E’ il 22 giugno del 1974, a Gelsenkirchen il Brasile è in campo per la terza partita del gruppo B della Coppa del Mondo e a pochi minuti dal triplice fischio finale è saldamente in vantaggio per 3-0 sullo Zaire. L’arbitro fischia un calcio di punizione a circa 25 metri dalla porta degli africani: Rivelino sta per calciare quando il numero 2 dei ‘Leopards’, Ilunga Mwepu, improvvisamente e inspiegabilmente si stacca di corsa dalla barriera andando a calciare il pallone verso la metà campo avversaria. E’ un gesto che scatena l’ilarità dei brasiliani e che è ancora un cult su Youtube: ma quella che appare come una clamorosa ignoranza delle regole da parte di una squadra che a molti sembra capitata lì per caso nonostante la recente vittoria della Coppa d’Africa, come dimostrato anche dal 9-0 subito dalla Jugoslavia nella partita precedente, è in realtà un gesto della disperazione. Dopo le prime due sconfitte, infatti, i giocatori africani sono stati avvertiti che nella loro capitale, a Kinshasa, il dittatore Mobutu Sese Soko non ha gradito per niente, e che se subiranno più di tre gol con il Brasile non faranno mai più ritorno nelle loro case. Fortunatamente per loro i verdeoro non infieriscono, e molti anni più tardi si viene a sapere il retroscena su quel calcio di punizione proprio grazie a un’intervista di Mwepu alla Tv inglese.

A far parte della spedizione dei ‘Leopards’ nell’allora Germania Ovest, pur non scendendo mai in campo in nessuna delle tre partite, c’è anche Mafuila ‘Ricky’ Mavuba, centrocampista specializzato nell’esecuzione dei calci da fermo. Alcuni anni dopo il Mondiale tedesco, Mavuba si trasferisce per giocare in Angola, dove si sposa con Therese prima che l’inizio della guerra civile lo spinga a fuggire altrove. Mafuila e signora decidono di trasferirsi in Francia, ma allora come oggi per un africano arrivare in Europa è tutt’altro che facile. Therese è incinta, e le difficoltà della traversata verso Marsiglia su un barcone ne provocano il parto prematuro: nasce un bambino che i genitori decidono di chiamare Rio in onore dell’acqua sulla quale viene al mondo. Arrivati in Francia i Mavuba ottengono lo status di rifugiati politici. Ma nemmeno nel Paese transalpino la vita del piccolo Rio, sul cui passaporto c’è scritto ‘né en mer’ (‘nato in mare’), è facile: a due anni perde la madre e a tredici il padre, dal quale ha ereditato il talento calcistico.

Dopo aver svolto tutta la trafila delle giovanili nel Bordeaux, nel 2003 arriva l’esordio nella Ligue 1, e poco più di un anno più tardi quello nella Nazionale francese non appena ottenuta la nazionalità. Mavuba lascia il Bordeaux nel 2007, attratto dal fascino e dai soldi della Liga, ma l’esperienza nel Villarreal è breve e deludente: dal 2008 si trasferisce infatti in pianta stabile nel nord della Francia, nel Lille di cui diventa presto un simbolo. Mavuba nel LOSC incontra Rudi Garcia, tecnico che si rivela decisivo nella sua carriera: nel 2011 ‘Les Douges’, capitanati da Mavuba, ottengono la storica doppietta Campionato-Coppa di Francia, consegnando alla leggenda una squadra non certo partita con i favori del pronostico.

Ma la vera chiusura del cerchio per Mavuba arriva in Brasile nel giugno 2014 quando, sebbene Deschamps lo mandi in campo solo per uno scampolo di partita contro l’Honduras, ricalca le orme paterne partecipando a un Campionato del Mondo. Un prato verde e un pallone da inseguire dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico, lo stesso mare che lo ha visto nascere.

FOTO: www.franceinfo.fr

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