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Calcio

Road to World Cup: Svezia 1958, il Mondo ai piedi di O’Rei Pelé

Paolo Valenti

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Dopo il mondiale elvetico, la FIFA decise di assegnare l’organizzazione della sesta edizione della coppa del mondo alla Svezia. Nel 1958 entra in vigore il trattato di Roma che istituisce la Comunità Economica Europea e la Comunità Europea dell’Energia Atomica tra Italia, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Di fatto le prove generali della futura Unione Europea, oggi percepita da molti come un giogo indesiderato, all’epoca vissuta come aspirazione ideale alla quale tendere. E’ l’anno in cui Modugno e Dorelli vincono il festival di Sanremo con Nel Blu Dipinto di Blu: paradossale, calcisticamente parlando, se si pensa che quello di Svezia è il primo mondiale al quale l’Italia non riesce a qualificarsi, evento unico nella storia solo fino a pochi mesi fa. E, oltre agli azzurri, anche l’Uruguay, per la prima volta, non ottiene sul campo la qualificazione alla fase finale. Sono tutte presenti, invece, le squadre del Regno Unito (Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord), distribuite una per ciascuno dei quattro gironi eliminatori. Prima partecipazione anche per l’Unione Sovietica, campione olimpico a Melbourne nel 1956.
E’ anche l’anno dello schianto aereo di Monaco che, a nove anni di distanza dalla disgrazia di Superga, colpisce un’altra grande squadra del calcio europeo, il Manchester United.  


In finale si afferma il Brasile vent’anni dopo il mondiale francese, quando la sua corsa verso il titolo fu fermata in semifinale dagli azzurri di Vittorio Pozzo. Ma, soprattutto, è la vittoria che lenisce il dolore del Maracanazo, la prima pietra nella costruzione di un’estetica del calcio brasiliano bello e vincente che, nel giro di dodici anni, si impossesserà per sempre dell’immaginario collettivo degli amanti del football di tutto il mondo. Una squadra che fa del gioco offensivo costruito sui voli pindarici dei suoi calciatori un marchio di fabbrica, che esige la disposizione su tre linee orizzontali dei dieci giocatori di movimento: 4-2-4 in fase propositiva, 4-3-3 nei momenti di non possesso palla, col ripiegamento a centrocampo dell’ala sinistra. Interpreti di grandezza assoluta come Didì, Vavà e Garrincha impreziosiscono una selecao che mostra per la prima volta al mondo la luce di un diamante purissimo: Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè, capace di avvicinare l’interpretazione del calcio a forme d’arte alle quali nessuno prima era riuscito ad arrivare. Alla sua prima apparizione sul palcoscenico mondiale colleziona record come Oscar in una notte di Hollywood: più giovane marcatore in una Coppa del Mondo e più giovane giocatore a vincere un mondiale ad appena diciassette anni e mezzo. Il suo soprannome può essere solo uno: O’ Rei.         


I RISULTATI

Tutti i risultati del Mondiale Svezia 1958


LE CURIOSITA’
Un quarto d’ora accademico

Le partite di calcio, soprattutto quelle dei mondiali, hanno un pregio non comune: sono, con poche eccezioni, puntualissime. Tra le eccezioni rientrò appieno Paraguay-Scozia, poi finita 3-2, che fece registrare un ritardo di quindici minuti. Motivo? Il portiere paraguaiano Aguilar fu costretto dall’arbitro a rientrare negli spogliatoi per trovare una divisa differente da quella con la quale si era presentato in campo che, essendo monocolore, avrebbe potuto generare confusione nella direzione della gara.

Quando non c’era il VAR
Nel match Galles-Ungheria, vinto 2-1 dai britannici, i magiari si trovarono paradossalmente in dieci nonostante avessero appena ricevuto un fallo a favore, fischiato dall’arbitro per un intervento subito da Sipos. Per motivi imprecisati un compagno di Sipos, Antal Kotász, disse qualcosa di poco ortodosso all’arbitro che, giratosi, pensò che a proferire la frase fosse stato il giocatore che aveva subito il fallo. Cartellino rosso per Sipos dal sapore antico dal momento che oggi, con l’intervento del VAR, lo scambio di identità avrebbe potuto essere corretto e il cartellino rosso reindirizzato.

Tutto il mondo è paese
Negativa la spedizione in Svezia della nazionale argentina, eliminata al primo turno del mondiale senza vincere neanche una partita e battuta con un devastante 6-1 dalla Cecoslovacchia. Al rientro in patria i tifosi dell’Albiceleste, inferociti, attesero i giocatori all’aeroporto di Buenos Aires, dove dettero sfogo alla loro rabbia con insulti e lancio di monete che costrinsero la polizia a ricorrere agli idranti per dissipare la folla accorsa.

No pain no gain
Il Brasile, consapevole del potenziale assoluto della sua rosa e desideroso di riscattare l’onta consumatasi al Maracanà otto anni prima, preparò il mondiale del 1958 col massimo scrupolo, cercando di non lasciare nulla al caso. Fu così che Didì, Vavà, Pelè e compagni furono costretti ad affrontare un ritiro lungo tre mesi, nel quale il commissario tecnico Feola si avvalse della collaborazione di numerosi specialisti, ricorrendo anche al supporto di uno psicologo.

Italo-svedesi
Assente la nazionale azzurra, l’Italia fu parzialmente rappresentata al mondiale dai giocatori svedesi che militavano nel nostro campionato: Liedholm vestiva la maglia del Milan, Gustavsson era di stanza a Bergamo, Hamrin a Padova mentre Selmosson giocava nella Lazio e Skoglund nell’Inter. Anche Gunnar Gren, all’epoca trentottenne, aveva un glorioso passato nel nostro paese: insieme a Nordahl e Liedholm, infatti, aveva dato vita al celeberrimo trio Gre-No-Li che mieteva successi col Milan dei primi anni cinquanta. Vestì anche le maglie della Fiorentina e del Genoa.

LA FINALE
28 giugno 1958, Rasundastadion di Solna, contea di Stoccolma: è qui che i padroni di casa svedesi e il Brasile si affrontano per vincere la sesta edizione della coppa Rimet. Entrambe lanciatissime, coi sudamericani che, per individualità e fame di risultati, sembrano più pronti a raccogliere l’eredità della Germania Ovest. L’inizio è subito pirotecnico: dopo quattro minuti il capitano scandinavo Liedholm supera due avversari e infila la porta di Gilmar. È il gol segnato dal giocatore più anziano in una coppa del mondo, un record a tutt’oggi imbattuto. Piove e le condizioni atmosferiche fanno sperare ai padroni di casa di avere un alleato naturale per contrastare l’abilità tecnica dei calciatori brasiliani. I quali però, invece che accusare il colpo, reagiscono immediatamente e, nel giro di cinque minuti, raggiungono il pareggio: Garrincha, Pelè, Vavà, gol. La Svezia continua a giocare, non depone le armi anzitempo. Ma la forza dei verdeoro si esprime in tutto il suo potenziale: Pelè colpisce un palo prima che, poco dopo la mezz’ora, sia ancora Vavà, su assist di Garrincha, a mettere la palla alle spalle del portiere Svensson. Alla Svezia servirebbe la spinta delle sue cheerleader che prima di quella partita hanno sostenuto i beniamini locali con le loro evoluzioni a bordo campo. Il Brasile ha però ottenuto dalla FIFA l’ok per vietarne la presenza nello svolgimento della finale.

Bastano dieci minuti nel secondo tempo per capire con certezza chi alzerà la coppa a fine partita: Pelè mostra tutto il suo talento e la sua fisicità stoppando dapprima un pallone di petto in mezzo all’area di rigore, superando il suo diretto avversario con un pallonetto e calciando al volo in rete la palla nella sua traiettoria di ricaduta. Un gol fantastico che azzera le speranze degli svedesi e definisce l’inerzia della partita verso un 5-2 finale sul quale appongono i loro nomi Zagallo, Simonsson e, all’ultimo minuto, ancora Pelè di testa. Una vittoria senza discussioni in quella che, ad oggi, è stata la finale mondiale più ricca di gol in assoluto.

In patria è festa grande tanto che si registrano sette decessi per infarto tra la popolazione e una settimana intera di canti, balli e stelle filanti a celebrare una squadra ricca di classe e pronta ad aprire un ciclo di vittorie che il Brasile aspettava da tempo. Nel giro di campo celebrativo del dopo partita, i giocatori verdeoro (per l’occasione in maglia blu visto che il sorteggio aveva assegnato ai padroni di casa il diritto di indossare la maglia gialla) vengono applauditi non solo perché ostentano una grande bandiera svedese: il loro valore è tale da non poter non essere riconosciuto.

I PROTAGONISTI

Just Fontaine – Il capocannoniere del torneo fu uno dei pochi protagonisti non brasiliani a riuscire a ritagliarsi un ruolo di rilievo nella storia dei mondiali del 1958. Nativo del Marocco, Just Fontaine, con i suoi tredici gol, trascinò la Francia verso un meritato terzo posto, risultato al quale contribuì fattivamente andando a segno in ogni partita disputata dai galletti transalpini: quattro gol ai campioni in carica della Germania Ovest nella finale di consolazione, tre gol al Paraguay, due alla Jugoslavia e all’Irlanda, uno a Scozia e Brasile. Considerato inizialmente una riserva, seppe alla fine conquistare un record, quello dei gol segnati in un solo campionato del mondo, tutt’oggi imbattuto. Era un attaccante guizzante ed opportunista con un eccezionale fiuto del gol e un notevole coraggio che ebbe la conseguenza di procurargli seri infortuni che lo costrinsero ad appendere gli scarpini al chiodo ad appena ventinove anni. Con trenta reti in ventuno presenze è il quinto marcatore di tutti i tempi della nazionale francese, primo assoluto per media realizzativa con 1,43 gol a partita.              

Garrincha – Manoel Francisco dos Santos, per tutti Garrincha, insieme a Pelè fu probabilmente il maggiore artefice della vittoria del Brasile in Svezia. Era un’ala destra a tutto tondo: imprevedibile, veloce, tecnicamente sopraffino: ad ogni partita deliziava il pubblico con overdose di talento capaci di sorprendere avversari e compagni di squadra. Visse sempre al confine degli eccessi tra la sublime arte del calcio che rappresentava e le debolezze di una vita privata che non riuscì mai ad indirizzare nel verso giusto. La sua capacità di disorientare gli avversari era anche la conseguenza di una numerosa serie di imperfezioni che la natura gli aveva imposto e dalle quali seppe ottenere gioia e successi che in chiunque altro si sarebbero tradotte in mere frustrazioni: la spina dorsale non allineata, il bacino asimmetrico, sei centimetri di differenza tra una gamba e l’altra, ginocchio destro valgo e sinistro varo spinsero i medici a sconsigliargli di giocare a calcio. Ma lui era Garrincha e per il calcio era nato. Un soprannome che gli dette la sorella quando, ragazzino, era solito cacciare quella specie di uccelli alla quale, in fondo, lui stesso somigliava una volta sceso in campo. Nel suo errare disordinato, negli anni settanta passò del tempo anche in Italia, giocando qualche partita in approssimative rappresentative di amatori. Per lui non era un problema transitare dai fasti di un mondiale al calcio di strada, lui che era l’Alegria do Povo, la gioia del popolo. Se ne andò presto in povertà, consumato dai vizi e dall’incoscienza, lasciando malinconicamente negli occhi di chi l’aveva ammirato il ricordo di giocate altrimenti inimmaginabili.

L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Nils Liedholm, capitano della Svezia nel 1958, rilasciò a vari organi di stampa.

Liedholm, ci vuole raccontare perché alcuni di voi giocarono la finale contro il Brasile coi capelli rasati?

Fu un episodio divertente che non potrò mai dimenticare. Eravamo in ritiro, si parlava di quello che avremmo potuto fare al mondiale. Io e il portiere Kalle Svensson pensavamo che non saremmo mai arrivati in finale mentre i nostri compagni scommisero il contrario. Tutti insieme decidemmo che, se ce l’avessimo fatta ad arrivare in fondo, io e Svensson avremmo dovuto raparci. Ovviamente, se fossimo stati eliminati prima, quella sorte sarebbe toccata ai nostri compagni.

In finale ci arrivaste…
Ed è il motivo per cui io e Svensson giocammo coi capelli della parte alta della testa tagliati a zero!

Come fu quella finale?
Una partita molto bella. Il Brasile aveva una formazione fortissima, giocava con calciatori del calibro di Pelè, Gilmar, Nilton Santos, Garrincha, Didì, Vavà, Zagallo. Dei veri fenomeni.     

Pensaste di poter vincere?

Dopo il mio gol iniziale un pensierino a diventare campioni del mondo lo facemmo. Ma durò davvero poco perché Vavà pareggiò dopo cinque minuti e alla distanza la classe dei giocatori brasiliani si impose. Per noi non ci fu nulla da fare. 

 

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Giornata della Terra: la grandiosa sfida dello Stadio Zero Impact dei Forest Green Rovers

Matteo Luciani

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Oggi si celebra la Giornata della Terra, dedicata alla salvaguardia dell’ambiente e all’ecosostenibilità. Per celebrarla vi raccontiamo l’ambizioso progetto presentato lo scorso anno da parte di una squadra inglese: uno stadio a zero impatto.

I Forest Green Rovers, club d’oltremanica militante in Conference National (quinta serie inglese), hanno svelato pochi giorni fa il proprio piano assolutamente rivoluzionario per costruire il loro nuovo impianto. Si tratterà di uno stadio fatto al 100% in legno.

La società che ha ideato l’Aquatic Centre di Londra, impianto appositamente realizzato per le Olimpiadi di Londra del 2012, la Greenbuilding, sarà responsabile dei lavori per questo sensazionale progetto, che prevede 5000 posti a sedere.

Si tratterebbe del primo stadio in assoluto di questo tipo e farebbe parte del piano di sviluppo da cento milioni di sterline, denominato EcoPark, promosso dal club.

La metà dell’Eco Park verrà occupata, oltre che dallo stadio, da molte altre strutture sportive, come campi di allenamento da calcio (indoor ed outdoor), impianti destinati ad altri sport e pure un edificio dedicato a studi scientifici sul mondo dello sport.

Il restante 50% del terreno sarà costituito da un parco fatto di uffici commerciali costruiti unicamente mediante risorse sostenibili; un progetto che dovrebbe riuscire a creare oltre 4000 posto di lavoro.

Riguardo al nuovo impianto, il presidente dei Forest Green Rovers, Dale Vince, ha rilasciato dichiarazioni, giustamente, entusiastiche. Queste le sue parole:

La Greenbuilding (studio del rivoluzionario architetto Zaha Hadid, scomparsa proprio quest’anno ndr) ha realizzato impianti incredibili in tutto il mondo, incluso, come sappiamo, quello all’interno del parco olimpico di Londra“.

“Hanno ideato uno degli stadi per la Coppa del Mondo che si svolgerà in Qatar e quindi abbiamo pensato di affidarci a loro per andare sul sicuro”.

L’elemento veramente straordinario riguardo al nostro nuovo stadio sarà, ovviamente, rappresentato dal fatto di essere realizzato completamente in legno. Incredibile. Saremo i primi al mondo”.

L’importanza di utilizzare il legno non è collegata solo al fatto che si tratta di un materiale naturale ma anche al suo minimo contenuto di carbonio, una percentuale molto minore rispetto alle altre sostanze usate per costruire uno stadio o un edificio”.

Siamo eccitati riguardo all’idea di poter collaborare con lo studio della grande Zaha Hadid. La loro esperienza con la costruzione di impianti sportivi e la loro abilità di mettere al centro di ogni progetto in primis l’ambiente per noi è assolutamente eccezionale”.

Porteremo avanti insieme a loro una sfida stimolante e dura. Correremo insieme per far sì che tutto possa concludersi il più in fretta possibile”.

In realtà, abbiamo fatto il possibile pure per rendere il nostro impianto attuale (The New Lawn, dotato di 5141 posti a sedere ndr) sostenibile al massimo; in questo caso, però, abbiamo le mani legate semplicemente perché lo stadio non è stato costruito da persone che avessero a cuore l’ambiente”.

Eco Park? Abbiamo iniziato solo con una matita ed un foglio bianco. Ora siamo ad un livello superbo invece. Ci spingeremo più avanti di chiunque altro ed il nostro sarà lo stadio più grandioso al mondo!

Una bella sfida, non c’è che dire. Peccato solo che certi progetti così rivoluzionari vedano spesso la luce da altre parti rispetto al nostro Belpaese.

Non ci resta che ammirare le incredibili foto del progetto:

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Sette anni senza Cheung Sai-ho, la leggenda di Hong Kong

Leonardo Ciccarelli

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Sette anni sono passati da quella tragica mattina del 2011, quando Cheung Sai-ho si butta giù dal 36esimo piano dello splendido grattacielo in cui viveva ad Hong Kong.  Il nome non dirà molto agli italiani, chi era Cheung?

Centrocampista offensivo, all’occorrenza seconda punta, velocissimo e dotato di ottima tecnica rispetto ai suoi connazionali cinesi, la sua carriera si è svolta tutta tra la Cina e il campionato di Hong Kong ma è entrato ugualmente nella storia del calcio segnando il gol più veloce della storia in quella che all’epoca, siamo nel 1993, era la più importante competizione giovanile per nazionali al mondo, la Portsmouth Cup, in Inghilterra. Il record è stato incredibilmente battuto nel 2009 da un calciatore saudita, Nawaf Al Abed, nel 2009. Il record di Cheung era di 2 secondi e 8 decimi.

Dopo le ottime prestazioni nella competizione, gli occhi dell’Europa si fiondarono sul ragazzo (che pare essere stato molto vicino al Perugia di Gaucci, che con questo tipo di colpi andava a nozze), ma nessuno credette davvero nel cinese che infatti restò nel campionato asiatico, diventando poi anche allenatore, ruolo che svolgeva nel momento tragico in cui decise di togliersi la vita a soli 35 anni.

Quel 22 aprile del 2011, Cheung tornò a casa verso le 4 del mattino da Tsim Sha Tsui, una popolarissima zona di Hong Kong dove il calciatore aveva aperto un pub insieme alla moglie, e proprio con la moglie, in crisi da tempo, aveva litigato prima del folle gesto. I motivi dei litigi pare fossero di natura economica.

Ad Hong Kong è ancora oggi un’icona perché ha portato sulla cartina del calcio asiatico la piccola nazionale dell’ex colonia britannica. Importantissimo fu l’exploit contro il Timor Est per le qualificazioni ai mondiali di Sud Africa 2010, partita finita 8-1 per i cantonesi, o ancora l’amichevole, ad Hong Kong proprio, contro l’Estonia nel 2000. Ci si aspettava una facile vittoria degli ex sovietici ma non fu così: ottimo gioco e intensità, Hong Kong perse per solo 2-1 contro la più ben quotata squadra europea.

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Road to World Cup: Cile 1962, la Battaglia di Santiago e il Brasile Bicampeão

Paolo Valenti

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IL CONTESTO
Dopo le due edizioni organizzate in Svizzera e Svezia, nel 1962 la fase finale della coppa del mondo tornò a disputarsi in Sudamerica. Sei anni prima a Lisbona la FIFA aveva deciso di assegnare al Cile l’organizzazione del torneo, suscitando il disappunto delle federazioni europee e, soprattutto, dell’Argentina, che da tempo inseguiva la possibilità di ospitare il mondiale. Le geopolitica del calcio aveva partorito quella scelta in funzione delle spinte dei suoi attori più potenti, in particolare il Brasile, che avrebbe mal digerito l’assegnazione dei mondiali ai rivali di sempre. Una soluzione di compromesso che suscitò critiche e perplessità verso un paese del quale si dubitava della capacità economica di sopportare l’evento, oltretutto fiaccato dal terribile terremoto di Valdivia del 1960, il più devastante del secolo scorso, che ebbe conseguenze anche in paesi lontani come Giappone, Filippine, Nuova Zelanda, Australia e Isole Hawaii. Le condizioni socio-economiche del Cile furono oggetto di articoli molto severi da parte dei giornalisti italiani Antonio Ghirelli e Corrado Pizzinelli, inviati, rispettivamente, del Corriere della Sera e de La Nazione, che scatenarono il risentimento del popolo cileno e furono determinanti nel creare il clima avverso che l’Italia dovette affrontare nella disgraziata partita coi padroni di casa del 2 giugno 1962, passata alla storia come la battaglia di Santiago. Gli azzurri andarono in Cile con una discreta rosa della quale facevano parte gli oriundi Maschio, Altafini, Sivori e Sormani oltre a giocatori come Cesare Maldini, Trapattoni, Rivera e Bulgarelli, che comunque non bastarono per superare lo scoglio del primo turno, risultato fotocopia delle ultime due partecipazioni della nostra nazionale alla fase finale.

Le premesse per un mondiale di livello c’erano tutte. I campioni brasiliani del 1958, Pelè e Garrincha su tutti, si ripresentarono determinati a confermarsi. La Spagna poteva contare sul tasso tecnico di Suarez e Gento e dei naturalizzati Di Stefano e Puskas, l’Unione Sovietica aveva Yashin tra i pali, la Cecoslovacchia Masopust a dettare gioco in mezzo al campo, l’Inghilterra contava sui due Bobby, Charlton e Moore. A consuntivo, però, la realtà fu diversa e, più che la tecnica di gioco, a farla da padrone fu il calcio violento, aizzato in primis dai padroni di casa, consapevoli dei loro limiti e quindi avvantaggiati nello spostare sull’agonismo esasperato e fuori dalle regole il piano della competizione. Avallati, in questo, da direzioni arbitrali accondiscendenti che comunque non poterono spingere oltre le semifinali la selezione andina, fermatasi davanti allo strapotere del Brasile che, pur perdendo per un infortunio muscolare Pelè alla seconda partita, si confermarono con pieno merito campioni del mondo, raggiungendo Uruguay e Italia nel numero complessivo di vittorie della Coppa Rimet.

La seconda metà di quel 1962 impresse nella storia due eventi che i posteri non avrebbero dimenticato: la morte di Marilyn Monroe e la crisi missilistica cubana, che portò la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica ad un livello di tensione che sfiorò la guerra nucleare. Il mondo e il calcio riuscirono ad andare oltre, consentendoci oggi di raccontare gli aneddoti di quel mondiale che per la prima volta toccò la terra del Fuoco.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati di Chile 1962.

LE CURIOSITA’

Niente diretta (almeno in Europa)

Cile 1962 fu l’ultimo mondiale a non garantire la trasmissione delle partite in diretta in tutto il mondo per questioni tecniche. Mentre in Sud America la copertura live delle gare veniva assicurata, in Europa, se si volevano seguire i mondiali in diretta, non si avevano altre alternative che la radio. Per vedere le immagini delle partite era necessario aspettare qualche giorno, il tempo necessario perché le registrazioni arrivassero per posta aerea e venissero lavorate per essere trasmesse in TV (o nei cinema).

Il quoziente reti

In Cile la FIFA adottò il meccanismo del quoziente reti per determinare la classifica dei gironi eliminatori in caso di parità. Invece che la più semplice differenza reti, nella quale è la differenza tra gol fatti e gol subiti a determinare il valore sul quale parametrare due o più squadre a pari punti, il quoziente reti si calcola andando a dividere i gol fatti con le reti subite. Nel 1962, unico mondiale in cui venne adottata questa regola, vi si fece ricorso nel quarto gruppo per decidere la seconda classificata alle spalle dell’Ungheria: l’Inghilterra, con 4 gol fatti e 3 subiti (quoziente reti 1,33), sopravanzò l’Argentina, che aveva segnato 2 reti subendone 3 (quoziente 0,66). Entrambe erano a tre punti, frutto di una vittoria, un pareggio e una sconfitta (all’epoca la vittoria dava due punti in classifica).

Quattro capocannonieri

Il non eccelso livello di gioco del mondiale cileno è leggibile anche dalle cifre. Pur non essendo, di per sé, un parametro univoco di valutazione tecnica, il numero complessivo di gol scese dai 126 dell’edizione precedente (media 3,6 a partita) agli 89 del 1962 (media 2,8 a gara). Ne risentì anche la classifica dei cannonieri, che vide appaiati a soli quattro gol ben sei giocatori: Garrincha e Vavà (Brasile), Sanchez (Cile), Jerkovic (Jugoslavia), Albert (Ungheria) e Ivanov (URSS). Una coincidenza mai registrata nelle edizioni dei campionati del mondo precedenti e successive.

La battaglia di Santiago

Passò così alla storia l’incontro che il 2 giugno 1962 l’Italia giocò contro i padroni di casa all’Estadio Nacional de Chile di Nunoa, località nei pressi di Santiago, che, di fatto, estromise gli azzurri dal mondiale. Una partita nata sotto i peggiori auspici a causa degli articoli critici verso il paese andino che alcuni giornali italiani pubblicarono prima del match e che ferirono l’orgoglio nazionale dei cileni, refrattari poco prima del fischio d’inizio a raccogliere i garofani bianchi che i calciatori italiani lanciarono verso gli spalti in segno di distensione. Il clima della partita fu rovente ed ebbe più a che fare con gli sport di lotta che con il calcio. Dopo sette minuti l’Italia era già in dieci per l’espulsione comminata a Ferrini, colpevole di un fallo di reazione per un intervento da tergo di Landa. Espulsione maldigerita dall’azzurro: per lasciare il campo fu necessario l’intervento dei carabinieri. Nel frattempo l’oriundo Maschio sferrò un pugno a Leonel Sanchez senza che l’arbitro, l’inglese Aston, vide nulla. Sanchez che, sul finire del primo tempo, restituì il colpo a David il quale, non tutelato da Aston, si vendicò con un intervento in gioco pericoloso che ne determinò l’espulsione. Sanchez, non pago, trovò anche il modo di restituire il pugno a Maschio, fratturandogli il naso. Insomma, una battaglia senza esclusione di colpi che costrinse le forze dell’ordine ad intervenire più volte per sedare le risse che fiorivano sul campo. Alla fine l’Italia, in inferiorità numerica, subì due gol nell’ultimo quarto d’ora che ne determinarono la sconfitta e, nonostante la successiva vittoria per 3-0 contro la Svizzera, l’eliminazione. La battaglia di Santiago è passata alla storia come una delle partite più violente di sempre, forse la più brutale mai disputata durante un mondiale.

LA FINALE
Il 17 giugno 1962 all’Estadio Nacional de Chile il Brasile detentore del titolo e la Cecoslovacchia portano a termine il loro percorso mondiale durante il quale si erano già affrontate nella seconda partita del girone eliminatorio tornando negli spogliatoi con un interlocutorio 0-0, unico pareggio dei campioni prima della finale. I verde-oro, ormai metabolizzata la rinuncia a Pelè per infortunio, sono nella loro migliore formazione che comprende anche Garrincha, non squalificato dopo l’espulsione rimediata in semifinale contro il Cile grazie a trame poco ortodosse del governo brasiliano. La Cecoslovacchia, dal canto suo, si presenta coi suoi dieci buoni giocatori illuminati dalla classe del futuro Pallone d’Oro Josef Masopust. Che poi è il primo a inserire il suo nome nel tabellino dei marcatori al quarto d’ora del primo tempo quando, imbeccato da Pospichal, manda alle spalle di Gilmar il pallone dell’1-0.

Il tempo di respirare la gioia del gol che il Brasile pareggia: discesa sulla sinistra di Amarildo, gran sostituto di Pelè nel corso del torneo, e tiro ingannevole che si infila quasi dalla linea di fondo campo tra il palo e il portiere Schrojf. Come si dice in questi casi, 1-1 e palla al centro. I cechi continuano a produrre il loro calcio fatto di corse e meccanismi collaudati illuminati dall’estro di Masopust ma il Brasile, troppo superiore tecnicamente, nel secondo tempo prende il largo. Al 24° è ancora Amarildo protagonista: con un cross dalla sinistra dell’area di rigore consente a Zito di segnare di testa mentre al 33° una grave incertezza del portiere cecoslovacco su un traversone dalla trequarti campo consente a Vavà di appoggiare comodamente il pallone nella porta vuota e di issarsi, insieme ad altri cinque giocatori (tra cui il compagno Garrincha), sul trono dei capocannonieri del torneo.                        

I PROTAGONISTI

Lev Yashin – Titolare dell’URSS per tre mondiali (1958-1962-1966 mentre partecipò al quarto nel 1970 da riserva), Yashin è stato uno dei migliori portieri della storia del calcio. Dotato di un colpo d’occhio e di doti fisiche fuori dal comune, ebbe una carriera molto lunga anche grazie al suo stile di vita, sobrio e leale in campo e fuori. Non era di quei portieri che lasciava troppo spazio alle parate plastiche e ai voli gratuiti, preferendo piazzamento e senso della posizione, ricordando in questo il nostro Dino Zoff. Soprannominato il Ragno Nero per via del colore che amava utilizzare per il suo completo di gioco, Yashin dimostrò sempre una grande personalità che lo portò a guidare le difese di cui si ergeva a estremo difensore con grande carisma. Molto bravo nelle uscite, per certi versi fu un antesignano dell’interpretazione del ruolo odierna, amando uscire dal perimetro di competenza dei portieri del suo tempo per cercare giocate da vero e proprio libero. Con l’Unione Sovietica vinse le Olimpiadi del 1956 e il primo campionato Europeo del 1960 mentre a livello individuale diventò l’unico portiere ad aggiudicarsi un Pallone d’Oro nel 1963. Una curiosità: prima di diventare calciatore, nel 1953, vinse una coppa sovietica di hockey su ghiaccio con la squadra della Dinamo Mosca. In che ruolo? Provate a indovinare…

Josef Masopust – Nella squadra che più seppe mettersi in luce dopo il Brasile, il giocatore maggiormente rappresentativo fu Josep Masopust. Doti dinamiche e tecniche di elevato spessore ne facevano un “tuttocampista” in grado di allargare il raggio della sua azione nella vasta zona centrale del campo, primo interlocutore della linea difensiva nonché raffinato rifornitore di lunghi lanci in verticale adatti all’attivazione dei compagni avanzati. Era già arrivato terzo agli Europei di Francia due anni prima quando, il 17 giugno 1962, scese in campo a contendere la coppa del mondo ai campioni in carica brasiliani con la sua Cecoslovacchia. Dopo un quarto d’ora fece anche gol a Gilmar, illudendo la sua gente di poter davvero sottrarre quella vittoria ai verde-oro. Un sogno durato lo spazio di due minuti che però non vanificò la prestazione individuale di livello assoluto di Masopust, che proprio quell’anno venne insignito del Pallone d’Oro superando il fuoriclasse Eusebio e un altro giocatore niente male che rispondeva al nome di Karl Heinz Schnellinger. Un mito autentico per il calcio dell’est europeo come lo furono Puskas per l’Ungheria e Yashin per l’Unione Sovietica.

L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Amarildo, eccellente sostituto di Pelè ai mondiali del 1962, rilasciò a vari organi di stampa.

Amarildo, come affrontò la finale contro la Cecoslovacchia?
Ero emozionato, a dire il vero. Come i miei compagni, del resto, nonostante avessero molta più esperienza di me. Penso che fosse normale: stavamo per giocare la finale della coppa del mondo, sarebbe stato strano il contrario. Poi andò tutto bene.

Lei fece anche gol.
Si, quello che ci fece raggiungere il pareggio dopo la marcatura iniziale di Masopust.

Ce lo vuole raccontare?

Certamente. Scesi verso il fondo sulla sinistra superando il mio marcatore. Arrivato sulla linea alzai lo sguardo e vidi il portiere Schrojf fare due passi avanti alla porta, pronto a uscire per intercettare un mio eventuale cross in mezzo all’area. Era un atteggiamento che teneva di consueto, l’avevo studiato nella partita che la Cecoslovacchia aveva giocato col Messico a Vina del Mar e quel movimento me l’aveva fatto notare il nostro allenatore. Decisi quindi di sorprenderlo tirando a rete invece che buttare la palla in mezzo: un tiro ad effetto che si infilò tra lui e il primo palo, ingannandolo nettamente. A ripensarci adesso sembra facile, vero?

Come fu l’andamento della partita dopo il suo pareggio?

Dopo quella rete scacciammo definitivamente tutto il nervosismo che avevamo avvertito all’inizio e col nostro gioco straripammo.

 

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