di Simone Meloni e Simone Nastasi

Si potrebbe iniziare così questo pezzo: con il più classico dei “C’era una volta”. Ma no. Non si può. Perché anche la più cupa delle fiabe prevede un lieto finale. Che sia un sorriso, un bacio o un abbraccio. Invece questa è una storia che di sorrisi, baci e abbracci ne ha spezzati a migliaia. Divisi e infranti. Forse per sempre. È la storia di quel bambino che ha smesso di trepidare dalla domenica precedente. Perché il suo tempio è andato distrutto e il suo popolo vittima di un’infima diaspora. La divisione, Il derby di Roma non c’è semplicemente più. Svuotato dal suo significato più intrinseco. Quello della contrapposizione popolare tra le curve. Tra la gente della strada. Quella che nei bar, nelle pizzerie e al mercato si punzecchiava per settimane. Prima e dopo il match. Schiumando rabbia o brandendo gioia sfrenata. La partita degli striscioni, dell’ironia romana all’ennesima potenza, della tensione che si tagliava a fette, delle esultanze in grado di provocarti dolori che duravano tutta la settimana, perché uno sconosciuto ubicato trenta file sopra di te finiva per sommergerti. Bastava la parola e Roma si risvegliava meravigliosamente la capitale del calcio mondiale. La Caput Mundi dei libri di storia che, per dirla con Jovanotti si faceva di nuovo ombelico del mondo.

La partita più invidiata del pianeta: con i suoi 75mila spettatori sugli spalti, gli oltre 100 Paesi collegati e il miliardo e mezzo di telespettatori. Bastava dire derby, che a Roma si risvegliava l’animo di ogni tifoso. Da quello più piccolo a quello più grande. Da quello di tribuna a quello di curva. Perché non c’era derby che al di là del risultato sul campo, non finiva sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Che raccontavano dello straordinario spettacolo sugli spalti. Delle splendide coreografie preparate dalle due curve, la Sud da una parte la Nord dall’altra. Uno spettacolo che domenica purtroppo non rivedremo. Ci sarà la Nord laziale, che ha scelto di esserci comunque per il bene della Lazio. Non ci sarà la Sud romanista che ha scelto di non esserci in segno di protesta. Mancherà l’atmosfera di sempre: quel clima da battaglia che per anni ha reso il derby la partita che vale una stagione.

Ma perché, come direbbe Lucio Battisti, tutto questo non c’è più? Perché la stracittadina è stata trafitta mortalmente quando si è deciso che era di troppo. Anzi, che romanisti e laziali erano di troppo ed andavano eliminati. Non ultima la triste, e forse anacronistica, vicenda dell’allenamento a porte aperte presso il rinnovato stadio delle Tre Fontane. È arrivato il “niet” della Questura. Anche qui. Anche in questo caso un vero e proprio atto provocatorio e vessatorio nei confronti dei supporter giallorossi. L’ennesima mano spietata che va a togliere le caramelle al bimbo che già le pregustava con gli occhi sognanti. Ma la mano spietata di chi? Della burocrazia, prima di tutto; e poi della voglia di frammentare e annientare qualsiasi fenomeno aggregativo all’interno delle curve dello stadio Olimpico. Un obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo e con ogni mezzo. Non solo dalle barriere e dalle folli multe per cambio posto prima e per occupazione delle vie di fuga poi.  Ci hanno raccontato di un piano per riportare le famiglie allo stadio. Come nel più classico dei libri di Franz Kafka, hanno “incartato” il vulnus della faccenda, figurandoci mamme e bimbi pacificamente seduti gli uni vicino agli altri, magari col papà di fianco. Dimenticando però di dire che questo idilliaco quadretto ha un prezzo. Che nei settori meno costosi si avvicina ai 100 Euro. Una parte di stipendio. Senza tener conto di tutti quei bambini che sono cresciuti con il derby e lo hanno vissuto fino a perder le coronarie anche e soprattutto grazie alle emozioni che oggi sono vietate. Dai fumogeni alle coreografie, dai cori alle esultanze “a cascata”. Ma se la raccontassimo a loro la storia del derby, non sarebbe sbagliato iniziarla così: con il più classico dei c’era una volta. Il derby.

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