“Nel mio sangue da qualche parte c’è scritto giavellotto”. Ha seguito quell’incontrastabile forza che arriva da dentro, Julius Yego. Ha lottato contro tutto e tutti, ha imparato a lanciare con i tutorial su internet e ha regalato al Kenya il primo titolo mondiale nell’atletica in un concorso.

Yego è un Nandi, sottogruppo dell’etnia Kalenji. Arriva dalla Rift Valley, il cuore del mezzofondo della nazione che ha scritto la storia delle prove di resistenza. Per chi nasce lì, la regola è semplice: ogni mattina ti svegli e cominci a correre. Ci prova anche, Julius, nei 100 e nella corsa campestre. “Ma non tutti possono vincere, non tutti possono andare alle Olimpiadi”.

Julius scarta di lato rispetto alle abitudini. “Ho sempre desiderato di rappresentare la mia nazione, di essere il migliore nello sport. È stato un fattore motivazionale determinante. Adoro il giavellotto, credo di essere nato con questo talento”.

Già dalla scuola elementare, con l’esempio del fratello, comincia a lanciare. Gioca a calcio, ma la passione per il giavellotto emerge chiara, forte, incontenibile. In Kenya però mancano strutture dove allenarsi, mancano maestri che possano insegnare la tecnica, mancano gli attrezzi: per comprarne uno servono tra i 500 e i 1000 dollari.

Il padre vorrebbe che Julius continuasse a studiare, ma per Julius la scuola diventa l’occasione per forgiare un sogno. Si costruisce da solo i primi giavellotti con rami d’albero. Nel 2005 l’unico giavellotto della scuola si rompe: può continuare ad allenarsi solo grazie all’insegnante di geografia che ne compra un altro. Un anno dopo, lancia a 71 metri e firma il nuovo record nazionale juniores del Kenya.

Dieci anni più in là, Yego non ha smesso di dover lottare controcorrente. All’aeroporto, prima della partenza, la federazione kenyana non trovava il suo biglietto aereo per Rio, per le Olimpiadi. Riesce a partire solo dopo una lunga trattativa. Al suo coach, i dirigenti hanno permesso di arrivare a Rio solo il 14 agosto ma hanno fissato il ritorno per il 18, prima della finale. “Queste persone non capiscono l’importanza di avere un coach” ha detto.

Ne è passato di tempo dal 2011, è cambiato tutto da quei Giochi PanAfricani che l’hanno reso il primo kenyano a vincere un titolo in pedana. “Volevano tutti intervistare il mio coach” ha raccontato alla CNN,ma io non ce l’avevo. Chi è il tuo coach, mi chiedevano tutti. E io rispondevo: Youtube”.

Ha cominciato nel 2009, per dimenticare la delusione per i Mondiali junior in Polonia: si era qualificato, ma non ha potuto partecipare perché non aveva abbastanza soldi per il viaggio. “Allora stavo cominciando ad allenarmi seriamente” ha raccontato, “ma non c’era nessuno che mi dicesse se stavo facendo bene o male. Allora andavo in un internet café, guardavo i video dei grandi campioni, volevo capire come lanciavano e come si allenavano”. Nel 2012, prima dei Giochi di Londra, andrà anche a vederli dal vivo. Prepara le Olimpiadi con il coach Petteri Piironen in Finlandia, dove se non lanci sopra gli 80 metri non sei nessuno. Yego centra la finale a Londra, ma il meglio deve ancora venire.

Vince i Giochi del Commonwealth in 83.87, poi a Pechino se li ritrova accanto tutti quei grandi che aveva studiato e “copiato” per così tanto tempo. Ha rischiato di non partecipare, si è fatto male in Diamond League a Birmingham all’inizio di giugno. Li guarda, li sfida, li batte e riscrive la storia. È il primo africano a vincere un titolo mondiale nell’atletica fuori dalla pista. Il giavellotto veleggia nell’aria e atterra dopo 92,72 metri. È l’ottava miglior prestazione al mondo di sempre. Non ci sono altri campioni non europei nelle prime trenta. Solo Jan Zelezny, il miglior giavellottista di sempre, tre volte campione olimpico e primatista del mondo (98,48m) e Aki Parviainen, hanno lanciato più lontano. È solo il quinto, nella storia dello sport, a superare i 92 metri, una soglia di eccellenza che nessuno raggiungeva da 14 anni.

La mia forza è nella mano” ha spiegato, “elastica e flessibile”. L’obiettivo è chiaro. “Voglio migliorare la tecnica e arrivare a superare i 100 metri”. E chissà, magari adesso i ragazzi della Rift Valley guarderanno i suoi video per imparare che si può volare anche senza correre.

 

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