Pesa 56 chili ma ne solleva ben 150. Tre volte il suo peso. Braccio di Ferro esiste e si chiama Mirco Scarantino, 21 anni, nisseno. E’ lui l’italiano classificatosi settimo a Rio con un totale sollevato di 264 kg. Ottima la sua prestazione nel “clean & jerk”, dove si è classificato quinto sollevando ben 149 kg. «Sono felicissimo per questa super esperienza olimpica», ha commentato. Un passato da calciatore: giocava come centrocampista nel Caltanissetta e poi, a 14 anni, la passione per i pesi, nata dal padre, atleta anche lui. Un talento, quello di Mirco, che l’ha portato già nel 2012, a 17 anni, ad essere il più giovane azzurro a Londra 2012, dove ha conquistato un buon quattordicesimo posto. Da lì i primi successi e la medaglia d’oro agli Europei in Norvegia che gli  ha permesso di vincere un titolo che in 110 anni non è mai stato vinto da un italiano. E oggi a Rio ha dato prova di grande carattere e tornerà in Italia con una grande consapevolezza: quella di essere, nella sua categoria, il numero 7 al mondo.

La tua avventura è finita. Adesso sei il numero sette al mondo. Te lo aspettavi questo risultato?

«Ti confesso che non mi aspettavo questo risultato, pensavo di portare a casa un decimo posto, avevo contro atleti fortissimi. Non ho nessun rimpianto, sono felicissimo di questa bellissima esperienza. Ringrazio tutti quelli che mi hanno sostenuto, i coach Edward & Giovanni e la mia meravigliosa famiglia. Chiudo le Olimpiadi con un settimo posto e 5 nello slancio».

Perché, tra tanti sport, hai scelto il sollevamento pesi?

«Ho fatto la scelta del sollevamento pesi perché è uno sport individuale. Sono uno che ama prendersi i meriti se vince e affronta le conseguenze se, viceversa, perde. E poi ho sempre mio padre vicino, per cui non posso chiedere altro. Penso di aver già raggiunto il top».

Il sollevamento pesi evoca l’immagine di forza, da sempre. Ma quanto conta, in percentuale, la forza, rispetto alla tecnica?

«Tutti pensano che il sollevamento pesi sia uno sport per atleti molto grossi e muscolosi, ma non è esattamente così. E’ uno sport suddiviso in categorie di peso dove viene sfruttata molto la tecnica sulla quale, piano piano, si costruisce poi la forza che ti permetterà di essere un atleta perfetto».

Com’è nato il pensiero di accostarti al sollevamento pesi? Ricordi quando hai provato per la prima volta a sollevare un peso?

«La mia passione per questo sport è nata da mio padre che ha partecipato a tre Olimpiadi: Seul ’88, Barcellona ’92 e Atlanta ’96. E’ grazie a lui che mi sono innamorato di questo magnifico sport. Ho provato per la prima volta da piccolissimo con il manico di scopa: fu subito amore a prima vista!»

Qual è la differenza più grande tra quello che pensa la gente e quello che è il tuo sport?

«La gente pensa spesso che il sollevamento pesi sia uno sport che fa rimanere bassi o che fa diventare grossi, in realtà non è così. Ci sono pesisti altissimi. E’ questione di genetica. E colgo l’occasione per spingere la gente a seguire questa disciplina perché è uno sport che ti fa lavorare  tutte le parti del corpo, non solo le braccia o le gambe».

166 cm di altezza per 56 kg di peso: eppure puoi sollevare ben 150 kg. Oltre al duro allenamento, per realizzare simili performances, che stile di vita serve e quante rinunce devi affrontare ogni giorno?

«Questo sport è suddiviso in categorie per cui la mia alimentazione deve essere molto curata e, grazie al mio nutrizionista, lo è. Praticamente non devo sgarrare una virgola! In questa disciplina, come nelle altre, se fatta ad alti livelli, devi fare parecchie rinunce. La mia giornata prevede tre allenamenti al giorno, per cui non posso permettermi di rientrare tardi la sera. Però posso dirti che queste rinunce sono fatte con il cuore perché quando poi realizzi il tuo sogno e raggiungi l’obiettivo che ti sei prefissato ti rendi conto di quanto ne sia valsa la pena. Anche perché il sogno di tutti gli atleti è proprio quello di arrivare alle Olimpiadi».

Qualche mese addietro il Corriere dello Sport ti ha definito “l’uomo che solleva sogni”. Ti rispecchi in questa definizione?

«Si, mi rispecchio parecchio in questa definizione perché sono uno che crede molto in se stesso e se oggi mi ritrovo a Rio de Janeiro, a partecipare alla mia seconda Olimpiade, significa che credo così tanto in questo sogno che metto in gioco tutto me stesso, anima e corpo, per raggiungere questo importante obiettivo».

San Cataldo, il tuo paese. Quanto orgoglio per le tue origini?

«Per Caltanissetta, la mia città, sono ormai un simbolo, un punto di riferimento. Sono fiero di rappresentare la mia città. Sono molto apprezzato dai cittadini e dal sindaco, sento tutto il loro affetto. Tutta la città è sempre con me: mi sostiene!»

Hai dichiarato di avere scelto definitivamente il sollevamento pesi rinunciando al calcio, a 14 anni. Come mai questa scelta controcorrente?

«Sono passato dal calcio ai pesi non solo perché mi è sempre piaciuto di più lo sport individuale, ma anche perché sapevo che nel calcio poteva riuscirne uno su mille. Già da ragazzino mio padre ha notato in me un grande talento per i pesi. Appena ho vinto la prima gara mi sono emozionato così tanto che da lì è iniziata la mia scalata che mi ha portato, oggi, ad essere il numero 7 al mondo nella mia categoria».

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