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Giochi di palazzo

Roma, c’erano i tifosi di calcio. Ora ci sono Pallotta e Lotito?

Simone Meloni

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“I tifosi della Lazio meriterebbero molto di più”. Ha detto il presidente della Roma James Pallotta, rispondendo alle presunte insinuazioni del patron biancoceleste, apparse su un articolo di Repubblica a firma Goffredo De Marchis, dove quest’ultimo riportava un discorso origliato presso la buvette del Senato in cui Lotito, parlando dell’affaire Bielsa, sembra aver asserito: “Sabatini gli ha detto di non venire. La Roma non ha né soldi né società”. Una frase, quella del bostoniano, che ha suscitato gli ennesimi interrogativi nelle menti di chi, a Roma, su entrambe le sponde, ha vissuto il calcio sempre in una data maniera. Siamo stati campanilisti, siamo stati tignosi e siamo stati piccoli, per gli schiacciasassi a strisce che nel frattempo contavano i trofei. Ma siamo stati autentici. Tifosi. Beceri a volte, ma passionali sempre. Per noi un presidente che incensa e loda i tifosi dell’altra sponda, fu un qualcosa di impensabile. Fu.

Pallotta da una parte, Lotito dall’altra. Storie diverse, sia ben chiaro. Modus operandi da imprenditore d’oltreoceano da una parte e gestione finto casinista, ma in realtà sin troppo lineare dall’altra. Queste diversità, nelle loro fattispecie, hanno contribuito al distacco della retina nell’occhio di tanti tifosi capitolini. Che oggi non vedono più il calcio come quell’entità popolare e d’orgoglio che li ha resi innamorati di colori, prima che di giocatori, di uomini, prima che di goleador, di stemmi, prima che di flussi bancari, persino di sconfitte, prima che di una distorta sete di successi. Anche oltre tutto e tutti. Forse volendo seguire l’esempio di chi, qualche chilometro più a nord, ha vinto anche perchè “il fine giustifica i mezzi”.

Una piazza Santi Apostoli gremita da migliaia di persone e addobbata di colori biancocelesti, giovedì scorso, ha urlato tutta la sua rabbia verso Lotito. E non è certo il mancato arrivo di Bielsa ad aver provocato l’iraconda reazione dei laziali, semmai solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo. Se si ragiona scevri da qualsiasi sfottò, anche il più radicale dei romanisti sa che Claudio Lotito è un’ “anomalia che ha colpito casualmente Lazio e, di recente, Salernitana, ma che di rimbalzo, colpisce l’intero movimento calcistico. Diteci voi, ad esempio, se vi pare normale che un solo uomo, nel giro di un mese, sia presente alle partite della Nazionale, in veste di Consigliere Federale e riesca a far traslocare il povero Simone Inzaghi prima sulla panchina dei granata e poi su quella biancoceleste, dopo il niet di Bielsa. Mettendo, de facto, a serio rischio l’autonomia e la regolarità dei campionati (facciamo opera di sarcastica retorica, ma se in questo Paese esistesse il conflitto d’interessi, determinate situazioni non si verificherebbero. E invece il soggetto in questione agisce in piena regola).

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No, non sorprende che i tifosi laziali disertino lo stadio. E del resto il suo curriculum basterebbe a ogni appassionato di calcio per darsi al bricolage o al giardinaggio: coinvolto in Calciopoli e inibito per quattro mesi (nel processo penale sarà ovviamente l’italianissima prescrizione a salvarlo), condannato in primo grado a due anni di reclusione per aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza sui titoli del club biancoceleste (ovviamente anche qua la prescrizione arriverà puntuale), senza dimenticare il caso Iodice, su cui Stefano Palazzi aprì un’inchiesta, in cui Lotito affermava che la presenza di piccoli club in Serie A e B come il Carpi o il Frosinone è economicamente deleteria, sparando poi a zero su alcune autorità dello sport italiano, in ultima istanza impossibile soprassedere sul caso Infront e la richiesta di rinvio a giudizio per Operazione Fuorigioco, circostanza che vede coinvolti altri 42 volti noti dell’italico mallone.. A ciò ovviamente va aggiunto il frequente dileggio di tifosi e giornalisti, a Roma come a Salerno. Si va dall’ultima conferenza stampa di Formello, a cui ai cronisti è stato vietato di porre domande (in pieno stile Stasi o Gestapo), all’offesa deliberata e l’intralcio con mezzi non propriamente ortodossi a svolgere un normale lavoro editoriale, proseguendo con un continuo voler puntare il dito contro i tifosi, rei di averlo contestato negli ultimi anni. L’esempio lampante è il Lazio-Sassuolo di due stagioni fa, quando il pubblico si coalizzò per tornare compatto all’Olimpico e prendere di mira il presidente. Risultato? Prezzi dei biglietti raddoppiati. Un po’ come nel ritiro di Auronzo di quest’anno, con amichevoli contro squadre di categorie inferiori prezzate dai 12 ai 15 Euro. La somma testimonianza di come non si tratti di un “manipolo di facinorosi”, ma di un sentimento comune a migliaia di supporter. Appare così più chiaro comprendere il perché in molti gli abbiano affibbiato quel processo di delazializzazione, in grado di fiaccare la passione popolare per il club di Piazza della Libertà. Quando si mischia del veleno in una pozione magica, qual è la fede calcistica, si finisce giocoforza per rovinarla e creare un seguito avvelenato, arrabbiato e deluso da quel sogno che svanisce e che ha rincorso dal primo momento in cui si è avvicinato alla maglia che ama.

Una maglia è tutto. Il simbolo che sormonta le casacche di calcio è un po’ come l’effige che i soldati romani mostravano nelle loro avanguardie. Non va scalfita e non va umiliata. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che da ormai quattro anni richiedono a gran voce il loro vecchio e storico stemma. Letteralmente ingoiato dalla politica societaria, senza una minima consultazione democratica (cosa avvenuta, ad esempio, a Manchester, sponda City)  in nome di un non ben definito merchandising. Del resto basta consultare i dati del fatturato relativo agli ultimi anni per rendersi conto di come quest’operazione non abbia smosso nulla, sotto l’aspetto dei ricavi. Sia ben chiaro, qua c’è da mettere i puntini sulle “i”. L’inizio dell’era stars and stripes era stato tutt’altro che scoraggiante. Tante le buone iniziative, dalla Card Away per tornare in trasferta, alla Hall of Fame, che ha riportato in auge tanti campioni del passato ormai dimenticato. Così come uno sportello virtuale dedicato interamente ai tifosi. Un equilibrio durato però poco e rotto definitivamente dal tristemente celebre fucking idiots, proferito da Pallotta ai propri tifosi. Perché, è ovvio, i comportamenti riprovevoli, anche nel tifo, vanno sempre stigmatizzati, ma ci sono modi e modi. Chi è venuto prima, spesso, ha trattato il pubblico e la Sud come propri figli, e se in determinate occasioni li ha strigliati, il più delle volte si è ritrovato a difenderli e mai a generalizzare colpendo nel mucchio.

Qualcuno ha avuto l’impressione che questa gestione tenda sempre più a deromanistizzare il tifoso, anche se quest’ultimo non ci ha messo molto a farsi fuorviare. Probabilmente era già predisposto. L’assenza della Curva Sud all’Olimpico, nell’ultimo anno, ha messo in luce una certa natura del tifoso giallorosso. E se la celebre foto con le migliaia di smartphone pronti a immortalare Cristiano Ronaldo o Messi è abbastanza esemplificativa, soprattutto al cospetto del maxi corteo di Testaccio in occasione del derby, ciò che più fa riflettere, sono i fischi e gli insulti alla squadra in difficoltà. L’esatto opposto di quello che fu il tifoso della Roma, e quello romano in generale. Divenuto oggi più calcolatore, illuso e raggirabile.

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E in fondo la frase del presidente Pallotta rientra proprio in questo contesto. Nel radicalchicchismo di cui questo ambiente si è appropriato. Cancellando buona parte delle proprie tradizioni e, anzi, guardando quasi con schifo e superiorità un passato glorioso e passionale. Guai a essere politicamente scorretti, guai a uscire fuori dal pentagramma. Un po’ come il poveraccio che si arricchisce e getta le monetine addosso ai meno abbienti. Dalla frase poetica elargita dal dirigente di turno, tra un tuffo in piscina e una sbandierata solitaria nella Curva Sud priva dei suoi astanti a causa delle barriere, al conteggio delle fideiussioni e delle plusvalenze da parte di chi dovrebbe soltanto occuparsi di sostenere undici giocatori in campo. Al massimo lottando contro chi, a livello istituzionale, questo non lo permette più da tempo. Ma questo implicherebbe unità d’intenti, e la tifoseria romanista, sulla scorta di quanto avviene in città, ha perso parte della sua aggregazione globale da tanto tempo. E ovviamente le colpe sono da ricercare in tutte le componenti, dal presidente all’ultimo dei tifosi.

Eppure quella frase, mio padre, mio zio, mio nonno, non di certo ultras stagionati, non l’avrebbero mai mandata giù. E neanche a parti inverse lo avrebbero tollerato. Perché è così che andavano le cose a Roma, e mai nessuno se n’è vergognato. E sarei curioso di sapere cosa ne avrebbero pensato Dino Viola, Italo Foschi, Renato Sacerdoti, Amedeo Amadei e Agostino Di Bartolomei. E sì, saremo anche retrogradi e medievali, ma in un mondo che marcia a mille all’ora e che perde sempre più l’umanità in tutti i suoi aspetti, almeno ai tifosi dovrebbe essere concesso di rimanere un po’ bambini e un po’integri moralmente. Perché, dicono da parte romanista, se speri in un futuro migliore per i rivali di sempre, dovresti almeno prendere atto di tutto ciò che non va a casa tua. Nel cuore del tuo popolo, quello che ti permette di essere l’AS Roma. Dicono, sempre i romanisti, che nessuno si è scusato dopo il 26 maggio 2013, oppure che nessuno ha proferito verbo dopo umiliazioni storiche come l’eliminazione ad opera dello Slovan Bratislava o dello Spezia. Tutto questo, unito alle colpe intrinseche e ai cambiamenti annosi e dannosi di un’intera città, ha contribuito a fiaccare la voglia di calcio. Assumere i contorni da Partito Democratico pallonaro è deleterio. Assai. Ma se il pubblico che si vuole è quello che si è visto quest’anno, si sappia che l’opera è a buon punto.

E infatti l’Olimpico, con buona pace dei soloni e degli accoliti, resterà probabilmente vuoto anche in questa stagione. E se barriere e repressione sono tra le maggiori cause, non vanno sottovalutati tutti gli aspetti elencati sopra. Ai romani è stato tolto quello per cui hanno sempre, sportivamente, vissuto. I bambini che oggi si avvicinano alle due squadre della Capitale trovano da una parte un prototipo alquanto discutibile di Barcelona 2.0, con tutti i suoi desiderata economici e di facciata, ma nessuna vittoria in bacheca, e dall’altra parte un presidente/padrone, che ha fatto della Lazio una cosa propria, togliendola di mano ai legittimi depositari che, non a caso, sono quelli di Piazza Santi Apostoli o del Di Padre in Figlio. In proporzione più numerosi delle presenze medie in un Lazio-Juventus qualsiasi. E solo questo dovrebbe far riflettere.

Il derby è morto. Il tifo è morto. Il calcio romano è in lenta agonia. Un coma farmaceutico a cui nessuno vuol porre rimedio. E non saranno nuovi stadi, né eventuali trofei a restituirci il passato. È in atto un cambiamento epocale, e quelli fuori luogo rischiamo sempre più di essere noi, che nel pallone vediamo lo spaccato di una società che va man mano svanendo. E, aggiungo, lo status da strisciata nordica, a cui ci siamo sempre beati di non appartenere, è molto più vicino di quanto si pensi. Non a caso Roma e Lazio sono ben lontane da quel poco di calcio che ancora si respira in campi lontani dalla grandeur economica.

“C’era ‘na vorta tutto quer che c’era…povera Roma nostra furastiera!”.

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Calcio

USA, Messico e Canada “United”per i Mondiali del 2026: se gli affari scavalcano i muri e la Politica

Massimiliano Guerra

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E’ ufficiale: gli Stati Uniti, Messico e Canada co-ospiteranno la Coppa del Mondo 2026. La candidatura unificata sotto il nome United, per l’appunto, ha ottenuto il trofeo più importante di tutti battendo la concorrenza del Marocco con una percentuale del 67% dei voti totali (l’Italia ha votato per il paese nordafricano). L’aspetto più importante è adesso quello di capire quale sia la ripartizione delle 80 partite totali: secondo quanto presentato al momento della candidatura dal trio oltreoceano, gli Stati Uniti ne ospiteranno 60 mentre il Messico e il Canada solo 10 a testa. Tante partite sì, perché quel Mondiale sarà formato da ben 48 squadre da 16 gruppi, vale a dire una vera e propria rivoluzione rispetto alle 32 squadre attuale. C’è però da capire però la ripartizione reale delle partite che si disputeranno: un gran vantaggio che hanno questi paesi è l’abbondanza di stadi che essi hanno sui loro territori. In effetti, anche con un totale di 80 partite da giocare, è chiaro che alcune partite verranno giocate anche in piccoli stadi di città non grandissime. Non è però da scartare l’idea che si possano costruire anche altre strutture in città che già ne hanno più di uno. C’è anche la necessità di trovare un meccanismo tale da garantire alle squadre di non fare lunghi viaggi, attraversando da est a Ovest gli Usa tra una partita e l’altra, nella prima parte del torneo. Ecco come oggi potrebbe essere suddiviso il calendario dei 16 gruppi:

Gruppo A: Los Angeles (due sedi)

Gruppo B: Phoenix e Las Vegas

Gruppo C: Miami e Orlando

Gruppo D: Washington, DC, e Philadelphia

Gruppo E: New York e Boston

Gruppo F: Seattle e Vancouver (due partite in Canada)

Gruppo G: San Diego e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo H: Toronto e Montreal (tre partite in Canada)

Gruppo I: Pasadena e Guadalajara (una partita in Messico)

Gruppo J: San Jose e Santa Clara

Gruppo K: San Antonio e Dallas

Gruppo L: Città del Messico (due sedi; tre partite in Messico)

Gruppo M: Monterrey e Houston (due partite in Messico)

Gruppo N: Chicago e Detroit

Gruppo O: New York e Montreal (due giochi in Canada)

Gruppo P: Atlanta e Nashville.

Dopo la fase a gironi, il numero di partite e quindi di stadi necessari per ospitarle, sarebbe ridotto. Sulla base del modello proposto il Messico e il Canada potrebbero ospitare tre partite a testa nel primo turno ad eliminazione diretta a 32 squadre. Lo scenario più logico sarebbe quindi quello che vede la partita di apertura allo Stadio Azteca, che ha anche ospitato due finali della Coppa del Mondo nel 1970 e nel 1986, mentre la finale, sarebbe con tutta probabilità essere giocata a New York o a Los Angeles al Rose Bowl di Pasadena che ospitò l’atto finale tra Brasile ed Italia nel ‘94 con temperature infernali.

Come ha dichiarato il presidente della Us Soccer, Sunil Gulati“Le trattative per la spartizione delle partite non è stata facile perché tutti i paesi ne volevano di più, ma alla fine abbiamo trovato un accordo”. Un accordo quindi tra Stati Uniti, Messico e Canada (che diventa con Stati Uniti, Svezia e Germania, uno dei paesi ad aver organizzato sia un Mondiale maschile, sia uno Femminile) in un momento politico così delicato tra questi tre Stati è già una notizia. E’ stato proprio Gulati poi a darci una notizia ancora più importante e cioè come sia nato tutto con la benedizione del presidente Trump: “La candidatura dei tre paesi ha avuto il pieno sostegno del presidente anche se l’attacco al Messico è stato uno dei temi principali della sua campagna elettorale. I colloqui con il presidente, effettuati da un intermediario negli ultimi 30 giorni, hanno rivelato come il presidente abbia supportato e incoraggiato la collaborazione con il Messico. Certo ci sono  preoccupazioni circa l’arrivo di squadre e appassionati da tanti paesi del Mondo in relazione alle restrizioni in materia di immigrazione, ma siamo certi che troveremo una soluzione”.

Dunque Trump mentre da una parte minaccia il rafforzamento di muri divisori dal Messico e annuncia giri di vite sul tema dell’immigrazione, dall’altra combatte la guerra commerciale con il Canada, ma apre ad una collaborazione per organizzare una competizione che muoverà tantissima gente nell’arco di più di un mese. Un comportamento ambivalente, che però proprio Gulati spiega: “Una Coppa del Mondo in Nord America, con 60 partite negli Stati Uniti, sarebbe, di gran lunga, la Coppa del mondo di maggior successo nella storia della FIFA, in termini economici”. Ecco allora che si spiega tutto. Trump da uomo d’affari, prima che uomo politico, ha fiutato l’occasione per poter rilanciare l’economia statunitense nel lungo periodo e un affare da quasi “un miliardo di dollari”, non può essere buttato via così a cuor leggero. Quindi lo sport (supportato da un pesante aspetto economico) potrebbe in un modo o nell’altro abbattere le divisioni tra Stati e soprattutto mitigare le tensioni che in Nord America negli ultimi mesi si sono accumulate in maniera quasi sconsiderata. Sia a Nord che a Sud.

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Calcio

La Casa de Julen

Lorenzo Semino

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Il piano di Lopetegui e della Federazione per mettere a segno un colpo mondiale si complica improvvisamente: la resistenza è appena cominciata o la casa di carta si sgretolerà al primo colpo di vento? Fernando Hierro e Sergio Ramos potrebbero avere la risposta.

Mai mettere i piedi in testa alla federazione spagnola, parola di Rubiales.

L’avventura del successore designato di Del Bosque con le Furie Rosse si è fermata a metà strada, dopo una lunga passeggiata di salute verso il primo posto nel girone di qualificazione al Mondiale ormai in arrivo.

LE SEI E VENTISEI – Alle 17.26 il Real Madrid comunicava l’arrivo di Julen Lopetegui sulla panchina dei Galacticos a partire dalla prossima stagione. A Krasnodar le lancette segnavano le sei e ventisei, il ticchettio costante ed incessante non avrebbe mai fatto presagire un epilogo del genere. Antonio Conte, già sicuro del posto al Chelsea al termine del campionato europeo, nell’estate del 2016 portò l’Italia sul tetto del mondo per qualche giorno proprio con la vittoria sulla Spagna. L’ex tecnico del Porto non prenderà invece mai parte al “suo” Mondiale in seguito al clamoroso esonero, comunicato dalla Federcalcio spagnola a distanza di poche ore dall’annuncio del suo approdo al Santiago Bernabeu. Tutta colpa del colpo di testa di Zidane o a sancire la fine del patriarcato sono state modalità, tempistica e la mancata comunicazione da parte dello stesso Lopetegui a Rubiales? Scherzi a parte, senza dubbio la seconda opzione.

Fernando Hierro si trova in mano una rosa senza scrupoli, disegnata da un tecnico dalle idee chiare e senza mezze misure. Forse troppo? Nato e cresciuto fra i grandi club di Spagna, la versione cartacea di FourFourTwo faceva notare in tempi non sospetti come la grande esperienza di Lopetegui (anche nelle vesti di commentatore tecnico) sarebbe stato l’asso nella manica per non farsi domare nemmeno dai media ispanofoni. Media che ora rischiano di farlo davvero a pezzetti. Squadra troppo forte per essere vera? Dipende, perché nella selezione delle 23 Furie Rosse non sempre Lopetegui ha tenuto conto di numeri e fama mondiale. La chiamata di Rodrigo Moreno Machado al posto di Alvaro Morata ne è un esempio, il benservito a Marcos Alonso per far spazio a un terzino destro come Odriozola la prova del nove.

CASA DE PAPEL –Vediamo le conseguenze solamente quando sono di fronte alle nostre narici” è una fra le tante massime pronunciate dal personaggio Tokyo nella serie televisiva più discussa del 2018 e del paese. Spicca la saggezza di Mosca, città che El Profesòr Julen non vedrà da vicino nelle vesti di allenatore della Spagna, per un gesto ritenuto come poco assennato.

Sergio Ramos, nel frattempo, pone le basi per un patriarcato ergendosi a capopopolo. Nel giorno in cui la Spagna si prepara ad accogliere Aquarius, Lopetegui salta giù dal carro proprio come Tokyo in sella alla sua Enduro e la Nazionale si getta in mare, pronta a rispondere solamente a sé stessa, il capitano del Real Madrid manda un messaggio in mondovisione dalle mura di Krasnodar: “Siamo la Nazionale, rappresentiamo uno stemma, due colori, una tifoseria, un paese intero. La responsabilità ed il nostro impegno sono tutti con voi e per voi. Ieri, oggi e domani: uniti”. Di questi tempi, aggiungerei: “Noi siamo la resistenza”.

Non ditelo a Fernando Hierro, che potrebbe avere in tasca l’origami vincente per mettere a segno il colpo perfetto. Mentre si scatena la bufera, comincia un vero patriarcato.

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Calcio

PSG vs FPF: un rapporto complicato

Emanuele Sabatino

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Il Paris Saint-Germain rischia seriamente di essere sanzionato dalla Uefa per aver infranto le regole del Financial Fair Play dovuto alle grandi spese della scorsa finestra di mercato estiva.

Il board della Uefa ha dichiarato che indagherà sulle finanze dei campioni di Francia dopo l’acquisizione di Neymar, record mondiale per un trasferimento, dal Barcellona e di Mbappe’ dal Monaco.

Le punizioni però non sono del tutto chiare: quella più leggera sarebbe una cospicua multa da pagare, le altre, sempre probabili, vanno dalla restrizione della rosa fino alla vendita forzata di alcuni giocatori per rientrare nei limiti dei regolamenti posti dalla UEFA. Altra ipotesi è quella del blocco del mercato come accaduto anche ad altre compagini.

Il presidente del club Nasser Al-Khelaifi ha aspramente criticato la decisione della UEFA di investigare affermando con forza che le finanze del club sono assolutamente in ordine e rispettose del FFP.

Il fulcro del problema che viene contestato alla squadra campione di Francia è quello di spendere soldi che non ha ma il magnate del Qatar ha ribadito all’Equipe che tutti i soldi spesi provengono da fonti lecite e legittime:

Per me onestamente sarebbe alquanto sorprendente, anormale e scandaloso essere sanzionato. Abbiamo sempre seguito le regole. E’ vero che la UEFA è stata molto dura durante i nostri colloqui e qualche volta ingiusta. Noi abbiamo fatto nulla di sbagliato. Loro sanno da dove vengono i nostri soldi. Non abbiamo debiti e abbiamo dato loro tutte le garanzie del caso”.

A rincarare la tesi ci ha pensato ieri Javier Tebas, numero uno della Liga Spagnola che ha sostenuto l’Uefa nell’apertura dell’indagine nei confronti del club transalpino, augurandosi che venga escluso dalle competizioni europee per “aver barato economicamente e le squadre eliminate da loro sono state vittime delle loro trappole”. Il suo attacco non riguarda solo il PSG ma anche il Manchester City, anch’esso in mano agli emiri e sempre nel mirino degli ispettori Uefa per le spese folli sul mercato.

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