“Con la Lazio abbiamo pagato 18 Euro, per  lo stesso settore e gli stessi, atavici, difetti di uno stadio non adatto al calcio dobbiamo pagare il doppio?”. Questa è la legittima domanda che centinaia di tifosi del Frosinone si stanno ponendo da lunedì pomeriggio, quando è cominciata la vendita per il settore ospiti dell’Olimpico, dove sabato prossimo la Roma ospiterà i giallo-azzurri.

Un brusio di malcontento che ha riportato a galla una faccenda forse sotterrata in questa stagione, caratterizzata dalla massiccia protesta della Curva Sud contro le barriere imposte da Questore e Prefetto, e dal quasi totale svuotamento dello stadio capitolino. Quello del folle incremento del prezzo dei biglietti è un punto focale della gestione americana, la quale nei suoi cinque anni di presidenza ha, in alcuni settori, quasi raddoppiato il costo del tagliando. Le motivazioni? Ufficialmente si vuol premiare chi sottoscrive un abbonamento, riconoscendo la fedeltà del tifoso. Beninteso che anche questi ultimi hanno subito un leggero ritocco, quest’anno sottoscrivere il carnet valido per le 19 gare casalinghe nelle curve, ad esempio, costava 269 Euro (poco più di 14 Euro a partita) mentre acquistare il singolo biglietto per una gara di seconda fascia (contro avversarie con meno “appeal”) 25 Euro, se poi l’avversario si chiama Milan, Inter, Juventus, Lazio, Napoli o Fiorentina, per il settore teoricamente “popolare” occorre sborsare ben 35 Euro.

Sempre prendendo a paragone dati ufficiali, nel primo anno di gestione “stars and stripes” un biglietto a tariffa intera per Roma-Cesena (gara di seconda fascia) costava 13 Euro in Curva, con la possibilità di riduzioni per donne, under 14 e over 65 (possibilità parzialmente eliminate successivamente), mentre contro la Juventus le curve avevano un costo di 20 Euro. Su questo può pesare il fatto che buona parte della tifoseria romanista rifiutasse di sottoscrivere l’abbonamento, perché costretta ad aderire al programma tessera del tifoso, poi bypassato grazie alla creazione della card “Home”. Tuttavia l’incremento rimane talmente grande e sproporzionato da lasciare poco spazio alle giustificazioni, soprattutto se si parla di sfide di seconda fascia. Se poi si fa riferimento alle grandi partite europee allora c’è davvero da rimanere esterrefatti. A fronte della possibilità di sottoscrivere un mini abbonamento da 90 Euro per il girone di Champions League (che sono pur sempre 30 Euro a gara), un biglietto singolo di curva è stato venduto a 40 Euro. Sia per la supersfida contro il Barcellona che per il match, tutt’altro che memorabile, contro il modesto BATE Borisov. Per l’ottavo di finale contro il Real Madrid le curve hanno un prezzo di 40 Euro e i Distinti di 60, motivo per il quale diversi tifosi hanno rinunciato ad assistere alla partita.

In tutto ciò c’è il settore ospiti che, in conformità al normale prezzo dei Distinti, non scende mai al di sotto dei 35 Euro, arrivando addirittura a 50 in caso di big match (e la cosa poi si riflette sui tifosi romanisti che seguono la squadra in trasferta, basti pensare al comportamento della Fiorentina che, dopo aver visto i propri supporter pagare 50 Euro all’Olimpico, ha ben pensato di ripagare con la stessa moneta gli aficionados capitolini, benché nelle gare di cartello il club gigliato praticasse prezzi inferiori). Un vero e proprio salasso che, se da una parte è giustificato dal voler premiare chi regolarmente affolla le gradinate, dall’altro elimina tout court quella fascia di tifosi che di tanto in tanto intendono seguire le gesta dei propri beniamini “da vicino” (le virgolette sono d’obbligo, considerando la lontananza degli spalti dal campo dell’Olimpico).

Sulla scorta del famigerato richiamo alle “famiglie allo stadio”, per esempio, un discorso del genere diviene di fondamentale importanza. Se da anni ci dicono che genitori e prole non fanno il proprio ingresso sulle gradinate a causa della presenza dei violenti che funestano le manifestazioni sportive (nella fattispecie: all’interno Olimpico non avvengono incidenti da almeno dieci anni e l’impianto di Viale dei Gladiatori, attualmente, è il più militarizzato d’Italia), dimenticano di riportare un semplice dato frutto di un calcolo matematico: il signor Mario Rossi, per andare a vedere Roma-Hellas Verona (partita dal basso richiamo, in uno stadio che offre zero servizi) in compagnia di sua moglie e dei suoi due bimbi avrebbero dovuto spendere minimo 100 Euro. Vale a dire un ottavo di quello che per molti italiani è il regolare salario.

A ciò si aggiunge la scomodità di dover parcheggiare a milioni di anni luce dalle entrate, l’umiliazione di dover subire molteplici controlli (spesso invasivi anche per donne e bambini, con scarpe tolte e “palpate” in ogni parte del corpo) in stile check-in di guerra, la visibilità limitata e a volte, se per sfortuna si acquistano le prime file, addirittura impossibilitata dalla presenza di barriere e cancelli, e lo scarno scenario di gradinate semivuote e fredde. Oltre allo spettacolo calcistico tutt’altro che edificante (e non perché la Roma stia attraversando un’annata negativa, ma perché il calcio italiano è letteralmente crollato nell’ultima decade).

In molti asseriscono che si voglia far totalmente fuori la “working class” dagli spalti, ricalcando il modello dei grandi club d’Oltremanica o, per restare in casa nostra, della Juventus. Tuttavia non si capisce, o si fa finta di non capire, che il pubblico italiano, e in particolar modo quello romano, è ben diverso. A fronte di una curva che costa 50.000 delle vecchie Lire, si ha una squadra che da cinque anni, fondamentalmente, annaspa nelle varie competizioni. Un tempo, almeno in questi casi, le presidenze tendevano ad avere vicino il pubblico, ora sembra quasi che lo vogliano respingere, in perfetta armonia con quel calcio plastificato e patinato che sempre più prende possesso delle nostre squadre blasonate.

Roma-Frosinone, in altri anni, sarebbe stata una sfida da brivido. Un derby inedito senza limitazioni e con tanto pubblico ad affollare calorosamente gli spalti. Oggi tutto questo è divenuto impossibile. Non sono bastati i biglietti nominativi, i tornelli e le barriere. C’è bisogno della discriminazione territoriale per decidere chi può andare in trasferta o meno in base alla città/regione di provenienza (proprio quella discriminazione che, molto ipocritamente, viene combattuta negli annunci sonori che precedono le partite). C’è bisogno di sottoscrivere una tessera caldeggiata e osteggiata dal Ministero degli Interni per andare da Frosinone a Roma e seguire la partita nel settore ospiti. E come se non bastasse procurarsi il biglietto è, spesso, una chimera. Con costi, appunto, spropositati.

Tutti sono responsabili di questo sfacelo. Dai governatori del pallone alle società che hanno sempre chiuso un occhio, pensando più a tutelare i propri interessi e a pubblicizzare politiche alquanto discutibili.

Si permetta alla gente di fare il tifo liberamente, concedendo a tutti la possibilità di vivere lo sport e le proprie passioni (e questo non vuol dire giocoforza infrangere le regole). Certamente esistono più fanciulli che sorridono sventolando una bandiera, cantando un coro e vedendo un fumogeno comporre una coreografia, rispetto a quelli che si esaltano  stando seduti come automi su un seggiolino profumatamente pagato, di fronte a uno spettacolo grigio e asettico.

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