“Che resta di un sogno erotico se, al mattino è diventato un poeta. Cantava Loretta Goggi nella sua Maledetta Primavera. Era il 1981, e di sogni orgasmici legati al calcio ancora se ne potevano fare. A iosa. Soprattutto se veniva chiamato in causa il Derby della Capitale. Un contrasto di emozioni e sentimenti, per i quali migliaia di tifosi attendevano un’intera stagione. Sfottendosi, ironizzando, ingrossando quella cultura popolare romana che nel calcio ha sempre trovato uno dei suoi risvolti più veraci e dissacranti. Hanno ucciso tutto ciò. Definitivamente. Senza preavviso. Senza rispetto per una storia centenaria e per una città che di football ha sempre vissuto.

Cosa vuol dire derby a Roma? Difficile spiegare il concetto a chi vive al di fuori delle Mura Aureliane. Per anni, e in parte ancora oggi, è stata la gara in grado di affossare o risollevare una stagione intera. Al netto di due squadre, bisogna dirlo, storicamente poco avvezze alla vetta della classifica e alla contesa di trofei. Viene da guardarsi indietro, quando per un tifoso di Roma e Lazio questa sfida iniziava già tre o quattro settimane prime. Un impeto che riscaldava il cuore, riempiendolo anche di inquietudini e preoccupazioni. C’erano gli striscioni e le coreografie da preparare, perché quelli hanno reso celebre la Capitale calcistica in tutto il mondo. Sì, a differenza di quello che oggi si vuol far passare, il tifoso romano deve la sua esaltazione pallonara alla viscerale passione di due popoli, quello giallorosso e quello biancazzurro. Intemperanti a volte, è vero, ma talmente passionali da far sì che all’Olimpico sbarcassero orde di oriundi per assistere a una cornice che quasi sempre è stata più bella, intensa e unica del quadro stesso.

28.000. Sono coloro che, attualmente, seguiranno per certo il derby di domenica prossima. Un dato irrisorio e storico, nella sua negatività, se si pensa alle code e alle resse di qualche anno fa per aggiudicarsi un tagliando. Anche con i due sodalizi appaiati nella colonnina destra della classifica. Un dato falsato, peraltro, a cui vanno sottratti quegli abbonati biancocelesti che rinunceranno comunque a presenziare. Il numero che indica inequivocabilmente l’aria che tira all’ombra del Colosseo è quello legato alla Curva Sud. Con la stragrande maggioranza degli abbonati che non ha esercitato il diritto di prelazione, sono stati soltanto 5.000, finora, i biglietti ad essere acquistati in vendita libera. Un dato che non è destinato a moltiplicarsi, lasciando mestamente semivuoto quello che fu il tempio del tifo giallorosso.

Le due curve hanno già preannunciato che seguiranno la partita altrove. È l’ultimo atto di uno smantellamento cominciato tanti anni fa. Sì, perché come sempre, la morte non arriva improvvisamente. No. Alla stracittadina romana è stato fatto un sapiente lavoro ai fianchi. Svuotandola prima dei significati più importanti e ludici, come striscioni e coreografie, lentamente e subdolamente combattuti dalla Questura dopo le leggi restrittive che seguirono la morte dell’Ispettore Raciti, poi con divieti fisici, come quelli relativi all’acquisto dei tagliando in Tribuna Tevere, riservati, da qualche anno, ai soli di tifosi di una delle due squadre in possesso di tessera del tifoso, e infine apponendo le famose barriere, a corollario di una situazione di stritolamento totale del tifoso nelle fasi di afflusso all’evento.

Oggi non c’è nessun motivo per il quale un bimbo dovrebbe avvicinarsi al derby con gli occhi sognanti. Come è successo a chi ha avuto la fortuna di conoscere questo match qualche stagione or sono. Semplicemente perché tutto ciò non esiste più, dato in pasto al calcio industria e a quello dei divieti e delle imposizioni coatte da parte di Prefetti e Questori vogliosi di far carriera sulla pelle del pubblico calciofilo. Anzi, i bambini bisogna tenerli lontani da Roma-Lazio, e non per gli incidenti o le violenze. Ma perché nuoce gravemente alla salute. Perché li mette di fronte a un qualcosa di talmente grigio, asettico e senz’anima, che sicuramente rischia di rovinargli per sempre il rapporto con il gioco del calcio.

Eppure, le istituzioni capitoline daranno ancora una volta la prova della loro forza. A fronte di un misero pubblico presente sulle gradinate, all’esterno e all’interno dell’impianto, saranno disseminati agenti in tenuta anti sommossa, agenti in borghese, camionette, cellulari, elicotteri e unità cinofile. Un paradosso. Oltre che uno spreco di denaro pubblico su cui ormai nessuno pone più l’accento, nonostante viviamo in piena era di spending review, in cui si necessita risparmiare anche sui più basilari servizi di cui il cittadino dovrebbe avere diritto. E facendo una piccola ansa che divaga dal torbido mare calcistico, come non tener presente degli interi tratti di Grande Raccordo Anulare o delle tante aree periferiche lasciate bellamente al buio? Pensate, autori e firmatari di queste opere di bene, sono proprio coloro i quali parlano quotidianamente di sicurezza e controllo sociale per scongiurare microcriminalità e criminalità organizzata. Tutto molto divertente. Se ci fosse qualcosa di cui ridere.

Tornando nei ranghi che più ci competono, appare quanto meno curioso il tentativo dei media mainstream di tappare una lacuna di cui sono stato compartecipanti attivi. Per anni le tifoserie organizzate, anche nei loro comportamenti più genuini e folkloristici, dalla torcia al tamburo, sono state additate come il male del calcio. Da estirpare quanto prima. Oggi, di contro, se ne invoca, su diverse prime pagine, l’immediato rientro, per corroborare quello spettacolo che senza di loro non ha senso di esistere. Esimie firme non tengono tuttavia conto, forse volontariamente, di quanto il circus dell’informazione sia complice e artefice della totale distruzione del derby e della cultura del tifo. Si è sempre preferito vendere una copia in più, o avere una manciata di click ad appannaggio, che analizzare fatti e contesti. Colpevolizzare, demonizzare e mettere alla gogna mediatica con nomi, foto e indirizzi. Logico che prima o poi il giocattolo si potesse rompere fragorosamente, lasciando diversi bambini con un pugno di mosche tra le mani.

Ci sono presidenti che hanno definito i propri tifosi fucking idiots. E ce ne sono altri che hanno ripreso articoli vecchi di vent’anni, millantando su droga e prostituzione all’interno delle curve. In pochi hanno avuto l’accortezza di sottolineare l’inopportunità di tali affermazioni. Perché il tifoso deve fare e agire secondo le regole di bon ton che questo calcio, e questa società, sempre più cafone e maleducate, si sono poste per darsi un’ipocrita tono di regalità. Ma non funziona così. L’anima di uno sport popolare come il calcio è proprio il tifoso. Dispiace che ci si faccia attenzione soltanto a giochi fatti. E farci attenzione non vuol dire porre rimedio. Le istituzioni, in maniera molto scolastica, hanno fatto capire che per rimediare ai loro errori, dovranno essere prima i tifosi a riversarsi sulle gradinate dimostrando di esser divenuti alunni diligenti, che hanno capito la lezione inferta dal docente di turno.

Tutto molto squallido nel Paese dell’eterno potrei ma non voglio. Dove prima i problemi, per poi dimostrarsi abili a risolverli. Pretendendo quasi l’ossequio da parte della fascia gratuitamente colpita. Ora godetevi il derby dei Gabrielli, dei D’Angelo e della città militarizzata. Senza i fottuti idioti e gli spacciatori/favoreggiatori della prostituzione. Buon divertimento. Inutile piangere sul latte versato. Riposi in pace il derby della Capitale e la sua gloriosa storia. I puritani del calcio e i legalitari dell’ultima ora si tengano stretto l’Olimpico formato bunker. I killer della passione non meritano il calore di un popolo. Vessato e umiliato fino all’ultimo secondo.

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