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Giochi di palazzo

Roma, dove lo stadio costa più di un volo aereo

Simone Meloni

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“Con la Lazio abbiamo pagato 18 Euro, per  lo stesso settore e gli stessi, atavici, difetti di uno stadio non adatto al calcio dobbiamo pagare il doppio?”. Questa è la legittima domanda che centinaia di tifosi del Frosinone si stanno ponendo da lunedì pomeriggio, quando è cominciata la vendita per il settore ospiti dell’Olimpico, dove sabato prossimo la Roma ospiterà i giallo-azzurri.

Un brusio di malcontento che ha riportato a galla una faccenda forse sotterrata in questa stagione, caratterizzata dalla massiccia protesta della Curva Sud contro le barriere imposte da Questore e Prefetto, e dal quasi totale svuotamento dello stadio capitolino. Quello del folle incremento del prezzo dei biglietti è un punto focale della gestione americana, la quale nei suoi cinque anni di presidenza ha, in alcuni settori, quasi raddoppiato il costo del tagliando. Le motivazioni? Ufficialmente si vuol premiare chi sottoscrive un abbonamento, riconoscendo la fedeltà del tifoso. Beninteso che anche questi ultimi hanno subito un leggero ritocco, quest’anno sottoscrivere il carnet valido per le 19 gare casalinghe nelle curve, ad esempio, costava 269 Euro (poco più di 14 Euro a partita) mentre acquistare il singolo biglietto per una gara di seconda fascia (contro avversarie con meno “appeal”) 25 Euro, se poi l’avversario si chiama Milan, Inter, Juventus, Lazio, Napoli o Fiorentina, per il settore teoricamente “popolare” occorre sborsare ben 35 Euro.

Sempre prendendo a paragone dati ufficiali, nel primo anno di gestione “stars and stripes” un biglietto a tariffa intera per Roma-Cesena (gara di seconda fascia) costava 13 Euro in Curva, con la possibilità di riduzioni per donne, under 14 e over 65 (possibilità parzialmente eliminate successivamente), mentre contro la Juventus le curve avevano un costo di 20 Euro. Su questo può pesare il fatto che buona parte della tifoseria romanista rifiutasse di sottoscrivere l’abbonamento, perché costretta ad aderire al programma tessera del tifoso, poi bypassato grazie alla creazione della card “Home”. Tuttavia l’incremento rimane talmente grande e sproporzionato da lasciare poco spazio alle giustificazioni, soprattutto se si parla di sfide di seconda fascia. Se poi si fa riferimento alle grandi partite europee allora c’è davvero da rimanere esterrefatti. A fronte della possibilità di sottoscrivere un mini abbonamento da 90 Euro per il girone di Champions League (che sono pur sempre 30 Euro a gara), un biglietto singolo di curva è stato venduto a 40 Euro. Sia per la supersfida contro il Barcellona che per il match, tutt’altro che memorabile, contro il modesto BATE Borisov. Per l’ottavo di finale contro il Real Madrid le curve hanno un prezzo di 40 Euro e i Distinti di 60, motivo per il quale diversi tifosi hanno rinunciato ad assistere alla partita.

In tutto ciò c’è il settore ospiti che, in conformità al normale prezzo dei Distinti, non scende mai al di sotto dei 35 Euro, arrivando addirittura a 50 in caso di big match (e la cosa poi si riflette sui tifosi romanisti che seguono la squadra in trasferta, basti pensare al comportamento della Fiorentina che, dopo aver visto i propri supporter pagare 50 Euro all’Olimpico, ha ben pensato di ripagare con la stessa moneta gli aficionados capitolini, benché nelle gare di cartello il club gigliato praticasse prezzi inferiori). Un vero e proprio salasso che, se da una parte è giustificato dal voler premiare chi regolarmente affolla le gradinate, dall’altro elimina tout court quella fascia di tifosi che di tanto in tanto intendono seguire le gesta dei propri beniamini “da vicino” (le virgolette sono d’obbligo, considerando la lontananza degli spalti dal campo dell’Olimpico).

Sulla scorta del famigerato richiamo alle “famiglie allo stadio”, per esempio, un discorso del genere diviene di fondamentale importanza. Se da anni ci dicono che genitori e prole non fanno il proprio ingresso sulle gradinate a causa della presenza dei violenti che funestano le manifestazioni sportive (nella fattispecie: all’interno Olimpico non avvengono incidenti da almeno dieci anni e l’impianto di Viale dei Gladiatori, attualmente, è il più militarizzato d’Italia), dimenticano di riportare un semplice dato frutto di un calcolo matematico: il signor Mario Rossi, per andare a vedere Roma-Hellas Verona (partita dal basso richiamo, in uno stadio che offre zero servizi) in compagnia di sua moglie e dei suoi due bimbi avrebbero dovuto spendere minimo 100 Euro. Vale a dire un ottavo di quello che per molti italiani è il regolare salario.

A ciò si aggiunge la scomodità di dover parcheggiare a milioni di anni luce dalle entrate, l’umiliazione di dover subire molteplici controlli (spesso invasivi anche per donne e bambini, con scarpe tolte e “palpate” in ogni parte del corpo) in stile check-in di guerra, la visibilità limitata e a volte, se per sfortuna si acquistano le prime file, addirittura impossibilitata dalla presenza di barriere e cancelli, e lo scarno scenario di gradinate semivuote e fredde. Oltre allo spettacolo calcistico tutt’altro che edificante (e non perché la Roma stia attraversando un’annata negativa, ma perché il calcio italiano è letteralmente crollato nell’ultima decade).

In molti asseriscono che si voglia far totalmente fuori la “working class” dagli spalti, ricalcando il modello dei grandi club d’Oltremanica o, per restare in casa nostra, della Juventus. Tuttavia non si capisce, o si fa finta di non capire, che il pubblico italiano, e in particolar modo quello romano, è ben diverso. A fronte di una curva che costa 50.000 delle vecchie Lire, si ha una squadra che da cinque anni, fondamentalmente, annaspa nelle varie competizioni. Un tempo, almeno in questi casi, le presidenze tendevano ad avere vicino il pubblico, ora sembra quasi che lo vogliano respingere, in perfetta armonia con quel calcio plastificato e patinato che sempre più prende possesso delle nostre squadre blasonate.

Roma-Frosinone, in altri anni, sarebbe stata una sfida da brivido. Un derby inedito senza limitazioni e con tanto pubblico ad affollare calorosamente gli spalti. Oggi tutto questo è divenuto impossibile. Non sono bastati i biglietti nominativi, i tornelli e le barriere. C’è bisogno della discriminazione territoriale per decidere chi può andare in trasferta o meno in base alla città/regione di provenienza (proprio quella discriminazione che, molto ipocritamente, viene combattuta negli annunci sonori che precedono le partite). C’è bisogno di sottoscrivere una tessera caldeggiata e osteggiata dal Ministero degli Interni per andare da Frosinone a Roma e seguire la partita nel settore ospiti. E come se non bastasse procurarsi il biglietto è, spesso, una chimera. Con costi, appunto, spropositati.

Tutti sono responsabili di questo sfacelo. Dai governatori del pallone alle società che hanno sempre chiuso un occhio, pensando più a tutelare i propri interessi e a pubblicizzare politiche alquanto discutibili.

Si permetta alla gente di fare il tifo liberamente, concedendo a tutti la possibilità di vivere lo sport e le proprie passioni (e questo non vuol dire giocoforza infrangere le regole). Certamente esistono più fanciulli che sorridono sventolando una bandiera, cantando un coro e vedendo un fumogeno comporre una coreografia, rispetto a quelli che si esaltano  stando seduti come automi su un seggiolino profumatamente pagato, di fronte a uno spettacolo grigio e asettico.

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15 Commenti

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  3. Daniele

    gennaio 30, 2016 at 1:05 pm

    Bah 35€ un biglietto mi sembra un prezzo onesto…. quanto lo vuoi pagare 10€?
    Più che criticare i prezzi dovreste criticare la squadra.
    Io sono abbonato alla Juventus dove l abbonamento in curva viene 510€ e per ogni partita non si spende meno di 40€ eppure nessuno si lamenta sempre sold out.

    • Alessio

      gennaio 30, 2016 at 5:36 pm

      onesto? io per vedermi una partita casalinga dell’Ajax ho pagato 15 euro, e ci sono andato in metro. E l’Olanda non è di certo più economica dell’Italia come costo della vita…

  4. Ciccio

    gennaio 30, 2016 at 5:01 pm

    Cara Meloni, pensa al Family Day e al tuo pancione. Non ti interessare di calcio che chiaramente sei di parte e/o non ne capisci nulla!

    • Marco

      gennaio 30, 2016 at 8:48 pm

      Scusami Ciccio ma cosa c’entra Giorgia Meloni con l articolo? L autore è Simone Meloni..credo che leggere bene debba essere la prerogativa di chi vuole commentare altrimenti si fanno figuracce come questa che hai appena fatto.
      Cordialità

  5. argo secondari

    gennaio 30, 2016 at 5:42 pm

    Gobbi non fate testo. Sbruffoncelli aristocratici, il calcio è popolare! Siete i peggio.

  6. Sebastiano

    gennaio 30, 2016 at 6:18 pm

    Va be, si sa che quello di pagare profumatamente tutto e tutti (a intenditor….) rientra nell’indottrinamento tipico dello stile Juve.

  7. luigi

    gennaio 30, 2016 at 6:30 pm

    35 euro è uno stonfo…per vedere un calcio ridicolo………….

  8. Francesco

    gennaio 30, 2016 at 7:23 pm

    se vede che guadagni 3000e al mese… Stipendi sempre + bassi, servizi e squadre in caduta libera e però aumentano il prezzo dei biglietti……………….dati alla mano il botteghino non fa guadagnare quanto le tv e quindi è fatto apposta l’aumento. Contenti loro. tra poco allo stadio andranno solo turisti stranieri facoltosi, beoti col lavoro fisso e spacciatori. Uniche categorie con i soldi

  9. beagle

    gennaio 30, 2016 at 8:18 pm

    Anime candide, ma ci credete ancora al calcio?

  10. angelo

    gennaio 30, 2016 at 10:00 pm

    Se non si hanno soldi per vedere una partita si fa altro, si va a camminare per esempio.E si guadagna in salute.

  11. chicco

    gennaio 30, 2016 at 10:46 pm

    35 euro non ci sembrano tanti ?l’olimpico e Uno stadio fatiscente . Nelle prime file la visibilità e quasi nulla. Ci vuole rispetto per i tifosi , il calcio è sempre stato uno sport popolare ma oggi si sta trasformando in un lusso per pochi

  12. Biko

    gennaio 31, 2016 at 11:24 am

    Non sarà che vogliano eliminare gli spettatori perchè lo stadio ha un costo, e preferiscano l’acquisto delle partite da parte delle tv? Guadagnare 100 euro facendo entrare 2 persone con un biglietto da 50 euro, non è lo stesso che farne entrare 10 che spendono 10 euro…

  13. Vic

    gennaio 31, 2016 at 2:15 pm

    In Italia c’è il calcio? Questa è nuova. Anche 5 euro sarebbero un furto.

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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