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Rio 2016: Nazioni e Bandiere, le Olimpiadi crocevia della storia

Andrea Muratore

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La cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici è di per sé uno spettacolo unico, destinato in ogni caso a far parlare di sé negli anni a venire e a divenire la prima, forse più duratura, copertina delle Olimpiadi. Più ancora degli intrattenimenti minuziosamente preparati, delle esibizioni pirotecniche e delle solenni cerimonie volte a coronare l’inaugurazione con l’accensione del fuoco dei Giochi al termine del viaggio intercontinentale della Torcia Olimpica, l’inaugurazione delle Olimpiadi è resa inimitabile dall’unica componente mantenuta tradizionalmente uguale a sé stessa nel corso degli anni: la sfilata delle delegazioni, di tutti gli atleti destinati a gareggiare nell’agone olimpico, con le diverse nazioni ordinate in ordine alfabetico nella lingua del paese ospitante, eccezion fatta per la Grecia patria dei Giochi destinata a sfilare per prima e il paese ospitante che chiude la lunga parata. La sfilata assume, edizione dopo edizione, il carattere di istantanea del mondo nel frangente storico in cui si svolgono i Giochi: la Storia letta attraverso le Olimpiadi è conoscibile scorrendo il progressivo ingresso di nuove nazioni, nuovi popoli, nuove bandiere nelle sfilate d’apertura delle diverse edizioni. Decisamente sottovalutata in campo occidentale, nei paesi in cui diviene semplicemente l’occasione per discutere sul nome dell’alfiere portabandiera o per mettere in mostra gli eleganti completi appositamente realizzati da alti stilisti per vestire gli atleti, la sfilata delle nazioni è invece per i rappresentati di numerosi paesi un momento cruciale, l’occasione per ribadire al mondo la propria esistenza, per presentare sé stessi attraverso l’intermediazione dei propri atleti. La presenza delle diverse selezioni ai Giochi, inoltre, rispecchia oggettivamente il mondo nella misura in cui riesce a farlo un’organizzazione come il CIO, che alle Olimpiadi 2016 ha ammesso 205 diverse delegazioni nazionali, numero superiore a quello degli stati riconosciuti oggigiorno dall’ONU. Alle Olimpiadi vi saranno come di consueto, ad esempio, tre Cine: accanto ai rappresentanti della Repubblica Popolare, infatti, gareggeranno 60 atleti di Taipei Cinese” (Taiwan) e ben 38 della città di Hong Kong. Contemporaneamente, realtà come Aruba, Guam, le Isole Vergini, le Samoa Americane o le Isole Cook potranno gareggiare autonomamente, e alla cerimonia inaugurale gli occhi del mondo potranno ammirare, oltre alle imponenti delegazioni di paesi come gli USA (554 atleti) o l’Australia (419), anche i microscopici plotoni della Mauritania e dello Swaziland o la sfilata solitaria di Etimoni Timuani, centometrista di Tuvalu che sarà portabandiera di sé stesso e dei 10.000 connazionali abitanti questo remoto membro oceanico del Commonwealth.

La sfilata delle bandiere sfida la geopolitica, le volontà dei governi e le barriere imposte dalle relazioni internazionali. Nonostante la vicenda, a dir poco spiacevole, del blocco delle uniformi e dei simboli degli atleti palestinesi da parte del governo israeliano, anche la martoriata terra mediorientale sarà rappresentata da sei olimpionici e dal suo vessillo, legittimamente ammesso. Sventolerà in testa a una ristretta delegazione anche la bandiera della Siria, nella sua versione adottata dal governo di Damasco, confermato una volta di più nel suo ruolo di unico rappresentante legittimo di una nazione devastata da cinque anni di guerra civile dalla scelta del CIO di ammettere i suoi segni distintivi, con buona pace di Hillary Clinton e Benjamin Netanyahu. Il Kosovo, non riconosciuto definitivamente dall’ONU, e il Sud Sudan, ultimo arrivato e ultimo tra gli ultimi dei paesi ONU per le spaventose problematiche interne, reclameranno a loro volta il loro posto nel mondo con il loro esordio alle Olimpiadi.

I Giochi, le loro peculiarità e, in generale, l’intero mondo dello sport riflettono le dinamiche della Storia, e in diversi casi riescono addirittura a percorrerle o a garantire incroci curiosi. Per paesi piccoli, o nati da poco, una medaglia olimpica acquisisce sempre un sapore speciale, e gli atleti che riescono a conseguire successi in palcoscenici tanto importanti acquisiscono una popolarità proporzionalmente molto maggiore e duratura dei ben più numerosi medagliati nostrani. Nel 1992, a Barcellona, il podio del torneo maschile di pallacanestro vide a fianco degli Stati Uniti dello sfolgorante Dream Team due nuove selezioni, due nuove nazioni, Croazia e Lituania, che proprio nella XXV Olimpiade ebbero modo di presentarsi al mondo. La vittoria, nella gara per il bronzo, della Lituania contro la Comunità degli Stati Indipendenti, rappresentante di buona parte degli stati ex sovietici, rappresentò un successo di straordinaria importanza simbolica non solo per Sabonis e compagni, ma per un intero popolo che celebrò, in campo sportivo, una sorta di seconda festa di indipendenza nazionale. Allo stesso modo, Grenada ha consacrato come suo ambasciatore nel mondo Kirani James, quattrocentista ventenne capace di portare in dote al paese la prima medaglia della sua storia al paese caraibico a Londra 2012, vincendo la propria specialità e sopravanzando i più quotati concorrenti americani; ora James ci riproverà, cercando di bissare il tripudio donato dalla sua impresa al piccolo paese di 100.000 abitanti che, nei Caraibi arcipelago della velocità, si attende nuove medaglie dal suo principale alfiere.

Le Olimpiadi festa di sport, palcoscenico delle nazioni e crocevia di popoli e storie non possono prescindere dalle bandiere. Nella festa universale e caleidoscopica, a fare da tratto distintivo e unitario al tempo stesso sono proprio gli emblemi nazionali, liberi di sventolare a piacimento senza che alcun tipo di vincolo esterno possa reprimerli o confinarli. Per la prima volta, alle delegazioni nazionali a Rio de Janeiro si unirà, sotto l’emblema del CIO, anche una selezione di atleti rifugiati, scampati a guerre, devastazioni e persecuzioni e ora giunti sul palcoscenico sportivo più importante del mondo per coronare il sogno di una carriera e di un’esistenza intera. Perché le Olimpiadi sono anche questo: un’occasione di riscatto, un momento topico in cui tanto la storia di una nazione intera quanto quella personale, e irripetibile, di una singola vita possono svoltare. E nel momento all’orgoglio di poter dire “Io ci sono!”, “Noi ci siamo!” si aggiunge l’irripetibile gioia di un successo, di una medaglia, si capisce quanto le Olimpiadi travalichino la dimensione della pura competizione sportiva per diventare componente primaria del vissuto collettivo dell’intero pianeta.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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Sport & Integrazione

I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il Primo Giugno si festeggia la Giornata Mondiale del Bambino. Per l’occasione vi raccontiamo la bellissima iniziativa in cui, grazie ad un videogame, i giovani palestinesi e israeliani, vittime innocenti di un conflitto senza fine, giocano insieme, scoprendosi e condividendo.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

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Altri Sport

Bebè e neo-mamme, i benefici dello sport durante la gravidanza

Elisa Mariella

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Siete in dolce attesa e proprio non vi va di rinunciare alla vostra attività sportiva preferita? O state pensando di iniziarne una ma non sapete se può farvi bene oppure no? Non temete, praticare sport durante la gravidanza non può che “migliorare” il periodo di gestazione e perfino il momento del parto. A confermarlo è l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità): svolgere una costante attività fisica – che sia sollevamento pesi, tapis roulant o una semplice camminata– nei nove mesi d’attesa, migliora non solo la vita della mamma ma anche quella del piccolo. Praticare sport durante il periodo gestazionale permette inoltre di combattere il mal di schiena e il dolore pelvico, aiutando le donne a mantenere un peso corporeo adeguato. Via dunque i vecchi consigli della nonna («sei incinta, devi mangiare per due», no ai chili di troppo) che, in questo caso, non aiutano a condurre una vita sana durante la gravidanza.

Posto che ogni donna è un caso a sé e che il tipo di attività fisica da praticare andrebbe concordata con il proprio ginecologo, recentemente l’Oms ha ricordato che «praticare livelli adeguati di attività fisica è condizione necessaria allo sviluppo di basilari capacità cognitive, motorie e sociali, nonché alla salute dell’apparato osteo-muscolare. I bambini e gli adolescenti passano le loro giornate in modo sempre più inattivo, essendo diminuiti gli spazi e le occasioni per praticare in modo sicuro e attivo gioco, svago e trasporto, e si dedicano sempre di più ad attività ricreative sedentarie». Diventa importante quindi abituare il nascituro allo sport fin dal grembo materno, in modo tale da aiutarlo a svilupparsi in maniera più sana quando poi verrà al mondo. Secondo Gianfranco Beltrami – medico dello sport e docente all’Università di Parma – l’attività fisica regolare svolta per tutta la gravidanza, aiuta a mantenere l’aumento di peso entro i parametri e a prevenire il rischio di diabete gestazionale. Secondo le linee diStrategia per l’attività fisica OMS-2016-2020″ europee infatti, gli adulti dovrebbero praticare almeno 150 minuti a settimana di attività fisica di tipo aerobico a in­tensità moderata, mentre bambini e giovani dovrebbero dedicare all’attività fisica moderata o sostenuta almeno 60 minuti al giorno. 

Per le neo mamme dunque muoversi significa respirare meglio e migliorare nel contempo l’ossigenazione del feto, con benefici sull’attività della placenta e sulla nutrizione dello stesso. Ma non è tutto: nel 2009 gli scandinavi hanno scoperto – a seguito di alcune analisi approfondite su un gruppo di donne in dolce attesa – che mantenere una muscolatura tonica attraverso il fitness o l’aerobica, aiuti a ridurre di almeno trenta minuti la durata del travaglio. Un bel risultato, se si pensa alle infinite ore di “attesa” che molte donne vivono prima di stringere a sé i propri bimbi. Studi a parte, lo sport è da sempre uno dei mezzi più efficaci per scaricare tensione, tonificare il corpo, relazionarsi con gli altri. E allora care mamme, per Natale regalatevi non solo panettoni e cenoni ma un nuovo sport da coltivare insieme a vostro figlio. Sia chiaro però, che venga sempre dopo quello che preferiamo tutte noi dalla notte dei tempi: tormentare i papà!

 

 

 

 

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