In fondo a nessuno interessa fare la morale al calcio. Perché il calcio la morale non ce l’ha. Lo sappiamo noi, lo sanno loro e lo sanno pure i soloni che riempiono le loro pagine di inchiostro per raccontare con virgulto entusiasmo uno sport troppo spesso contraffatto, marcio fino al midollo e simbolo estremo (ai massimi livelli) di disparità sociale e discriminazione. Ma dal calcio si pretenderebbe quanto meno buon senso. Quello sì. E non tanto per il presunto compito sociologico che dovrebbe svolgere (l’opera sociale il pallone la compie nelle strade, nelle curve degli stadi, nei campetti di periferia e via dicendo) quanto per un buon costume che dalla notte dei tempi avvolge (dovrebbe avvolgere, mi correggo) gli eventi nefasti dell’umanità.

Dici Pescara in questi giorni e di riflesso pensi a una regione devastata nel territorio come nell’anima. Lei dopo altre. Lei assieme ad altre. Loro, quelli del Centro Italia. Il cuore del Belpaese che dallo scorso agosto non conosce pace. Straziato, dilaniato e stuprato nella sua più linda intimità. Quell’Abruzzo dalle verdi vallate, dal mare blu e dalla neve bianca. Quella neve che in questi giorni è diventata un tutt’uno con la parola “morte”. Anche se non è lei ad esserne la prima artefice. Anche se lei è caduta da sempre sulle cime imperiose e monumentali del Gran Sasso d’Italia. Un orgoglio a cui nessun abruzzese rinuncerebbe.

Dici Pescara e, nel tornare bruscamente al cuore del pezzo, pensi alla sua squadra. Una stagione travagliata e nera. Ironia della sorte in pieno concerto con il destino della sua regione. Un Pescara affranto, ultimo e con un piede in Serie B. Un Pescara chiamato ad affrontare il Sassuolo nella domenica successiva al disastro di Rigopiano. Alle quattro scosse di terremoto del 18 gennaio. Con il terrore ancora stampato negli occhi della gente, con gli elicotteri dei soccorsi a fare la spola tra la città che fu di Gabriele D’Annunzio e il luogo dove qualcuno ha già conosciuto la morte, mentre altri sono ancora imprigionati sotto a cumuli di ghiaccio. Eppure si giocherà.

Sì, esattamente come lo scorso 27 ottobre. Ventiquattro ore dopo i terribili eventi sismici che hanno colpito il Centro Italia la gara tra i biancazzurri e l’Atalanta si gioca senza problemi. Nessuno, salvo i tifosi che lo stadio lo debbono occupare fisicamente, muove dubbi o critiche in merito alla scelta. E puntualmente la terra trema. In tanti scappano e il match viene sospeso per due minuti. Ma l’arbitro Guida fa riprendere. Come nulla fosse. Come se il terremoto non ci fosse mai stato, come se la paura collettiva ormai diffusa fosse soltanto un capriccio di chi non vuol proprio abituarsi a qualche piccolo movimento della terra. The show must go on.

Curioso, tuttavia, che sempre una gara del Pescara, quella contro la Fiorentina dell’8 gennaio, venga rinviata per neve e ghiaccio. Benché, come attestano alcune foto e diverse testimonianze, le condizioni del campo siano abbastanza buone e quelle degli spalti e dell’antistadio caratterizzate da una coltre di ghiaccio che non risulterebbe tale da giustificare il rinvio. Eppure il Prefetto ratifica la decisione del Gos per ordine pubblico. Un eccesso di zelo, motivato dall’incolumità per gli spettatori, che sarebbe persino apprezzabile senza gli episodi di cui sopra, che di contro lo rendono alquanto ridicolo. Un eccesso di zelo che invece manda su tutte le furie proprio i tifosi, che la partita vogliono vederla e che ricordano bene la scrollata di spalle del “sistema calcio” di fronte a un pericolo quanto meno simile e potenzialmente maggiore, come quello di trovarsi dentro l’impianto durante un sisma.

Il calcio non deve dare lezione di moralità, come detto, ma può quanto meno una logica aderente al buon senso. Sì, è vero, da un sistema che avalla e accetta divieti per i propri tifosi in base alla residenza geografica e che ormai da anni si è asservito spudoratamente alle televisioni, anche questa è forse una pretesa vana e utopica. Ma ci si chiede quale sia il senso di trasmettere speciali e live di 24 ore sulle tragedie se poi neanche si riesce a far rinviare una partita di calcio nel rispetto di un popolo martoriato dalla natura e, inutile negarlo, dall’incuria, la negligenza e la malignità arrivista dell’uomo.

Marco era allo stadio domenica ed è emblematico leggere il suo racconto per farsi un’idea ben diversa dal sinistro silenzio che spesso si utilizza a margine di queste vicende: “In città al momento in cui è arrivata la notizia della valanga il clima si è fatto subito di estrema ansia – racconta -. Rigopiano è un tradizionale luogo di ritrovo a Pasquetta e Ferragosto, per cui un po’ tutti a Pescara lo conoscono. Così come tutti conoscono la struttura. Aggiungiamo anche il fatto che mezza provincia di Teramo, mezza di Pescara (ma anche di più) e mezza di Chieti sono rimaste isolate: senza luce e senz’acqua. Penso che solo questo sarebbe dovuto bastare per rinviare la partita. Peraltro – continua – la Pescara Calcio era stata sull’albergo per alcune iniziative quest’estate. La dirigenza e Oddo stesso conoscevano bene il proprietario, che è tutt’ora disperso, tanto è vero che dopo la partita il tecnico, la società e anche il Sassuolo hanno chiaramente detto che la gara non avrebbe dovuto disputarsi”.

Si gioca quindi, ma per il pubblico non si tratta di una partita normale: “Sabato i ragazzi della curva sono andati ad Atri e Manoppello per spalare la neve – dice –  e quindi hanno toccato con mano la situazione. Sta di fatto che la Nord decide di non tifare, nella consapevolezza che non ci sono le condizioni per farlo come se niente fosse, con tutto quello che è successo a 50 chilometri dalla città. Dopo esser stati nei due giorni precedenti con il costante rumore degli elicotteri che si levavano in volo nelle orecchie. Un qualcosa di angosciante. Si entra allo stadio in una giornata grigia e piovigginosa, in un clima di mestizia non dovuto solamente alla situazione della squadra. Non c’è musica a intrattenere nel pre partita, né messaggi pubblicitari. Per la prima volta nemmeno mi rendo conto dell’ingresso in campo delle squadre perché non parte l’inno con la solita sciarpata. Gli unici che evidentemente non capiscono la situazione – sottolinea –  sono quelli della Lega Calcio che mandano il loro inno come se niente fosse. Per fortuna il dj dello stadio tiene il volume basso invece di spararlo come al solito”.

Neanche l’ennesima debacle riesce a infiammare gli spettatori: “Le due squadre si dispongono a centrocampo e c’è un minuto di silenzio, nel frattempo si sente un elicottero alzarsi in volto, a sottolineare ancor più il clima surreale in cui si gioca. Inizia la partita e mentre la curva rimane in silenzio nei Distinti parte una rumorosa contestazione nei confronti di Aquilani, aggravata anche dall’immediato svantaggio. La Nord ricorda a tutti il perché si stia in silenzio e in effetti la contestazione si placa, tanto che anche a fine primo tempo non c’è l’uragano di fischi che in una situazione normale ci sarebbe stato. Nel secondo tempo il Pescara pareggia e la curva alza uno striscione accompagnato da un paio di cori. Ovviamente il tema è sempre quello relativo al cataclisma. Per il resto silenzio assoluto acuito anche dalla pesante sconfitta per 3-1. Dopo il triplice fischio la pioggia sembra pesare il doppio e non solo per un fattore sportivo”.

Tenendosi ben distanti da termini scandalistici e titoli isterici per catturare lettori, e con il dovuto raziocinio, bisogna chiedersi perché questo calcio (e tutto il circo che gli ruota attorno) sia così solerte e integerrimo nei confronti di qualche coro politicamente scorretto o di una contestazione nei confronti di una squadra ultima ma al contempo possa sparare il suo obbrobrioso inno addosso ai morti accertati e alla tragedia in corso? È vero che la vita deve continuare e la sovraesposizione mediatica di taluni avvenimenti rappresenta sovente una vera e propria polpetta avvelenata per un popolo troppo incline alla nevrosi di massa, ma è altrettanto vero che questo metro di giudizio allora andrebbe quanto meno essere usato sempre, e comunque con un certo tatto.

Il calcio non sa e non vuole fermarsi, è ormai fuori di dubbio. Lo abbiamo visto in tutti i modi negli ultimi anni. Dai fischi d’inizio inosservanti e menefreghisti di fronte alla morte di ragazzi uccisi in autostrada mentre si recavano a Milano per seguire la propria squadra (Gabriele Sandri) a quelli altrettanto incuranti della morte accidentale di un altro ragazzo sempre sull’autostrada (Matteo Bagnaresi). Passando per le numerose calamità naturali ed eventi luttuosi per la società.

Ma in fondo è soltanto lo specchio di un Paese dove la morte e la sofferenza sono la miglior ricetta per calamitare di fronte allo schermo milioni di spettatori. Un Paese dove si piange sempre dopo invece di lavorare per evitare il “prima”. Un Paese al quale fondamentalmente piace la retorica del caso, perché fa molto nazional popolare e sa tramutarsi nella favoletta da raccontare ai bambini la sera nei loro letti. Lo stesso Paese che non solo non ha rispetto per i morti che spesso produce ma non manca di offenderli e utilizzarli al fine di scopi propagandistici. Salvo pretendere una linea moralmente ineffabile da parte dei tifosi. Gli stessi ai quali propina uno show con elicotteri e soccorsi che tristemente si affannano a pochi chilometri.

 

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