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Storie dell'altro mondo

Roma, l’urlo dei ragazzi del ’42: “Non dimenticateci!”

Simone Meloni

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“Roma sul petto tuo vedo brillar, quello scudetto saputo conquistar, e io tifoso canterò, che mai a te, ti lascerò, perché dai gioia a me, perché tu giochi ben!”. È la voce dello Stadio Nazionale del PNF, che riadatta la tedesca “Lili Marleen”, aria molto in voga ai tempi, per ringraziare i propri beniamini. È il 14 giugno 1942, e la Roma ha appena battuto il retrocesso Modena per 2-0. Cappellini e Borsetti hanno consegnato nelle mani del presidente Bazzini, imprenditore e alto funzionario dell’Agip, il primo scudetto della storia giallorossa. Il profeta Schaffer, figlio della prodigiosa Ungheria di inizio secolo, ha colpito nel segno, esattamente come quando calcava i campi da giocatore, infiammando le folle a suon di gol. Una cavalcata storica, segnata dalla lotta a tre con il Torino e il sorprendente Venezia di Loik e Mazzola.

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Roma – Modena, 14 Giugno 1942

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I bombardamenti sconvolgono il Nord Italia, e il calcio per migliaia di persone rischia di essere uno dei pochissimi momenti di svago, da frapporre tra il terrore della morte e la consapevolezza di un’ondata di povertà e miseria che da lì a poco travolgerà l’intera Penisola. Molti calciatori vengono richiamati alle armi, e il torneo passerà alla storia come il più “tardivo” di sempre. Col primo fischio d’inizio che avverrà soltanto il 26 ottobre.

Non ci sono video di quel campionato. Non ci sono le maglie, non ci sono i cimeli. La guerra ha spazzato via quasi tutto. Ha colpito in maniera infame anche la memoria di ciò che aveva reso quei ragazzi eroi per qualche giorno e i loro tifosi spensierati cittadini del mondo, in una Roma presto “città aperta”,  teatro di violenze e infamie sulla sua popolazione. Certo, i ricordi si sono tramandati. Perché i ragazzi di Schaffer (che saluterà il mondo nel 1945, anche lui vittima di un conflitto ahinoi più grande di qualsiasi sfida calcistica) quelle maglie se le sono tatuate sul cuore. Prendete uno come Naim Kriezu, venuto, per studio, da Giacovizza. Kosovo. Allora Albania, terra millenaria fortemente legata all’Italia. Quel ragazzo arrivato dai Balcani aveva qualcosa di speciale. Era la futura ala sinistra della Roma. Svelto e letale, come già aveva dimostrato in patria, con la maglia dell’SK Tirana. Se ne accorsero presto all’ombra del Colosseo. Il direttore sportivo Biancone lo andò a prendere direttamente alla Farnesina, chiedendogli di sostenere un provino a Campo Testaccio. Da Monte dei Cocci a Via del Tritone 125 (dove era sita la sede dell’AS Roma) il passo fu breve. Un’emozione infinita per Kriezu, che ammetteva: “Prima di allora gente come Masetti l’avevo vista soltanto sul Calcio Illustrato”.

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Naim Kriezu

Per capire bene chi fossero i campioni del ’42, occorre pensare a gente come Ermes Borsetti, centrocampista nato a Vercelli. Dalla terra delle risaie, dal sorriso austero delle mondine, a una città chiassosa e poliedrica di suo. Lo trovavi a giocare a calcetto, nella “sua” Testaccio, a ottant’anni suonati. Una passione non conosce età. “Finché il fisico regge, io ci sono”. Un’epoca in cui vivere lo sport coincideva con una dovuta signorilità. Chi li ha incontrati, prima della loro morte, è pronto a giurare di preferire cento volte una chiacchierata con questi perenni giovincelli, rispetto al campione odierno. E non ci fermiamo alla demagogia, ma pensiamo a quello che l’uomo ci può dare. Lezioni di vita. Lucidità e carica. Del resto è lo stesso Borsetti a fornire un singolare aneddoto legato all’indimenticato Dino Viola e a una gara giocata a Livorno, quando il futuro presidente si presentò direttamente negli spogliatoi, qualificandosi come ufficiale di aereonautica di stanza nella città labronica e grande tifoso giallorosso, giunto all’Ardenza per sostenere la squadra. Un episodio sintomatico riguardo a quel senso di romanismo che seppe poi trasmettere, recepire e fondere con i “suoi” devotissimi tifosi.

Le storie del passato, si sa, assumono giocoforza una piega romantica. Soprattutto se di mezzo ci sono conflitti, vite spezzate e momenti bui per la storia dell’umanità. Luigi Nobile da Tursi, provincia di Matera, arcigno difensore, chissà quante volte lo avrà raccontato. Lui, lo studente di medicina che rinunciò parzialmente al calcio per aiutare il suo Paese rispondendo innanzitutto alla vocazione di medico. Ci piace immaginare, però, che il Dio del calcio esista. Nonostante il suo impegno in ospedale, riuscì a scendere in campo in un’occasione: contro quel Torino primo rivale per il titolo. Questo lo consegnò alla storia come Campione d’Italia a tutti gli effetti. Anche lui meritevole di quel ringraziamento immaginario che pure i tifosi nascosti sotto il vecchio Campo Testaccio, adibito a rifugio antiaereo, non dimenticarono di lanciare alle casacche giallo ocra e rosso pompeiano.

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Roma – Torino

Chi non conosce il “Fornaretto” si metta in riga e si volti dalla parte opposta. Amedeo Amadei da Frascati, con i suoi 101 gol in maglia giallorossa è una delle figure più legate al club e all’immaginario collettivo. “Amadei”, vedi scritto in diversi forni dei Castelli Romani. “Ma lo sai che questo è della famiglia del giocatore?”. Chi è di Roma si figurerà perfettamente la scena, chi vive al di fuori della realtà capitolina immagini che quando Amadei, nel dopoguerra, fu trasferito all’Internazionale per ripianare i profondi debiti che attanagliavano la Roma, chiese espressamente di non essere schierato contro i giallorossi qualora gli stessi fossero stati in grosse difficoltà. Come andò a finire? Scese in campo ma, per sua stessa ammissione, disputò il match ai minimi termini. Fortissimo il legame con Schaffer, di cui raccontava spesso un episodio: “Quando ero ragazzo spesso in allenamento mi divertivo a fare le rovesciate – diceva – una volta, col suo italiano stentato, mi chiese se sapessi dove indirizzavo il pallone. Risposi di no, così lui mi chiese cosa le facessi a fare? Mi colpì molto, perché mi fece capire che sacrificavo la concretezza. È un insegnamento di cui ho fatto tesoro”. Il “Fornaretto” si è spento nel 2012, a 92 anni. Dopo esser entrato nella Hall of Fame dell’AS Roma. Lui, il più grande attaccante della sua epoca, che dal cielo ancora segue lo scatto di Coscia sulla fascia, per insaccare il pallone.

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Amedeo Amadei

La Hall of Fame succitata è opera della società americana. Un qualcosa di importante per la conservazione di una storia troppo spesso bistrattata dallo stesso club. Gli “eroi” del 1942, infatti, vennero dimenticati per tantissimi anni, e fu proprio quel Dino Viola tifosissimo a riportarli in auge una volta salito alla presidenza. L’uomo che veniva dalla Lunigiana li premiò con una tessera benemerita e ne tenne sempre in alto il ricordo, magnificandone i meriti per aver salvato la Roma nel periodo post bellico, quando giocatori e staff si autotassarono per mantenere in vita la società.

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Tessera Associativa As Roma

Quando si vinse il secondo scudetto Viola invitò alla festa tutti i giocatori del 1942, ricordo perfettamente i simpatici sfottò che volavano tra i campioni vecchi e nuovi”. Questo è uno dei primi ricordi di Marco, figlio di Sergio Andreoli, terzino sinistro della prima Roma tricolore, giunto alla corte di Bazzini su indicazione di Fulvio Bernardini nel 1941, per 25.000 Lire. La coincidenza che vide Acerbis partire per il fronte come medico, gli regalò la possibilità di laurearsi campione da protagonista. Di aneddoti in casa Andreoli ne sono circolati tanti e Marco li porta tutt’oggi nel cuore e nella mente: “Io sono nato al Policlinico Italia, nella clinica del medico della Roma Zappalà – racconta – col fiocco giallorosso”.

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Sergio Andreoli

Un calcio d’altri tempi: “Papà mi diceva sempre che dopo lo scudetto è tornato al suo paese (Capranica, in provincia di Viterbo n.d.r.) per festeggiare con i genitori davanti a un piatto di pasta e fagioli – racconta – per quanto riguarda il campo, ha giocato sia col metodo che col sistema, era un terzino irruento e per questo piaceva molto ai tifosi, anche se non era una persona dall’indole cattiva. Si faceva rispettare – scherza – ma tra i giocatori c’era un rapporto cavalleresco, basti pensare che si davano del “voi” e che, quando militava nel Perugia, incontrando Masetti in un’amichevole fu così emozionato che nel calciare il piede gli rimase incastrato in una zolla. Oppure come non citare la sua unica presenza con la Nazionale allenata da Pozzo, a Verona. Me lo tenne nascosto – sorride – finché non trovai una maglia dell’Italia tra le sue cose. Mi raccontò che alla fine di quel match i dirigenti federali gli dissero che doveva scegliere tra il compenso e la maglia: scelse la seconda. Questo dà l’idea dello spirito che avevano i giocatori del tempo”.

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Guido Masetti, portiere storico della Roma tricolore

Un rapporto profondo con la Roma. “Ha fatto 209 presenze e 9 gol con la maglia giallorossa afferma – l’attaccamento era sanguigno, tanto è vero che uno dei momenti più amari fu quando la società lo liberò dal cartellino senza preavviso. La particolarità di quei tempi – continua – è che i giocatori frequentavano la città, ritrovandosi in vari posti del centro storico. Medici come Zappalà e Ceretti andavano direttamente a casa degli atleti il giorno prima della partita. E questo diventava anche un momento conviviale, in cui ci si scambiavano confidenze extra calcistiche. I rapporti andavano ben oltre il campo e durarono nel tempo. Ricordo – svela – che quando ero bambino accompagnavo spesso papà a Ostia, dove tutti gli ex giocatori del 1942 si ritrovavano per mangiare assieme; tornavano tutti bambini, raccontando situazioni e aneddoti di quando erano nello spogliatoio. C’era grande affiatamento”.

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Inter – Roma, stagione 1941/42

Una memoria che, non senza difficoltà, è riuscita fortunatamente a tramandarsi.Quando la Roma mi ha chiamato per rappresentare mio padre alla Hall of Fame, ho provato un’emozione immensa nello sfilare sotto la Sud. È in atto un grande cambio generazionale, e bisogna far attenzione nel mantenere vivo il ricordo. Per chiunque verrà sarà importante mettere in risalto questi personaggi, antesignani di una squadra che storicamente ha sempre avuto al seguito una grande tifoseria”.

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Roma Campione d’Italia 1941/42

E allora immaginate di essere attaccati alle reti dello Stadio Nazionale, con il caldo di giugno che sbattendo sull’erba ne fa sentire tutto l’odore e una voce che annuncia le formazioni. Alzatevi in piedi in segno di riverenza, ecco i Campioni d’Italia del 1942: Guido Masetti, Fosco Risorti, Mario Acerbi, Sergio Andreoli, Luigi Brunella, Luigi Nobile, Giuseppe Bonomi, Renato Cappellini, Aristide Coscia, Luigi Di Pasquale, Mario De Grassi, Aldo Donati, Edmondo Mornese, Paolo Jacobini, Naim Krieziu, Amedeo Amadei, Cesare Benedetti, Ermes Borsetti, Miguel Angel Pantò. Allenatore, il signor Alfred Schaffer.

FOTO: www.asromaultras.com

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Calcio

Mario Kempes racconta i Mondiali 1978

Paolo Valenti

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Mario Kempes fu l’eroe della nazionale argentina che nel 1978 conquistò il suo primo titolo mondiale, trascinando l’Albiceleste nella seconda fase del torneo. Oggi apprezzato commentatore della ESPN latinoamericana, Kempes ci ha rilasciato questa intervista esclusiva, nella quale ricorda l’atmosfera che si respirava nel giugno del 1978 all’interno della Seleccion di Menotti.

Mario, sai che prima del Mundial in Argentina alcuni non volevano che in nazionale andassero i calciatori che giocavano all’estero. Eri disturbato da quelle affermazioni?

No, non mi dava fastidio. In nazionale eravamo solo in tre a giocare all’estero, quindi non si può certo dire che l’Argentina avesse un numero esagerato di “stranieri”.

Qual era la squadra che temevate di più all’inizio di quel mondiale?

Temere nessuna. Direi più che altro che portavamo rispetto verso molte di quelle che avevamo avuto modo di veder giocare. Noi eravamo dei “novizi” in quel mondiale, nonostante qualcuno avesse già giocato in Germania nel 1974.

Quali furono i meriti di Luis Menotti?

Io credo che Menotti abbia dovuto fare un gran lavoro per far capire alla gente che quella era la selezione migliore, nonostante nelle sette partite che facemmo non si vide un gran gioco. Quella era la formazione più equilibrata e alla fine lui riuscì a trovare il tipo di gioco che cercava.

Nonostante la pressione che da un mondiale, riuscivate a scherzare, a trovare dei momento di svago?

Eravamo una squadra con molta meno esperienza di altre per cui non ci fu molto spazio per le risate. Tra un allenamento, la partita, il risposo dopo una partita e poi ancora l’allenamento successivo non ci fu materialmente il tempo per gli scherzi.

Dopo la morte del fratello, come riuscì Luque a ritrovare la voglia di giocare con voi?

Tra l’appoggio che gli assicurammo noi e la grande forza interiore che aveva, Leopoldo riuscì a superare il lutto e a concentrarsi sul mondiale.

Bertoni, in un’intervista rilasciata poche settimane prima del mondiale, disse che aveva sognato di fare il gol decisivo nella finale. Era un aneddoto che aveva raccontato anche a voi?

Io non sapevo di quell’intervista perché allora non vivevo in Argentina, però pare che andò proprio così e che la sua “visione” spettacolare divenne realtà.

Cosa pensasti quando l’Olanda prese il palo al 90°?

Non avemmo modo di pensare a nulla visto che il tempo che intercorse tra il tiro e il momento in cui il pallone colpì il palo durò solo decimi di secondo. Fu come festeggiare un goal: per quello servono quarantacinque secondi mentre per festeggiare un palo avversario ne bastano dieci.

Cosa sarebbe successo se quel pallone fosse entrato? Sarebbe cambiato qualcosa anche dal punto di vista politico-sociale?

Io credo che il problema della vittoria dell’Olanda sarebbe stato unicamente sportivo, socialmente e politicamente non sarebbe cambiato nulla. Quello che sarebbe davvero cambiato è che noi adesso non saremmo qui a fare questa intervista.

Cosa daresti per rivivere quella notte?

Purtroppo non sono cose che si possono ripetere. Però credo che aver giocato la finale di un mondiale, averla vinta per l’Argentina ed aver segnato due gol, tutto in una sola notte, sia più che sufficiente!

Aveva un segreto la vostra nazionale?

Ci sarebbero molte cose di cui potrei parlare, però credo che fu importante per noi argentini rimanere concentrati solo sul futbol, parlare tutto il giorno solo di quello. In quel modo diventammo sempre più forti e credemmo sempre di più nel gruppo. Certo, l’eventualità della sconfitta rimaneva ma noi beneficiammo molto di quella “concentrazione”, tanto da diventare campioni.

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Pugilato

Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Francesco Gallo

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Lassù qualcuno mi ama: la vera Storia di Rocky Graziano

Apprezzato dal Presidente Harry Truman, omaggiato da Al Capone e fotografato mirabilmente da un giovanissimo Stanley Kubrick. La vita del boxeur Thomas Rocco Barbella, meglio conosciuto come Rocky Graziano, è una delle più belle e affascinanti della storia del pugilato.

Figlio unico di un famiglia di origini abruzzesi e siciliane, il piccolo Rocco crebbe nei bassifondi di Manhattan, ovverosia in quelle pericolose strade dell’East-Side di New York che all’inizio degli anni Trenta rappresentavano il borough più vivace, colorato e chiassoso della zona, un vero e proprio mosaico di popolazioni. C’erano tutti: irlandesi, tedeschi, cinesi e, ovviamente, tanti, tantissimi italiani che all’epoca venivano ancora offensivamente apostrofati come «dago» (dalla parola inglese dagger, pugnale, per la loro innata propensione a risolvere con una coltellata qualunque controversia) oppure come «wop», da cui la pronuncia italiana “guappo” poiché spesso privi di documenti di riconoscimento (w.o.p. = With Out Passport).

Rocco, che però già tutti avevano preso a chiamare Rocky, visse un’adolescenza in continua fuga dalla polizia, lontano dalla scuola e molto vicino, invece, ad alcuni suoi coetanei con i quali si rendeva protagonista di piccoli o grandi furtarelli, risse per strada ed estorsioni nei confronti di malcapitati. Tra questi ce n’era uno in particolare con il quale, presto, avrebbe condiviso anche le gioie sul ring: Giacobbe, che però tutti chiamavano Jake. Jake La Motta. Il futuro “Toro del Bronx”. 

Continuamente dentro e fuori le prigioni minorili, un bel giorno il destino della sua vita cambiò durante una rissa in carcere. Mentre colpiva con tutta la sua forza un altro detenuto, la sua proverbiale violenza venne notata da una delle guardie (un ex procuratore di pugili), che gli disse qualcosa come: «Cosa ne dici di infilare quella dinamite in un guantone?». E da quel giorno nulla fu più come prima.

Da Rocco Barbella a Rocky Graziano

Un po’ a causa dei suoi turbolenti sospesi con la giustizia (gravava su di lui anche un’accusa di renitenza alla leva), un po’ per il conflittuale rapporto con il padre, agli inizi degli anni Quaranta, per salire la priva volta sul quadrato come pugile dilettante, si cambiò il nome in Rocky Graziano. Combatté il suo primo incontro da protagonista già nella primavera del 1942, contro un altro italoamericano, un “paisà” di nome Mike Mastandrea. Ma quella che lui avrebbe considerato la sua prima vera prova del fuoco, arrivò il 9 marzo del ’45 con Billy Arnold, un pugile afroamericano che deteneva un invidiabile record di trenta vittorie consecutive per k.o.

Sovvertendo alla sua maniera tutti i pronostici, la vittoria di Rocky arrivò dopo soli sei round. Il che non mancò di suscitare grande entusiasmo tra la folla del Madison Square Garden di New York. Tra i tanti spettatori entusiasti ce n’era uno in particolare che alla fine dell’incontro volle conoscere di persona Rocky. Si chiamava Harry Truman e dopo solo un mese sarebbe diventato il trentatreesimo Presidente degli Stati Uniti.

Tuttavia, quella non fu l’unica visita “di riguardo” che Rocky ebbe durante la sua pittoresca carriera di pugile. Un giorno, come ha raccontato nella sua biografia dal titolo Somebody down here likes me, too, alla fine di un altro match vincente, nel suo spogliatoio si presentò niente meno che Al Capone. Dapprima spaventato, il campione dei pesi medi fu subito rassicurato dal gangster che volle invece fargli addirittura dono di un preziosissimo anello di cinque carati. «Sono orgoglioso di te» gli disse “Scarface”, all’epoca in libertà vigilata dal carcere di Alcatraz. E quella fu una delle ultime volte che si fece vedere in giro, prima di finire i suoi giorni da ammalato in una clinica di Miami.

 La trilogia con Tony Zale

A portare alla ribalta pugilistica l’ex poco di buono dei bassifondi di Manhattan, fino alla possibilità di giocarsi il titolo mondiale dei pesi medi, furono senz’altro le sue incredibili doti di lottatore animate da un infaticabile dinamismo e da un’eccezionale voglia di vincere.

Fin dal primo colpo di gong, Rocky Graziano si lanciava sull’avversario come se dovesse addirittura difendere la propria vita. Nessuno ha conservato un ricordo della sua tecnica sopraffina, anche perché ne era sprovvisto, ma il suo inimitabile stile di combattimento, mosso da un insanabile astio nei confronti degli avversari, era di un’innegabile potenza distruttiva. Sul ring dava l’impressione di essere un animale tenuto troppo tempo in gabbia e che, una volta fuori, era pronto ad assalire il primo che gli passava davanti. Graziano non boxava con i suoi avversari, li sommergeva sotto un diluvio di colpi micidiali di una potenza terrificante. Nei corpo a corpo si avventava a testa bassa, del tutto incurante se, combattendo in tal modo, avrebbe fatto esplodere l’arcata sopracciliare o uno zigomo a colui che in quel momento osava pararglisi davanti. Quanto poi a proteggersi, Rocky certo se ne preoccupava, ma non più di tanto. Avventarsi era il suo primo ed unico pensiero, tant’è che tutti lo chiamavano “The Rock”. Anche per questo, il boxeur italoamericano è ancora oggi considerato uno dei più famosi e illustri rappresentanti dei pesi medi, la categoria reputata insieme a quella dei massimi la regina della boxe.

Nel 1946 ebbe finalmente l’occasione di combattere per il titolo. Il suo avversario era il grande e temibile Tony Zale, pugile di origine polacca il cui vero nome era Antoni Florian Załęski. I due, insieme, diedero vita a una delle più famose trilogie della storia del pugilato. Tre grandissimi incontri, combattuti nel giro di due anni, che hanno fatto epoca.

Il polacco era un picchiatore e un incassatore senza pari, proverbiale per il suo sangue freddo e la sua impassibilità che mostrava sul ring e che gli era valsa il soprannome di “uomo d’acciaio”. Era talmente considerato un maestro dell’arte della boxe che a fine carriera sarebbe diventato anche un buon allenatore.

Tra i primi pugili che avviò al ring ce ne fu uno in particolare che si sarebbe distinto rispetto agli altri. Era un azero fuggito dall’Iran nel 1941 dopo che nel suo Paese l’atmosfera si era fatta molto tesa in seguito all’invasione anglo-sovietica, una gigantesca operazione militare finalizzata a creare un canale sicuro di rifornimenti e aiuti militari ai russi che nel frattempo stavano tentando di contenere l’avanzata nazista. Si chiamava Emmanuel B. Aghassian, era figlio di un armeno a sua volta scappato dal terribile genocidio di qualche anno prima, e in quel momento non poteva immaginare che a pochi chilometri da casa sua due anni dopo si sarebbero decise le sorti del pianeta con la celebre Conferenza di Teheran. Emmanuel sotto la guida di Zale vince il Golden Gloves (il guanto d’oro), ma parteciperà senza successo a due edizione delle Olimpiadi, quelle di Londra del 1948 e quelle di Helsinki del 1952. Prima di allora, però, una volta giunto a Chicago, aveva falsificato il proprio documento cambiando il proprio nome in Mike Agassi. Si era dunque presentato con questo pseudonimo alle sfortunate gare dei Giochi e lo mantenne anche dopo aver abbandonato la boxe per andare a lavorare al Caesars Palace di Las Vegas. Nella capitale mondiale dell’intrattenimento ci si sposerà, anche, e dal suo matrimonio nasceranno quattro figli che in seguito avrebbe cercato in tutti i modi di avviare allo sport. Ci riuscirà solamente con uno, il più piccolo, a cui avrebbe dato due nomi. Il secondo era Kirk — come Kirk Kerkorian, il magnate proprietario dei maggiori casinò di Las Vegas verso cui fu sempre riconoscente — e il primo era Andre. Non con i guantoni, ma con una racchetta da tennis in mano, presto avrebbe vinto tutto ciò che era possibile vincere; e tutto il mondo lo avrebbe conosciuto semplicemente come Andre Agassi.

Il primo incontro tra Rocky Graziano e Tony Zale, quello combattuto il 27 settembre 1946 allo Yankee Stadium di New York, raggelò tutti gli spettatori. La violenza dello scontro superò ogni limite concepibile e se Zale seppe trionfare su Graziano per k.o. al sesto round, secondo il parere di tutti, fu soltanto grazie a un colpo fortunato, quello che nella boxe viene chiamato lucky punch.

Zale, nonostante fosse dotato di una tecnica superiore a quella del proprio avversario, fu in qualche modo costretto ad adeguarsi alla boxe di Graziano contro cui l’unica possibilità era quella di battersi come se si lottasse per sopravvivere. Dunque talvolta poteva capitare di avere fortuna in quella gragnola di pugni. Questo però non capitava sempre.

Il 16 luglio 1947, infatti, quando Zale affrontò nuovamente Graziano a Chicago, fu lui, dopo un’orribile mischia, a subire questa volta il k.o. al sesto round. Lo spettacolo fu allucinante. I due pugili imbrattati di sangue, feriti al volto, sembravano prossimi all’agonia: fu certamente un grande momento della leggenda del pugilato. Rocky si mostrò formidabile, quasi terrificante. E nello scontro, Zale perse il titolo di campione del mondo dei pesi medi.

I due risalirono nuovamente sul ring, ancora una volta per contendersi il titolo, il 10 giugno 1948. Il terzo e ultimo match lo vinse Zale, ma durò solo tre round, come accade di solito negli incontri tra due dilettanti. Tuttavia, lo scontro raggiunse i vertici del parossismo. Ogni colpo, praticamente, avrebbe dovuto provocare un k.o.

Dopo questa sfida, Tony Zale si ritirò in seguito alla sua ultima sconfitta con Marcel Cerdan. Invece Graziano proseguì la sua carriera per altri quattro anni. Alla fine, su 83 combattimenti ne vinse 52 per k.o. e non subì che tre sconfitte, l’ultima delle quali contro Ray Sugar Robinson, il 16 aprile del 1952.

Una vita da film, la sua. E infatti nel 1956 la Metro-Goldwyn-Mayer decise di affidare la regìa per la riduzione sul grande schermo della sua storia a Robert Wise — che sei anni prima aveva già avuto modo di dirigere un altro film di successo sulla boxe, Stasera ho vinto anch’io — e con un cast d’eccezione: Paul Newman, Anna Maria Pierangeli, Sal Mineo e Steve McQueen. Il titolo sarebbe stato Lassù qualcuno mi ama, preso a prestito dalla battuta finale del film che Newman/Graziano rivolge alla moglie mentre tutti lo acclamano per il titolo appena conquistato, perché: «…Quello che ho vinto non possono togliermelo sul ring. Sono stato fortunato, lassù qualcuno mi ama!».

 

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Calcio

Gaetano Anzalone: storia di un Galantuomo

Matteo Latini

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Gaetano Anzalone ha scelto una mattina di metà maggio per andarsene, lontano da quei riflettori che forse non lo avevano mai illuminato a sufficienza. Destino cinico, per chi c’era stato prima. Prima di Franco Sensi, prima di Dino Viola. Prima di due scudetti, cinque Coppa Italia e due finale europee sfumate per inesperienza e sfortuna davanti alla propria gente. Agli albori di una Roma che avrebbe recitato da protagonista negli anni 80, però, c’era quell’uomo che veniva da Roiate, provincia romana che stagnava di fame e voglia di cambiare. Ce l’aveva fatta Gaetano Anzalone, prima come uomo d’affari e poi da sportivo. Il fiuto lo aveva portato a investire nel mattone che nel secondo dopo guerra imperversava e stava cambiando i connotati di una Capitale destinata ad abbandonarsi a colate di cemento e dimenticare quei larghi spazi verdi barriera incrollabile tra centro e una periferia sconfinata. Democristiano tra i democristiani, Anzalone costruì la propria fortuna sotto l’egida di quello scudo crociato che avvolgeva e proteggeva Roma, la quale vi si sarebbe schermata fino alla svolta Argan, che nel ’76 avrebbe espugnato un Campidoglio dove vi si erano saldamente arroccati tutti i sindaci dal referendum monarchia-repubblica in poi.

Il fiuto degli affari nella vita, l’amore per il calcio come passione da portare avanti, fondendolo che le abilità di chi non sta a guardare ma vuole sporcarsi le mani. Anzalone iniziò con l’Ostiense, poi la Roma, fede incrollabile, a metà di quegli anni 60 dove a comandare c’era un altro compagno di partito e andreottiano di ferro, Franco Evangelisti. Tifoso prima che dirigente, capì che le cose sarebbero dovute cambiare e in fretta negli ultimi scampoli dell’era Alvaro Marchini, il Papa Rosso, che con Anzalone non condivideva neanche la scheda elettorale. Con l’ex partigiano a guidare la società giallorossa, di successi ne erano arrivati pochi e di contrasti fin troppi. Casse vuote, cessioni dolorose. La partenza di tre giovani dalle belle speranze come Capello, Landini e Spinosi fece il resto. A far divampare le fiamme, la destinazione: Torino, sponda bianconera. Troppo, anche per Anzalone, che nel consiglio di amministrazione fece valere le proprie ragioni un anno più tardi. Marchini voleva cacciare Helenio Herrera e riportare a Roma Fulvio Bernardini. Anzalone non gradiva e spingeva per tenersi stretto il Mago. Ebbe ragione lui, che in un colpo solo ottenne tecnico e carica di presidente, ufficializzata nel ’71 e innaffiata subito dallo champagne che Ginulfi e compagni avrebbero pasteggiato nel giugno successivo, brindando al 3-1 sul Blackpool e alla conquista del Torneo Angloitaliano.

Garbo e stile a mo’ di pochette, per la riva giallorossa del Tevere Anzalone divenne il presidente gentiluomo. Avrebbero voluto si tramutasse anche in altro, ma nel decennio bollente della lotta di classe i soldi continuavano a essere troppo pochi rispetto alle ambizioni. A metterci lo zampino, tante intuizioni buone su carta e stroncate dalla pratica, tra nomi di spessore nelle lettere ma poca sostanza in campo. Il matrimonio col Mago Herrara durò appena una stagione e mezza, ancora meno la fugace relazione con quel Manlio Scopigno che una volta sbarcato al Tre Fontane fece credere a tutti si potesse replicare il miracolo Cagliari, ma senza una Gigi Riva né un Nenè al quale appigliarsi. Nel mezzo, quello sgarbo maturato nel 1974 e uno scudetto andato a finire sulle maglie di una Lazio che sotto l’egida del Sor Umberto Lenzini cresceva fino a sfiorare un titolo e poi accaparrarselo con quel Giorgio Chinaglia nemico giurato romanista. Allo smacco biancoceleste, Anzalone rispose con Nils Liedholm, non ancora Barone e non più calciatore, ma già tecnico lungimirante e predestinato a diventare signore anche in panchina. Fu forse il successo più grande di un presidente che chissà quando inconsapevolmente stava gettando le basi per quel che un decennio più tardi sarebbe accaduto. Tornò ben poco indietro ad Anzalone, che alla sua Roma diede decisamente più di quando raccolto.

Sul prato dell’Olimpico, però, il presidente gentiluomo seminò Bruno Conti e Francesco Rocca, tirati fuori dal cilindro della Primavera e di quel Settore Giovanile del quale lo stesso Anzalone si era occupato prima dell’ascesa a massimo dirigente. Ci mise su il ritorno di Picchio De Sisti dopo gli anni spesi a fare le fortune della Fiorentina del Petisso Pesaola, il colpo Pierino Prati, giudicato bollito da Buticchi a Milano e rivitalizzato alla cura Capitale, l’idea di mandare in prestito e poi riprendersi immediatamente Agostino Di Bartolomei e due nomi che di lì a poco avrebbero indentificato il modello di portiere e attaccante a cui paragonare ogni altro 1 o 9 transitati per Roma: Franco Tancredi e Roberto Pruzzo.  Proprio l’acquisto del Bomber di Crocefieschi, strappato a mezza Serie A e portato sulle sponde del Tevere direttamente dalla Gradinata Nord di Genova, spinse Anzalone a rinviare la cessione della Roma di una stagione. Giusto il tempo di godersi i frutti di tanto sudore e quattrini versati nelle casse del Grifone, salvo scontrarsi con una realtà che vide i giallorossi salvarsi alla penultima giornata, all’Olimpico, grazie a un gol di quel suo ultimo pupillo burbero e baffuto, che in una domenica di maggio seppe quantomeno porre rimedio a una stagione al di sotto di quelle grandi aspettative riposte sulle sue possente spalle da Gaetano Anzalone.

Da gentiluomo a gentiluomo, l’estate del ’79 vide il passaggio di consegne e la sua Roma affidata all’Ingegner Dino Viola. Più che un atto d’amore, un gesto di responsabilità. Troppo grande l’amore per la Roma, superiore al punto di portarlo a fare un passo indietro e cedere quel bene così caro che orami necessitava di forse fresche e capitali ben maggiori. Viola raccolse i prodomi di una squadra che da lì in poi avrebbe anche iniziato a vincere, modificando e migliorando la base solida gettata da Anzalone. Si face da parte, il presidente galantuomo, godendo da tifoso ai successi di quelle maglie sulle quali proprio lui aveva pensato di affiggere il lupetto, la cui creazione venne affiata alla genialità di Piero Gratton. Se ne è andato a 88 anni, senza clamori, con discrezione. Così come aveva fatto quarant’anni prima, separandosi solo formalmente dalla sua Roma. Lasciandola finalmente a bagnarsi della luce di quei riflettori che anche il suo amore avrebbe meritato.

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