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Senna contro Prost: la leggendaria rivalità all’ombra del Sol Levante

Tommaso Nelli

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Compie oggi 63 anni Alain Prost, leggendario pilota di Formula Uno. Per celebrarlo, ricordiamo una delle rivalità più belle della Storia dello Sport, quella con l’indimenticabile Ayrton Senna. A fare da sfondo il mitico circuito di Suzuka, in Giappone.

Una pista, un’evocazione. Per una storia simbolo della F1. Perché Suzuka, più del luna-park fuori il circuito o della sveglia puntata all’alba della domenica, fa venire in mente Ayrton Senna e Alain Prost. Due nomi, una rivalità. Umana e sportiva. Aspra e intensa. Anche troppo. E che nel Gran Premio del Giappone, per tre anni consecutivi, raggiunse l’apice della sua tensione perché in palio c’era sempre il titolo mondiale.

Da una parte, Senna. Riflessivo, passionale, mistico, quasi ascetico nell’approccio alle corse. L’empatia col pubblico figlia delle sue gesta al volante, il connubio panico con l’acqua. Sotto la quale era il migliore di tutti. Lo fu anche quel 30 ottobre 1988, quando partì in pole, senonché al verde l’Honda turbo della sua McLaren si spense e si riavviò soltanto grazie al rettilineo in discesa. Imbottigliato nel gruppo, all’undicesimo giro era già terzo. Prost, intanto, era in fuga verso una vittoria necessaria per giocarsi il titolo nell’ultima gara. Dal cielo, intanto, le prime gocce di pioggia, DRS naturale del brasiliano e gradite al francese quanto la luce del giorno a Dracula. La sua McLaren, inoltre, aveva fastidi al cambio, lui per un giro dovette cedere il primato alla March di Ivan Capelli, spinta dall’aspirato Judd. Fino al 27.esimo giro, quando Senna, sul rettilineo dei box, lo sorpassò e s’involò verso il trionfo.

Quella domenica, sul podio, erano sì rivali, ma ancora non si detestavano. Come invece sarebbe successo dodici mesi più tardi. A Imola, in aprile, il casus belli con Prost che accusò Senna di aver infranto il loro accordo di non attaccarsi nei primi giri di gara. Da quel momento, arrivarono a non rivolgersi più la parola per uno scontro, comunque motivo più che sufficiente per seguire la F1 in un 1989 targato McLaren, che ben evidenziò le loro differenze caratteriali. Per un Senna poc’anzi descritto, c’era un Prost maestro di razionalità, fine stratega che otteneva il massimo risultato da ogni situazione e, a detta di una fonte attendibile che visse da protagonista la F1 di quel tempo, il migliore in assoluto nella messa a punto e nello sviluppo della vettura.

Il 22 ottobre, sul tracciato “a otto” di proprietà della Honda, il “Professore” aveva ventuno punti in più del “Mago”, ma non era ancora campione perché, per la regola degli scarti, doveva rinunciare ai cinque peggiori risultati della stagione. Senna, dunque, con sedici punti da recuperare, in caso di vittoria avrebbe nutrito ancora chances iridate. In prova, rifilò 1”730 al francese, secondo, ma avvantaggiato dalla partenza sul lato pulito della pista. Che sfruttò, prendendo il comando alla prima curva e obbligando l’altro a inseguire. Fino al 47.esimo dei 53 giri, quando il brasiliano, alla chicane prima del traguardo, tentò il sorpasso all’interno. Contatto fra le vetture, ferme nella via di fuga. Prost uscì dall’abitacolo.

Senna, aiutato dai commissari, ripartì, sostituì il musetto danneggiato e superò Nannini a pochi giri dalla bandiera a scacchi. Dove transitò vincitore, ma dopo la quale non poté esultare. Il taglio della chicane e l’ausilio dei marshall furono ritenuti irregolari dalla giuria di gara, che lo squalificò. La decisione consegnò il titolo a Prost e la rivalità prese le sembianze di una guerra. Chi c’era in quelle ore, ha raccontato che Senna visse quella manovra come un atto deliberato nei suoi confronti. Un tipo di accusa mosso anche da altri, ma che il francese respinse sempre nel suo stile: con diplomatica naturalezza. C’è poi chi gridò al complotto contro Senna, malignando su presunti buoni uffici di Prost col connazionale Jean-Marie Balestre, al tempo presidente della federazione. Ma i fatti non cambiarono.

Di certo, che il paulista non fosse particolarmente amato dai vertici della F1 lo si vide l’anno successivo, nell’ultimo atto di una trilogia da oscar. Fu il più breve. E il più violento. Senna mirava al bis mondiale, Prost a riportarlo a una Ferrari a digiuno dai tempi di Scheckter. A patto di finire quella gara e la successiva ultima davanti il rivale. In prova, stesso copione. Senna davanti a tutti, poi Prost. Che però si trovò ancora sul lato gommato della pista. Già. Nonostante avessero rassicurato Senna dopo le qualifiche, i giudici non invertirono le piazzole di partenza. E al via, la Ferrari ne beneficiò. Fino alla prima curva. Dove la McLaren, vedendo uno spiraglio, s’infilò. I due finirono nella sabbia a oltre 200 km/h. Ayrton Senna era campione del mondo.


 

Nei loro commenti a caldo, la sintesi di una rivalità senza precedenti nella storia della F1, favorita da un ambiente dove l’aspetto sportivo era ancora predominante su quello economico, permettendo ai piloti di esprimere, oltre alle loro qualità, anche e soprattutto le loro personalità. Prost: “Ha fatto una cosa che per me, per un uomo che si dice sportivo, che si dice ‘onesto, non è giusto. Ha mostrato il suo vero ‘visagio’”. Senna: “Le corse sono fatte così. Qualche corsa finisce alla prima curva, qualche corsa finisce a sei giri dalla fine”. In seguito, avrebbe ammesso l’intenzionalità del gesto.

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5 Commenti

5 Comments

  1. aldo properzi

    febbraio 25, 2018 at 9:50 am

    Senna: il più grande di tutti i tempi! lo disse Fangio

  2. aldo properzi

    febbraio 25, 2018 at 10:00 am

    Io, Senna; lo paragono a Madre Teresa di Calcutta! la sua fondazione sta aiutando milioni di bambini brasiliani ad affrontare la vita. Quando penso che a Imola andava DI NASCOSTO a trovare un bimbo in coma, mi commuovo.
    Ero al Maggiore quando morì, stavo in mezzo a tutti i giapponesi di Bologna in lacrime.
    Dio lo abbia in Gloria

  3. marco

    febbraio 25, 2018 at 1:05 pm

    quelli erano gp,oggi sono tutti tassisti strategie,regolazioni varie tutte fatte sul muretto dei box,ruotate??? mai sia!!! rimpiango i tempi di piquet (quello vero) senna prost mansell patrese berger nannini boutsen quelli erano piloti,questi sono modelli strapagati e viziati.l’ultimo gigante schumy.oggi solo noia.

    • Sardinius

      febbraio 26, 2018 at 4:29 pm

      Penso sia la prima volta che contravvengo alla mia ferrea risoluzione di non commentare articoli condizionati all’autenticazione attraverso email; ma qui si parla della Buonanima di Ayrton. Nel mio personale “idolatrario”, come lui, solo Alan Turing e Hans Joachim Morgenthau. E pensare che, ironia della sorte, in tempi remoti ho conosciuto qualcuno dei legali che hanno salvato Patrick Head dalla galera, mentre in tempi recenti mi sono trovato a scambiare una stretta di mano con un attempato interlocutore occasionale e, dopo ho saputo essere proprio Patrick Head. Mai più guardato un gran premio da quel maggio 94, giornata in cui, alla notizia della morte di Ayrton Senna, feci inversione di marcia e tornai a casa non partecipando all’ultima gara di una disciplina sportiva che praticavo con discreto profitto e che mi avrebbe garantito l’accesso ai campionati Italiani.

  4. annes

    marzo 5, 2018 at 3:49 pm

    Anche io.
    Mai più guardato un Gran Premio.
    Ogni tanto mi ritrovo a guardare giornali e riviste del tempo e
    rimpiangere un personaggio, non perfetto, ma che forse cercava di
    esserlo e capiva che l’essere perfetto poteva solo essere colui che gli aveva dato
    tanta fortuna nella vita.
    Cosa sarebbe successo se non fosse morto quella domenica?
    Chi lo può dire…..forse niente e forse tutto.
    L’indeterminatezza degli eventi obbliga ognuno di noi a pensare come se potessimo
    vivere per l’eternità, agendo come se fosse sempre l’ultimo giorno.
    Non è facile ma penso che Lui applicasse questa formula…..

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Monza 1988, l’incredibile doppietta rossa in ricordo di Enzo Ferrari

Luigi Pellicone

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Il 17 Febbraio 1898, Modena dava i natali a Enzo Ferrari, illuminato imprenditore che diede vita alla Scuderia Ferrari. Per celebrarlo riviviamo quell’incredibile GP di Monza 1998, quando il Drake lasciò il suo segno sebbene ci avesse salutato pochi giorni prima.

Monza, 11 settembre 1988. Dodicesima prova del Mondiale di F1. Un Gran Premio d’Italia molto particolare. Sulle tribune dell’Autodromo Nazionale, c’è un posto vacante. L’antefatto si consuma alle 7 del mattino del 14 agosto a Modena: a 90 anni, muore Enzo Ferrari, fondatore della “Scuderia Ferrari”, un marchio capace di imporsi sia in pista che nel mercato dell’automobile.

In quel periodo, però, si vince poco. Anzi. Il Mondiale è dominato dalle McLaren di Ayrton Senna e Alain Prost: due cannibali. Su 11 Gran Premi disputati, sette vittorie per il brasiliano, quattro per il francese. La Ferrari, lontana anni luce delle monoposto anglo-giapponesi, è affidata a Berger e Alboreto. I primi dei “normali”. I due piloti vivacchiano su e giù dal gradino più basso del podio. Poche soddisfazioni e tanta polvere. Monza, però, è la gara di casa…


Il weekend procede senza sorprese: le qualifiche premiano la scuderia di Woking. La prima fila, come prevedibile, è tutta Mc Laren. Prost e Senna. Berger e Alboreto in seconda fila. Si profila l’ennesima gara a senso unico. Prost e Senna, Senna e Prost. Uffa, che noia. I due piloti si giocano il titolo mondiale su una macchina che viaggia come un’astronave: staccano facilmente le due Ferrari che arrancano in terza e quarta posizione.

Al 35esimo giro, però, il primo colpo di scena. Prost rallenta, gira su tempi altissimi, la sua macchina produce un rumore sordo. Guasto elettrico. Berger lo attacca e lo supera senza difficoltà alle curva di Lesmo. Il cedimento del propulsore del compagno lascia via libera a Senna. Il brasiliano, primo e senza il suo avversario più pericoloso ha oltre 10 secondi di vantaggio sulle due Ferrari. Deve solo gestire la gara e portare la sua monoposto al traguardo per guadagnare punti preziosissimi in ottica mondiale.

A tre giri dalla fine, però, accade qualcosa di incredibile: Senna deve doppiare Schlesser, un pilota Williams che neanche doveva parteciparvi, a quel Gran Premio. Gareggia solo perché Nigel Mansell (che ha già firmato con la Ferrari per l’anno successivo) ha il più classico dei “mal di pancia”. Il pilota di riserva della monoposto inglese vede la sagoma di Senna ingrandirsi negli specchietti. Il brasiliano è sempre più vicino… quanto basta per far perdere la testa al pilota francese. Schlesser prima frena, poi inchioda, quindi taglia la curva al limite delle leggi della fisica e della logica. Senna non può evitarlo, il tocco è inevitabile. Testa coda. La gara di Ayrton, finisce lì, a pochi passi dal drappo del Cavallino…

Berger e Alboreto si ritrovano al comando. Restano due giri. É una lunga passerella: il pubblico in visibilio accompagna i due sino alla bandiera a scacchi. Le due rosse fra cori da stadio più che da autodromo, tagliano il traguardo praticamente insieme, a 512 millesimi l’uno dall’altra. Doppietta Ferrari. Evento che, da queste parti, non si verificava da 9 anni. Un successo maturato a metà fra l’imprevisto e l’imponderabile. Per la cronaca, le McLaren vinceranno le ultime quattro gare in calendario e chiuderanno il loro 1988 con 15 vittorie su 16 GP. Vinte tutte, insomma. Tranne a Monza. Non lì, non allora. Non si correre più veloci del destino. E l’11 settembre 1988, a Monza, vi era un avversario insuperabile: il ricordo del Drake. E cosa, se non il trionfo tutto Ferrari, per celebrarlo?

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Auguri Dottore, 39 anni di rivoluzione

Emanuele Catone

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Spegne oggi 39 candeline Valentino Rossi. A contarle sono tante per uno sportivo, poche invece per lui e chi ancora brama di vederlo sfrecciare in pista. A questa età, i piloti si avviano verso il tramonto della propria carriera o al massimo cercano un modo per restare tra i primi cinque o sei in classifica. Il Dottore no. Lui vuole ancora primeggiare, lottare con i ragazzini terribili che sforna il vivaio del motociclismo e allo stesso tempo insegnare ai più giovani cosa vuol dire essere un Campione; di quelli, appunto, con la “C” maiuscola.

Valentino Rossi ha portato nel mondo del motociclismo la rivoluzione: l’ironia, lo scherzo, la cattiva semplicità di un ragazzo qualunque che qualunque non è. Da “RossiFumi” alla bambola gonfiabile, dal dito medio a Biaggi alle sportellate con Gibernau e Marquez; Rossi è tante sfaccettature di uno sport che ancora si riconosce, stando all’epoca moderna, nel suo nome. Il 46 giallo è diventato un marchio riconoscibile in tutto il mondo, anche se ci si dovesse trovare a parlare di tutt’altro quel numero sarebbe immediatamente ricondotto a lui.

39 anni come fossero ancora 18, 20 o 25; segnati però da eventi che ne hanno forgiato un carattere già di per se duro. Nella sua carriera ha demolito motociclisticamente e psicologicamente i suoi avversari, il suo è stato accostato a tutti i piloti che si sono avvicendati nella lotta al titolo. C’è chi ne parla male, chi bene; ma tutti concordano sull’esemplarità del soggetto. Sarebbe inutile elencare tutti i suoi numeri, quasi un’offesa. Tra poco più di un mese ricomincerà la sua rincorsa al decimo titolo mondiale, quello sottratogli due anni fa da un connubio spagnolo che ha deciso di mettersi contro la storia. Rossi si ama, si contempla; lo si disprezza anche. Nulla, però, cancellerà il suo nome inciso e marchiato a suon di derapate sull’asfalto di tutti i circuiti del globo. Auguri Dottore, Valentino Rossi, Campione o semplicemente leggenda.

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Luca Badoer, “lo Stachanov del volante”

Tommaso Nelli

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A prima vista, la storia in F1 di Luca Badoer, 51 gran premi disputati senza mai andare a punti, fa venire in mente quei personaggi verghiani costretti a dividersi tra il duro lavoro nei campi e un’esistenza priva di particolari soddisfazioni. L’ultima Scuderia Italia senza sospensioni attive e col mal riuscito telaio Lola nel ‘93, una Forti che nel ’96 per una volta smentì il nomen omen caro agli antichi e una Minardi che lo lasciò in lacrime sul più bello. 26 settembre 1999, Nürburgring, Gran Premio d’Europa. Dalla decima fila, tenendo le gomme d’asciutto anche con la pista bagnata, questo montebellunese classe ’71 risalì fino al quarto posto. Un piccolo grande affresco di tenacia e lungimiranza. Rovinato dalla rottura del cambio a dodici giri alla fine. Quando era davanti la McLaren di Hakkinen e la Ferrari di Irvine.



Già, la Ferrari. Il capitolo più importante della sua vita sportiva. Forse il meno conosciuto. Ma sempre a prima vista, ovvio. E che invece è da approfondire, perché spiega come Badoer non sia uno da cavalleria rusticana. E come la qualifica di collaudatore, ricoperta per tredici anni, non faccia capire l’effettiva portata del suo ruolo in sella al Cavallino Rampante. Che è stato quello di vero e proprio terzo pilota, coinvolto a pieno titolo nelle decisioni di carattere tecnico della squadra. Chiamato nel 1998 al posto di Nicola Larini, il campione di Formula 3000 (l’anticamera della F1) del 1992 – davanti a gente come Coulthard e Barrichello – stabilì un’intesa straordinaria, anche sul piano umano, con Michael Schumacher, che ascoltava con attenzione le sue opinioni sulle soluzioni da portare in gara dopo averle provate nei test. Perché a Fiorano, al Mugello o a Monza, d’estate o d’inverno, alla mattina presto o alla sera tardi, Badoer non si tirava mai indietro. Macinava centinaia di chilometri (si calcola che in tutto siano stati 135.000) per sperimentare novità aerodinamiche, l’evoluzione di un motore o una nuova mescola di pneumatici. Un lavoro estenuante ma fondamentale. Per recuperare il gap dalle McLaren o per fare della Ferrari la più forte. Come è stato. Dietro ai trionfi del Red Millennium, fondati sulla cultura del collaudo, c’è quindi anche lui, “lo Stachanov del volante”, col rosso al posto del blu sulla tuta e un instancabile senso d’abnegazione addosso per il quale avrebbe avuto diritto all’oscar come miglior attore non protagonista.

Proprio al volante di una “Rossa” la sua ultima volta in F1. E proprio nel Gran Premio del Belgio che si correrà domenica. Era l’edizione 2009. Ma non fu il giusto premio dopo tanta fedeltà alla causa. Perché il destino talvolta ha una relazione conflittuale con la riconoscenza. Badoer infatti meritava la Ferrari dieci anni prima, luglio 1999, quando Schumacher s’infortunò a una gamba a Silverstone. Ma, a sorpresa, gli fu preferito Mika Salo. E lui rimase in Minardi. Perché? Non si è mai ben capito. Eppure conosceva alla perfezione la F399 e aveva il ritmo gara. Quello che gli sarebbe inevitabilmente mancato dieci anni dopo, quando fu scritta tutt’altra storia. Sempre un infortunio come prologo – Massa colpito da una molla della Brawn di Barrichello nelle qualifiche del Gran Premio d’Ungheria – ma nella trama una vettura che Badoer non conosceva, perché la F1 era entrata nel post-moderno: grosse restrizioni sui test, si poteva girare solo con la macchina dell’anno precedente. In più, l’aerodinamica era stata stravolta e il kers sulla F60 non andava d’accordo con telaio e motore, come dimostravano i risultati. Badoer pagò lo scotto nelle prime due apparizioni, dove comunque arrivò al traguardo, ma perché allontanarlo dopo Spa e a una settimana da quella Monza che conosceva come le sue tasche? Ingenerose poi le critiche su di lui da parte di molti, che si rivelarono così solo superficiali conoscitori della F1, e un’ironia ironica come tutti gli esercizi di satira su chi arriva ultimo: roba della quale se ne fa volentieri a meno.

Terza nel Costruttori, la Ferrari era a “+12” sulla McLaren quando lo sostituì. Con un altro italiano, Giancarlo Fisichella. Correva dal 1997. In cinque gare totalizzò gli stessi punti di Badoer: zero. E Maranello chiuse la stagione dietro Woking d’un punto. A dimostrazione che il problema non era il pilota. E che nella F1 si può migliorare solo attraverso il lavoro quotidiano. Cioè con i test. Quelli che hanno reso grande la Ferrari negli anni di Badoer. Quelli che, da quando sono stati limitati, hanno ridotto il senso autentico della competizione di questo sport. E, di conseguenza, parte dell’interesse del pubblico nei suoi confronti.

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