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Calcio

Road to World Cup: Svezia 1958, il Mondo ai piedi di O’Rei Pelé

Paolo Valenti

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Dopo il mondiale elvetico, la FIFA decise di assegnare l’organizzazione della sesta edizione della coppa del mondo alla Svezia. Nel 1958 entra in vigore il trattato di Roma che istituisce la Comunità Economica Europea e la Comunità Europea dell’Energia Atomica tra Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Di fatto le prove generali della futura Unione Europea, oggi percepita da molti come un giogo indesiderato, all’epoca vissuta come aspirazione ideale alla quale tendere. E’ l’anno in cui Modugno e Dorelli vincono il festival di Sanremo con Nel Blu Dipinto di Blu: paradossale, calcisticamente parlando, se si pensa che quello di Svezia è il primo mondiale al quale l’Italia non riesce a qualificarsi, evento unico nella storia solo fino a pochi mesi fa. E, oltre agli azzurri, anche l’Uruguay, per la prima volta, non ottiene sul campo la qualificazione alla fase finale. Sono tutte presenti, invece, le squadre del Regno Unito (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord), distribuite una per ciascuno dei quattro gironi eliminatori. Prima partecipazione anche per l’Unione Sovietica, campione olimpico a Melbourne nel 1956.
E’ anche l’anno dello schianto aereo di Monaco che, a nove anni di distanza dalla disgrazia di Superga, colpisce un’altra grande squadra del calcio europeo, il Manchester United.  


In finale si afferma il Brasile vent’anni dopo il mondiale francese, quando la sua corsa verso il titolo fu fermata in semifinale dagli azzurri di Vittorio Pozzo. Ma, soprattutto, è la vittoria che lenisce il dolore del Maracanazo, la prima pietra nella costruzione di un’estetica del calcio brasiliano bello e vincente che, nel giro di dodici anni, si impossesserà per sempre dell’immaginario collettivo degli amanti del football di tutto il mondo. Una squadra che fa del gioco offensivo costruito sui voli pindarici dei suoi calciatori un marchio di fabbrica, che esige la disposizione su tre linee orizzontali dei dieci giocatori di movimento: 4-2-4 in fase propositiva, 4-3-3 nei momenti di non possesso palla, col ripiegamento a centrocampo dell’ala sinistra. Interpreti di grandezza assoluta come Didì, Vavà e Garrincha impreziosiscono una selecao che mostra per la prima volta al mondo la luce di un diamante purissimo: Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè, capace di avvicinare l’interpretazione del calcio a forme d’arte alle quali nessuno prima era riuscito ad arrivare. Alla sua prima apparizione sul palcoscenico mondiale colleziona record come Oscar in una notte di Hollywood: più giovane marcatore in una Coppa del Mondo e più giovane giocatore a vincere un mondiale ad appena diciassette anni e mezzo. Il suo soprannome può essere solo uno: O’ Rei.         


I RISULTATI

Tutti i risultati del Mondiale Svezia 1958


LE CURIOSITA’
Un quarto d’ora accademico

Le partite di calcio, soprattutto quelle dei mondiali, hanno un pregio non comune: sono, con poche eccezioni, puntualissime. Tra le eccezioni rientrò appieno Paraguay-Scozia, poi finita 3-2, che fece registrare un ritardo di quindici minuti. Motivo? Il portiere paraguaiano Aguilar fu costretto dall’arbitro a rientrare negli spogliatoi per trovare una divisa differente da quella con la quale si era presentato in campo che, essendo monocolore, avrebbe potuto generare confusione nella direzione della gara.

Quando non c’era il VAR
Nel match Galles-Ungheria, vinto 2-1 dai britannici, i magiari si trovarono paradossalmente in dieci nonostante avessero appena ricevuto un fallo a favore, fischiato dall’arbitro per un intervento subito da Sipos. Per motivi imprecisati un compagno di Sipos, Antal Kotász, disse qualcosa di poco ortodosso all’arbitro che, giratosi, pensò che a proferire la frase fosse stato il giocatore che aveva subito il fallo. Cartellino rosso per Sipos dal sapore antico dal momento che oggi, con l’intervento del VAR, lo scambio di identità avrebbe potuto essere corretto e il cartellino rosso reindirizzato.

Tutto il mondo è paese
Negativa la spedizione in Svezia della nazionale argentina, eliminata al primo turno del mondiale senza vincere neanche una partita e battuta con un devastante 6-1 dalla Cecoslovacchia. Al rientro in patria i tifosi dell’Albiceleste, inferociti, attesero i giocatori all’aeroporto di Buenos Aires, dove dettero sfogo alla loro rabbia con insulti e lancio di monete che costrinsero la polizia a ricorrere agli idranti per dissipare la folla accorsa.

No pain no gain
Il Brasile, consapevole del potenziale assoluto della sua rosa e desideroso di riscattare l’onta consumatasi al Maracanà otto anni prima, preparò il mondiale del 1958 col massimo scrupolo, cercando di non lasciare nulla al caso. Fu così che Didì, Vavà, Pelè e compagni furono costretti ad affrontare un ritiro lungo tre mesi, nel quale il commissario tecnico Feola si avvalse della collaborazione di numerosi specialisti, ricorrendo anche al supporto di uno psicologo.

Italo-svedesi
Assente la nazionale azzurra, l’Italia fu parzialmente rappresentata al mondiale dai giocatori svedesi che militavano nel nostro campionato: Liedholm vestiva la maglia del Milan, Gustavsson era di stanza a Bergamo, Hamrin a Padova mentre Selmosson giocava nella Lazio e Skoglund nell’Inter. Anche Gunnar Gren, all’epoca trentottenne, aveva un glorioso passato nel nostro paese: insieme a Nordahl e Liedholm, infatti, aveva dato vita al celeberrimo trio Gre-No-Li che mieteva successi col Milan dei primi anni cinquanta. Vestì anche le maglie della Fiorentina e del Genoa.

LA FINALE
28 giugno 1958, Rasundastadion di Solna, contea di Stoccolma: è qui che i padroni di casa svedesi e il Brasile si affrontano per vincere la sesta edizione della coppa Rimet. Entrambe lanciatissime, coi sudamericani che, per individualità e fame di risultati, sembrano più pronti a raccogliere l’eredità della Germania Ovest. L’inizio è subito pirotecnico: dopo quattro minuti il capitano scandinavo Liedholm supera due avversari e infila la porta di Gilmar. È il gol segnato dal giocatore più anziano in una coppa del mondo, un record a tutt’oggi imbattuto. Piove e le condizioni atmosferiche fanno sperare ai padroni di casa di avere un alleato naturale per contrastare l’abilità tecnica dei calciatori brasiliani. I quali però, invece che accusare il colpo, reagiscono immediatamente e, nel giro di cinque minuti, raggiungono il pareggio: Garrincha, Pelè, Vavà, gol. La Svezia continua a giocare, non depone le armi anzitempo. Ma la forza dei verdeoro si esprime in tutto il suo potenziale: Pelè colpisce un palo prima che, poco dopo la mezz’ora, sia ancora Vavà, su assist di Garrincha, a mettere la palla alle spalle del portiere Svensson. Alla Svezia servirebbe la spinta delle sue cheerleader che prima di quella partita hanno sostenuto i beniamini locali con le loro evoluzioni a bordo campo. Il Brasile ha però ottenuto dalla FIFA l’ok per vietarne la presenza nello svolgimento della finale.

Bastano dieci minuti nel secondo tempo per capire con certezza chi alzerà la coppa a fine partita: Pelè mostra tutto il suo talento e la sua fisicità stoppando dapprima un pallone di petto in mezzo all’area di rigore, superando il suo diretto avversario con un pallonetto e calciando al volo in rete la palla nella sua traiettoria di ricaduta. Un gol fantastico che azzera le speranze degli svedesi e definisce l’inerzia della partita verso un 5-2 finale sul quale appongono i loro nomi Zagallo, Simonsson e, all’ultimo minuto, ancora Pelè di testa. Una vittoria senza discussioni in quella che, ad oggi, è stata la finale mondiale più ricca di gol in assoluto.

In patria è festa grande tanto che si registrano sette decessi per infarto tra la popolazione e una settimana intera di canti, balli e stelle filanti a celebrare una squadra ricca di classe e pronta ad aprire un ciclo di vittorie che il Brasile aspettava da tempo. Nel giro di campo celebrativo del dopo partita, i giocatori verdeoro (per l’occasione in maglia blu visto che il sorteggio aveva assegnato ai padroni di casa il diritto di indossare la maglia gialla) vengono applauditi non solo perché ostentano una grande bandiera svedese: il loro valore è tale da non poter non essere riconosciuto.

I PROTAGONISTI

Just Fontaine – Il capocannoniere del torneo fu uno dei pochi protagonisti non brasiliani a riuscire a ritagliarsi un ruolo di rilievo nella storia dei mondiali del 1958. Nativo del Marocco, Just Fontaine, con i suoi tredici gol, trascinò la Francia verso un meritato terzo posto, risultato al quale contribuì fattivamente andando a segno in ogni partita disputata dai galletti transalpini: quattro gol ai campioni in carica della Germania Ovest nella finale di consolazione, tre gol al Paraguay, due alla Jugoslavia e all’Irlanda, uno a Scozia e Brasile. Considerato inizialmente una riserva, seppe alla fine conquistare un record, quello dei gol segnati in un solo campionato del mondo, tutt’oggi imbattuto. Era un attaccante guizzante ed opportunista con un eccezionale fiuto del gol e un notevole coraggio che ebbe la conseguenza di procurargli seri infortuni che lo costrinsero ad appendere gli scarpini al chiodo ad appena ventinove anni. Con trenta reti in ventuno presenze è il quinto marcatore di tutti i tempi della nazionale francese, primo assoluto per media realizzativa con 1,43 gol a partita.              

Garrincha – Manoel Francisco dos Santos, per tutti Garrincha, insieme a Pelè fu probabilmente il maggiore artefice della vittoria del Brasile in Svezia. Era un’ala destra a tutto tondo: imprevedibile, veloce, tecnicamente sopraffino: ad ogni partita deliziava il pubblico con overdose di talento capaci di sorprendere avversari e compagni di squadra. Visse sempre al confine degli eccessi tra la sublime arte del calcio che rappresentava e le debolezze di una vita privata che non riuscì mai ad indirizzare nel verso giusto. La sua capacità di disorientare gli avversari era anche la conseguenza di una numerosa serie di imperfezioni che la natura gli aveva imposto e dalle quali seppe ottenere gioia e successi che in chiunque altro si sarebbero tradotte in mere frustrazioni: la spina dorsale non allineata, il bacino asimmetrico, sei centimetri di differenza tra una gamba e l’altra, ginocchio destro valgo e sinistro varo spinsero i medici a sconsigliargli di giocare a calcio. Ma lui era Garrincha e per il calcio era nato. Un soprannome che gli dette la sorella quando, ragazzino, era solito cacciare quella specie di uccelli alla quale, in fondo, lui stesso somigliava una volta sceso in campo. Nel suo errare disordinato, negli anni settanta passò del tempo anche in Italia, giocando qualche partita in approssimative rappresentative di amatori. Per lui non era un problema transitare dai fasti di un mondiale al calcio di strada, lui che era l’Alegria do Povo, la gioia del popolo. Se ne andò presto in povertà, consumato dai vizi e dall’incoscienza, lasciando malinconicamente negli occhi di chi l’aveva ammirato il ricordo di giocate altrimenti inimmaginabili.

L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Nils Liedholm, capitano della Svezia nel 1958, rilasciò a vari organi di stampa.

Liedholm, ci vuole raccontare perché alcuni di voi giocarono la finale contro il Brasile coi capelli rasati?

Fu un episodio divertente che non potrò mai dimenticare. Eravamo in ritiro, si parlava di quello che avremmo potuto fare al mondiale. Io e il portiere Kalle Svensson pensavamo che non saremmo mai arrivati in finale mentre i nostri compagni scommisero il contrario. Tutti insieme decidemmo che, se ce l’avessimo fatta ad arrivare in fondo, io e Svensson avremmo dovuto raparci. Ovviamente, se fossimo stati eliminati prima, quella sorte sarebbe toccata ai nostri compagni.

In finale ci arrivaste…
Ed è il motivo per cui io e Svensson giocammo coi capelli della parte alta della testa tagliati a zero!

Come fu quella finale?
Una partita molto bella. Il Brasile aveva una formazione fortissima, giocava con calciatori del calibro di Pelè, Gilmar, Nilton Santos, Garrincha, Didì, Vavà, Zagallo. Dei veri fenomeni.     

Pensaste di poter vincere?

Dopo il mio gol iniziale un pensierino a diventare campioni del mondo lo facemmo. Ma durò davvero poco perché Vavà pareggiò dopo cinque minuti e alla distanza la classe dei giocatori brasiliani si impose. Per noi non ci fu nulla da fare. 

 

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Makana Football: il calcio di Mandela nel carcere dove trascorse 18 anni

Federico Corona

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Il 18 Luglio 1918 nasceva Nelson Mandela, il simbolo della lotta all’Apartheid in Sudafrica e Presidente di un Paese che ancora oggi vive di tante contraddizioni. Dei 26 anni di carcere, 18 li trascorse a Robben Island, la prigione in cui l’unica speranza fu rappresentata da un pallone che rotolava e da un campionato creato dai detenuti. Ecco la storia della Makana Football Association.

Provano continuamente a farci credere che il calcio sia solo uno sport, un gioco come un altro, un semplice divertissement. Un declassamento puntuale e lapidario, spesso avvalorato dal presunto spessore intellettuale dei suoi detrattori che aumenta il rischio di credere a questa bruciante verità. E nello scomodo contraddittorio con questi tali, tirare in ballo illustri pensatori che si sono fatti portabandiera del calcio elevandone i valori intrinsechi serve a poco.

Cosa c’è di profondo e vitale nel tirare calci a un pallone? Albert Camus sosteneva che tutto quello che sapeva sulla vita lo doveva al calcio? Al diavolo, lui e le sue iperboli. Nietzsche poteva credere soltanto a quei pensieri che sono anche una festa per i muscoli? Forse si era già ammattito e comunque non parlava certo del pensiero di correre come dei forsennati dietro a un oggetto sferico.

Quasi vien da credergli e abbracciare il disincanto, se non fosse per la moltitudine di storie che hanno visto il calcio e lo sport come motore di cambiamenti epocali, grandi rivoluzioni, fiamme vive di speranza in mezzo alla più desolante disperazione.

Robben Island, 1964. In questo isolotto arido a 12 km di distanza dalle coste di Cape Town, sorgeva il carcere di massima sicurezza dove venivano portati i prigionieri politici durante il periodo dell’apartheid in Sudafrica. Un lembo di terra brulla e sassi diventato simbolo della segregazione razziale, un inferno che ha tracciato una linea di demarcazione lunga trent’anni in cui l’idea che bianchi e neri potessero sedere allo stesso tavolo voleva essere seppellita per sempre.

Un giorno, uno dei tanti giorni segnati da violenze, torture e repressioni, nei corridoi del carcere ecco comparire una palla creata con delle magliette annodate con cui alcuni detenuti cominciano a giocare. Il calcio, come qualsiasi altra cosa a Robben Island, era severamente vietato, ma quel desiderio di giocare era talmente forte da non poter essere sopito con pestaggi o minacce di isolamento, tanto da creare i presupposti per una prima vera resistenza dei reclusi. Sapevano bene quello a cui andavano incontro: punizioni corporali, aumento delle ore di lavoro forzato e due giorni di digiuno, ma decisero ugualmente di opporsi. Uniti da un desiderio comune, ogni settimana, per tre anni, a turno i detenuti chiedevano di poter prendere a calci quelle palle rudimentali, fino a quando il permesso non fu accordato.

Utilizzando dei legni trascinati a riva dal mare e le reti da pesca che una mareggiata aveva portato lontano da Cape Town allestirono le porte. Così da avere dei riferimenti con cui giocare e dei riferimenti a cui aggrapparsi per non essere divorati dalla collera di marcire in quell’ignobile angolo di mondo a vita.

L’angusta monotonia delle giornate da carcerati e uomini dimenticati, degli assordanti silenzi e delle urla disperate, accolse un improvviso e dirompente spiraglio di luce che filtrava dalle sbarre delle celle ad ogni nuova alba, lasciando intravedere un orizzonte fino a quel momento impossibile da scrutare.

Era la luce della speranza, che spinse i detenuti a mettere da parti le divisioni politiche e consorziarsi, limitando le ribellioni per avere in cambio divise e scarpe. 30 minuti ogni sabato, si cominciò così. Questi danno picconate dalla mattina alla sera, figuriamoci se avranno la forza di giocare più di mezz’ora, pensavano le guardie. E si sbagliavano, perché una volta messo piede in quel campo improvvisato la stanchezza accumulata durante la giornata veniva soggiogata dalla carica agonistica, dalla sensazione di libertà che solo il calcio gli poteva dare.

Più passava il tempo, più il calcio a Robben Island diventava una cosa seria, e la presenza tra i detenuti di docenti, scienziati, avvocati ed educatori, quasi tutti futuri ministri del nuovo Sudafrica libero, permise di creare mattone dopo mattone, richiesta dopo richiesta, una vero e proprio campionato interno e una lega che lo potesse disciplinare seguendo i regolamenti ufficiali della FIFA, raccolti in uno dei pochi volumi disponibili nella biblioteca del carcere. Ci volle poco perché gli eruditi detenuti dessero vita a una federazione calcistica sull’impronta di quelle vere, sparse in tutto il mondo ma non di certo in un’isola detentiva nel mezzo del Pacifico. Nacque la Makana Football Association, chiamata così in onore del condottiero zulu Makana, ucciso circa un secolo prima mentre tentava di evadere dal carcere, che prima di essere luogo simbolo dell’apartheid fu colonia per i lebbrosi.

La partita inaugurale del primo campionato ufficiale fu tra i Rangers e i Bucks, e tra i protagonisti di quella che poi divenne una partita storica, figurava l’attuale presidente del Sudafrica Jacob Zuma, che a distanza di 50 anni, forte di quella rivoluzione culturale vissuta attraverso il calcio a Robben Island, non fece di certo fatica a battersi con tutte le sue forze per l’assegnazione del Mondiale di Calcio al Paese che lui stesso, con quella partita in carcere, aveva contribuito a creare.

Perché la gestione strutturale della Makana F.A., resa più complessa dalle condizioni di detenzione, fu il preludio di quella che poi sarebbe stata l’organizzazione dell’assetto politico e sociale del Sudafrica post-coloniale, come ben raccontato da Chuck Korr, professore dell’Università del Missouri, nel suo libro “More than just a game”, uscito in Italia nel 2009 per Iacobelli editore: “il calcio dava loro piacere e speranza. Organizzare la Lega li metteva alla prova ogni giorno: saper gestire il football in quelle condizioni estreme voleva dire essere in grado di poter guidare, un giorno il Paese. Scrivere un corretto referto arbitrale era l’esercizio per scrivere, una volta liberi, una buona legge”.

Lì, nell’oblio di quel fazzoletto di terra segnato dalla più aspra repressione, si è formata la nuova classe dirigente del Sudafrica. Lì, dove l’utopia della convivenza interazziale voleva essere cancellata, sono state costruite le fondamenta di un paese libero. E sempre lì, la matricola 466/64 Nelson Mandela trascorse 18 dei suoi 27 anni di prigionia in condizioni terribili. A lui, come molti altri prigionieri nel ramo di massima sicurezza, non fu mai permesso di assistere a una delle partite del campionato di Robben Island. Eppure, proprio un girone più in là di quell’inferno, i suoi compagni di detenzione stavano partecipando a quella lotta di cui Madiba era stato condottiero, senza ricorrere alla violenza, ma cavalcando la forza prorompente del calcio.

Mandela ebbe modo di calcare quel terreno di gioco dove fu scritta una pagina fondamentale della storia del suo Paese. Lo fece in occasione dei suoi 89 anni, che coincise con la cerimonia di affiliazione della Makana Football Association come membro onorario della FIFA, nel 2007. In quella giornata speciale, un giovane Samuel Eto’o e il vicepresidente FIFA Jack Warner sancirono lo storico momento calciando tra i pali consumati due degli 89 palloni preparati per festeggiare il compleanno di Mandela e il traguardo raggiunto dalla Makana F.A.

Dopo essere stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità per “il trionfo dello spirito umano”, oggi Robben Island, da monumento alla tirannia e all’oppressione brutale dell’apartheid è diventata ambita meta turistica, non più raggiungibile attraverso le dias (imbarcazioni di fortuna sulle quali venivano deportati i prigionieri politici) ma semplicemente prendendo un traghetto che in mezz’ora porta da Cape Town all’“isola delle foche”. Qui, in quest’isola dove si respira aria di storia, grazie al football è stato concepito il Sudafrica democratico. Perché “lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Lo sport può svegliare la speranza dove c’è disperazione”, diceva Mandela.

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Calcio

Giacinto Facchetti: dalla grande Inter alle accuse di Palazzi

Simone Nastasi

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Avrebbe compiuto oggi 76 anni Giacinto Facchetti, storico capitano dell’Inter di Herrera Campione di tutto e Presidente dei nerazzurri accusato da Palazzi di illecito sportivo.

C’è un’immagine nella storia recente dell’Inter che i tifosi nerazzurri non possono dimenticare. Una fotografia scattata nella notte magica del 25 maggio del 2010, quando l’Inter di Josè Mourinho ritornò dopo 45 anni sul trono più alto d’Europa vincendo quella che una volta si chiamava la Coppa dei Campioni. E’ l’immagine che ritrae Esteban Cambiasso, centrocampista argentino di quella Inter, che festeggia al centro del campo insieme ai suoi compagni. Indossa una maglietta a strisce nerazzurre che però non è la maglietta della finale. E’ una casacca antica con una stella gialla. E’ una maglietta che risale ai tempi della Grande Inter di Helenio Herrera. Ed è la maglietta che fu di Giacinto Facchetti. Per gli amici il Cipe. Come lo apostrofò Herrera la prima volta che lo vide (El Mago in verità sbagliò il suo cognome chiamandolo Cipelletti). Della Grande Inter di Helenio Herrera (e di Angelo Moratti), Giacinto Facchetti era il terzino e il capitano. Che insieme a Tarcisio Burgnich formò una delle migliori coppie di terzini fluidificanti (anni dopo ci sarà quella composta da Tassotti e Maldini sulla sponda rossonera) che il calcio italiano abbia mai avuto. Che da giocatore, con la maglia dell’Inter, vinse praticamente tutto quello che c’era da vincere: 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali.

Con la maglia della Nazionale italiana, dopo aver conquistato il campionato Europeo nel 1968, si piazzò secondo ai Mondiali del 1970 (vinse il Brasile di Pelè). Era l’anima “buona” della Grande Inter di Herrera. “Pica mia” (non picchiava) ricorda la Gazzetta dello Sport, “prendeva a pedate solo il pallone”. In carriera venne espulso una volta sola e per proteste nei confronti dell’arbitro al quale, a fine partita volle chiedere scusa. Era considerato uomo saggio e retto, “un uomo trasparente” lo definì Dino Zoff. Anni più tardi, dell’Inter che apparterrà al figlio di Angelo, Massimo, diventerà il presidente. Farà in tempo a vincere uno scudetto (con l’Inter guidata da Roberto Mancini), anche se assegnato di ufficio dopo l’inchiesta di Calciopoli.  Non riuscì invece a vedere l’Inter di Mourinho, che conquistò la terza Coppa dei Campioni della storia nerazzurra. L’unico neo le dichiarazioni del Procuratore Federale Stefano Palazzi che nel luglio del 2011, al termine dell’inchiesta Calciopoli bis lo accusò di aver commesso illecito sportivo. Il processo comunque non arrivò mai a sentenza perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione. Facchetti che nel 2011 era già morto, dalle accuse di Palazzi, purtroppo, non si è mai potuto difendere. Ci pensò Moratti figlio ad indignarsi per lui.

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L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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