I Championships di Wimbledon sono già nel vivo, e non si può certo smettere di fare pronostici sul futuro vincitore. Tra i favoriti non può che esserci lui, Roger Federer, il tennista più vincente di sempre a caccia del suo 19°Slam. Ovviamente la straordinaria carriera dell’elvetico è stata frutto del suo talento cristallino, della sua forza mentale, della sua classe… Ma non solo. Perché Roger stesso, nelle tante interviste fatte nella sua vita, spesso ha citato una persona che più di tutte ha influito su di lui: Peter Carter.

Un nome che a molti non dice nulla. E anche durante le partite di Federer, guardando nel suo angolo si intravedono spesso i vari Ljubicic, Luthi, la moglie Mirka, ma di tale Peter Carter non c’è traccia. E allora come mai tutta questa importanza?

 Carter è stato semplicemente il primo, vero, coach di Roger. La sua storia ha inizio ad Adelaide, in Australia, dove nasce nel 1964, per poi vivere insieme ai genitori nella piccola cittadina di Nuriootpa, nella Barossa Valley. Fin da piccolo mostra un enorme potenziale nel tennis, tant’è che viene affiancato da Peter Smith – coach che molti anni dopo seguirà nientemeno che Lleyton Hewitt -. Ma la sua struttura fisica gracile e i continui infortuni ne mineranno la sfortunata carriera, al punto che Peter deciderà di appendere la racchetta al chiodo a soli 27 anni. Ma il suo amore per il tennis non conosce limiti: decide di riciclarsi come coach, data la sua profonda conoscenza del gioco. E così, nel lontano 1991, viene scelto come allenatore dall’Old Boys Tennis Club, a Basilea, in Svizzera.  E per puro caso Carter incontra per la prima volta un giovanissimo Roger Federer, di soli 9 anni, già dotato di un talento sconfinato.

 

Ma a differenza dell’attuale Federer, sempre calmo e pacato in campo, all’epoca il piccolo Roger affiancava al suo talento un carattere scontroso e insicuro, che spesso durante i match gli costava caro, portandolo ad errori banali e incomprensibili. Rischiava di diventare l’ennesimo bambino prodigio incapace di gestire i doni che Madre Natura gli aveva regalato. Ma per fortuna, in una fase così delicata, interviene proprio Peter: coi suoi 27 anni, si avvicinò al piccolo campione più come un fratello maggiore che come un maestro, instaurando con lui un rapporto di reciproca fiducia e amicizia.

 Da un punto di vista puramente tecnico, Peter non doveva insegnare nulla a Roger, già possedeva dei colpi più che completi. Il suo lavoro, negli anni, fu finalizzato a rafforzare la tenuta mentale del suo allievo, a renderlo sicuro dei proprio mezzi. Il suo talento avrebbe fatto il resto. E così, anno dopo anno, Roger scalò le classifiche, finché non raggiunse la vetta del ranking a livello juniores. Il sodalizio tra i due proseguì, e la loro profonda amicizia non venne meno anche quando l’elvetico, ormai pronto a sfondare a livello professionistico, non decise di farsi seguire anche da Peter Lundgren, coach che aveva una maggiore conoscenza nel mondo del professionismo.

Intanto Peter divenne una personalità di spessore anche all’interno della federazione svizzera, al punto da diventare il capitano della squadra di Davis. In questo modo continuava a dare importanti consigli a Roger, lo conosceva fin troppo bene e sapeva toccare le sue corde emotive più profonde. E di contro anche lo svizzero voleva essere d’aiuto per il suo coach-amico. E così, per il suo viaggio di nozze con l’amata Sylvia, Roger consigliò a Carter un bel tour in Sudafrica, la terra in cui era nata sua madre e in cui aveva trascorso pagine felici della sua vita. Ma la sfortuna colpì Peter e sua moglie: dopo un mese dal matrimonio, a Syliva venne diagnostico il linfoma di Hodgkin.

 Il viaggio venne annullato e Peter stesso fu costretto a seguire molto meno le gesta del suo pupillo, per stare vicino alla moglie. Ma l’anno seguente, dopo la guarigione della moglie, i due decisero di partire di nuovo, sempre alla volta del Sudafrica, per godersi quel viaggio di nozze che un anno prima era sfumato in modo così improvviso. Roger era contentissimo, finalmente il suo amico poteva visitare una terra per lui speciale. Purtroppo non sapeva che quel viaggio si sarebbe tramutato in tragedia.

 E’ la sera del 1° Agosto 2002, Federer è impegnato nel Mater 1000 di Toronto, quando tutt’a un tratto, nella hall dell’hotel, gli si avvicina Lundgren. Si siede vicino a lui e, con le lacrime agli occhi, gli racconta della disgrazia avvenuta: il Safari appena iniziato nel National Park di Johannesburg, il viaggio in Jeep, un minivan sbucato all’improvviso, una manovra azzardata. L’auto sbanda e precipita in un fiume. E così, in pochi attimi, la vita di Peter Carter si spegne. La moglie, che si trovava su un’altra Jeep, si salva per miracolo, ma assiste alla tragica morte del marito.

 

Roger è sotto shock. Per la prima volta nella sua vita, entra a contatto con la morte. Per la prima volta perde una persona a lui cara. Disperato, corre fuori dall’hotel, per strada, e urla senza posa. Poi iniziano ad affliggerlo i sensi di colpa: è lui ad avergli consigliato di partire per il Sudafrica, è lui il responsabile.

A quasi quindici anni di distanza, Roger Federer ne ha fatta di strada. Pur senza Peter al suo fianco, è riuscito ad elevarsi nell’Olimpo del tennis. Eppure, ancora oggi, lo svizzero non smette di ricordare il suo vecchio amico. Lo ha ricordato anche sabato scorso, durante la conferenza stampa pre-Wimbledon. Lo ricorda ogni anno agli Australian Open, premunendosi di prenotare volo, hotel e biglietti a Bob e Diana Carter, i genitori di Peter. “E’ come se fosse quasi nostro figlio. E nel suo gioco noi rivediamo il nostro Peter.”.  

Un bel gesto da parte di Roger, che da sempre si distingue per la sua classe dentro e fuori dal campo da gioco. Ma anche un gesto dovuto, per ringraziare per l’ennesima volta quel coach, quell’amico, quel compagno di vita senza il quale non sarebbe mai diventato il tennista e la persona che è.

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