isola di Cuba, in Florida ed in tutti gli Stati Uniti.
In occasione del suo incontro con Tuffy Griffiths, tale era la sua fama che Al Capone, a quel tempo re di Chicago, lo volle al proprio tavolo.

Grande è il numero dei match di prestigio sostenuti da Uzcudun: nel 1931 batté ai punti un acerbo Max Baer, nel primo incontro di valore sostenuto a Reno sin dai tempi di Johnson-Jeffries.
In venti round disputati sotto il sole e con 35 gradi, Uzcudun perse nove chili!

Per due volte affrontò il nostro Primo Carnera, sempre perdendo, ma arrivando in entrambe le occasioni al termine delle riprese previste, la seconda a Roma, davanti a Mussolini, il quale aveva chiesto al Gigante di Sequals una vittoria per KO, non venendo giocoforza accontentato.

Paulino Uzcudun

Tre furono le battaglie col grande pugile teutonico Max Schmeling: una persa allo Yankee Stadium, una pareggiata a Barcellona ed una perduta a Berlino.

La sua straordinaria carriera si chiuse nel dicembre del 1935, davanti ai quasi ventimila spettatori del Madison Square Garden, contro un ventunenne Joe Louis che già si trovava in piena ascesa all’Olimpo del pugilato mondiale.

Alla terza ripresa, un montante al cuore del “Toro Basco” tagliò il respiro all’americano, il quale fu salvato dalla campana trovando, passato il momentaneo smarrimento, la devastante combinazione che spezzò la mascella di Uzcudun, costringendo l’arbitro ad interrompere l’incontro.

Fu l’unico KO subìto in carriera dal grande peso massimo spagnolo.
Dopo l’incontro Paulino ammise di non aver mai incontrato un pugile come Joe Louis e di non aver nemmeno creduto che potesse esistere uno come lui.

Si ritirò dal pugilato con le seguenti, orgogliose parole: “Sono caduto al tappeto per la prima ed ultima volta!”

Rientrato in patria e passati gli anni turbolenti della Guerra Civile, alla matura età di cinquantadue anni, per l’epoca, Uzcudun contrasse matrimonio con una ragazza madrilena, dalla quale avrebbe poi avuto quattro figli.

Uzcudun era di carattere gioviale, serissimo nell’allenarsi, ma portato a gozzovigliare e festeggiare.
Secondo lo scrittore Manuel Alcantare, che lo conobbe da molto anziano, “parlava una simpatica lingua che ricordava lo spagnolo, ma che era arricchita da un misto di parole inglesi e basche”.

Negli ultimi anni di vita l’arteriosclerosi ottenebrò la sua mente che, nella nebbia dell’età senile, perse il ricordo degli alti momenti di gloria difficilmente eguagliabili, durante i quali combatté con ben otto campioni del mondo.

In serenità e circondato dai propri figli, Paulino Uzcudun si spense il 4 luglio del 1986, a quasi ottantasette anni d’età.

— Paulino Uzcudun, il “Toro Basco”—

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