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ROMA-LAZIO: UN DERBY A PORTE SOCCHIUSE. ECCO IL PIANTO DEL COCCODRILLO

Simone Meloni

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“Che resta di un sogno erotico se, al mattino è diventato un poeta. Cantava Loretta Goggi nella sua Maledetta Primavera. Era il 1981, e di sogni orgasmici legati al calcio ancora se ne potevano fare. A iosa. Soprattutto se veniva chiamato in causa il Derby della Capitale. Un contrasto di emozioni e sentimenti, per i quali migliaia di tifosi attendevano un’intera stagione. Sfottendosi, ironizzando, ingrossando quella cultura popolare romana che nel calcio ha sempre trovato uno dei suoi risvolti più veraci e dissacranti. Hanno ucciso tutto ciò. Definitivamente. Senza preavviso. Senza rispetto per una storia centenaria e per una città che di football ha sempre vissuto.

Cosa vuol dire derby a Roma? Difficile spiegare il concetto a chi vive al di fuori delle Mura Aureliane. Per anni, e in parte ancora oggi, è stata la gara in grado di affossare o risollevare una stagione intera. Al netto di due squadre, bisogna dirlo, storicamente poco avvezze alla vetta della classifica e alla contesa di trofei. Viene da guardarsi indietro, quando per un tifoso di Roma e Lazio questa sfida iniziava già tre o quattro settimane prime. Un impeto che riscaldava il cuore, riempiendolo anche di inquietudini e preoccupazioni. C’erano gli striscioni e le coreografie da preparare, perché quelli hanno reso celebre la Capitale calcistica in tutto il mondo. Sì, a differenza di quello che oggi si vuol far passare, il tifoso romano deve la sua esaltazione pallonara alla viscerale passione di due popoli, quello giallorosso e quello biancazzurro. Intemperanti a volte, è vero, ma talmente passionali da far sì che all’Olimpico sbarcassero orde di oriundi per assistere a una cornice che quasi sempre è stata più bella, intensa e unica del quadro stesso.

28.000. Sono coloro che, attualmente, seguiranno per certo il derby di domenica prossima. Un dato irrisorio e storico, nella sua negatività, se si pensa alle code e alle resse di qualche anno fa per aggiudicarsi un tagliando. Anche con i due sodalizi appaiati nella colonnina destra della classifica. Un dato falsato, peraltro, a cui vanno sottratti quegli abbonati biancocelesti che rinunceranno comunque a presenziare. Il numero che indica inequivocabilmente l’aria che tira all’ombra del Colosseo è quello legato alla Curva Sud. Con la stragrande maggioranza degli abbonati che non ha esercitato il diritto di prelazione, sono stati soltanto 5.000, finora, i biglietti ad essere acquistati in vendita libera. Un dato che non è destinato a moltiplicarsi, lasciando mestamente semivuoto quello che fu il tempio del tifo giallorosso.

Le due curve hanno già preannunciato che seguiranno la partita altrove. È l’ultimo atto di uno smantellamento cominciato tanti anni fa. Sì, perché come sempre, la morte non arriva improvvisamente. No. Alla stracittadina romana è stato fatto un sapiente lavoro ai fianchi. Svuotandola prima dei significati più importanti e ludici, come striscioni e coreografie, lentamente e subdolamente combattuti dalla Questura dopo le leggi restrittive che seguirono la morte dell’Ispettore Raciti, poi con divieti fisici, come quelli relativi all’acquisto dei tagliando in Tribuna Tevere, riservati, da qualche anno, ai soli di tifosi di una delle due squadre in possesso di tessera del tifoso, e infine apponendo le famose barriere, a corollario di una situazione di stritolamento totale del tifoso nelle fasi di afflusso all’evento.

Oggi non c’è nessun motivo per il quale un bimbo dovrebbe avvicinarsi al derby con gli occhi sognanti. Come è successo a chi ha avuto la fortuna di conoscere questo match qualche stagione or sono. Semplicemente perché tutto ciò non esiste più, dato in pasto al calcio industria e a quello dei divieti e delle imposizioni coatte da parte di Prefetti e Questori vogliosi di far carriera sulla pelle del pubblico calciofilo. Anzi, i bambini bisogna tenerli lontani da Roma-Lazio, e non per gli incidenti o le violenze. Ma perché nuoce gravemente alla salute. Perché li mette di fronte a un qualcosa di talmente grigio, asettico e senz’anima, che sicuramente rischia di rovinargli per sempre il rapporto con il gioco del calcio.

Eppure, le istituzioni capitoline daranno ancora una volta la prova della loro forza. A fronte di un misero pubblico presente sulle gradinate, all’esterno e all’interno dell’impianto, saranno disseminati agenti in tenuta anti sommossa, agenti in borghese, camionette, cellulari, elicotteri e unità cinofile. Un paradosso. Oltre che uno spreco di denaro pubblico su cui ormai nessuno pone più l’accento, nonostante viviamo in piena era di spending review, in cui si necessita risparmiare anche sui più basilari servizi di cui il cittadino dovrebbe avere diritto. E facendo una piccola ansa che divaga dal torbido mare calcistico, come non tener presente degli interi tratti di Grande Raccordo Anulare o delle tante aree periferiche lasciate bellamente al buio? Pensate, autori e firmatari di queste opere di bene, sono proprio coloro i quali parlano quotidianamente di sicurezza e controllo sociale per scongiurare microcriminalità e criminalità organizzata. Tutto molto divertente. Se ci fosse qualcosa di cui ridere.

Tornando nei ranghi che più ci competono, appare quanto meno curioso il tentativo dei media mainstream di tappare una lacuna di cui sono stato compartecipanti attivi. Per anni le tifoserie organizzate, anche nei loro comportamenti più genuini e folkloristici, dalla torcia al tamburo, sono state additate come il male del calcio. Da estirpare quanto prima. Oggi, di contro, se ne invoca, su diverse prime pagine, l’immediato rientro, per corroborare quello spettacolo che senza di loro non ha senso di esistere. Esimie firme non tengono tuttavia conto, forse volontariamente, di quanto il circus dell’informazione sia complice e artefice della totale distruzione del derby e della cultura del tifo. Si è sempre preferito vendere una copia in più, o avere una manciata di click ad appannaggio, che analizzare fatti e contesti. Colpevolizzare, demonizzare e mettere alla gogna mediatica con nomi, foto e indirizzi. Logico che prima o poi il giocattolo si potesse rompere fragorosamente, lasciando diversi bambini con un pugno di mosche tra le mani.

Ci sono presidenti che hanno definito i propri tifosi fucking idiots. E ce ne sono altri che hanno ripreso articoli vecchi di vent’anni, millantando su droga e prostituzione all’interno delle curve. In pochi hanno avuto l’accortezza di sottolineare l’inopportunità di tali affermazioni. Perché il tifoso deve fare e agire secondo le regole di bon ton che questo calcio, e questa società, sempre più cafone e maleducate, si sono poste per darsi un’ipocrita tono di regalità. Ma non funziona così. L’anima di uno sport popolare come il calcio è proprio il tifoso. Dispiace che ci si faccia attenzione soltanto a giochi fatti. E farci attenzione non vuol dire porre rimedio. Le istituzioni, in maniera molto scolastica, hanno fatto capire che per rimediare ai loro errori, dovranno essere prima i tifosi a riversarsi sulle gradinate dimostrando di esser divenuti alunni diligenti, che hanno capito la lezione inferta dal docente di turno.

Tutto molto squallido nel Paese dell’eterno potrei ma non voglio. Dove prima i problemi, per poi dimostrarsi abili a risolverli. Pretendendo quasi l’ossequio da parte della fascia gratuitamente colpita. Ora godetevi il derby dei Gabrielli, dei D’Angelo e della città militarizzata. Senza i fottuti idioti e gli spacciatori/favoreggiatori della prostituzione. Buon divertimento. Inutile piangere sul latte versato. Riposi in pace il derby della Capitale e la sua gloriosa storia. I puritani del calcio e i legalitari dell’ultima ora si tengano stretto l’Olimpico formato bunker. I killer della passione non meritano il calore di un popolo. Vessato e umiliato fino all’ultimo secondo.

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29 Commenti

29 Comments

  1. vittorio principe

    aprile 1, 2016 at 10:16 am

    Non pensavo che la situazione fosse così triste.

  2. Arturo Miccoli

    aprile 1, 2016 at 10:50 am

    Pensavo di leggere un articolo che contemplasse riferimenti di tipo socioculturale un po’ più elevati. Mi sono trovato a leggere qualcosa del tipo: “stavamo meglio quando stavamo peggio”, banale. Rimpiangere poi la presenza di scalmanati durante una semplice “partita di pallone” mi sembra perdita di tempo.

  3. Damiano1082

    aprile 1, 2016 at 11:03 am

    Ma non ho capito cosa stiamo rimpiangendo, i “meravigliosi supporter” che si accoltellavano all’entrata dell’olimpico, facendo militarizzare una città o le brave persone che “chiedevano gentilmente” ai capitani di interrompere un derby per non si sa quali motivi, oppure andiamo ancora più indietro ai “pirotecnici fan” che con un razzo uccidevano Paparelli nell’altra curva. Ma chi ha scritto questa accozzaglia di nulla: peppa pig?
    cordiali saluti
    damiano

    • Gian marco

      aprile 1, 2016 at 12:03 pm

      Vorrei capire più a fondo il suo punto di vista, sotto ho lasciato un commento che gradirei ricevesse risposta da parte sua.
      Saluti

  4. Mauro

    aprile 1, 2016 at 11:35 am

    Francamente non capisco questo genere di commenti. Mi pare che di qualunquista e banale ci siano solamente i vostri rimbrotti nei confronti dell’articolo. Ancora parlate di tifosi padroni del pallone, quando il pezzo fa il punto su come lo stadio Olimpico sia stato svuotato. Ma probabilmente non avete mai messo piede nè all’Olimpico, nè in altri stadi. Tipici commenti da radical chic, più adatti al sito di Repubblica.

  5. Mauro

    aprile 1, 2016 at 11:50 am

    “I meravigliosi supporter che si accoltellavano alle entrate facendo militarizzare una città”. Vedete qual è il problema di Roma, e dell’Italia in generale? Il parlare a vanvera o per luoghi comuni. Ora che la città te l’hanno militarizzata davvero, e non puoi neanche fare una passeggiata a Piazza di Spagna o al Gianicolo senza avvertire la presenza di fucili e mezzi militari, la colpa è dei tifosi di Roma e Lazio? Facci capire. Oltretutto, se i tifosi hanno sbagliato in numerose occasioni, stai certo che hanno pagato. Tanto è vero che Roma è la città che conta il più alto tasso di diffidati e denunciati per reati da stadio, con la maggior parte che, peraltro, vengono assolti. Quindi pensa lo Stato, per il lavaggio del cervello a quelli come voi, quanti soldi in più spende quando basterebbero delle semplici azioni di prevenzione. Comunque quando leggete gli articoli mi sa che dovete fare prima l’analisi grammaticale e quella logica, dato che non sta scritta da nessuna parte la difesa di un modello violento. Se oltre diecimila persone hanno deciso di non frequentare più l’Olimpico, un motivo ci sarà. O sono tutti criminali? Quindi, al signore che chiede l’approfondita analisi sociologica, consiglio innanzitutto di cominciare a farla per sè stesso. Mi sa che ha le idee un po’ confuse.

  6. Gian Marco

    aprile 1, 2016 at 11:54 am

    Parlare di tifo organizzato non è mai facile: spesso si cade nell’errore di guardare al fenomeno ultras inquadrandosi in “categorie di pensiero” rigide e a mio parere un po’ troppo condizionate dall’informazione italiana (mi limito a giudicare ciò che conosco) riguardo questi argomenti. Premesso questo, va sottolineato come questo articolo provenga da una persona che (è evidente) conosce in prima persona l’ambiente di cui scrive: una conoscenza adeguata di ciò che si analizza è alla base di una discussione sana ed oggettiva.
    Alla luce di ciò vorrei chiedere in primis ad @arturo miccoli, ciò che mancherebbe all’articolo, perché si elevi culturalmente ad un livello, appunto, adeguato e a @damiano1082 se ritiene che il modo in cui le istituzioni stiano gestendo la situazione sia corretta nei confronti di quelli che sono, a tutti gli effetti, cittadini italiani (molti dei quali, sorpresa sorpresa, persino studenti, lavoratori, padri di famiglia… Alcuni persino incensurati !!!!) e se creare questo deserto in uno spazio storicamente aggregativo come lo stadio non sia sbagliato o quantomeno controproducente.
    Ricordo, a margine di questa riflessione, che la criminalità (senza voler strafare, parlo esclusivamente di Roma: una realtà che conosco fin troppo bene) non è di certo diminuita a seguito di restrizioni e divieti deliranti di prefetti e questori: al contrario, è sempre presente e ad un livello ben più alto di ciò che si possa pensare, nonostante per molti il male assoluto sono gli ultras, a giudicare da come e quanto ne parlano…

    In sintesi,”accoltellamenti” e atti di microcriminalità varia sono, e saranno ancora per molto, presenti nella quotidianità romana, che la curva sud sia piena o meno.

    Grazie per le risposte.

    • Pippo

      aprile 4, 2016 at 4:26 am

      La questione stadio è stata ampiamente dibattuta da sempre, soprattutto quando c’era da condannare un gesto estremo oppure da commemorare un lutto. In quei casi la polemica monta forte, sociologi e politici propongono soluzioni e minacciano provvedimenti, che si annacquano fino a scomparire nell’arco di qualche giornata di campionato. Questori e prefetti, lasciati soli di fronte all’emergenza, fanno quello che le leggi vigenti gli consentono. Non frega niente a nessuno di quello che succede dentro agli stadi la domenica, diciamolo: i politici ci lasciano “panem et circenses “, le società temono per gli incassi e, forse, anche per la loro incolumità. Una sorta di male necessario, l’ultra: chissà dove finirebbe tutta questa rabbia repressa se le permettessimo di girare a piede libero dal lunedì al sabato. Meglio confinarla nello sfogatoio domenicale. E girarci dall’altra parte, fino al novantesimo.

  7. Leonardo65

    aprile 1, 2016 at 12:02 pm

    Sicuramente negare gli accoltellamenti o i “razzi pirotecnici” sarebbe delirante, ma non voler vedere l’attuale desolazione di uno stadio vuoto e per giunta in un derby lo è altrettanto. Far togliere le scarpe ad un 70enne ed al suo nipotino, che notoriamente sono i travestimenti maggiormente utilizzati dagli ultrà per entrare allo stadio, invece sono dei mezzi per evitare accoltellamenti vero? poi magari a distanza di km dallo stadio un tifoso viene ucciso dopo una megarissa.
    Concordo in pieno con l’articolo invece
    P.S. Non ho mai fatto parte di nessun gruppo di tifo organizzato, ma era bello ricordare quando la domenica se c’era il sole un papà poteva dire al proprio bambino ” sbrigate che oggi c’è er sole e annamo allo stadio”

  8. Manuel

    aprile 1, 2016 at 12:08 pm

    È tutto vero purtroppo. Hanno ammazzato il derby di Roma con politiche insensate e folli e ora pretendono di fare la morale. Ridateci il vecchio derby. Quello per cuori forti e dalle emozioni vive. Cori, striscioni, sfottó, coreografie, fumogeni e megafoni ecc ecc.

  9. Lorenzo

    aprile 1, 2016 at 12:21 pm

    Articolo corretto e molto lucido. Chi è fuori dal contesto e non sa di cosa si parla stia zitto e non parli da solito qualunquista italiota.
    Avete ucciso uno dei derby più bello del mondo….non risolvendo alcuni problemi come in ogni paese SERIO e CIVILE, ma reprimendo. Pensavate che facendo così avreste riportato le famiglie allo stadio? Se a Roma togliete quella parte di tifo passionale il calcio finisce. Questi sono i risultati. Stadio muto e vuoto. Complimenti.

    • Anna Rita

      aprile 3, 2016 at 8:06 am

      L’unico commento giusto e reale.
      Grazie

  10. Mario da Pescara

    aprile 1, 2016 at 12:34 pm

    Finalmente un bell’articolo sull’argomento, esauriente e veritiero; soprattutto fuori dal coro e non supino ai voleri di chi, con scuse surreali, ha ultramilitarizzato un luogo (che sarebbe) di divertimento e ha lasciato allo sbando piu’ totale il resto della citta’.
    Eh, ma sai, ci sono i mostri a tre teste (cit. D’Angelo), tutto il resto passa in secondo piano. E naturalmente la mafia non esiste.

  11. roberto

    aprile 1, 2016 at 1:50 pm

    Come sempre la verità sta nel mezzo, i lupi ora fanno gli agnelli, chi fa le leggi ignora anche le più semplici regole del vivere civile (è normale nel 2016 dover buttare un ombrello perché dentro uno stadio non può entrare e bagnarsi fino ai piedi?), pero’ siamo in Italia e pretendiamo di entrare anche senza biglietto perché così ci insegnano sin da bambini e le code e i controlli danno fastidio.

  12. Pierluigi

    aprile 1, 2016 at 3:08 pm

    Sono romanista e lettore de il fatto e trovo l’articolo imbarazzante. Motivi:
    1) si difendono gli ultrà e si offende un presidente che ha chiamato fucking idiots i propri tifosi quando invece il presidente ha parlato di pochi tifosi, di quelli che ogni domenica facevano prendere multe alla società e, se permettete, fossi presidente di una società che prende multe ogni domenica per colpa di idioti, mi roderebbe molto il culo 2) si difendono tifosi che nel corso della storia hanno reso il derby fantastico ma hanno anche causato morti (sia dentro che fuori lo stadio), hanno fatto rimandare derby e hanno tenuto per molto tempo le società sotto scacco 3) si criticano le misure prese quando invece si chiede semplicemente di rispettare delle regole in un luogo pubblico, regole mai rispettate. Lo stadio viene inteso come zona franca ma no, è un luogo pubblico e c’è chi vuole che le regole vengano rispettate perché io pago il biglietto come l’ultra e ho il diritto di godermi la partita e non avere paura. Al derby, come in altre partite, non è possibile portare bambini perché si vive con la paura. Io voglio io stadio per famiglie, non solo per gli ultrà. Non sono più gli anni 80, siamo nel 2016 e pretendo di andare allo stadio con bambini e godermi lo spettacolo. Rispettare la legge non è da tifoso? allora ok gli stadi vuoti!!!

    • Frank

      aprile 2, 2016 at 1:49 am

      Caro Pierluigi,

      Qua di imbarazzante ci sta solo chi non ha capito che l’ultimo vero atto di amore spontaneo non legato al denaro e’ stato ucciso. 10.000 persone ( tra cui statisticamente ci sono chiaramente dei violenti ) devono rinunciare ad una passione genuina. Menomale che ci sono realtà come il fatto / io gioco pulito che hanno il coraggio di raccontare un punto di vista diverso dai media di regime

  13. Giorgio Gallo

    aprile 1, 2016 at 3:26 pm

    Ricordo Stefano Okaka…a 18 anni segnò il suo primo gol all’Olimpico…euforico corse verso la curva per gioire con i tifosi, i quali lo respinsero con un coro di buuuu…il ragazzo si girò, abbassò lo sguardo e tristemente tornò in campo. Ho evitato di mostrare quelle immagini a mio figlio, perché allo stadio ce lo volevo portare…e quando siamo andati ho preferito portarlo al settore riservato alle famiglie, perché lo ritenevo più sicuro…ricordo anch’io il derby annullato dai tifosi della curva (e la partita l’avevo già acquistata in tv…)….ricordo che per rivendicare il diritto allo sfottò la curva urlava continuamente slogan razzisti, facendo più volte chiudere la curva e, se non sbaglio, una volta anche l’intero stadio. Insomma, quella curva ha fatto tanti danni al calcio, allo sport, alla civiltà e anche all’economia. Di sicuro prefetto e questore non hanno preso decisioni corrette, ma al tramonto di un’epoca ci si è già arrivati da anni, e l’avanguardia sono stati i tifosi della sud.

  14. Pierluigi

    aprile 1, 2016 at 3:40 pm

    Preciso: mi piacciono le misure che sono state prese? assolutamente no. Per me la soluzione sarebbe il daspo a vita a chi nello stadio non rispetta le regole e rende lo stesso un teatro di guerra e non di sport. Poi se volete negare che gli ultrà siano tutte brave persone fate pure ma non prendiamoci per il culo. Tra gli ultrà c’è la malavita romana, come nella curva napoletana c’è la camorra. Ovviamente la stragrande maggioranza è brava gente e allora che questa brava gente aiuti a buttare fuori dallo stadio la parte marcia, che inizi a non ubbidire più a questi criminali e che faccia in modo che la legge si rispetti. Sarebbe fantastico. Si fanno le guerre contro lo stato ma non contro chi davvero ha portato a tutto questo, gli ultra nazi-fascisti-razzisti che aspettano la domenica per sfogare la propria frustrazione.

  15. mario

    aprile 1, 2016 at 4:19 pm

    Mah, molti commenti mi sembrano copia-incolla delle parole di Gabrielli…..
    Che si sia messa in moto la grande macchina mediatica di regime?

  16. Lorenzo

    aprile 1, 2016 at 11:31 pm

    C’è chi parla per sentito dire e c’è chi la vive ogni benedetta domenica…appartenevo alla seconda razza…grazie a Gabrielli e alle regole che valgono solo a Roma è stata uccisa la voglia di vivere e andare allo stadio….articolo bellissimo….

  17. Damiano1082

    aprile 1, 2016 at 11:42 pm

    Per Gian Marco
    Non mi piace assolutamente come lo Stato ha gestito e sta gestendo la situazione stadi italiani perché di fatto non l’ha gestita, ho una mia idea ma non sarei esaustivo in questa sede. Tuttavia ho un’opinione ben precisa sugli ultras o pseudo tali, li considero coloro i quali hanno contribuito ad affossare il pallone italiano. Non vado più in curva da un Catania-Livorno del 2003, Amo la mia squadra, anche in legapro, ma non posso rischiare la vita per una partita di calcio. Mi piacerebbe vedere l’olimpico pieno di bimbi e ragazzi delle scuole, a dire anche vaffanculo, ma senza razzi, coltelli, autogrill devastati, treni distrutti, svastiche, razzismi vari ed eventuali. Questa è la mia opinione. Se l’olimpico è senza quei dementi ne sono solo FELICE.

    • GIAN MARCO

      aprile 2, 2016 at 1:37 pm

      Per Damiano1082

      Sono assolutamente d’accordo riguardo alla “gestione” stadi italiani.

      Tuttavia mi preme sottolineare come gli ultras abbiano sempre pagato (e continuino a pagare) a caro prezzo le proprie azioni. Questo però, a fronte di una indiscriminata repressione nei confronti di tutte le categorie di “tifoso” che sfocia in veri e propri atteggiamenti incostituzionali (esempio recentissimo è il divieto di assistere alla partita Atalanta Roma per i tifosi giallorossi laddove viene vietato l’ingresso ad una manifestazione pubblica a cittadini italiani solo perché residenti in una data regione, divieto peraltro che non è limitato al solo evento della partita poiché qualora venissi fermato,per esempio, dalle fdo al casello di Bergamo o in stazione, rischierei seriamente un daspo senza aver fatto nulla!)

      In questo momento noi stiamo parlando di una realtà “importante” come quella romana, ma potrei farle decine e decine di esempi di abusi di potere e di repressione incondizionata nelle categorie inferiori del nostro calcio(qualora lei me lo richiedesse potrei portarle alcuni esempi, ma confido nel fatto che lei abbia capito di stare parlando con una persona ben informata a riguardo).
      Premesso ciò vorrei rivolgerle una domanda, sperando di non essere troppo invadente: lei come si è avvicinato alla sua squadra del cuore?
      Il sottoscritto è diventato tifoso dell’associazione sportiva Roma grazie a mio padre e così come me la quasi totalità delle persone che conosco e che frequentano(in molti casi sarebbe più corretto scrivere “hanno frequentato”) più o meno abitualmente gli stadi italiani, portando avanti una passione che viene trasmessa di generazione in generazione da molti anni nonostante ci fossero gli ultras, nonostante ci fosse la violenza, nonostante tutto… Ho sempre visto(fino a qualche tempo fa) migliaia di padri e bambini e madri e scolaresche con tanto di bandieretta e sciarpe: questi sono fatti!
      Quel che vuole sottolineare l’articolo è che questa passione la stanno SOTTERRANDO!
      Peraltro, seguendo la logica secondo la quale le famiglie siano lontane dagli stadi a causa degli ultras dovrei aspettarmi uno stadio olimpico colmo in ogni settore,data l’assenza degli ultras(che a questo punto, è evidente, non sono solo “ultras”) che perdura ormai da settembre-ottobre: ebbene così non è, anzi, numeri alla mano posso tranquillamente affermare che si assisterà al fenomeno opposto.
      A margine mi preme sottolineare come diverse persone siano convinte, a torto, che le persone convinte ad entrare nello stadio olimpico siano poi oggetto di pressione psicologica e minacce; sarebbe un atteggiamento corretto provare ad andare in una qualche partita casalinga della Roma da qui a fine stagione e vedere se qualcuno crei problemi all’accesso o durante il deflusso. Tutt’al più avreste potuto incontrare disagi(molti) e pressioni(molte) a causa della gestione da parte delle fdo sia prima che durante che dopo i 90 minuti in una partita di cartello come Roma-real Madrid.
      Per questo ritengo che continuare a parlare di violenza ultras in una situazione evidentemente più complessa sia assolutamente fuorviante e superficiale.

  18. aldo

    aprile 2, 2016 at 9:15 am

    buongiorno, sinceramente mi sembra tutto un poco paradossale …non bisogna disconoscere che in curva ci sono problemi ….dai bomboni …dai cori razziali ….dal mantenimento del proprio posto . e sinceramente di questi pseudo tifosi si deve fare a meno . dispiace che tanti incolpevoli aderiscano a questo sciopero . sempre forza roma .

  19. Gion

    aprile 2, 2016 at 11:35 am

    che lo stato sia incapace di risolvere questo è palese da mezzosecolo

    resta il fatto che comunque la colpa è principalmente a monte e cioè dell’inciviltà dei personaggi da curva e capicurva(guarda caso tutti avanzi di galera o pseudotali)e tutti coloro che gli andavano e vanno dietro

    comunque la situazione sarà risolta dagli stadi di proprietà dove finalmente non saranno tollerati questi personaggi e quasi tutti i posti saranno riservati ai tifosi di casa(come dovrebbe essere)
    il tifo organizzato in trasferta sarebbe da abolire

  20. roberto rigo

    aprile 2, 2016 at 3:46 pm

    ragazzi andavo al derby con mio padre da ragazzino in mezzo ai laziali e nulla succedeva ora non potrò mai portare mio figlio insieme ad un amichetto laziale o viceversa..
    La colpa di chi e’: tifosi politicizzati fascistoidi vigliacchetti che accoltellano alle spalle ma anche le società ma sopratutto giornalisti vari e tv varie tutte leccac…. milano in su o i vari varriale schiavi del nord che hanno creato su roma questo clima con curve divise per 100 deficenti conosciuti da tutti . Basterebbe identificarli con tutte le telecamere che ci sono come lanciano un razzo insultano e tirano bomboni e vietargli per sempre lo stadio . Vedrete che dopo i primi 100 presi finirà questa storia e via le barriere !! però dovrebbe valere in tutta italia !! ma a napoli sono tutti santarelli ???? e gli juventini a cui tutto è permesso ???

  21. franco G.

    aprile 2, 2016 at 3:54 pm

    Il calcio lo hanno ucciso i suoi stessi tifosi.
    Non appassionati, o sportivi, ma TIFOSI.
    Tali nel senso più deteriore del termine.
    Noi per andare a vedere la nostra squadretta si andava in bici anche col freddo, o sotto la pioggia, e il linguaggio colorito mica lo lasciavamo nel cassetto.
    Però spranghe, coltelli, bombe e tutto il resto appresso, chi mai li ha visti…
    E invece a Roma… e non solo…
    E sono TIFOSI pure quelli che pagano gli abbonamenti alle pay TV, che hanno devastato anche il rito delle partite seguite tutte alla domenica pomeriggio, lo “spillare” le schedine del totocalcio… oggi anticipi, posticipi… ma andate a spasso voi e chi vi vende questo pattume.

  22. Massimo

    aprile 3, 2016 at 4:16 pm

    In effetti è difficile trovare la parte “giusta” in questa discussione. A Reggio Calabria hanno preso il daspo una ventina di persone per essere entrate, come si faceva di consueto, nello stadio un giorno prima del derby. Forse hanno trovato qualche asta non regolamentare ma lasciare a casa trenta persone quando la società era a rischio fallimento, e infatti è fallita, non fu una grande idea. Secondo me bisogna riportare tutti allo stadio e per far questo va rivista tutta la politica relativa a media, gestione ordine pubblico, organizzazioni ultras, idiozie come la tessera del tifoso che creano rischio piuttosto che limitarlo. Sempre se si vuole prendere coscienza che solo tra i professionisti di A, B e lega pro falliscono decine di società ogni anno. Il calcio sta morendo, la sovrapposizione tra giustizia penale e sportiva crea situazioni kafkiane.

  23. Alex

    aprile 4, 2016 at 4:09 pm

    oh, insomma…io da questo pistolotto antropologico-nostalgico, ma che ha velleità e presunzione di fare tanta “sociologia”, mi sarei aspettato un accenno, anche minimo, alla vicenda Paparelli. Ma è evidente che inserendo questo piccolo, “insignificante” dettaglio, veniva più difficile sostenere la tesi dello scrivente, quantomeno sarebbe stato necessario uno sforzo argomentativo in più.
    Perchè purtroppo è vero che ogni cosa ci riporta ai tempi in cui avevamo tutti i capelli in testa lo associamo ad un periodo innegabilmente felice ed irripetibile, ma è anche vero che nelle curve degli anni ’70 non entravano solo panini con le fettine panate e fiaschi di bianco dei castelli, ma anche razzi e allo stadio si moriva. Il giovane redattore se lo ricorda? Perchè a me sembra stia magnificando un periodo che al più gli può essere stato raccontato da qualcuno. Informazioni di seconda mano, magari di qualcuno che dal barbiere non ci va più da qualche lustro.
    Non sono un fascistoide in crisi bulimica di polizia, ma se si è arrivati ad uno stato di militarizzazione delle curve e degli stadi, la colpa è non dello Stato, dei Ministri o dei prefetti di ferro, ma dell’imbecillità di chi quelli stadi li popola da decenni.
    Anche stavolta il FQ presta il fianco a facinorosi e apologi della violenza in chiave anti governo, anti sistema, anti tutto; se volete fare la rivoluzione con questa gente mi aiutate a scegliere meglio da quale parte voglio stare. Ma almeno, per decenza, smettete quest’ipocrito moralismo e cambiate il nome di questa rubrica, che di pulito non ha granchè.

  24. andrea

    aprile 5, 2016 at 5:13 pm

    Sono stupefatto della superficialità con cui certi giornalisti – e credo che lei, Simone Meloni, lo sia – affrontano l’argomento. Chi scrive conosce bene il fenomeno . Dire che migliaia di tifosi non possono andare allo stadio per colpa di Questori e Prefetti è alquanto pretestuoso. Lo stadio di cui lei parla è diventato grigio perché è risultato vano ogni tentativo di renderlo sicuro e comunque colorato. Giornalisti sempre pronti, al primo episodio di violenza, ad additare gli addetti ai lavori come incapaci. Quando poi arriva un Prefetto che si prende la responsabilità di decisioni forti e risolutorie, ecco gli stessi giornalisti gridare allo scandalo per una banale separazione dei settori. Lei ignora, o finge di ignorare, che tale separazione, oltre a garantire piu’ sicurezza sotto il profilo strettamente tecnico, consente di sottrarre “territorio” a quei gruppi criminali che governano le curve e che fanno del possesso degli spalti le fondamenta per i loro bassi scopi di profitto, mascherati da ciò che lei etichetta come folklore, colore, passione etc. Onestamente fatico a comprendere in quale direzione vada il suo articolo e da quali logiche è mosso . Constato nei commenti che fortunatamente non tutti si fanno condizionare da questa improvvisa spinta mediatica contro le istituzioni ed in favore degli “ultrà”. Sarebbero gradite delle risposte, da parte sua, a chi non è della sua opinione, se di genuina opinione si tratta.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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