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Storie dell'altro mondo

Road to World Cup: Uruguay 1930, l’inizio di tutto (dove successe di tutto)

Paolo Valenti

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Uruguay 1930 | Road to World Cup

Nel 1930 il calcio fissa il suo primo appuntamento importante con la storia: dal 13 al 30 luglio, infatti, l’Uruguay ospita la prima edizione della Coppa del Mondo, competizione per rappresentative nazionali in gestazione già da una decina d’anni per il progetto sostenuto da due dirigenti sportivi francesi: il presidente della FIFA Jules Rimet e il futuro segretario generale dell’UEFA Henry Delaunay. Nel congresso della massima organizzazione calcistica internazionale tenutosi ad Amsterdam nel 1928, col quale la FIFA approvò l’idea di un torneo che coinvolgesse le nazionali provenienti da tutto il mondo, il presidente francese sostenne la candidatura del paese sudamericano, che proprio nel corso dello svolgimento della manifestazione avrebbe celebrato il centenario del giuramento della Costituzione. L’anno successivo l’assegnazione del torneo all’Uruguay venne formalmente ufficializzata.


Era da tempo che si parlava di un campionato del mondo per nazioni. Fino a quel momento le rappresentative dei vari paesi si erano affrontate nelle amichevoli e alle Olimpiadi, manifestazione che, però, lasciava sempre adito ai dubbi e le polemiche legate alla professionalità e al dilettantismo degli atleti partecipanti. Un mondiale organizzato dalla FIFA consentiva di non dover sottostare a quel vaglio di legittimità e permetteva alle rappresentative nazionali di misurarsi con i loro migliori calciatori, promettendo un gran riscontro di pubblico ed economico. Anche se, dopo la crisi del 1929, sobbarcarsi un viaggio dall’Europa al Sudamerica non era visto con favore dalle federazioni europee invitate a partecipare al mondiale, frenate da considerazioni di convenienza economica e opportunità logistica. Al punto che l’Uruguay stesso si offrì di pagare le spese di viaggio e soggiorno. Offerta evidentemente considerata insufficiente dalle migliori rappresentative del vecchio continente: Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Svizzera e Italia evitarono di spostarsi. Per non parlare dell’Inghilterra, il cui rifiuto, a dire il vero, era da ricondurre più all’innato senso di superiorità che la Football Association nutriva verso il resto del mondo che ad altre motivazioni: del resto non erano gli inglesi ad aver inventato il calcio? Che bisogno c’era di vincere un torneo per stabilire chi fosse il migliore?

Monsieur Rimet dovette ricorrere ai suoi buoni uffici per convincere Francia, Belgio, Romania e Jugoslavia ad attraversare l’Atlantico: quanto bastava per dare al torneo uruguagio quell’aura planetaria così a lungo agognata. Quando il 13 luglio Francia e Messico scesero in campo nello stadio Pocitos (quello del Penarol), ebbe inizio una storia che forse solo il presidente della FIFA aveva avuto il coraggio di immaginare.

 LA FINALE
Il 30 luglio 1930 è il giorno della prima finale di coppa del mondo della storia. Ci sono arrivate le due migliori squadre del torneo: Uruguay e Argentina, che in semifinale hanno cancellato i sogni di gloria di Jugoslavia e Stati Uniti con due perentori 6-1. E’ una sorta di rivincita per l’Albiceleste, che due anni prima ha dovuto inchinarsi nella finale olimpica proprio ai padroni di casa dopo due partite combattutissime. Ci volle il replay, dopo l’1-1 maturato nel primo match a seguito dei tempi supplementari, per decidere i campioni ad Amsterdam: un gol vincente di Scarone a un quarto d’ora dalla fine consegnò agli uruguaiani l’oro.
I tifosi ci credono, i piroscafi diretti a Montevideo sono presi d’assalto: sono decine di migliaia quelli che vogliono essere presenti sugli spalti del Centenario, finito in fretta e furia proprio nei giorni iniziali della manifestazione e così battezzato proprio per celebrare la ricorrenza dell’indipendenza dell’Uruguay. Il timore di scontri tra tifosi è alto, motivo per cui le misure di sicurezza sono ingenti. Le preoccupazioni non si rivelano infondate: le forze di sicurezza si ritrovano a sequestrare di tutto, dai bastoni alle pistole. Il clima di tensione è tale che lo stesso arbitro designato a condurre la finale, il belga John Langenus, accetta la direzione di gara solo a poche ore dal fischio iniziale, a condizione che gli venga assicurata una polizza sulla vita e una scorta di sicurezza che gli garantisca di raggiungere il porto e salpare verso l’Europa appena finita la partita. Per maggior scrupolo, l’arbitro consegna il proprio testamento al console belga e si dirige verso lo stadio. Non sa che le sue peripezie non sono finite: presentandosi ai poliziotti all’ingresso della struttura dicendo di dover dirigere la finale, Langenus viene arrestato come uno dei tanti impostori che hanno millantato le stesse credenziali. Saranno un testimone che ha assistito al deposito del testamento e il sarto che gli ha confezionato la divisa a riconoscerlo e a scagionarlo. Una divisa che a guardarla oggi carica su di sé tutto il peso dei suoi quasi cent’anni: giacca scura, camicia bianca, cravatta e pantaloni alla zuava con calzettoni neri.


Gli imprevisti portano al rinvio di circa un’ora della partita. I tifosi fremono: da mezzogiorno gli spalti sono gremiti da 90.000 spettatori. Il calcio è già un fenomeno di massa che l’era dei mass media amplificherà a dismisura. Ma prima di poter cominciare la partita nel freddo dell’inverno australe, c’è ancora da dirimere l’ultima controversia: quella del pallone. Argentini e uruguagi ne portano due diversi: i primi uno più leggero, più adatto a piedi raffinati; l’altro pesante e quasi doloroso al colpo di testa. Salomonicamente Langenus decide di usarne uno per tempo: finalmente si può cominciare! Ed è da subito una battaglia. Le squadre giocano aperte, votate all’attacco e al 12° l’Uruguay passa in vantaggio con Pablo Dorado. In mezz’ora, però, l’Argentina ribalta le sorti del match con Peucelle e Guillermo Stabile, alla fine capocannoniere della manifestazione, e chiude il primo tempo in vantaggio per 2-1. Anche l’inizio della ripresa è tinto di biancoceleste: Monti e Varallo, che colpisce la traversa, vanno vicini ad incrementare il vantaggio. L’Uruguay capisce che il momento va sfruttato: a che sarebbe valso vincere due anni prima per poi ritrovarsi perdenti davanti alla propria gente? Spinti dal pubblico e da un Andrade sontuoso, i ragazzi diretti dal c.t. Alberto Suppici ribaltano un risultato che rimane in bilico fino all’89°, quando Hector Castro, su cross di Dorado, insacca di testa sigillando il definitivo 4-2.

La finale lasciò i suoi strascichi polemici: mentre l’Uruguay proclamò tre giorni di festa nazionale, in Argentina media e opinione pubblica si scagliarono contro il gioco intimidatorio della Celeste e la direzione di gara dell’arbitro, ritenuta troppo accondiscendente verso i padroni di casa. Le polemiche influirono non solo sui rapporti tra le due federazioni ma anche a livello diplomatico: dovettero passare due anni prima che Uruguay e Argentina tornassero ad affrontarsi su un campo di calcio.

I PROTAGONISTI

Luisito Monti – Bonaerense di chiara ascendenza italiana (i genitori erano romagnoli), Luisito Monti è stato una delle migliori espressioni del calcio mondiale tra le due guerre. Interprete di un ruolo scomparso con l’evoluzione tattica dei sistemi di gioco, quello del centromediano, Monti sapeva unire capacità atletiche e buone doti tecniche. Primo marcatore del centravanti avversario, spesso era durissimo negli interventi, tanto che la leggenda narra che la mancata partecipazione alla finale mondiale di Peregrino Anselmo, già campione olimpico due anni prima con la nazionale uruguagia, fu determinata dal timore dell’attaccante di essere marcato proprio da Monti. Luisito, però, non era solo capace di usare le cattive maniere: era anche il primo costruttore del gioco in grado, coi suoi lanci a beneficio dei compagni avanzati, di ribaltare l’azione come pochi. Monti è stato il primo e unico calciatore a disputare due finali mondiali rappresentando due diversi Paesi: l’Argentina nel 1930 e l’Italia quattro anni più tardi.

Josè Leandro Andrade – La finale di Montevideo vide tra i suoi protagonisti uno dei migliori calciatori del ventesimo secolo: Josè Leandro Andrade. Massiccio, color ebano (era soprannominato la “maravilla negra”), faceva parte della “costilla metallica”, la linea mediana dell’Uruguay nella quale contrastava e ripartiva con uguale efficacia insieme al compagno Gestido. Dotato di una eccellente visione di gioco, Andrade era uno dei giocatori più rappresentativi della Celeste: prima di conquistare anche il mondiale, aveva già fatto parte delle spedizioni che si erano aggiudicate l’oro olimpico nel 1924 e nel 1928 e aveva vinto tre edizioni della Coppa America (1923, 1924 e 1926). Forse perché di umili origini (prima di votarsi definitivamente al calcio aveva lavorato come lustrascarpe e strillone di giornali) non seppe approfittare dei vantaggi che avrebbe potuto ottenere dalla sua brillante carriera. Morì a cinquantasei anni, malato e in povertà, in quella Montevideo dove aveva messo anche la sua firma sulle pagine della storia del calcio.

Guillermo Stabile – A parziale consolazione della sconfitta subita in finale, l’argentino Guillermo Stabile si aggiudicò per distacco il titolo di capocannoniere dei mondiali: con le sue otto reti sopravanzò l’uruguaiano Cea, che si fermò a cinque. Anch’egli di origini italiane, fece sognare le migliaia di argentini arrivati a Montevideo per l’occasione, portando in vantaggio l’Albiceleste sul finire del primo tempo di gioco della finale. Stabile era un attaccante che i gol se li andava a costruire cercando il confronto coi propri marcatori, per i quali le sue ripetute finte e controfinte risultavano spesso di impossibile lettura. Per questo si guadagnò il soprannome di Filtrador, oltre a dei contratti in Italia nelle file del Genoa prima e del Napoli successivamente. Appesi gli scarpini al chiodo, Stabile ebbe un’ottima carriera da allenatore: con i sei successi conseguiti tra il 1941 e il 1957 con le nazionali di Cile, Argentina, Ecuador e Perù, è l’allenatore che, ad oggi, ha vinto il maggior numero di Coppa America.

LE CURIOSITA’

La Coppa del Mondo – Quando la Celeste potè fregiarsene per prima, il suo nome era quello di Victory perché prendeva spunto da Nike, la vittoria alata mutuata dalla mitologia greca. Alta trenta centimetri per un peso intorno ai quattro chili, fu realizzata da un orafo francese, Abel la Fleur, e costò cinquanta milioni di franchi. Nel 1946 venne ribattezzata col nome del presidente della FIFA Jules Rimet e fu definitivamente assegnata da regolamento nel 1970 al Brasile di Pelè, in qualità di vincitore per la terza volta del campionato mondiale. Trafugata una prima volta in Inghilterra nel 1966 e successivamente ritrovata, la Coppa Rimet venne definitivamente rubata nel 1983 dalla sede della Confederazione Brasiliana di Calcio. La parte dorata del trofeo venne fusa in lingotti per essere venduta. Oggi il Brasile ne possiede solo una copia, commissionata dopo il furto e la conseguente distruzione.
Il primo gol mondiale – Il primo nome impresso sul tabellino dei marcatori della storia dei mondiali è quello del francese Lucien Laurent, mezz’ala sinistra in forza al Sochaux, che il 13 luglio 1930, intorno alle 15,20, mette la palla alle spalle del portiere messicano Oscar Bonfiglio. La partita, vinta 4-1 dai transalpini, per Laurent avrà una seconda parte inattesa in quanto, dopo l’infortunio del portiere Thepot, toccherà proprio a lui prenderne il posto tra i pali e subire il gol della bandiera dei messicani siglato da Juan Carreno al 70°. Giova ricordare che all’epoca le sostituzioni non erano previste.
Disciplina – Già all’epoca dirigenti e allenatori delle squadre di calcio avevano il loro da fare per gestire le esuberanze e la comprensibile voglia di vivere dei ragazzi che facevano parte delle loro compagini. L’Uruguay, per questo motivo, si era data un codice di comportamento abbastanza severo che non prevedeva la possibilità di uscire la sera dal ritiro nemmeno per i calciatori sposati. Comprensibile, quindi, la punizione comminata ad Andres Mazali, portiere campione olimpico con la Celeste nel 1924 e nel 1928, all’alba della mattina in cui venne sorpreso rientrare senza scarpe per non fare rumore: rispedito a casa, perse il posto a favore di Enrique Ballesteros.
Statistiche – La prima edizione del mondiale detiene un record probabilmente imbattibile: delle diciotto partite disputate, nessuna terminò in pareggio. Quasi impensabile, col progressivo allargamento della fase finale dei mondiali a un numero sempre maggiore di partecipanti, che tale statistica possa essere eguagliata.
La finale per il terzo posto – Il primo mondiale della storia è rimasto l’unico che non ha visto disputare la finale per il terzo e quarto posto. Secondo alcuni la partita, seppure in programma, non venne giocata probabilmente per il fatto che la Jugoslavia, che avrebbe dovuto contendere la medaglia di bronzo agli Stati Uniti, non volle scendere in campo in segno di protesta per l’arbitraggio subito nella semifinale coi padroni di casa, persa per 6-1.


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Altri Sport

Lou Gehrig, lo Sportivo che ci ha fatto conoscere la SLA

Daniele Esposito

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Lou Gehrig, il primo caso di Sla

Quando parliamo di SLA, la malattia degenerativa spesso associata agli sportivi, ci viene in mente subito Stefano Borgonovo. Ma la “stronza”, come la chiamava lui,  si palesò al mondo molto tempo prima, attraverso la vita di una Leggenda del Baseball americano, Lou Gehrig, che oggi avrebbe compiuto 115 anni, il primo uomo a cui fu diagnosticata. Questa è la sua storia.

La sua è una storia molto triste, una di quelle storie che fa intuire, però, quanto lo sport sia più che un gioco, una vera e propria fede.

Lou Gehrig, nato a New York nel 1903, è stato il giocatore di baseball che tutti sognano di essere, collezionando statistiche e risultati tra i più gloriosi della storia del baseball. Risultati invidiabili resi possibili dalla sua dedizione per il baseball e per i suoi fan, dai quali traeva una forza e una determinazione senza pari. Nonostante questo, Lou condusse sempre una vita tranquilla e normalissima, senza storie eclatanti, rimanendo, in cuor suo, un semplice giocatore professionista, seppe incarnare alla perfezione lo spirito americano del tempo dimostrandosi un vero Yankee.

Sia i suoi compagni che i suoi avversari lo soprannominarono “The iron horse”, per via della sua straordinaria potenza e resistenza, otre che per la stazza: Lou, infatti, era alto oltre un metro e novanta. Nei New York Yankees stabilì diversi record, giocando ben 2130 partite consecutive, non saltando mai un solo match per 18 anni, nonostante le numerose fratture e contusioni subite durante le partite.

Incredibile, poi, è il numero delle occasioni difensive che eseguì, ben 22.857. Segnò nella sua carriera 493 home run, quarto assoluto nelle graduatorie dei grandi battitori di tutti i tempi, di cui la bellezza di 23 grand slam. Insieme a Babe Ruth formò una coppia leggendaria che diede filo da torcere a tutti i battitori della lega per anni.

Lou e Babe portarono gli Yankees sul tetto del baseball americano per anni.

La vita del cavallo di ferro non fu solo piena di record e di felici risultati sportivi: purtroppo, a Lou Gehrig venne diagnosticata una grave malattia, a quegli anni sconosciuta e senza cura ancora oggi, che minò la sua carriera ma soprattutto la sua salute, costringendolo a smettere di giocare.

Da quel momento in poi, la malattia che lo colpì prese il nome di “morbo di Gehrig”, oggi più conosciuta come SLA “sclerosi laterale amiotrofica”, che affligge 6000 persone in Italia, con un incremento annuale di circa 1500 soggetti.

Il 4 luglio 1939, quando ormai il terribile morbo aveva già fatto il suo corso, venne proclamato il “Lou Gehrig day” ed egli entrò per l’ultima volta nello Yankee Stadium per dare l’addio alla folla che tanto lo aveva acclamato, applaudito e amato.

In 60.000 erano presenti all’evento, compresi il sindaco e le maggiori autorità. Da un lato del diamante, erano schierati i suoi compagni di squadra al completo, sull’altro tutti i vecchi “Yankees” ancora in vita. Venne commemorata la sua incredibile figura, i suoi records e le sue grandi gesta. Quando fu invitato a parlare al microfono salutò e ringraziò il pubblico ed i compagni concludendo con una frase che rimase scolpita a fuoco nei ricordi dei presenti e non solo: “Sebbene io abbia avuto il duro colpo dalla sorte, mi considero l’uomo più fortunato sulla faccia della terra. Ho avuto i migliori genitori e la moglie più perfetta che possa toccare ad un uomo. Ho giocato nella più bella squadra e sotto i due più grandi manager che siano esistiti nel nostro sport. Ringrazio tutti perché ho avuto molto di cui vivere.”

Due anni dopo morì coraggiosamente all’età di 37 anni con la dignità che lo aveva sempre contraddistinto, lasciando dietro di sè il più nobile ricordo che uno sportivo abbia mai lasciato. Come grande tributo nei suoi confronti, venne ritirata la casacca numero 4 che per tanti anni aveva indossato con onore, entrando poco dopo di diritto nella Hall of Fame.

La morte di Lou Gehrig , in quanto giocatore famoso dell’MLB, portò l’opinione pubblica ed i media a far maggiormente luce su questa terribile malattia, all’ora completamente sconosciuta, aiutando così la ricerca e incrementando il sostegno nei riguardi degli sfortunati da essa colpiti.

Nel corso degli anni, sono stati tanti gli sportivi scomparsi a causa della SLA, in tutto il mondo. Ma, grazie a Lou, il mondo ha imparato a conoscerla e combatterla e sono sempre di più le associazioni che si occupano di sostenere e aiutare le persone che sono costrette ad affrontare questo terribile male.

La storia del cavallo d’acciaio ci insegna che lo sport unisce e può fungere da strumento di coesione tra la gente; grazie allo sport persone come Lou non verranno mai dimenticate. Esiste una grande dignità nell’affrontare la malattia nel modo giusto e accettarne le conseguenze: questo è un insegnamento per il quale saremo sempre grati al gigante americano. Perchè morire non vuol dire sempre cadere. Può voler dire diffondere ciò che siamo stati, per sempre.

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Primo piano

Dirk Nowitzki: quando il Basket incontra la matematica

Lorenzo Martini

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Compie oggi 40 anni Dirk Nowitzki, il fenomeno tedesco che in NBA ha fatto la storia sempre con la stessa maglia, quella dei Dallas Mavericks. Un giocatore che deve molto del suo successo ad un uomo e alla matematica.

Aaah, la matematica, una delle materie più odiate dagli studenti italiani! Formule astruse piene zeppe di logaritmi e radici, teoremi su triangoli e trapezi, integrali, derivate..tutte nozioni così distaccate dalla realtà, dalla vita quotidiana, da rendere la matematica la materia incomprensibile per eccellenza.

E’ pur vero che molte delle applicazioni matematiche riguardano scienze più vicine alla quotidianità come la fisica, l’economia e l’ingegneria, ma resta il fatto che se si parla di algebra o geometria, di analisi o probabilità, in molti non possono che strabuzzare gli occhi e sbuffare. Del resto, ma a che mi serve la matematica?

Di risposte più che soddisfacenti ce ne sarebbero a bizzeffe, ma cercandone una tanto provocatoria quanto inaspettata, si potrebbe dire: guardate come gioca Dirk Nowitzki. Sì, sto parlando proprio di lui, di quel gigante tedesco di oltre 2 metri e 10 che ha giocato 20 stagioni in NBA e ha fatto registrare record incredibili: primo giocatore europeo ad essersi laureato MVP – ossia miglior giocatore in assoluto – in una stagione regolamentare nel 2007, vincitore del titolo NBA nel 2010, dall’11 novembre 2014 miglior marcatore non americano di sempre in NBA e di recente ha sfondato il tetto dei 31 mila punti. Insomma, un cestista dalla carriera incredibile, un vincente nato. Ma cosa c’entra con la matematica?

Per capire il nesso è necessario trovare l’anello di congiunzione, e in questo caso l’anello ha un nome e cognome: Holger Geschwindner. Ex-giocatore professionista e rappresentante della Germania nelle Olimpiadi del 1972, il signor Geschwinder è sempre stato noto per la sua eccentricità e le sue idee stravaganti. Oltre ad essere un ottimo cestista è anche una mente sopraffine, tant’è che ottiene una laurea sia in fisica che in matematica. Ma la sua grande passione resta il basket, a cui vorrebbe dedicare tutta la sua vita.

Nel lontano 1994 Holger è sugli spalti di un piccolo palazzetto di Wurzburg, assiste ad una partita di poca rilevanza tra under 18. Ma tutt’a un tratto nota sul parquet un biondino altissimo e tutto pelle e ossa, ma con una grazia nei movimenti stupefacente. E’ un attimo, un flash: Holger capisce che quel ragazzo potrebbe diventare qualcuno, se solo lui potesse provare su di lui tutto quello che ha teorizzato.

A fine match, si avvicina al biondino e gli spiega che gli farebbe piacere fare qualche seduta di allenamento insieme. Gli dice che vede del talento in lui, ma il sedicenne è scettico, non si fida di quello sconosciuto così strambo.

Ma Holger non si arrende, è sicuro di non aver sbagliato sul conto del biondino. Riesce alla fine a contattare i suoi genitori, li convince e organizza un paio di sedute di allenamento. E fu così che il giovanissimo Dirk Nowitzki trovò un coach, una guida che lo accompagnerà per tutta la vita.

 Il ragionamento del dottor Gescwindner è piuttosto semplice: Dirk ha doti atletiche pazzesche, ma in un mondo come quello NBA patirebbe tantissimo la fisicità e la stazza di giocatori grossi anche più di lui, quindi deve trovare un modo per ovviare al problema e risultare immarcabile. Per questo le loro sedute in palestra si concentrano su un unico aspetto del gioco: la ricerca del tiro perfetto.

Ed è qui che Holger sfrutta la matematica per creare qualcosa di assolutamente perfetto. Prima dell’ allenamento si isola dal mondo e fa calcoli complicatissimi: studia differenziali di funzioni, ne fa integrali e derivate, si calcola curve e parabole. Si occupa di argomenti che per la maggior parte delle persone suonano come arabo, ma poi entra in campo, si avvicina a Dirk e gli spiega nei minimi dettagli la meccanica del tiro, corregge i suoi errori, analizza gli aspetti positivi e quelli negativi. Tutto deve essere studiato affinchè il movimento di tiro sia fluido e senza sbavature.

Dirk dal canto suo è di una costanza fuori dal comune: prima di ogni partita inizia ad allenarsi tre quarti d’ora prima degli altri e prova tiri da ogni posizione del campo. Dopo ogni rilascio della palla memorizza sempre più il movimento che deve compiere, lo rende proprio, come fosse per lui naturale. Anche se acquisisce piena sicurezza nei suoi mezzi, Dirk rimane umile, conscio che per essere il miglior tiratore non può fare a meno di migliorarsi e di allenarsi.

 La premiata ditta Nowitzki – Geschwindner non solo riesce ad approdare in NBA nel 1998, ma rivoluziona una buona fetta del gioco. Infatti Holger riesce a plasmare Dirk di modo che diventi un giocatore fuori dagli schemi, ingestibile dalle difese avversarie. A differenza di qualsiasi altro giocatore della sua stazza, Dirk predilige giocare lontano dal canestro, laddove qualsiasi altro centro o ala grande si trova spaesato. Grazie al suo tiro perfetto e alla sua altezza che gli permette di rilasciare la palla molto in alto, il gigante tedesco diviene un giocatore capace di spostare gli equilibri di una partita.

Il resto è storia: le sue vittorie, il suo strepitoso palmarés, le  sovraumane percentuali al tiro in carriera, il rispetto dei compagni, dei coach, degli avversari.

In un’intervista al De Spiegel di qualche anno fa a WunderDirk fu chiesto di spiegare quanto fosse stato importante per la sua carriera l’aiuto di Geschwindner: “Senza di lui ora sarei un noioso businessman o un pittore nell’azienda dei miei genitori”. 

Giusto per ribadire l’incredibile umiltà e riconoscenza di una persona speciale come Dirk. Una persona che non solo ha saputo sapientemente avvalersi della matematica e dell’ingegneria nel basket, ma è stato in grado di stravolgere le visioni di gioco di uno sport, diventando il più forte cestista europeo di tutti i tempi.

 

 



 

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Motori

Kevin Schwantz, il “kamikaze” che ha reso pazzo il motociclismo

Emanuele Catone

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Compie oggi 54 anni Kevin Schwantz, pilota iconico del Motociclismo a cavallo tra gli anni 80 e i 90. Questa è la storia del Kamikaze texano. Un “pazzo” la cui storia vale la pena conoscere.

“Aspetto che il panico cresca, quando la paura si tramuta in visioni celestiali inizio a staccare”. Basterebbe questa sua stessa dichiarazione per sintetizzare al meglio il perché Kevin Schwantz sia diventato uno dei piloti più amati ed ammirati nella storia del motociclismo, nonostante il solo ed unico mondiale vinto nel 1993.

Il texano, che ha gareggiato nella classe 500 dal 1986 al 1995, è stato un personaggio che ha fatto saltare dalla sedia i grandi appassionati e che al contempo ha allargato in maniera esponenziale il pubblico del motorsport, fino a quel momento ancora decisamente di nicchia. A chiunque ragazzino di quel tempo con la passione dei motori si chiedesse quale pilota ammirasse, la risposta era (quasi) sempre la stessa: Kevin Schwantz.

 

Sarà stato per il carattere fortemente esuberante, per la follia messa in pista mista alla semplicità di un ragazzo americano qualsiasi; Kevin ha fatto innamorare tutti. Per trasportarlo all’epoca moderna, è stato un po’ il Valentino Rossi degli anni ‘90; certo molto meno titolato, ma con quella verve da trascinatore che nessun altro aveva.

Il “pilota kamikaze” lo chiamavano nel paddock, per la sua frequenza a finire nella ghiaia pur di staccare più forte dei suoi avversari. Di lui avevano timore, poteva sorpassarti da un momento all’altro in punti impossibili e allo stesso tempo disarcionarti senza remore. Nella hall of fame del motomondiale resterà il contatto con Lawson nel ‘91 durante il GP di Assen dove, per non lasciar passare il pilota della Cagiva, Schwantz staccò più forte e chiuse la porta finendo per toccarsi e finire rovinosamente in un burrone a bordo pista; fortunatamente senza grossi danni collaterali.

Kevin non era proprietario di un grosso bagaglio tecnico in moto, veniva dal cross e questo lo portava ad avere una guida inusuale e mai vista prima il che lo rendeva anche riconoscibile a chilometri di distanza. Aveva, però, un’agilità formidabile; tra le sue mani la Suzuki numero 34 sembrava una bici mentre il texano la piegava in giro per i tracciati del mondo con una sporca eleganza indelebile dalla mente.

I suoi grandi avversari, Wayne Rainey e Mick Doohan su tutti, gli sono sempre arrivati davanti, forse anche immeritatamente, al termine delle stagioni mondiali. L’etichetta immeritata di eterno secondo (o terzo) sembrava doverlo accompagnare per tutta la carriera, finché nel 1993 il Dio dei motori che poco dà e tanto toglie colpì inesorabilmente. In quella stagione Kevin vinse quattro Gran Premi, ma il titolo sembrava comunque dover finire ancora tra le mani di Rainey; a Misano arrivò, però, un giorno che cambiò per sempre la storia del motociclismo, del pilota della Yamaha e di quello della Suzuki Lucky Strike. Il Campione del Mondo in carica perse il controllo della sua moto e finì tragicamente nella ghiaia; il verdetto fu fatale, a vita su una sedia a rotelle. Schwantz si trovò così a lottare contro nessuno e al termine del campionato vinse, per la prima ed unica volta, il titolo iridato.

La grandezza del pilota texano sta anche nell’esser stato uno dei primi piloti, e in generale degli sportivi, ad avere un rapporto diretto e soprattutto aperto con gli organi di stampa. I giornalisti si divertivano a fargli domande, lui non si tirava mai indietro e regalava perle come quella con cui si apre questo articolo.

Il 17 luglio 1995, nella sala stampa del circuito del Mugello, Schwantz annuncia al mondo il suo ritiro dal mondo delle corse. Il suo volto è rigato dalle lacrime. Le lacrime di un uomo, che in quel momento stava diventando leggenda, conscio di non poter più dare a se stesso e agli appassionati la spettacolarità di un tempo. Quelle stesse lacrime che hanno riempito gli occhi dei suoi avversari, dei suoi tifosi, dei giornalisti e di chi semplicemente lo amava. La motivazione che addusse a quella scelta fu, come sempre, pregna del suo essere: “Un tempo mi sentivo alto tre metri e a prova di proiettile. Adesso mi sento solo alto tre metri”.

Il numero 34 venne ritirato dalla Federazione Motociclistica, nessuno avrebbe mai potuto portarlo in carena come ha fatto lui; e anche se fosse ancora disponibile, nessun pilota si sentirebbe altezza di “indossarlo”.

Kevin Schwantz è stato colui che ha aperto il mondo del motociclismo alla modernità, se il motomondiale oggi è quello che vediamo è anche merito suo e del cambiamento epocale che ha portato con il suo modo di vedere questo sport. E ogni volta che tuttora lo si vede in giro per i paddock dei vari GP, un’emozione ci attraversa la spina dorsale; magari con quell’illusoria speranza di vederlo ancora un volta, per un solo giro, sfrecciare in pista come ai vecchi tempi.

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