Connettiti con noi

Storie dell'altro mondo

Ritratto di Jack Wilshere, il bad boy che diventerà un bravo ragazzo

Mattia Zucchiatti

Published

on

La convocazione di Jack Wilshere, protagonista di soli 141’ giocati in Premier League in questa stagione a causa di un grave infortunio al perone, nella Nazionale inglese ha destato sgomento e scalpore. Proviamo a tracciare quindi un identikit del pupillo del CT Hodgson cercando di capire il perché il tecnico inglese si ostini a convocare un calciatore con uno scarso minutaggio e qualche episodio degno della reputazione di bad boy e il perché Jack Wilshere sia così differente dal suo compagno di “ragazzate” e paragoni Mario Balotelli.

 Jack Wilshere è il meno inglese dei calciatori inglesi. Ma lui non lo sa e cova lo stesso il suo jingoismo sfrenato. Sì perché se Jack Wilshere fosse vissuto negli anni ‘70 del ‘800 probabilmente al grido di “By jingo” avrebbe sostenuto le minacce imperialiste della perfida Albione di Benjamin Disraeli ma essendo un prodotto cristallino del vivaio calcistico inglese, nato nel 1992, deve limitarsi a difendere la nazionale dei “Three Lions”. Esatto, non toccategli la nazionale a Jack Wilshere. Ci provò l’altrettanto talento cristallino (ma con meno personalità) Adnan Januzaj che, per via della sua tripla cittadinanza albanese, belga e appunto inglese, avanzò una timida candidatura futura nella selezione inglese scatenando l’ira del fiero Jack: “In nazionale possono giocare solo inglesi, dobbiamo ricordare chi siamo. Noi siamo inglesi, contrastiamo duro e siamo difficili da battere. Se vivo 5 anni in Spagna ciò non mi da il diritto di giocare per le furie rosse”.

Una dichiarazione che scatenò l’opinione pubblica inglese e in particolare la Football Association che rivendicò la piena appartenenza allo sport inglese di Mohamed Farah, di origine somala e campione olimpico per l’Inghilterra nei 5.000 e 10.000 metri. Lo stesso Wilshere probabilmente capì di aver espresso un concetto troppo estremizzato nell’esposizione, infatti, apparve debole e poco convincente  la sua risposta (“cricket e atletica sono altri sport”) a Kevin Pietersen, giocatore di cricket sudafricano militante nella Nazionale inglese, che gli chiese spiegazioni su twitter. E ancor più debole appare l’argomentazione di Wilshere se pensiamo che l’allenatore che lo fece esordire in Nazionale è di nazionalità italiana e risponde al nome di Fabio Capello.

Ma torniamo al calcio giocato. Wilshere è il meno inglese degli inglesi, dicevamo. Questa è la tesi anche di Xavi Hernandez (“Con tutto il rispetto, il suo stile di gioco non è inglese”) che in un’intervista dichiarò di essere rimasto colpito dalle doti del centrocampista dell’Arsenal. Con buona pace di Arsene Wenger che azzardò il paragone con Wayne Rooney. Sì perché tralasciando l’esuberanza, quella sì tutta inglese, Jack Wilshere appare chiaramente influenzato dallo stile di gioco e dall’importanza che un personaggio come Dennis Bergkamp ha avuto nel mondo Arsenal.

La visione di gioco eccezionale, una grande duttilità che gli permette di ricoprire anche il ruolo di regista davanti alla difesa, alla Pirlo per intenderci, una grande abilità nella protezione di palla e un piede sinistro che nel tiro, parafrasando una celebre battuta di un film di Verdone, può essere ferro (vedi gol al West Bromwich nel 2015) e può essere piuma (gol al Marsiglia nel 2013). Queste le caratteristiche fondamentali di Wilshere sul rettangolo verde. Arrivò all’Arsenal all’età di 9 anni. Esordì nel 2008 in Premier League nella sfida vinta contro il Blackburn diventando il più giovane giocatore della storia dell’Arsenal ad esordire nella massima serie. Nel 2010 fu ceduto al Bolton per farsi le ossa e per acquistare minutaggio e nello stesso anno esordì in nazionale. Finito il prestito tornò alla base e divenne un punto fermo dell’undici di Wenger. “Se tutto va bene può essere il centrocampista del futuro per l’Inghilterra” dice sempre Xavi. Già, se tutto va bene. Nulla è scontato con Jack Wilshere e in particolar modo se si parla della sua costanza e della sua integrità fisica. La caviglia che lo tormenta da quattro anni non sembra dargli pace e contribuisce a ridurre drasticamente il numero di presenze durante la stagione.

Dalla sua parte ha la fortuna di avere come mentore il manager più ostinato di sempre quando si parla di talenti ovvero tale Arsene Wenger che raramente abbandona un suo pupillo anche quando questo è in grande difficoltà. Tuttavia, l’acquisto di Ozil lasciò presagire quello che tutti ormai avevano ben chiaro: non si può costruire l’Arsenal su Wilshere. Troppo poco affidabile e non si parla solo di infortuni. Passiamo quindi ad un altro aspetto della sua personalità. Wilshere, infatti, si trova al centro di una drammatica dialettica che ancora non vede un vincitore. Da un lato il leader designato dai tifosi a trascinare la squadra del dopo Fabregas e dall’altro lo scanzonato ragazzo sempre in cerca di divertimenti che spesso oltrepassano il limite della normale vita professionale di uno sportivo. Ed ecco che nel 2011 venne arrestato per aggressione ai danni di un tassista e, per due volte nel giro di due anni, immortalato dai paparazzi in una villa a Las Vegas in compagnia di sigarette e alcol. “Ho sbagliato, ho figli e non voglio che pensino che loro padre fumi” in questo modo si scusa Wilshere che però non sembra più in grado di sfuggire alle etichette di “bad boy” della severa stampa britannica. Etichette che si fecero più insistenti dopo il dito medio mostrato ai tifosi del Manchester City dopo una pesante sconfitta con i citizens e dopo i cori di scherno ai tifosi del Tottenham durante le celebrazioni del suo primo trofeo, la Fa cup.

E qui apriamo un nuovo discorso: il derby del Nord di Londra. In assoluto, il derby Arsenal-Tottenham è tra le stracittadine più sentite d’Inghilterra e gli sfottò ovviamente non possono mancare. Wilshere, infatti, durante i festeggiamenti per la FA cup vinta nel 2014 si rivolse al pubblico di fede Gunners urlando al microfono la domanda “What do you think of Tottenham?”– “Sh*t”, la risposta dei tifosi che iniziarono ad adorare sempre più il ragazzo di Stevenage, tanto da insultare ferocemente il compagno di squadra Gabriel Paulista che sfortunatamente gli causò un nuovo infortunio in allenamento. Sempre più gunner, sempre più anti spurs, Wilshere ha incanalato alla perfezione gli umori di una tifoseria e di una squadra che si vede ormai da parecchi anni attribuito l’appellativo di eterna incompiuta e sfodera nelle prestazioni e nei comportamenti quella rabbia agonistica che i tifosi gli trasmettono.

Anche Wilshere sarà l’eterno incompiuto? Wilshere come Balotelli? Macché, Wilshere vincerà la sua sfida, a differenza di Mario, ha dalla sua parte tifosi, compagni, manager e il carisma da leader. E poco importa se Gareth Bale in un derby lo apostrofò “midget” (nano) perché nello spogliatoio e nell’ambiente Arsenal, Jack Wilshere assume quasi le sembianze di un gigante. E se tutte le potenzialità saranno finalmente espresse e gli infortuni lasciati alle spalle, non c’è Kane che tenga, il leader del calcio inglese sarà lui. Arrogante, talentuoso ma anche un po’ simpatico, ecco Jack Wilshere, chiamato ancora una volta a guidare la sua Nazionale.

FOTO: www.independent.co.uk

Comments

comments

Clicca per commentare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calcio

Russia 2018: Vince la Svizzera, esulta il Kosovo

Ettore zanca

Published

on

La partita Serbia – Svizzera non sarebbe stata facile per loro tre.
Loro sono Behrami, Shaqiri e Granit Xhaka. Giocano nella nazionale svizzera ma hanno radici kosovare. Behrami e Shaqiri hanno avuto la storia meno cruenta dei tre. Se così si può dire. Entrambi fuggiti in Svizzera con le famiglie ai primi venti di guerra nella ex Jugoslavia nel 1991. Shaqiri pur legato molto alla Svizzera, è stato molto tentato di abbandonare la nazionale per giocare in quella kosovara, poi rinunciò per gratitudine a chi diede ospitalità alla sua famiglia.

La storia di Granit Xhaka è molto più affondata nella sua carne e in quella dei suoi familiari.
Le milizie serbe capitanate da Slobodan MIlosevic infatti, arrestarono il padre di Granit, accusato di essere un attivista delle cause kosovare. Condannato a sei anni, fu rilasciato dopo 3 anni e mezzo in cui fu torturato e percosso. Una volta fuori e prima che la situazione precipitasse, decise di scappare a Basilea. Dove nacquero Granit e suo fratello Taulant.

La curiosità è che mentre Granit difende i colori della Svizzera, suo fratello gioca per la nazionale albanese. Agli europei di due anni fa, la madre era allo stadio con una maglietta divisa in due parti per non fare torto a nessuno dei due. Granit dice di suo padre che è il suo idolo indiscusso, che però non gli ha mai raccontato tutto della prigionia, forse per risparmiargli il dolore.

Ieri sera la Svizzera ha vinto. Il gol della vittoria lo ha segnato Shaqiri, uno dei tre kosovari. Per completare la favola, occorreva che a pareggiare fosse l’uomo con la storia più affondata nella carne. Beh, indovinate un po’ chi ha fatto il gol del pareggio. Un gran bel gol tra l’altro.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Il senso di Lukaku per la vita

Ettore zanca

Published

on

In mezzo ad un mondo che si urla di tutto, le immagini edificanti sono ormai delle oasi da tenersi strette. Dopo la fine della partita vinta dal Belgio contro Panama, c’è stata una delle più belle immagini del mondiale, finora. E sono immagini che rimandano alla storia personale di uno dei due. Nella foto che vedete, ci sono il panamense Fidel Escobar e il belga Romelu Lukaku, in divisa rossa. Durante la partita se le sono date di santa ragione per arrivare prima sul pallone. Lukaku ha segnato una doppietta. Alla fine entrambi, comunque hanno pregato, una preghiera di ringraziamento, evidentemente, che al di là delle religioni di ognuno, Lukaku è cattolico, Escobar cristiano evangelico, fa rendere entrambi paghi per quello che hanno avuto. E non è poco. Ancora più raro è vederlo su un campo da calcio.

La storia personale di Lukaku poi, è di quelle da fame nera. Nato ad Anversa, quindi Belga di cittadinanza e non naturalizzato, ha cominciato a sgomitare la vita prima degli avversari. Se c’è un momento in cui si realizza di essere poveri, Romelu lo ricorda nitidamente, aveva sei anni e tornava a casa da scuola e vide dipinta sui volti della famiglia la disperazione. Erano senza nulla. I topi erano i suoi coinquilini, mangiavano pane con latte allungato con acqua.
Si faceva la doccia dentro una pentola e non aveva elettricità. Promise a se stesso che tutto sarebbe cambiato per lui e per la famiglia.

A undici anni sembrava già uno di diciotto, i genitori degli altri ragazzini stentavano a credere che avesse quell’età. A dodici anni andò dal tecnico dell’Anderlecht under 19, gli chiese di farlo giocare, quello gli rise in faccia, e Romelu disse: “facciamo così, tu mi fai giocare e io ti prometto di fare 25 gol in un anno, se perdo mi sbatti in panchina o mi cacci, se vinco, pulisci il pulmino della squadra e cucini i pancakes per tutti. A fine stagione mangiammo dei buonissimi pancakes”.

Da allora è stato il sostegno per tutta la famiglia. E conosce bene la fame, per questo lotta come un disperato per tutto il campo. E ha un mantra, che tanti dovrebbero ricordare: “non bisogna mai scherzare con chi ha lottato tra miseria e povertà sconfiggendo la fame”. 
No, c’è poco da scherzare, Romelu, con chi fa a gomitate prima di tutto col fato e lo abbatte. Poi preghiamo insieme, poi. A partita finita. E non importa chi ha vinto.

Comments

comments

Continua a leggere

Calcio

Mexico ’86, Maradona racconta la “Mano de Dios”

Fabio Bandiera

Published

on

Il 22 Giugno 1986 durante in Mondiali in Messico Diego Armando Maradona segna il goal più famoso della Coppa del Mondo, smarcandosi tutta l’Inghilterra. Pochi minuti prima, però, ci fu l’indimenticabile “Mano de Dios”. Ecco come el Pibe racconta quel momento.

C’era una volta il calcio, quello vero quello giocato da un uomo per un solo unico fine: vincere per dimostrare al Mondo intero di essere il migliore. E’ quello che ci racconta in un libro – Mexico ’86 Storia della mia vittoria più grande – a distanza di trent’anni Diego Armando Maradona, alias il pibe de oro, che ripercorre la cavalcata trionfale che portò un Argentina sporca e cattiva ad aggiudicarsi il Mondiale del 1986 in Messico contro tutto e contro tutti tra faide interne e lo scetticismo generale. In questo racconto epico scritto a quattro mani con il giornalista argentino Daniel Arcucci il pibe riporta indietro le lancette del tempo trascinandoci per mano in ritiro, sui campi di allenamento, nelle camera di albergo regalandoci un suggestivo spaccato del calcio di allora fatto di sangue, sudore e fatica dove l’elemento umano poteva ancora da solo stravolgere un equilibrio pre-costituito.

Il tutto col suo solito stile schietto e diretto senza fronzoli e peli sulla lingua. E’ la storia di un uomo che che ci coinvolge nel suo travaglio interiore pre-mondiale tra l’infortunio col Barcellona, la successiva riabilitazione, l’inizio dell’avventura col Napoli, le fughe romane del lunedì dal professor Dal Monte per prepararsi al meglio e la voglia di vestire la fascia di capitano della sua amata Seleccion alla quale è costretto a rinunciare per più di un anno per motivi logistici. Il selezionatore Carlos Bilardo confida in lui affidandogli la fascia di capitano definendo da subito le gerarchie interne, ma  la neo-investitura di Diego non va a genio al Kaiser Daniel Passarella monumento vivente del calcio argentino e mal disposto a mettersi da parte dopo due mondiali da capitano. Sarà il pibe a spuntarla inchiodando il traditore miliardario Passarella reo tra l’altro di aver usato l’unico telefono per folli interurbane amorose a carico della collettività –in un’epoca senza cellulari le interurbane costavano un bel po’- unendo un gruppo che rischiava di sgretolarsi tra guelfi e ghibellini.

Risolta questa faida interna sarò lo stesso pibe a convincere Bilardo – che tanti anni dopo lo tradirà – a modificare i piani di avvicinamento al Mondiale difendendolo al tempo stesso dai Menottiani – seguaci innamorati dall’ex Ct Cesar Menotti profeta in patria nel mondiale del 1978 – e da un governo deciso a rimuoverlo dall’incarico a pochi mesi dall’evento. Sembra davvero di vivere in un’altra era dove la pochezza di mezzi e di risorse allora a disposizione cozza a muso duro contro il calcio ovattato e sintetico di oggigiorno tant’è che l’armata brancaleone argentina approda un mese prima dell’esordio in Messico come una trincea al fronte. E’ qui che nasce il capolavoro del genio che riesce col suo carisma personale a plasmare un gruppo di sbandati trasformandoli in uomini creando quell’ amor proprio decisivo per la vittoria. Finalmente si parte: le botte dei coreani domati facilmente con un secco 3 a 1, il pareggio con l’Italia campione del mondo in carica in cui il nostro realizza la sue prima perla personale con un colpo da biliardo che ridicolizzò sia libero che portiere ma “la colpa fu di Scirea –  sostiene il pibe – perché se avesse fatto tac e gliel’avesse toccata la sfera sarebbe stata di Galli”. Da quel pari contro un’Italia comunque non irresistibile nacque la convinzione di potersela giocare alla pari con tutti e il facile 2 a 0 con la Bulgaria sancisce il primato del girone in vista dell’ ottavo di finale contro l’Uruguay. Fu la sua miglior partita quella in cui non sbagliò quasi nulla, commenta Diego che ha rivisto tutte le partite per la prima volta a distanza di trent’anni, e l’1 a 0 finale con gol del suo compagno di stanza Pedrito Pasculli sta a dir poco stretto vista la l’intensità di gioco e la mole di palle gol sbagliate.

Adesso ai quarti c’è l’Inghilterra di Gary Lineker, la partita delle partite carica di significato anche per motivi extra-calcistici perché qui è in ballo l’onore di una nazione ferita dalla sanguinosa guerra delle Isole Malvine il cui ricordo era ancora vivo. Il condottiero Maradona condensa in quei novanta minuti tutto il suo repertorio calcistico fabbricando due giocate che resteranno per sempre nell’immaginario collettivo della storia del football. Nel primo c’è la malizia, la furbizia, l’astuzia che guidano la mano di Dio mentre nel secondo è il piede di Dio che salta come birilli mezza Inghilterra traghettando la palla dal centrocampo in gol, il gol più bello del mondo. Partita finita sul 2 a 0? Nemmeno per sogno, c’è ancora tempo per gli inglesi abili a riaprire il match e a far soffrire fino all’ultimo secondo un’Argentina unica nel complicarsi la vita. La semifinale è una bella sberla in faccia a tutti i gufi e ai detrattori che Maradona esorcizza gasandosi sempre di più: il gruppo è cemento armato allo stato puro, Bilardo ha inserito in corso d’opera Enrique ed Olarticoechea che hanno dato smalto ed energie fresche per il rush finale, ma ora c’è il Belgio da affrontare. Squadra da rispettare in tutto e per tutto, un collettivo solido ben farcito da qualche individualità di spicco e da gente che la sa lunga come Ceulemans e il portierone Jean Marie Pfaff.

Partita a senso unico e altre due prodezze del pibe, una doppietta che lo consacra nell’Olimpo dei più grandi di tutti i tempi, due ennesimi capolavori di classe pura con gli avversari attoniti a guardare increduli le gesta di un marziano che viaggia ad un’altra velocità saltandoli come i birilli. Finalissima contro i tedeschi. Attento alla Germania gli disse suo padre ad inizio mondiale – l’unico familiare voluto da Diego con lui in Messico –  quelli non mollano mai, e mai profezia fu più vera. Stadio Azteca 29 giugno ore 12 un caldo infernale e una missione da compiere per tutti gli argentini che come in tutte le favole che si rispettino aspettano il lieto fine. Pronti via e Schumacher uscendo a farfalla regala al libero Brown – sostituto naturale di un Passarella relegato a comparsa – il vantaggio che Valdano mette al sicuro ad inizio ripresa con un contropiede micidiale. Partita finita? Neanche per sogno: Rummenigge e Voller pareggiano i conti in un amen a pochi minuti dalla fine, papà aveva ragione, ma il pibe non demorde perché vede i tedeschi cotti fisicamente mentre l’Argentina ha ancora benzina da spendere, quella necessaria al nostro al minuto ‘83 per innestare Burruchaga sul corridoio di destra: progressione micidiale e gol della vittoria che consacra l’Argentina nella storia e Maradona in vetta al Regno dei Cieli del calcio. Contro il suo paese che non credeva in lui, contro i vertici in giacca e cravatta della Fifa ai quali non si è mai voluto omologare, contro i suoi limiti e le sue paure di uomo, un uomo che voleva dimostrare a tutti di essere il numero uno. Questo era il calcio trent’anni fa e questo libro gli rende pienamente giustizia.

Comments

comments

Continua a leggere

Trending