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Giochi di palazzo

Rio 2016: Tra sospetti e accuse, ecco i Giochi del maccartismo

Andrea Muratore

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Nell’affollata e movimentata Rio de Janeiro olimpica si respira un’aria pesante, soffiano raffiche impetuose che mettono di continuo a repentaglio la tenuta della traballante architettura dei Giochi. Tra la disorganizzazione e i contrattempi causati da una marcia di avvicinamento incerta e dal sovrapporsi delle già di per sé imponenti necessità dettate dall’appuntamento olimpico al precipitare della situazione interna al gigante brasiliano, ciò che più turba la quiete e la tranquillità è la pesante aria di sospetto che si respira all’interno del Villaggio Olimpico. Quelli che avrebbero dovuto essere un’opportunità storica per la storia dello sport e di un paese intero si stanno rivelando tra i Giochi Olimpici più problematici di sempre, e a complicare ulteriormente la questione intervengono di continuo le polemiche e gli scambi di accuse tra atleti e delegazioni che riguardano i sospetti di doping, oramai reiterati con cadenza quotidiana e divenuti di dominio pubblico. Alla faccia di qualsiasi ideale decoubertiniano, alla faccia di ciò che dovrebbe essere il reale senso dei Giochi, è il doping che da mesi rappresenta il lungo e aggrovigliato filo rosso fungente da trait d’union tra le variegate componenti del caleidoscopio olimpico. La triste e a tratti demoralizzante vicenda delle indagini unilaterali sul doping nel sistema sportivo russo, culminata nelle infamanti e lacunose accuse di “doping di stato” da parte della WADA, è oramai nota, ma dopo l’emersione di un furioso dibattito mediatico sul doping il clima di sospetto non ha fatto che appesantirsi, e numerosi atleti hanno esposto il loro malessere per il complesso stato di cose, o la loro critica per le maniere con cui oggigiorno il doping viene affrontato, con dichiarazioni facilmente interpretabili, in diversi casi addirittura sin troppo chiare e palesi.

È stato in particolare il mondo del nuoto a farsi latore di un’insofferenza generalizzata, ma al tempo stesso a presentare il volto più inquietante della deriva della contestazione contro il doping e i bari in una vera e propria caccia alle streghe. La piscina si fa campo di battaglia, rivalità sportive si tramutano in asti personali e il pubblico del nuoto scopre la polarizzazione tra innocentisti e colpevolisti ogniqualvolta si ritrovano a competere atleti sospettati di aver fatto uso di sostanze dopanti o incorsi in squalifiche, da loro scontate appieno, negli anni scorsi. In questo clima arroventato, colui che è macchiato dall’onta del doping o è sospettato di esserlo appare come un nemico, un corpo estraneo da bandire, né al tempo stesso alcuno spazio è lasciato per concedere riabilitazioni o giustificazioni. L’implacabile ostracismo messo a punto dal sistema per autoconservarsi lavora seguendo un meccanismo totalizzante, e nel mondo del nuoto olimpico si assiste a qualcosa di mai visto prima, a fuoriclasse carichi di medaglie e più anonimi concorrenti sdoganati nel feroce assalto ai suddetti corpi estranei, dei quali si cerca di negare in qualsiasi modo la possibilità di un riscatto sportivo. Spiace, ad esempio, assistere alle pesantissime frasi rivolte da Michael Phelps nei confronti della russa Julija Efimova, che dopo aver scontato sedici mesi di squalifica ha conquistato la medaglia d’argento nei 100 metri rana. Phelps ha definito “un giorno triste per lo sport” quello in cui alla nuotatrice russa è stata concessa l’autorizzazione per il ritorno in vasca. Parole pesanti e accuse ingenerose, quelle del “Cannibale di Baltimora”, del miglior nuotatore di tutti i tempi, di un atleta che ha riscattato in più occasioni le diverse difficoltà incontrate nella propria esistenza sommergendole con un’ineguagliabile marea di medaglie d’oro olimpiche, che ora vediamo unirsi al coro conformista di diversi professionisti uniti nel tiro al bersaglio, nel “dagli all’untore!” e nella demonizzazione dello spauracchio costituito dagli atleti dopati o ex tali. Personificazione del “nemico”, agli occhi dei nuotatori olimpici, è l’enigmatico Sun Yang, oro nei 200 metri e argento nei 400 metri stile libero sul quale sono piovuti da più parti insulti decisamente coloriti, tra cui si segnalano le sprezzanti dichiarazioni del vincitore dei 400, Mack Horton e le uscite ai limiti della querela per diffamazione del francese Camille Lacourt circa le presunte urine viola del 25enne di Hanghzou, su cui grava una sospensione di tre mesi inflittagli nel 2014 per la positività ad uno stimolante.

Nel nuoto sta andando dunque in scena una vera e propria resa dei conti, una lotta senza quartiere che sicuramente non aiuterà a risolvere i problemi della diffusione delle pratiche dopanti all’interno del circuito agonistico ma contribuirà esclusivamente ad alimentare la spirale dei sospetti e a intossicare l’ambiente interno a un mondo in genere distintosi per il fair play che lo caratterizzava. Ciò funge da perfetta rappresentazione della tensione palpabile nel corso di queste Olimpiadi, durante le quali su ogni prestazione sportiva di livello non potrà non aleggiare istintivamente un’ombra di incertezza, una pregiudiziale che rischia di avvelenare la sana competizione sportiva privandola della sana genuinità e dell’istintivo effetto emotivo da essa causata negli appassionati. Il periodo del maccartismo, la fase storica in cui gli USA furono avvelenati da una vera e propria “caccia alle streghe” volta a stanare eventuali infiltrati comunisti nell’economia e nelle istituzioni, rivive oggi alle Olimpiadi del sospetto, durante le quali ogni illazione è lecita e chiunque può ergersi a giudice e condannare senz’appello. Il mantra del doping endemico e del sospetto diventa anche comoda attenuante per sconfitte e obiettivi mancati, come testimoniano le fresche parole di Aldo Montano, lesto a tirare in ballo l’incertezza circa la partecipazione degli schermisti russi al torneo di sciabola nel commentare con la stampa italiana la sua sconfitta agli ottavi di finale contro Nikolay Kovalev, accusato per il semplice fatto che “avrebbe potuto non esserci”. Il doping conferma così la sua duplice natura: spauracchio, ma al tempo stesso deus ex machina da invocare per questioni di comodo.

L’Olimpiade del maccartismo sportivo si prepara ora a affrontare l’inizio delle gare di atletica leggera e, assieme ad esse, dell’ennesima ridda di polemiche. Essa sinora si sta presentando come un’occasione mancata nel campo della lotta al doping e alla sua diffusione, dato che gli atleti stanno contribuendo in prima persona a proporre soluzioni semplicistiche, demagogiche e sicuramente di comodo più utili a soddisfare la bramosia di scoop dei media che a favorirla attivamente. L’insofferenza, tracimando, si trasforma in una critica indistinta e inefficace, più utile a individuare simboli e bersagli piuttosto che responsabili. In piccolo, si ripetono le stesse manchevolezze con cui la WADA e la IAAF hanno approcciato il problema del doping nel mondo sportivo russo, gettando le basi per la deflagrazione di un conflitto del quale si stenta a ipotizzare le evoluzioni future e la conclusione.

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Calcio

L’étendard sanglant est levé! Scontri, violenza e tetto del mondo. La Francia in lacrime di gioia e di dolore

Emanuele Sabatino

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La Francia é Campione del mondo per la seconda volta nella sua storia. Domenica mentre Macron festeggiava a Mosca, a Parigi e in altre città  transalpine accadeva di tutto con scene di violenza e guerriglia cittadina. Da melting pot a melting rot il passo é molto breve. Il primo é il termine usato per indicare il crogiolo dove si fondono tutte le etnie e le diverse origini dei giocatori che hanno portato les bleus sul tetto del mondo, il secondo un gioco di parole dove rot significa marcio, lo stesso marcio che lungo tutta la Francia al fischio finale ha seminato panico, incidenti e distruzione.

Lacrime, tante lacrime, prima di gioia e poi di dolore. Mentre Lloris alzava la Coppa al cielo qualcuno, piú di qualcuno a dire il vero, alzava il putiferio nella nazione scagliando mattoni contro le vetrine dei negozi e rubando tutto. Sono le due facce della Francia multietnica, quella positiva sempre in prima pagina e portata come esempio e l’altra, negativa, difficile da trovare nelle colonne dei giornali rilegata al piú nei trafiletti. Mentre 10.000 agenti delle forze dell’ordine erano impegnate a garantire l’ordine pubblico delle piazze dove si erano riuniti milioni di francesi per assistere alla partita altri, ben organizzati, sapendo del poco controllo in altre zone hanno iniziato l’opera di sciacallaggio e ruberia.

Quasi come fosse un revival della rivoluzione di 229 anni fa, gli ingredienti c’erano tutti: il sangue, le bandiere francesi, gli scontri, i morti. Il ministro dell’Interno Francese ha rivelato che é stato necessario l’uso della forza ed il reiterato utilizzo dei lacrimogeni per disperdere la folla e far tornare la tranquillitá. Lungo tutta la Francia 292 persone sono state prese in custodia, 102 solo a Parigi, 92 portate poi direttamente in galera perché colte in flagrante.

Il bilancio parla anche di due vittime: un cinquantenne caduto in un canale ed un motociclista trentenne in dinamiche ancora da accertare. Anche ieri nuovo attacco, subito represso, sempre a Parigi: preso d’assalto il Nike store con l’obiettivo di rubare tutte le magliette con le due stelle dei Mondiali vinti. Magliette che però non c’erano perché arriveranno tra oggi e domani. Il presidio delle forze dell’ordine nella capitale resterá molto alto anche nei giorni a seguire per prevenire altre scene di violenza e guerriglia.

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Giochi di palazzo

Luglio 2007: quando la Formula Uno si trasformò in una Spy Story

Luigi Pellicone

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Di questi tempi, nel 2007, la Formula Uno veniva scossa da eventi che cambiarono per sempre il dorato mondo dell’automobilismo. Accadde di tutto e nulla fu come prima. Vi raccontiamo questa incredibile spystory.

12 luglio. Una data che segna lo spartiacque nel mondo della F1.  11 anni fa, la McLaren è convocata dalla FIA. L’accusa è pesante: spionaggio industriale. Inizia la Spy-Story, a meta fra un romanzo noir e una storia da 007.

CAPITOLO I – TELEFONATE NOTTURNE FRA AMICI DELUSI

Tutto ha inizio a Maranello: inverno 2006,  grande Freddo in casa Ferrari. Jean Todt è prossimo a lasciare la gestione sportiva. Un ruolo ambitissimo: per prestigio, storia, stipendio. Fra gli aspiranti alla poltrona c’è Nigel Stepney. Coordinatore della squadra meccanici, nonché collante fra la dirigenza modenese e il reparto corse. Nigel è in Ferrari da anni: Todt ha cieca fiducia in lui, ma come organizzatore. Non da dirigente. Non a caso, il francese sceglie come successore Stefano Domenicali. Stepney è deluso, protesta. Richieste respinte al mittente con perdita.

Ricusato, non la digerisce. Accumula frustrazione. Ci vorrebbe un amico. Chi? Ma si, Mike. Meglio sentirlo…

Mike è Mike Coughlan, amico e collega di Nigel  ai tempi della Tyrrel, anni ’90. Adesso lui lavora alla McLaren e fa il progettista. I contatti fra i due si infittiscono. Arriva la primavera, dopo un inverno passato al telefono e qualche parola di troppo. Controprova, il GP d’Australia

In quel di Melbourne, Kimi Raikkonen centra la pole position. E però, c’è qualcosa di strano: i commissari di corsa girano intorno la Ferrari come api intorno all’alveare. Evidentemente, cercano qualcosa. Ma cosa? Ispezione. Negativo. La Ferrari è in regola, sebbene  “qualcosa” di non meglio specificato sia al limite delle regole, pur non violandole. Però qualcosa sotto c’è. Eh già, proprio sotto. La McLaren chiede chiarimenti sulla regolamentazione delle zavorre a bordo delle monoposto.  Che cooooosa? Insinuate che la rossa vinca grazie a un sistema che garantisca un assetto perfetto sia in accelerazione che in frenata? Ma come vi permettete? E, sopratutto, come sapete queste cose?

CAPITOLO II – CHI E’ LA TALPA?

Allarme rosso. Qualcuno ha spifferato. Todt e Domenicali ne sono certi. E ne hanno ben donde. Il sistema progettato per le monoposto di f1 è INVISIBILE a occhio nudo e alle verifiche tecniche, che hanno il compito di misurare l’altezza del fondo piatto dall’asfalto e la eventuale flessibilità. Chi ha parlato? Chi poteva sapere? Vuoi vedere che Nigel…

Stepney da qualche tempo non bazzica i circuiti. E non è felice. Vuole un ruolo importante, in pista, laddove si sfida la fisica e l’aerodinamica. E allora cosa fa? Alza il telefono e chiama Mike. Hai visto mai se in McLaren c’è posto per un vecchio amico…

Una telefonata di troppo, questa volta dall’ufficio.

Errore fatale. Todt e Domenicali, insospettiti, avevano predisposto un sistema di controllo delle chiamate in entrata e uscita. Mail comprese. Nigel era già sospettato, dopo l’Australia. Però un indizio è solo un indizio. La telefonata, il secondo, è una coincidenza. La terza, però, è la prova: la McLaren, in particolare Coughlan, è in possesso di mail che indicano tutti gli standard utili per apprezzare l’efficienza di una monoposto in gara. Quanta roba. Troppa per resistere alla tentazione. Coughlan chiama Jonathan. Jonathan è Jonathan Neal. Gli sottopone i documenti. Le informazioni passano ai piloti. In McLaren, accanto a un giovanissimo Hamilton, c’è Fernando Alonso. Uno che, al contrario di Nigel, sogna il percorso inverso. Vuole la Ferrari: in McLaren, alle prese, con quel ragazzino così arrogante, non si trova proprio a suo agio. Intanto Coughlan recita la parte dell’amico del cuore: sponsorizza Stepney a Ron. Ron è Ron Dennis, boss di Woking. Bene, il grande capo McLaren non stima Nigel. Anzi, non lo vuole vedere neanche in fotografia. L’astio affonda le radici in un tradimento (vabbè allora è un vizio): Stepney era amico di Barnard, simpatico a Dennis quanto la criptonite a Superman..

CAPITOLO III – LA FUGA DI NOTIZIE

Intanto il circus è a Montecarlo, dove accade qualcosa di insolito. I meccanici come consuetudine, passano al setaccio le Ferrari ai box. Cosa c’è li, vicino al serbatoio? Fertilizzante. E chi diavolo ha messo quel fertilizzante? Domenicali ordina di smontare la monoposto. Tutti a rapporto tranne uno. Nigel, che cavolo c’è nel tuo armadietto? E perché quella polverina è cosi simile a quella trovata ai box? No, non è simile, è proprio identica.

SABOTAGGIO. NIGEL, SEI LICENZIATO.  Dalle verifiche effettuate sul computer dell’ormai ex dipendente, emerge la verità: scambio di mail fra Stepney e Coughlan. Non contento, Nigel, accecato dalla rabbia, cosa fa? In barca, mentre si corre il GP di Barcellona, consegna, così come sono, i progetti della Ferrari. Coughlan ha del materiale che scotta. Per raffreddarlo, si confina in una copisteria di bassissima lega in Inghilterra. Sfortunatamente, il gestore del negozio è un tifoso della Ferrari. Oltre alle copie richiesta dal cliente, ne tiene qualcuna per se. E dove le invia? Esatto. A Maranello. Boom.

CAPITOLO IV – L’AUTODISTRUZIONE

La Ferrari ha le prove. Ed è anche incazzata visto che il Mondiale sta prendendo una brutta piega. Todt chiama i legali a rapporto. Ci sono gli estremi per lo spionaggio industriale? Sissignore, che ci sono.Quanto basta per inchiodare la McLaren in Italia e in Inghilterra. Semaforo verde alla carta bollata. Detto, fatto. La vicenda si conclude. L’8 settembre, quando si corre a Monza, la Mc Laren è raggiunta da avviso di garanzia. Una settimana dopo è squalificata dal mondiale costruttori e condannata a 100 milioni di dollari di risarcimento. Coughlan sospeso, Stepney depennato dalla F1.

E dal lato sportivo? Beh, anche qui, c’è una bella storia da raccontare: Hamilton, a due gare dal termine è in vantaggio su Raikkonen di ben 17 punti. E ne ha anche 10 su Alonso. In Cina, però, si ritira. Vince il finlandese che si porta a -7.  Ultima GP. In Brasile la McLaren si presenta con due piloti in testa al Mondiale. E riesce a perderlo: il cambio tradisce l’inglese che non va oltre il settimo posto finale. L’iride è a portata di mano di Alonso, che è terzo, e lì rimane, dietro le due Ferrari in fuga. Vince la Ferrari. Evviva la Ferrari campione del mondo: 110 punti Raikkonen, 109 Alonso ed Hamilton. A pensare male ci si chiede: Alonso che passerà in Ferrari non ha attaccato volutamente? In realtà quel pomeriggio la monoposto dello spagnolo non andava proprio anche perché superando Massa secondo avrebbe vinto il Mondiale. Si vociferò inoltre che il distacco dalla Rossa fosse frutto di un sabotaggio tecnico della McLaren che, pur di sfavorirlo (Hamilton da sempre il prediletto di Dennis), gli avrebbe manomesso l’assetto se non addirittura montato pneumatici già consumati. Ma queste sono solo voci e tali resteranno. C’è poi una seconda teoria che apre ad una domanda: è mai possibile che una squadra squalificata per la spy story portasse uno dei suoi piloti al titolo Mondiale? Chissà.

E Nigel? Cerca di ricostruirsi una verginità scrivendo un libro: Red Mist. Nebbia Rossa. Pagine dal contenuto così forte che nessuna casa editrice trova la forza o la voglia di pubblicarlo. Del resto, le querele costano. E andare in guerra con Ferrari o McLaren non è igienico. Rischi di sporcarti. E allora? Nel dubbio che quanto scritto fosse solo ricerca di vendetta, il manoscritto resta nel cassetto. O nei file. E la verità? Chiedetela al destino. Il 2 maggio 2014 Nigel scende dalla sua auto ed è travolto e ucciso e porta con sé tutti i segreti di questa vicenda.

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Calcio

Calcio tedesco: nonostante il Mondiale, un modello da seguire

Massimiliano Guerra

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Un fallimento. Inutile girarci attorno ma quella della Germania in Russia per i Campionati del Mondo è stato un totale fallimento. Una brutta figura perché la nazionale tedesca da Campione del Mondo in carica si è fatta eliminare in un girone abbastanza agevole, arrivando addirittura ultima, battuta nell’ultimo match da una Corea del Sud che non aveva nulla da chiedere. Molti si sono affrettati a parlare di crisi del calcio tedesco o della dimostrazione che il modello di calcio fatto in Germania non è più valido.

Una tesi però non corretta perché a differenza di quello che sta accadendo in Italia o in Olanda, per citare due tra le grandi escluse e deluse dell’ultimo Mondiale, il fallimento della nazionale tedesca non è stato causato da una crisi sistemica, ma da una serie di fattori che hanno inciso in maniera negativamente decisiva: scelte sbagliate di Low, tanti giocatori sazi che non sono riusciti a dare il 100%, un po’ (tanta) presunzione che è stata fatale nelle tre partite del girone. Detto questo il calcio tedesco rimane comunque uno dei sistemi e di modelli più all’avanguardia del calcio europeo e mondiale. Ecco perché.

Gioventù: Partiamo dal Mondiale. La Nazionale tedesca era sesta squadra più giovane della competizione iridata, terza se vogliamo considerare solo chi ha già vinto la Coppa del Mondo, dietro sola Francia e Inghilterra. Un dato molto importante dato che la Germania si presentava in Russia con i galloni di Campione e soprattutto una rosa di altissima qualità. Il fallimento poi è stato inaspettato quanto rispettoso di una “tradizione” che vede i campioni del mondo uscire al primo turno nella successiva edizione.  Passiamo poi a quello che succede in Bundesliga. Il campionato tedesco dei cinque maggiori europei è quello che ha l’età media più bassa. Le società tedesche puntano sui giovani e lo fanno realmente: nella classifica dei campionati e delle squadre più giovani del continente, stilata dal Cies, la Germania è al 12° posto, prima tra i top campionati europei, seguita dalla Francia al 17°, dalla Spagna al 20° e dall’Inghilterra addirittura 29°. Non benissimo l’Italia in 24° posizione, in virtù dei 27,37 anni in media dei calciatori impiegati. E nella massima serie teutonica le prime due classificate sono il Lipsia con 23.2 di media e il Bayer Leverkusen con 23.8.

Nella classifica dei club, tra i  primi 100 più giovani, la Germania può vantare ben 8 club. Nessuno come lei. Dati importanti che se sommati all’alta specializzazione che i tecnici tedeschi stanno portando avanti fa si che il calcio tedesco sia sempre più all’avanguardia. I cosi detti Laptop trainer, di cui abbiamo già ampiamente parlato, come Thomas Tuchel (ex Borussia Dortmund, ora al PSG) a Roger Schmidt (Bayer Leverkusen), da André Schubert (Borussia Mönchengladbach) a Julian Nagelsmann (Hoffenheim), dallo svizzero-tedesco Martin Schimdt (Mainz) a Christian Streich (Friburgo) hanno sfruttato gli imponenti investimenti della Federazione tedesca dopo la sconfitta nei Mondiali del 2006 e hanno totalmente stravolto il ruolo dell’allenatore. Di conseguenza anche lo sviluppo dei giocatori giovani è stato modificato regalando alla Germania una serie sterminata di giovani talenti.

Tirando le somme il calcio tedesco, al netto della brutta figura in Russia, rimane di gran lunga il modello da seguire per ambire ad uno sviluppo innovativo e moderno del calcio, lontano da alcune vecchie considerazioni che stanno bloccando la crescita del movimento calcistico nel nostro paese.

 

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