Terzo minuto del secondo tempo: Roma-Lazio è ancora bloccata sullo 0-0 quando l’arbitro Rocchi concede un calcio di rigore alla Roma per un atterramento in area dell’ex biancoceleste Kolarov. Le proteste sono di rito, più o meno giustificate, mentre sul dischetto degli undici metri Perotti e Dzeko parlottano tra loro. Nessun labiale a cui appellarsi per capire se stanno discutendo su chi debba calciare il rigore o se il centravanti bosniaco stia dando dei suggerimenti al compagno.



Perotti sistema il pallone posizionandosi dietro di esso, giusto lo spazio di una breve rincorsa che è quella che usualmente si concede l’attaccante argentino. E’ un momento decisivo della partita: lo sa Perotti e lo sa Strakosha, l’ultimo uomo a cui possono ricorrere compagni e tifosi laziali per evitare di andare sotto nel punteggio. Aspettativa e tensione sono miscelate da un unico sentimento a doppio risvolto: la speranza, vissuta dalle due fazioni contendenti come anticamera della vittoria o attesa del miracolo. Una sfida nella sfida che decide senza sfumature un vincitore e un perdente, un duello a fuoco da vivo o morto. Come nei film western, quando al termine del preludio rissoso consumatosi all’interno di un saloon alla fine crivellato di colpi e cadaveri, rimangono a fronteggiarsi, solitari nella via centrale del paese, due gringos con le mani pronte ad estrarre la pistola. Quel momento di attesa nel quale la telecamera si sofferma sui dettagli e le musiche di accompagnamento fanno salire l’adrenalina del momento cruciale.

E’ il fischio dell’arbitro a dare il ciak alla scena: Perotti aspetta un momento prima di avvicinarsi col primo passo verso il pallone. Guarda Strakosha, lo sfida a prendere una decisione in anticipo sulla quale lui possa scegliere dove piazzare in sicurezza il pallone. Il portiere lo sa e non si muove: non vuole dare nessun vantaggio all’avversario, sperando di spiazzarlo a sua volta mandando in tilt il suo processo decisionale. Una frazione di secondo nella quale Perotti deve scegliere la mossa successiva. Strakosha rimane immobile. Il secondo appoggio sul terreno è quello che determina il tiro, necessariamente preciso per non dare scampo al portiere: una schioppettata alla sua sinistra che non può ammettere repliche perché, Perotti lo sa, il tiro ben direzionato è imprendibile per chiunque. Un’esecuzione perfetta dove convergono tre qualità fondamentali: la tecnica di base, la fiducia nei propri mezzi e la capacità di concentrazione. Senza la prima, il rischio di non indirizzare il pallone dove si vuole è molto elevato. Senza fiducia in se stessi è difficile mantenere la lucidità necessaria per decidere, nell’istante prima di impattare la sfera, dove indirizzarla. La capacità di non farsi distrarre è determinante per coniugare al meglio le prime due qualità e non essere influenzati da fattori esterni, come la pressione che esercita il contesto. E’ per questo che i giocatori che calciano i rigori da fermo sono una rarità e, di norma, hanno le caratteristiche appena illustrate.

Nel calcio italiano ne possiamo ricordare alcuni, senza la pretesta dell’esaustività. Negli anni settanta uno dei precursori fu Gianfranco Casarsa, attaccante che, dopo quattro anni a Firenze, approdò nel Perugia dei miracoli trovando la sua miglior dimensione con Ilario Castagner, allenatore che seppe disegnargli addosso il ruolo, per l’epoca atipico, di centravanti di manovra: quello che oggi viene tradotto nel linguaggio del calcio col termine di falso nueve.
Negli anni novanta Beppe Signori, attaccante esterno di estrema prolificità, valorizzato da Zdenek Zeman prima al Foggia e poi alla Lazio, tirava rigori da fermo che erano delle sentenze quasi inappellabili: la mancanza di rincorsa e la violenta precisione dei suoi rigori costringevano i portieri a pregare per un suo errore più che a confidare nelle loro prodezze. Sempre in quel periodo era un massimo protagonista in serie A e sui palcoscenici internazionali Demetrio Albertini, centrocampista centrale del Milan degli Invincibili e della nazionale. Anche lui, chiamato al dischetto, non indugiava in lunghe rincorse, diventando un esecutore (quasi) infallibile. Già, perché anche chi tira i rigori da fermo può sbagliare. A saperlo è proprio Demetrio Albertini: uno dei suoi pochi errori contribuì all’eliminazione dell’Italia contro la Francia nel Mondiale del 1998.

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