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Calcio

Road to World Cup: Germania Ovest 1974, la Marea Oranje si infrange contro i Panzer del Kaiser

Paolo Valenti

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La Coppa Rimet è rimasta definitivamente tra le nuvole di Messico 70, vincolata in eterno al Brasile che per primo si è effigiato del titolo di tricampione del mondo. L’apparato organizzativo teme che la manifestazione possa essere sporcata dal sangue del terrorismo internazionale: non più tardi di due anni prima, infatti, è la stessa Germania che ha dovuto subire le conseguenze di un attentato nel villaggio olimpico di Monaco, quando il commando palestinese Settembre Nero prese in ostaggio e uccise undici atleti israeliani. Le misure di sicurezza che si vanno ad approntare sono conseguenti alla necessità di prevenire nuove situazioni di quel tenore. Ma alla fine, come sempre, gli sguardi degli appassionati scivolano sui terreni di gioco. E’ lì che, per la prima volta in assoluto, Australia e Haiti si affacciano alla fase finale della Coppa del Mondo. Un giocatore della selezione centroamericana, Emmanuel Sanon, si ritaglia un ruolo importante ponendo fine all’imbattibilità della porta italiana che durava da 1.142 minuti. E’ un mondiale che porta alla ribalta nazionali prive di un background storico importante, come la Polonia di Szarmach, Deyna e Lato, già vincitrice due anni prima in Germania del titolo olimpico e capace di imporsi in un girone difficile che comprende anche Argentina e Italia.

 

Alla fine arriva terza, cedendo solo alla maggior potenza della Germania Ovest e alla vera sorpresa dei mondiali del 1974: l’Olanda di Johan Cruijff. Già dal 1970 la Coppa dei Campioni trova fissa dimora nella nazione dei mulini a vento: comincia il Feyenoord, prosegue l’Ajax con una tripletta nella cui sequenza cadono le teste di Inter e Juventus. Le vittorie dei club olandesi anticipano l’avvento della marea Oranje in terra tedesca. Un nuovo modo di interpretare il calcio, un mix esplosivo di tecnica, forza fisica e nuovi schemi ammalia i calciofili di tutto il mondo che riconoscono in Johan Cruijff un fuoriclasse atipico che sa unire giocate individuali di altissima scuola, visioni del gioco illuminanti e capacità fisiche inusuali nei giocatori di talento come lui. La nazionale olandese è l’icona calcistica dei cambiamenti che vive in quel tempo il mondo occidentale: la ricerca di nuovi paradigmi di relazione e comportamentali, la voglia di libertà, la ricerca di modalità espressive originali e fuori dagli schemi passano sui campi di gioco attraverso le psichedeliche maglie arancioni indossate da ragazzi che, più che calciatori, sembrano rockstar scese da un palco per fare un po’ di sport tra un concerto, una birra e qualche sigaretta.

Capelli lunghi, fisici asciutti ed eleganti, sguardi fieri, Ruud Krol, Johan Neeskens, Johnny Rep e gli altri ruotano perfettamente intorno alle idee di un rivoluzionario come Cruijff facendo scoprire al mondo un universo calcistico fino ad allora sconosciuto. Quella marea arancione troverà il suo argine solo nella diga opposta dai tedeschi: esteticamente meno avvincenti ma non per questo meno validi, i panzer di Franz Beckenbauer e Gerd Muller già nel primo tempo della finale di Monaco ipotecano la vittoria che suggella un biennio d’oro, portando nella bacheca della Deutscher Fussball Bund la nuova Coppa del Mondo che trova spazio a fianco della Coppa Europea vinta nel 1972 in Belgio.
E l’Italia? Trasferitasi in Germania con stato d’animo opposto a quello che accompagnò gli azzurri in Messico, torna a casa dopo tre partite che chiamano la Federazione a riflettere sulla necessità di un cambio generazionale sul quale fondare una rinascita che di lì a otto anni riporterà gli azzurri sul tetto del mondo.

I RISULTATI
Leggi tutti i risultati del Mondiali di Germania 1974

LE CURIOSITA’

La Coppa FIFA
Dopo l’assegnazione definiva al Brasile della Coppa Rimet, è necessario disporre di un altro trofeo che la FIFA, dopo un apposito concorso, fa realizzare ad uno scultore milanese, Silvio Gazzaniga. La nuova coppa ha un imprinting completamente italiano, dal momento che viene prodotta da un’azienda dell’hinterland di Milano e rappresenta due sportivi stilizzati che sostengono il mondo nel momento della felicità della vittoria. Alta 37 centimetri, dal peso di 6 chili, è costituita d’oro massiccio a 18 carati e, non venendo aggiudicata in via definitiva alla nazione che la vince tre volte, fino ai mondiali del 2038 continuerà ad essere assegnata temporaneamente alla nazione vincitrice della singola edizione del campionato. Perché fino al 2038? Perché in quell’anno sarà rimasto disponibile l’ultimo spazio sotto il basamento dove incidere il nome della nazione vincitrice del mondiale.


Finale senza bandierine
Curioso che proprio in Germania, paese la cui precisione è leggendaria,  l’inizio della finale all’Olympiastadion di Monaco di Baviera venne ritardata di qualche minuto: l’arbitro inglese Taylor fu costretto a posticiparla a causa della mancanza delle bandierine di solito poste agli angoli del campo, rimosse in precedenza per consentire la cerimonia di chiusura della Coppa del Mondo.

Prima il dovere, poi il piacere… anzi no!
Molti tedeschi di una certa età ricorderanno i mondiali del 1974 non solo per la vittoria della loro nazionale ma anche per il fatto che, ad alcuni di loro, in tale occasione venne concessa una riduzione dell’orario scolastico onde permettergli di vedere le partite in televisione. E’ quello che decise il responsabile all’educazione del Land del Baden-Württemberg, probabilmente interessato ai mondiali più dei ragazzi stessi.  

Soccer che passione
Il calcio, oggi, sembra che stia finalmente mettendo solide radici anche negli Stati Uniti. I primi segnali delle potenzialità di espansione del soccer oltreoceano si colsero proprio durante il campionato del mondo del 1974, quando vennero resi noti gli incassi derivanti dalla trasmissione delle dirette delle partite in televisione e nelle sale cinematografiche delle più grandi metropoli americane: quattro milioni di dollari.

Long John
Di quella spedizione poco fortunata per la nazionale italiana faceva parte l’attaccante della Lazio, appena laureatasi Campione d’Italia, Giorgio Chinaglia. In competizione con Anastasi e Boninsegna per la maglia di centravanti titolare, Long John, come veniva affettuosamente soprannominato dai suoi tifosi, si rese protagonista di un episodio che fece scalpore. Nella partita d’esordio degli azzurri, vinta con qualche difficoltà contro la nazionale di Haiti, Chinaglia venne sostituito al 70° per far subentrare Anastasi. L’intento del CT Valcareggi era quello di allargare le maglie della difesa avversaria con un attaccante più mobile ma a Chinaglia questo importava poco: la sua frustrazione lo portò a mandare platealmente a quel paese l’allenatore degli azzurri davanti agli occhi di tutti, alimentando così polemiche a non finire.

Match fixing
Dopo più di quarant’anni, Sandro Mazzola ha fatto luce su un episodio sgradevole che fece parte della breve esperienza azzurra ai mondiali tedeschi: il tentativo di combine azzardato con la Polonia nell’ultima partita del girone eliminatorio, quando ad entrambe le nazionali sarebbe stato sufficiente un pareggio per accedere al turno successivo. Infilatosi nello spogliatoio polacco per parlare in inglese col capitano Deyna, Mazzola propose di arrivare al 2-2 (in quel momento l’Italia era sotto per i due gol segnati da Szarmach e dallo stesso Deyna) in cambio dell’incasso di un’amichevole coi polacchi da organizzare nel nostro paese. L’accordo sembrava raggiunto ma, una volta rientrati in campo, i polacchi continuarono a giocare con la stessa intensità del primo tempo tanto che Capello riuscì a segnare solo l’inutile gol della bandiera a cinque minuti dalla fine.

LA FINALE
All’Olympiastadion di Monaco di Baviera, davanti a 75.000 spettatori, Germania e Olanda si affrontano nel pomeriggio del 7 luglio 1974: è il meglio che possa offrire questa decima edizione della Coppa del Mondo. Cruijff e Beckenbauer, capitani e leader carismatici delle rispettive rappresentative, si scambiano i gagliardetti a centrocampo desiderosi di abbandonare velocemente i convenevoli ed esprimere sul campo capacità e ambizioni. L’inizio è di stampo Oranje: gli olandesi palleggiano a tutto campo per un minuto filato senza che i padroni di casa riescano a intercettarli, fino a quando il Pelè Bianco (questo il soprannome assegnato a Cruijff dal nostro Gianni Brera) viene atterrato in area da Hoeness. Calcio di rigore che Neeskens trasforma con un violento tiro centrale che non lascia scampo a Maier. Sembra l’inizio di un dominio che invece non c’è, perché i tedeschi non sono mai domi e, prese le misure alla partita, cominciano ad attaccare fino ad ottenere il pareggio, frutto anch’esso di un calcio di rigore causato da un intervento di Jansen su Holzenbein: trasforma Breitner spiazzando un incolpevole Jongbloed.

Spinta dal pubblico, la Germania prende in mano l’inerzia della gara e a due minuti dall’intervallo Gerd Muller infila la porta olandese con una girata improvvisa dopo una bella discesa sulla destra di Bonhof. Cruijff non gioca come al solito, asfissiato e innervosito dalla ferrea marcatura di Berti Vogts, e si prende un’ammonizione per eccesso di proteste nei confronti dell’arbitro: è un cattivo segnale confermato dall’andamento della partita nel secondo tempo, quando la marea arancione non riesce mai a mettere seriamente in pericolo la porta di Maier. Anzi, sono i tedeschi ad avvicinarsi al terzo gol: uno viene annullato per fuorigioco a Muller, l’altro potrebbe arrivare da un presunto rigore negato a Holzenbein. A vent’anni dal miracolo di Berna, la Germania Ovest torna a laurearsi campione del mondo.

I PROTAGONISTI

Johan Cruijff – Insieme a Pelè e Maradona, sul podio dei migliori calciatori del ventesimo secolo trova il suo spazio Hendrik Johannes Cruijff, fuoriclasse assoluto dell’Olanda vicecampione del mondo in Germania. In lui si univano tre qualità non sempre compresenti nei grandi giocatori: la classe individuale, la convinzione innata della necessità del gioco collettivo e le capacità fisiche. Ambidestro, veloce, spesso fluttuante tra gli ampi spazi delle fasce laterali e quelli occlusi dell’area di rigore, per lui gli avversari erano poco più che paletti da allenamento da superare con un incedere vorticoso e sincopato, asciutto ed elegante. Esordì in nazionale non ancora ventenne dimostrando immediatamente le sue doti tecniche e caratteriali segnando un gol e rifilando un pugno all’arbitro che ne determinò una squalifica di un anno (poi ridotta). In Germania arrivò probabilmente all’apice di una carriera che arricchì di un palmares incredibile: oltre ai campionati e le coppe nazionali vinti in Olanda e Spagna con le maglie di Ajax, Barcellona e Feyenoord, Cruijff portò i lancieri di Amsterdam ad aggiudicarsi tre Coppe dei Campioni, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale. Fu insignito del Pallone d’Oro nel 1971, nel 1973 e nel 1974 e, a trentasette anni, venne dichiarato miglior giocatore olandese dell’anno, nella sua ultima stagione sul campo. Dopo il ritiro divenne un allenatore altrettanto vincente ma, al di là dei titoli conquistati dalle sue squadre, il segno più evidente della sua grandezza risiede nell’impronta calcistica che è riuscito a dare alla sua seconda patria, la Catalogna: un’eredità culturale dalla quale il Barcellona ancora oggi attinge per imporsi in Spagna e in Europa.

Franz Beckenbauer – Finalmente, alla sua terza (e ultima) partecipazione al campionato mondiale, Kaiser Franz riuscì a raggiungere l’obiettivo che in Inghilterra e in Messico aveva solo sfiorato: la vittoria. Fino a quel momento solo le circostanze avverse gli avevano impedito di sollevare quella coppa che tra le sue mani non poteva che sentirsi a suo agio: nel 1966 la clamorosa svista sul gol fantasma di Hurst e nel 1970 i tempi supplementari con l’Italia che, a causa di un infortunio alla spalla, fu costretto a giocare, stoicamente, con un braccio fasciato. Elegante nel fisico e nel gioco, Beckenbauer spese i primi anni della carriera nel settore intermedio del campo, apprendendo lucidamente le due fasi del gioco. Una volta arretrato sulla linea difensiva, interpretò il ruolo con intelligenza sapendo essere deciso nelle chiusure e capace di impostare il gioco con la medesima efficacia, trasmettendo ai compagni quella sicurezza alla quale il suo soprannome alludeva. Dotato, come Cruijff, di grande personalità, allo stesso modo del capitano olandese vinse trofei su trofei, inclusi due Palloni d’Oro (nel 1972 e nel 1976) e tre Coppe dei Campioni col Bayern Monaco nel triennio 1973-1976. Diventato allenatore, seppe condurre la Germania alla vittoria in un altro stadio Olimpico, quello di Roma, nel 1990: unico, insieme al brasiliano Mario Zagallo, ad aver conquistato il titolo mondiale sia da calciatore che da tecnico.

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Calcio

Francisco Franco e quell’odio per il Barcellona che andava oltre il calcio

Simone Nastasi

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Il 17 Luglio 1936 la sollevazione dell’esercito spagnolo in Marocco nei confronti del Generale Quintero dà inizio alla Guerra Civile Spagnola dalla quale dopo tre anni ne uscì vincitore Francisco Franco. Il dittatore nazionalista governò fino al 1975. La sua storia è legata al calcio e al suo rapporto con il Barcellona, simbolo dell’opposizione al Regime.

Se fosse vivo oggi, Hegel probabilmente direbbe che la sintesi del calcio è tutta qui. In questa sfida tra le due squadre che sono tra le più vecchie del pianeta ma sono anche le più titolate. Che in Spagna chiamano El Clasico, per ripetere a tutto il mondo che quando Barcellona e Real Madrid si incontrano, è come se il calcio mettesse davanti la tesi e l’antitesi. Non è solo una storia, ora finita con il passaggio alla Juventus, tra Leo Messi e Cristiano Ronaldo, che non a caso sono attualmente considerati i più importanti giocatori di calcio al mondo. Come non è stata in passato una questione tra Diego Armando Maradona o Emilio Butragueno, o tra Zidane e Ronaldinho. I più grandi calciatori della storia del calcio ad eccezione di Pelè (e pochi altri) hanno vestito chi la maglia dell’una o chi la maglia dell’altra. In qualche caso, come quello di Ronaldo Nazario da Lima, entrambe.

Eppure la storia del Barcellona o del Real Madrid non è legata a questo o quel calciatore. E’ piuttosto la storia di due squadre che rappresentano due modi diversi di intendere il calcio. Che sono anche e prima di tutto due modi diversi di intendere la Spagna. Due popoli, con storia, tradizioni diverse. Due lingue diverse. Da una parte quella della casa reale, che è anche la lingua ufficiale del Paese, il castigliano; dall’altra il catalano, la lingua ufficiale della Catalogna, che a Madrid considerano alla stregua di un dialetto. E che nel 1923 fu addirittura bandito dal generale Miguel Primo de Rivera. Una rivalità che risale ai primi anni di storia dei due club. Che si alimenta negli anni della guerra civile spagnola e successivamente del “franchismo”.

Primo de Rivera odiava il Barca tanto quanto il suo successore Francisco Franco. Il quale, tifosissimo del Real Madrid, vide nella Catalogna l’ultima roccaforte di chi si stava opponendo al suo colpo di Stato. Come racconta Franklin Foer nel suo libro “Come il calcio spiega il mondo” quando le truppe di Franco, una volta conquistato il potere, entrarono in città, “tra quelli da punire c’erano in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club. A tal punto che quando il suo esercito lanciò l’offensiva finale bombardarono il palazzo dove erano custoditi i trofei del club”. Addirittura il regime spinse per cambiarne il nome imponendo una versione castigliana: da “Barcellona Football Club” in “Club de Futbol Barcelona”.

Ma negli anni del “franchismo” arriva anche una delle sconfitte più cocenti della storia del Barca. Nella finale della Coppa del Generalissimo del 1943 il Real Madrid (la squadra del regime) surclassa per 11-1 i rivali blaugrana. Un divario che in realtà non ci sarebbe mai stato. Se, come racconta lo stesso Foer nel suo libro, un funzionario di Franco, prima della partita non fosse andato negli spogliatoi del Barcellona a “ricordare” a molti giocatori del Barca di poter scendere in campo quel giorno soltanto “grazie alla generosità del regime” che aveva concesso l’amnistia anche a chi si era opposto al colpo di Stato. In Catalogna considerano ancora quella sconfitta come “un altro favore” al potere di Franco. Durante il quale la squadra di calcio (come anche l’economia della città stessa che beneficiò dei sussidi e delle tariffe imposti dalla dittatura) conobbe però e nonostante l’avversione del Generalissimo, uno dei periodi più vittoriosi della sua storia. Paragonabile soltanto al periodo più recente nel quale il Barca a partire dall’era Rijkaard in avanti (passando per Guardiola e finendo a Luis Enrique) è stata la squadra per anni riconosciuta per essere la migliore al mondo. Mes que un club come recita la scritta che campeggia sulle tribune del Camp Nou. Uno stadio che sostituì il “Les Corts” che Franco, a differenza del suo predecessore Primo de Rivera, non volle mai radere al suolo. Per molti è sempre rimasto un mistero. Visto il suo odio nei confronti del Barcellona.

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Azzardo e piaghe sociali

Decreto Dignità e Gioco d’Azzardo: Parola al Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Il Decreto Dignità voluto dal Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha tra i suoi provvedimenti quello del divieto di pubblicità per quel che riguarda il gioco d’azzardo. Abbiamo intervistato Carmelo Mazza, amministratore delegato di Betaland, per capire le reazioni dei bookmakers alle decisioni del Governo. Ecco cosa ci ha detto.

Decreto Dignità quanto ci perdono in termini economici i bookmakers, calcolando il risparmio delle sponsorizzazioni e il mancato guadagno che questo potrebbe portare?

La risposta dipende molto dai diversi modelli di business legati alle scommesse (e sottolineo che non sto parlando degli altri comparti di gioco per i quali valgono altre considerazioni). Alcuni bookmakers hanno una presenza sulla rete retail che gli consente di assorbire la mancanza di pubblicità. In altri casi, e soprattutto per i nuovi entranti che hanno presentato richiesta di acquisire una concessione per il gioco telematico lo scorso marzo, non avere a disposizione la pubblicità rappresenta un limite molto consistente. Mi chiedo se questo non possa generare contenziosi.

Le persone, a prescindere dalle pubblicità sanno tutto su come scommettere: alla luce di questo, il decreto colpisce economicamente più le squadre o i bookmakers?

Sul bacino esistente di scommettitori, la pubblicità incide maggiormente nel rendere note promozioni specifiche. Circa il ruolo della pubblicità nell’attrarre chi non è ancora un giocatore, chiunque è nel settore sa quanto sia difficile. L’idea che la pubblicità convinca milioni di non giocatori a diventarlo è del tutto fantasiosa per quanto riguarda le scommesse sportive. Non voglio qui dare valutazioni non fondate, ma la mia sensazione è che nel breve il costo maggiore sarà per le squadre che dovranno sostituire il portafoglio degli investitori. Ma voglio sottolineare, ricordando esperienze passate con il tabacco, che le realtà più in vista facilmente troveranno rimedio mentre le seconde linee patiranno effetti negativi più a lungo. In questo senso interpreto la levata di scudi della Serie B di calcio e del basket.

Quali saranno le strategie pubblicitarie alternative visto il divieto su tv, radio, internet e giornali?

Bisognerà capire bene l’applicazione del decreto sul mondo digitale. Difficile adesso parlare di alternative tranne ipotizzare una maggiore rilevanza della rete retail di scommesse. 

Una postilla del decreto lascia vigenti gli accordi stipulati in precedenza: chi detiene questi contratti? vedremo accordi tutto d’un tratto molto lunghi? (come si fa nelle aziende che quando assumono fanno già firmare il foglio delle dimissioni lasciando la data in bianco)

E’ normale che, ad esempio, contratti di sponsorizzazione di squadre di calcio e di sport popolari possano avere durata pluriennale. Tuttavia non credo ad un’esplosione di contratti di lungo termine per attività pubblicitarie che normalmente sono pianificate trimestralmente. Semmai sarà curioso vedere una partita di calcio della Liga o della Premier dove i campi e le squadre sono fortemente sponsorizzate da bookmakers che sono anche concessionari in Italia, o partite di coppa tra squadre italiane e squadre estere sponsorizzate da bookmakers: sarà proibito loro mostrare il logo del bookmaker quando giocano in Italia? Avevo visto queste cose in passato, speravo di non vederle più; oggi in un mondo con copertura globale degli eventi sportivi mi sembra davvero voler tagliare il salame con il cucchiaino (per citare una vecchia clip del grandissimo Corrado Guzzanti) .

Avesse potuto scegliere, tra il divieto di pubblicità ed il rischio di un taglio netto all’offerta del palinsesto, cosa avrebbe scelto?

Come operatore legale preferisco il divieto di pubblicità; il taglio netto all’offerta del palinsesto renderebbe di nuovo felici gli operatori illegali. Basta chiedere all’Agenzia delle Dogane dei Monopoli per sapere di quanto si è limitato il fenomeno delle scommesse senza licenza italiana da quando il palinsesto è stato aperto. Ma, al di là della retorica imperante sul gioco, l’incidenza delle scommesse su avvenimenti minori è molto limitata e la gran parte delle scommesse sta sulle 4-5 tipologie principali. Pensare che si possa diventare ludopatici scommettendo sul numero di cartellini gialli in una partita di serie D è segno di una limitata conoscenza delle dinamiche del settore. Ma capisco che questo non è il tempo dell’approfondimento.

L’origine della Ludopatia è secondo lei dato dalla forte presenza della pubblicità o ha origine dal nucleo familiare ed amicale dell’individuo ludopatico?

Io credo che, come per tutte le addiction, la ludopatia sia l’effetto di una società più individualista ed alienante. Lo sviluppo delle addiction nasce da una tendenza a rinchiudersi e a non trovare supporto in reti di socializzazione (amicali o familiari) che fanno da paracadute rispetto a queste patologie, di fatto disinnescandole. E’ chiaro che in un contesto che sostiene meno chi è debole rispetto alle addiction, la presenza di pubblicità o di facili attrazioni ha un effetto maggiore. E questo merita una riflessione maggiore ed un’azione mirata per limitare l’accesso all’offerta di gioco. Io temo sempre le proibizioni a largo spettro perchè, non essendo mirate, finiscono per nascondere più che risolvere.

La parte gialla del governo giallo-verde ha dovuto battere un colpo, c’è davvero timore per questo decreto nel mondo del Gambling o si ha la sensazione che siamo di fronte alla classica legge italiana dove una volta fatta, si trova subito l’inganno e soprattutto non c’è controllo?

Io mi auguro fortemente che non sia così. Io mi auguro di confrontarmi con chi ha una visione del settore diversa dalla mia per spiegare le mie ragioni ed avere una regolamentazione equilibrata, non importa quanto restrittiva. Di sicuro, situazioni in cui si fanno iniziative legislative e poi si trovano scorciatoie o, semplicemente, non vi sono controlli, sono le peggiori possibili per chi vuole operare seriamente. Se mi è possibile dare un giudizio in merito, io mi auguro che il cambiamento politico in atto possa mettere in cantina definitivamente vecchi approcci come “fatta la legge trovato l’inganno” che tanto hanno nuociuto complessivamente al paese

Secondo lei, sempre al fine del rischio ludopatia, gioca un ruolo più importante la pubblicità o il fatto che si può scommettere su ogni partita, anche amatoriale, e soprattutto su ogni tipo di evento, anche il numero di fuorigioco, rimesse laterale, cartellini?

Ho risposto in parte in precedenza. Voglio però sottolineare che a spingere verso la ludopatie sono l’istantaneità e la ripetitività. Le scommesse non sono giochi caratterizzati da questi elementi. Se osservo l’andamento delle giocate, è praticamente inesistente la scommessa ripetuta su quegli eventi e, soprattutto, non vi è mai l’istantaneità dell’esito. Inoltre, come ho già detto, l’ammontare raccolto su quelle tipologie di giocate è molto limitato e normalmente viene ulteriormente limitato dai bookmaker. Non sono quelle le scommesse sulle quali i bookmaker costruiscono il loro conto economico, quindi faccio fatica a pensare che possano avere alcun effetto sull’estensione del fenomeno della ludopatia.

Da persona esperta del settore: cosa si sarebbe dovuto fare per evitare in primis il numero sempre crescente di ludopatici e soprattutto che lo Stato italiano optasse per una legge ad hoc contro i bookmakers?

Io vorrei per prima cosa avere un dato attendibile sul numero dei ludopatici. Leggo a volte delle analisi che denotano più conformismo ad una retorica prevalente che una reale conoscenza del fenomeno. E vorrei anche poter distinguere tra tipologie di giochi. Detto questo, che non è certo elemento secondario per comprendere il fenomeno, per onestà intellettuale devo riconoscere che si è trattato il gioco con meno cura di quanto fosse opportuno. E per cura intendo una strategia cauta e condivisa di introduzione di nuove tipologie di giochi. Per la verità, questo è accaduto in una prima fase di apertura regolata del settore, diciamo tra il 2000 ed il 2010. Successivamente, all’apertura regolata si è sostituita un’apertura tout court, in cui si è consentito tutto troppo rapidamente. Se in quella fase il settore fosse stato più compatto e lungimirante ed avesse proposto una maggiore gradualità nel lancio di nuove tipologie di prodotto, forse oggi saremmo in una situazione migliore. Vero è, però, che accelerare è anche servito per riuscire a contrastare il fenomeno del gioco illegale che non si è riusciti a reprimere efficacemente, oltre che (è sempre bene ricordarlo) per aumentare il gettito erariale in anni di pesante contrazione delle entrate per via della crisi economica. Allora forse diventa evidente che la partita che si è giocata sul settore è stata molto più complessa di quanto emerge dalla poco informata vulgata sulle lobby del gioco e la politica.

C’è un rischio di ritorno al toto-nero con questo decreto?

Il toto-nero, nella sua versione 2.0, già esiste come spiegato in diverse inchieste giornalistiche che ho apprezzato molto da cittadino prima ancora che da esperto del settore. Diciamo che questo decreto non lo tocca e non crea condizioni per ridurne la diffusione. E, per la mia esperienza, alla disperazione del ludopatico si associa la spregiudicatezza dell’offerta di gioco. Tanto più si è ludopatici tanto più si è vittime di soggetti operano al di fuori delle regole sull’offerta di gioco ma che consentono di giocare a credito (cosa vietata nel sistema legale), di regolare mensilmente l’esito delle giocate e non volta per volta (altra cosa vietata), etc. Dove mancano tutele e regole per il giocatore si crea il perfetto brodo di coltura della ludopatia e non solo: su questo il decreto non incide.

Lei hai detto che la ripetitività delle azioni porta alla ludopatia. I bookmakers offrono anche scommesse virtuali su ogni sport ogni tre minuti. Non sono queste uno strumento fertile per creare ludopatici visto che sono costanti nel tempo, con esito immediato, ripetitive ma in realtà senza nessun abilità o approccio statistico matematico?

Certamente le scommesse virtuali, introdotte dalla regolazione italiana nel 2014, hanno caratteristiche diverse dalle scommesse sportive. Tuttavia per ripetitività e istantaneità (l’altro carattere che induce alla ludopatia) sono ancora molto meno aggressive di altri prodotti di gioco come le slot e le videolotteries. Però non vorrei neanche mettermi a fare una classifica tra “giochi buoni” e “giochi cattivi”: tutti i giochi sono buoni se fatti con moderazione, tutti i giochi sono cattivi se fatti in modo estremo. Il problema reale è rendere l’offerta più controllata ed avere la capacità di intervenire quando fenomeni di ludopatia emergono nei comportamenti concreti dei giocatori. La rete retail deve meglio attrezzarsi in questo senso, il gioco online, già estremamente controllato e limitato, ha al suo interno tutti i dati perchè possa esserci un monitoraggio continuo. E, soprattutto, dobbiamo ricordarci che tutte queste iniziative possono essere fatte insieme agli operatori legali, mentre in reti illegali e parallele nessuna di queste azioni è possibile. Ogni volta che si agisce nel settore del gioco bisogna ricordarsi che esiste una rete illegale nella quale, di sicuro, non accade nulla che possa tutelare il giocatore. Creare spazi, indirettamente, in cui queste reti possono trovare sviluppo significa abbassare le tutele complessive per i giocatori che si vogliono proteggere

E’ vero che solo una parte del fatturato del gambling italiano deriva dalle scommesse sportive. E’ altresì vero che le scommesse, con approccio scientifico/matematico/statistico sono anche un gioco di abilità. Sarà possibile secondo te assistere, come già accaduto per il poker, italiano illegale in forma cash perchè puro azzardo, Texas legale in forma torneo, perchè considerato gioco di abilità con buy-in prestabiliti all’origine, vedere una regolamentazione aspra per le macchinette e video lottery (creano ludopatici e sono ripetitive e dall’esito immediato) ed invece molto più blanda, quasi nulla, per le scommesse sportive? E’ uno scenario plausibile e che potrebbe accontentare tutti? Lo stato che tutela i giocatori, i bookmakers, e le squadre dei massimi campionati?

Personalmente, la distinzione tra giochi buoni e cattivi non la comprendo. Io credo che sia opportuno responsabilizzare chi offre gioco e chi gioca. Limitare in modo eccessivo ciò che non piace può generare oggi effetti opposti inattesi. Io credo che sia opportuno aumentare le tutele ai giocatori e la qualità della rete retail in termini di attenzione al giocatore. Se poi si vuole ridurre la pubblicità per ridurre l’induzione al gioco posso essere d’accordo. E’ l’idea di usare la regolamentazione di settore per reprimere qualcosa che non piace (per motivi morali, sanitari o altro) che mi sembra sbagliata. Questo intento punitivo, associato ad una retorica piena di imprecisioni sul settore, mi sembra davvero un approccio molto deludente ad un problema che io per primo dico che esiste. Tuttavia parlarne tirando fuori i dati sulla tassazione calcolata sulla raccolta per dire che la pressione fiscale sul gioco è bassa (come ancora vedo fare anche da illustri opinionisti) mi pare più che una notizia giornalistica interessante un segno di sciatteria nell’analisi. E mi chiedo quanto il settore del gioco ha sbagliato negli scorsi anni per meritarsi adesso tanta approssimazione nel modo in cui viene rappresentato…

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Calcio

Quanto sono strani i nomi delle squadre di calcio giapponesi

Nicola Raucci

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Il Giappone è un mondo lontano dal fascino immenso. Paese dalla cultura straordinaria in cui storia millenaria e modernità fantascientifica formano un connubio inestricabile. Terra dove le stravaganze sono peculiari tanto quanto le tradizioni.

Il calcio non fa eccezione e sfogliando i nomi delle squadre si rimane colpiti dalla grande varietà. Il tutto risale alla nascita della J.League (J リ ー グ ) creata nel 1992, quando la Japan Football Association (日本 サッ カー 協会 ) (JFA) decise di dare vita all’attuale campionato professionistico nipponico per incrementare il livello generale del movimento calcistico nel Paese e rendere competitiva la Nazionale. Fino ad allora la massima serie era la Japan Soccer League (JSL), campionato dilettantistico di scarso interesse per media e tifosi. Venne attuato un cambio radicale che ebbe importanti conseguenze anche nei nomi delle squadre. Le società, già esistenti e di nuova fondazione, optarono per il definitivo abbandono della propria identità aziendale per assumere denominazioni in grado di rappresentare in maniera accattivante la storia, la cultura e le tradizioni locali.

Ecco che troviamo così soluzioni eccentriche e fantasiose, in pieno stile nipponico, dove a farla da padrone sono i richiami alle esotiche lingue delle patrie del calcio: Europa e Sud America.

Le attuali 18 squadre della J1 League:

Cerezo Osaka (セレッソ大阪) – Osaka

Club fondato nel 1957 come Yanmar Diesel, è dal 1993 Cerezo Osaka. Cerezo è in spagnolo il “ciliegio”, albero tipico della città, il cui fiore ne è simbolo distintivo. Indubitabile richiamo al caratteristico paesaggio di ciliegi fioriti lungo i corsi d’acqua di Osaka.

FC Tokyo (FC 東京) – Tokyo

Società nata nel 1935 con il nome di Tokyo Gas Football Club (東京ガス FC), squadra ufficiale della compagnia Tokyo Gas. Una delle poche formazioni a mantenere una denominazione neutra dopo che nel 1998 le aziende Tokyo Gas, ampm, Culture Convenience Club, TEPCO e TV Tokyo fondarono la Tokyo Football Club Company.

Gamba Osaka (ガンバ大阪) – Suita

Il nome assunto nel 1992 gioca sulla sostanziale omofonia tra la parola italiana gamba e il giapponese ganbaru ( 頑 張 る ) che significa “dai il meglio”, “resisti”, caratteristica fondamentale dell’etica societaria imperniata sul lavoro. Club fondato nel 1980 come squadra della Matsushita Electric Industrial Co., Ltd. (Panasonic), era essenzialmente la squadra riserve degli attuali rivali del Cerezo Osaka.

Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌) – Sapporo

Il nome deriva dall’unione di consado, anagramma del giapponese dosanko (道 産 子 “popolo di Hokkaidō”), con lo spagnolo ole, che simboleggia il tifo per la squadra da parte di tutti gli abitanti dell’isola. Società nata come Toshiba SC con sede a Kawasaki nel 1935, venne spostata dalla compagnia nel 1996 a Sapporo. Niente più lega la squadra all’azienda fondatrice fuorché il rosso- nero delle divise.

Júbilo Iwata (ジュビロ磐田) – Iwata

Fondato nel 1970 come club calcistico della Yamaha Motor Corporation, azienda con cui mantiene ancora legami, è dal 1993 Júbilo Iwata. Júbilo significa in portoghese “esultanza”, “gioia”.

Kashima Antlers (鹿島アントラーズ) – Kashima

Società fondata come Sumitomo Metal Industries Factory Football Club nel 1947 con sede a Osaka fino al trasferimento nella prefettura di Ibaraki nel 1975. Antlers indica in inglese i palchi dei cervi.

La denominazione si connette al nome stesso della città di Kashima ( 鹿 嶋 市 Kashima-shi che letteralmente significa “città dell’isola dei cervi” 鹿 ka / cervi – 嶋 shima / isola – 市 shi / città).

Kashiwa Reysol (柏レイソル) – Kashiwa

Fondata nel 1940 come squadra della compagnia Hitachi, Hitachi, Ltd. Soccer Club, è dal 1992 Kashiwa Reysol, nome dato dalla fusione delle parole spagnole rey (re) e sol (sole).

Kawasaki Frontale (川崎フロンターレ) – Kawasaki

Fondato nel 1955 come club dell’azienda Fujitsu, Fujitsu Soccer Club, divenne società professionistica nel 1997, anno nel quale avviò una collaborazione con il Grêmio, a cui si ispira, e adottò la parola italiana frontale nel proprio nome.

Nagoya Grampus (名古屋グランパス) – Nagoya

Società fondata nel 1939 come club calcistico della Toyota, Toyota Motor SC, era nota fino al 2007 con il nome di Nagoya Grampus Eight. Grampus è il nome scientifico del grampo o delfino di Risso e si rifà alla coppia di delfini presenti sul Castello di Nagoya. La parola inglese eight si ispirava all’emblema della città, ovvero all’“otto” (八) nella numerazione giapponese.

Sagan Tosu (サガン鳥栖) – Tosu

Società fondata nel 1997. Nome dal doppio significato, sagan ( 砂 岩 ) è in giapponese l’arenaria, ovvero l’unione di tanti elementi a formare un oggetto (la squadra) resistente a tutto. Inoltre, Sagan Tosu può essere inteso come “Tosu (città della prefettura) di Saga” (佐賀 ん 鳥 栖 Saga-n Tosu) nel dialetto locale.

Sanfrecce Hiroshima (サンフレッチェ広島) – Hiroshima

Club fondato nel 1938 come Toyo Kogyo Syukyu Club ( 東 洋 工 業 サ ッ カ ー 部 ), cambiò nome nel 1981 in Mazda SC (マツダ SC) e nel 1992 assunse la denominazione attuale. Insieme al JEF United Ichihara Chiba e agli Urawa Red Diamonds, è stata una delle società fondatrici del campionato professionistico. Sanfrecce è una combinazione del numero “tre” ( 三 San) nella numerazione giapponese con la parola italiana frecce e si rifà alle parole dell’eroe locale, il daimyō Mōri Motonari, che disse ai suoi figli “Una singola freccia può essere facilmente spezzata, ma tre frecce tenute insieme non saranno mai piegate”.

Shimizu S-Pulse (清水エスパルス) – Shizuoka

Società fondata nel 1991 come Shimizu FC dall’iniziativa della cittadinanza locale senza il sostegno di grandi aziende, cambiò rapidamente la denominazione in Shimizu S-Pulse per mettere in primo piano i tifosi. Difatti, la S si rifà a Shimizu (città), Shizuoka (prefettura) e alle parole inglesi supporters (tifosi) e soccer (calcio), unita all’altra parola inglese pulse (impulso) a indicare l’energia dei suoi instancabili sostenitori.

Shonan Bellmare (湘南ベルマーレ) – Hiratsuka

Bellmare è una combinazione delle parole italiane bello e mare per indicare la bellezza dell’area costiera di Shōnan (湘南) nella baia di Sagami.

Urawa Red Diamonds (浦和レッドダイヤモンズ) – Saitama

Fondata nel 1950 come sezione calcistica della Mitsubishi con sede a Kobe, Mitsubishi Heavy Industries Football Club, diventò nel 1993 Urawa Red Diamonds. Red Diamonds è un chiaro riferimento all’emblema della Mitsubishi (三菱) nome traducibile come “tre diamanti”.

V-Varen Nagasaki (V・ファーレン長崎) – Nagasaki

Club formatosi nel 2005 dalla fusione di Ariake Football Club e Kunimi Football Club. Il nome V- Varen combina la V del portoghese vitória (vittoria) e dell’olandese vrede (pace) con varen che significa, sempre in olandese, “navigare”. Scelta ispirata alla grande tradizione marinara di Nagasaki, città portuale punto di attracco per portoghesi e olandesi durante lo shogunato Tokugawa (1600-1868).

Vegalta Sendai (ベガルタ仙台) – Sendai

Società fondata nel 1988 con la denominazione di Tohoku Electric Power Co., Inc. Soccer Club. Nel 1999 assunse il nome Vegalta in omaggio alla festa Tanabata (七夕 “settima notte”) che celebra il ricongiungimento delle divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentate rispettivamente dalle stelle Vega e Altair. I due amanti separati, secondo la leggenda, dalla Via Lattea possono incontrarsi solo una volta all’anno. La denominazione celebra tale incontro.

Vissel Kobe (ヴィッセル神戸) – Kōbe

Club fondato nel 1966 con il nome di Kawasaki Steel Soccer Club, aveva sede a Kurashiki, nella prefettura di Okayama. Nel 1994 la città di Kobe raggiunse un accordo con la Kawasaki per spostare la squadra da Okayama a Kobe, con la nuova denominazione di Vissel Kobe. Vissel nasce dalla combinazione delle parole inglesi victory (vittoria) e vessel (vascello), in riferimento alla tradizione portuale della città.

Yokohama F·Marinos (横浜 F・マリノス) – Yokohama

Società fondata nel 1972 come sezione calcistica della Nissan, Nissan Motors FC. Prese la forma attuale nel 1999 mediante la fusione delle due squadre di Yokohama: Yokohama Marinos e Yokohama Flügels. La F ricorda i Flügels (dal tedesco Flügel che significa “ali”) mentre marinos è la parola spagnola per “marinai” e si rifà alla importante storia di città portuale di Yokohama. La maggior parte dei tifosi dello Yokohama Flügels, rifiutando la fusione con i rivali, diedero vita nello stesso anno al Yokohama FC.

L’ammirazione per il calcio italiano, che proprio negli anni ’90 dominava la scena, riecheggia in tante altre squadre giapponesi a indicare una smisurata passione per il Belpaese.

Di seguito una breve lista:

J2 League

Fagiano Okayama FC (ファジアーノ岡山) – Okayama

Il nome fagiano si riferisce al compagno di avventure di Momotarō, protagonista della omonima celebre fiaba giapponese.

Kamatamare Sanuki (カマタマーレ讃岐) – Takamatsu

Kamatamare unisce il giapponese Kamatama (ciotola per udon tipica della zona) con la parola mare.

Montedio Yamagata (モンテディオ山形) – Yamagata

Fusione di monte e dio a indicare le maestose montagne di Yamagata.

Oita Trinita (大分トリニータ) – Ōita

Riferimento alla trinità di cittadinanza, aziende e governo locale nel supporto del club.

Roasso Kumamoto (ロアッソ熊本) – Kumamoto

Il nome Roasso deriva dall’unione di rosso e asso. Simbolo (cavallo rampante) e colore (rosso) sono un chiaro riferimento alla Ferrari.

Tokushima Vortis (徳島ヴォルティス) – Tokushima

Il nome vortis è preso da vortice e si riferisce al Vortice di Naruto, che non è il cartone ma un fenomeno marino che si verifica nele acque giapponesi.

J3 League

Gainare Tottori (ガイナーレ鳥取) – Yonago

Combinazione del giapponese gaina (“grande” nel dialetto di Tottori) e sperare.

Giravanz Kitakyushu (ギラヴァンツ北九州) – Kitakyushu

Unione delle parole girasole, simbolo floreale di Kitakyushu, e avanzare.

Kataller Toyama (カターレ富山) – Toyama

Combinazione di 勝 た れ (katare), che nel dialetto di Toyama significa “vincere”, e aller, francese per “andare”. Inoltre, è un gioco di parole tra “cantare” e 語 れ (katare) che significa “parlare”.

 

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